Accade nella Cina capitalista. IL LAVORO FORZATO NON MACCHIA, ARRICCHISCE

«I consumatori dovrebbero chiedersi perché i nostri vestiti sono così economici. La risposta sta nello sfruttamento di intere fasce di persone della regione uigura, la cui manodopera è costretta a produrre cotone a basso costo» (Joanna Ewart-James, Direttore esecutivo di Freedom United). «La moda globale fa uso di cotone, filati e tessuti prodotti da lavoro forzato uiguro» (Forced Labour Fashion).

Il Domani pubblica oggi un articolo di Youssef Hassan Holgado dedicato alla pessima, a dir poco, condizione di vita e di lavoro che affligge gli uiguri che vivono nello Xinjiang, nel Nordovest della Cina: «Lavori forzati, sorveglianza strettissima, torture, la minoranza musulmana prova a liberarsi dall’oppressione di Pechino e sogna l’indipendenza. Ma ora anche la Turchia, che per anni li ha difesi e ospitati, non è più sicura. A fine dicembre la Cina ha ratificato l’accordo di estradizione con la Turchia siglato nel 2017, quando il primo ministro Erdogan era andato a Pechino per un incontro sulla nuova Via della Seta, l’ambizioso progetto di Xi Jinping che punta a migliorare i collegamenti commerciali con l’Africa e l’Europa. Una delle nuove rotte commerciali passa proprio per la Turchia, un regalo difficile da rifiutare per il governo di Erdogan. La paura è che siano i rapporti economici tra i due paesi a spostare l’ago della bilancia sul tema della repressione uigura. Fino a ora Ankara ha sempre cercato di ritardare la ratifica del trattato vista la forte opposizione all’interno del parlamento, ma la Cina sta spingendo affinché avvenga il prima possibile. Xi Jinping tiene sotto ricatto economico, e ora anche sanitario dato che la Turchia ha acquistato il vaccino cinese della SinoVac, il primo ministro Erdogan».

«Ankara non rimpatria direttamente gli uiguri in Cina, ma si libera di loro espellendoli in paesi terzi come il Tagikistan dove l’estradizione presenta meno difficoltà e dove non si ha alcuno scrupolo a rinviarli in Cina. In questo modo accontenta Pechino e fa apparire in patria tale pratica più accettabile dalla comunità musulmana turca» (Huffingtonpost). Quando si dice salvare le apparenze…

Com’è noto, il regime cinese costringe centinaia di migliaia di uiguri e altre minoranze (kazaki e musulmani turchi) a lavorare nei campi di cotone e nelle fabbriche tessili (dalla raccolta del cotone alla confezione dei capi finiti: un completo quanto infernale ciclo produttivo) in condizioni di totale schiavitù. Il Partito Capitalista Cinese ovviamente nega tutto, e parla di «scuole di formazione professionale», di «campi di rieducazione» (basata sul verbo di Mao secondo l’interpretazione di Xi Jinping) e di «riduzione della povertà». Chi ha letto 1984 di George Orwell, conosce i principi della neolingua, i quali trovano una loro puntuale e sistematica applicazione soprattutto (ma non solo) nei regimi totalitari.

«Secondo gli analisti dell’ASPI International Cyber Policy Centre, ben 80mila cittadini di etnia uigura negli ultimi tre anni sarebbero stati spostati e costretti a operare nelle linee di produzione di fabbriche sparse per tutta la nazione. Verrebbero inoltre sottoposti a “ricondizionamento” coatto, compiuto tramite controllo politico, sorveglianza digitale, rieducazione e, appunto, il lavoro» (DolceVita). Forse il lavoro non rende liberi, come promettevano i nazisti, ma probabilmente può “rieducare” le persone mettendole al servizio, ad esempio, del “socialismo con caratteristiche cinesi”.

«Fino al 2019, 83 aziende straniere e cinesi avrebbero beneficiato direttamente o indirettamente dell’uso di lavoratori uiguri al di fuori dello Xinjiang attraverso programmi di trasferimento . Di queste, quasi un quarto è nel settore tessile. Nomi celebri e molto amati da sportivi e giovani: Abercrombie & Fitch, Adidas, Calvin Klein, Cerruti 1881, Fila, Gap, H&M, Jack & Jones, Lacoste, Nike, The North Face, Polo Ralph Lauren, Puma, Skechers, Tommy Hilfiger, Uniqlo, Victoria’s, Secret, Zara, Zegna».

Un mese fa Adrian Zenz, un membro anziano della Victims of Communism Memorial Foundation di Washington, ha lanciato dalla BBC un appello al mondo della moda: «Chiunque abbia a cuore le ragioni dell’etica deve guardare allo Xinjiang, che rappresenta l’85% del cotone cinese e il 20% di quello mondiale, e dire: no, non possiamo più farlo». Ma il Capitale, in Cina come nel resto di questo capitalistico mondo, ha a cuore solo le ragioni del profitto, e non potrebbe essere diversamente. Si calcola che «Un capo di abbigliamento su cinque, in tutto il mondo, è macchiato dal colore del lavoro forzato» (Collettiva.it). Si tratta del colore del Capitale nella sua espressione più brutale e disumana. In realtà il lavoro forzato non macchia nemmeno le coscienze dei buoni di spirito, mentre ovviamente arricchisce chi lo sfrutta – magari “a sua insaputa”…

«I lavoratori forzati nella regione uigura – aggiunge Scott Nova del Worker Rights Consortium – si trovano ad affrontare violente ritorsioni se dicono la verità sulla loro situazione». Sempre a calunniare il grande Partito Capitalista Cinese e uno straordinario Paese che si avvia a passo spedito (si parla del 2028) verso il primato capitalistico mondiale!

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2 pensieri su “Accade nella Cina capitalista. IL LAVORO FORZATO NON MACCHIA, ARRICCHISCE

  1. XINJIANG. ROTTAMATE LE “MACCHINE PER BAMBINI”…

    «”Vogliono distruggerci come popolo“, dice Alla Omirzakh, uigura, moglie nullatenente di un fruttivendolo detenuto in carcere» (Etnie).

    Dopo Trump, tocca a Xi Jinping? «Twitter blocca account ambasciata cinese in Usa dopo commenti su uiguri. L’account della rappresentanza diplomatica cinese aveva pubblicato un post affermando che le donne di etnia uigura non erano più “macchine per bambini”, citando uno studio del quotidiano statale China Daily» (Il Sole 24 Ore). Potenza delle “Piattaforme digitali”! Si tratta anche di un segnale lanciato a Pechino dalla nuova Amministrazione USA? Qui però intendo solo richiamare l’attenzione sull’odiosa propaganda cinese ai danni degli uiguri, di cui ho parlato qualche giorno fa.

    Cito da Etnie, 2 luglio 2020:

    «Il governo cinese sta adottando misure draconiane per ridurre i tassi di natalità tra gli uighur e altre minoranze etniche nell’ambito di una vasta campagna per contenere la popolazione musulmana, anche se nel contempo incoraggia parte della maggioranza han del Paese ad avere più figli. Un’inchiesta estremamente approfondita della Associated Press rivela che il controllo forzato delle nascite è assai più diffuso e sistematico di quanto si sospettasse: la campagna degli ultimi quattro anni nell’estremo ovest dello Xinjiang sta portando a quello che alcuni esperti chiamano ormai “genocidio demografico”. Lo Stato sottopone regolarmente le donne minoritarie a controlli di gravidanza, imponendo i dispositivi intrauterini (IUD), la sterilizzazione e persino l’aborto a centinaia di migliaia, come dimostrano le interviste e i dati raccolti da AP. Di fatto, il ricorso a IUD e sterilizzazione, in diminuzione a livello nazionale, sta invece crescendo rapidamente nello Xinjiang.

    Alle misure di controllo della popolazione si affianca la detenzione di massa, sia come minaccia sia come punizione per il mancato rispetto delle norme. Avere troppi figli è una delle ragioni principali per cui si finisce nei campi di detenzione, con i genitori di tre o più bambini strappati alle loro famiglie (a meno che non riescano a pagare multe spropositate). La polizia fa irruzione nelle case, atterrendo madri e padri mentre le perquisiscono alla ricerca di bambini nascosti…
    Il risultato della campagna per il controllo delle nascite è un clima di terrore alla prospettiva di avere figli, come salta fuori un’intervista dopo l’altra. Il tasso di natalità nelle regioni a maggioranza uighur di Hotan e Kashgar è precipitato di oltre il 60% dal 2015 al 2018, ultimo anno disponibile nelle statistiche governative. In tutta la regione dello Xinjiang, i tassi di natalità continuano a diminuire, scendendo di quasi il 24% lo scorso anno rispetto al 4,2% nazionale.

    Le statistiche cinesi sulla salute mostrano anche un boom di sterilizzazioni nello Xinjiang. I documenti di bilancio ottenuti da Zenz indicano che dal 2016 il governo dello Xinjiang ha iniziato a pompare decine di milioni di euro in un programma di controllo chirurgico delle nascite e incentivi in denaro alle donne per farsi sterilizzare. Mentre i tassi di sterilizzazione sono crollati nel resto del Paese, nello Xinjiang sono aumentati di sette volte dal 2016 al 2018, superando i 60.000 interventi».

  2. Pingback: IL MONDO “CAPOVOLTO” DEL WORLD ECONOMIC FORUM | Sebastiano Isaia

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