L’INTELLIGENZA DEL VIRUS…

Infinite forme bellissime e meravigliose
si sono evolute e continuano a evolversi.
C. Darwin

Variante americana (in realtà dal marzo 2020 se ne contano almeno due: D614G e B.1.526), variante inglese, variante brasiliana, variante sudafricana, ecc.: quale variante del ceppo originario (cinese?) del Coronavirus è più intelligente? Vallo a sapere! Ho anche letto e ascoltato da virologi di “chiara fama” che le varianti virali sono certamente più infettive rispetto al ceppo originario, ma quasi sempre sono anche meno letali, perché in linea di principio un virus «non ha alcun interesse» a uccidere l’ospite che lo nutre e lo fa prosperare.

Insomma, ascoltando molti virologi, infettivologi, immunologi e affini, cioè le celebrità di questo pessimo tempo, l’ignorante della materia virale (eccomi!) è portato a credere che i virus possano contare su un’invidiabile intelligenza e su una ancor più ammirevole volontà di potenza – proprio nell’accezione nietzschiana (e anche spinoziana: «Poter esistere è potenza») del concetto!

«Abbiamo a che fare con un virus estremamente intelligente che diversifica continuamente le sue strategie di sopravvivenza adeguandole alle risposte immunitarie della sua vittima»: mi è capitato molte volte di ascoltare e di leggere simili asserzioni. A dire il vero alcuni esperti della rognosissima materia attribuiscono la grande capacità di adattamento del virus all’ospite non a una sua particolare intelligenza, ma al contrario alla sua spiccatissima stupidità, la quale si rivelerebbe essere la sua autentica carta vincente. Così la pensa ad esempio Roberto Burioni [1]: «Insomma, un virus è stupidissimo e fa un enorme numero di errori, ma ha un asso nella manica: il mondo esterno gli seleziona quelli che sono utili per la sua replicazione, e butta via gli altri. Il virus è come un incapace giocatore di scacchi che fa tutte le mosse possibili su un numero altissimo di scacchiere; poi però arriva un maestro bravissimo che butta via tutte le scacchiere, tranne quella in cui ha fatto la mossa migliore. In queste condizioni, anche se non si sa giocare a scacchi è più facile vincere!» (Mediclfacts). La stupidità messa al servizio della sopravvivenza: geniale! Il grande Hegel avrebbe – forse – chiosato: «È l’astuzia del virus, bellezza!». Ma questo disegno intelligente, questo sopraffino quanto astuto (dialettico!) modo di costruire le strategie di sopravvivenza è da attribuirsi al virus in quanto tale, o non piuttosto alle Leggi della Natura che presiedono al processo naturale considerato nella sua ricca e complessa totalità (planetaria, cosmica, universale)? Oppure, ed ecco il mio assillo, si tratta di nostre mere proiezioni concettuali, di un nostro più o meno maldestro tentativo di razionalizzare ciò di cui ci sfugge l’intima ragione? L’umanizzazione (antropomorfismo) dei fenomeni naturali è forse stata la prima forma di “razionalizzazione scientifica” praticata dalla comunità umana, e quindi non bisogna accostarsi alla “problematica” qui confusamente evocata con altezzosità scientista, ma piuttosto con l’umiltà di chi desidera capire ciò che ci accade senza pregiudizi e con autentico spirito critico.

Seguendo soprattutto lo scienziato cha ama la divulgazione (che non raramente smotta nella più crassa delle volgarizzazioni), spesso è difficile capire dove finisce il ragionamento analogico e metaforico messo al servizio di quell’eccellente causa, e dove inizia la vera e propria teoria (concezione) dei processi naturali. Sorge perfino il sospetto che ciò che dovrebbe essere solo un’analogia, un modo di parlare per metafore a beneficio dei non addetti ai lavori, sia in realtà l’essenza del pensiero scientifico coltivato dal divulgatore.

Ora, per quel poco che ho letto – e capito – su ciò che riguarda la dinamica dell’evoluzione animale e vegetale, non sono l’intelligenza e la volontà che presiedono ai mutamenti dei viventi, ma molto più semplicemente e più spesso di quanto si creda, la casualità, l’accidentalità. Il concetto di casualità, beninteso, non rimanda affatto a un evento del tutto privo di cause, com’è ovvio (e come sapeva Spinoza: «Di ciascuna cosa esistente ci dev’essere necessariamente una causa determinata in virtù della quale essa esiste» [2]), ma piuttosto a qualcosa che si dà al di là di una puntuale e riconoscibile necessità. Ad esempio, una mutazione genetica è – ci appare – casuale quando essa non deriva da una risposta coerente di un organismo vivente ai problemi posti dall’ambiente esterno, risposta adattiva che trova una corrispondenza nel patrimonio genetico dell’organismo. Nel caso della mutazione casuale sarà invece il meccanismo della selezione naturale a determinare il successo o meno dell’organismo mutato; mutazione che, come osservò Darwin, di solito si conserva quando apporta un miglioramento alla specie, quando si dimostra a essa utile, mentre viene eliminata nell’arco di qualche generazione nel caso contrario. Il più adatto (non il più forte) sopravvive e prospera, il meno adatto si estingue più o meno rapidamente.  Le mutazioni si introducono nel patrimonio genetico di una specie del tutto casualmente: la selezione naturale fa il resto. Secondo un Piano? Ma non scherziamo! Mi correggo: personalmente non penso che ci sia un Piano di qualche tipo, ma un processo oggettivo di cui noi legittimamente cerchiamo di afferrare il senso.

Soprattutto i microrganismi vanno incontro a rapide mutazioni, più o meno significative, a causa della loro struttura biologica estremamente elementare e alla loro incredibile velocità di replicazione [3]. Se nel processo di replicazione del patrimonio genetico qualcosa va storto, per così dire, assistiamo alla mutazione genetica di una cellula, di un virus, di un batterio, eccetera. Se, ad esempio, il virus mutato casualmente mostra di possedere una maggiore infettività e una maggiore capacità di adattamento a determinate condizioni biologiche (un corpo animale di qualche tipo) rispetto al virus di partenza, è ovvio che nel giro di qualche tempo il virus modificato soppianterà, in tutto o in larga parte, il ceppo virale originario, e così via, lungo una catena di modificazioni del tutto casuali. Siamo noi che razionalizziamo questo processo naturale come «intelligente strategia di adattamento del virus», rendendo operativo una concettualizzazione del reale non molto dissimile dal modo di pensare mitologico. D’altra parte, il pensiero mitologico fu il primo sofisticato tentativo umano di dare un senso ai fenomeni naturali e sociali.

Gli organismi complessi sono dotati di un sistema di feedback proteico che controlla la delicata operazione di sintesi degli acidi nucleici, in modo da “correggere” eventuali errori nella replicazione genetica, o di restringerli a un numero molto limitato, tale che la quantità degli errori non generi un – hegeliano – salto qualitativo. Gli scienziati chiamano questa attività di controllo «correzione delle bozze» (proof-reading). Soprattutto per questo gli organismi cosiddetti superiori mutano con estrema lentezza, vantano per così dire una grande inerzia genetica, mentre scendendo nella scala della complessità bio-strutturale cresce esponenzialmente la velocità di replicazione e, quindi, di “errore”.

«Il virus non ha alcun interesse a uccidere l’ospite»: ma le cose non stanno affatto così! Semplicemente accade che il ceppo che annienta l’ospite molto rapidamente altrettanto rapidamente si estingue, mentre quello che lo lascia – di fatto, “oggettivamente”, non in virtù di una scelta – in vita più a lungo si conserva nel tempo. È quello che ad esempio è accaduto all’HIV, che oggi sopravvive come specie virale soprattutto nei suoi ceppi – relativamente – meno virulenti e in grado di adattarsi continuamente al processo di cronicizzazione della malattia a essi associata (AIDS) realizzato dai farmaci. Questo feedback da parte del virus, che si sostanzia in una sempre più rapida moltiplicazione (che fa aumentare le probabilità di un virtuoso “errore”) non ha nulla che si possa anche solo lontanamente definire intelligente – o stupido. L’intelligenza – o stupidità – sta solo dalla parte umana.

Il pensiero di molte persone semplicemente si rifiuta di accettare l’idea che gli effetti profondi e durevoli dovuti alle mutazioni genetiche possono avere come loro causa un evento del tutto casuale. Anche quando non si arriva a dargli una formalizzazione nominalistica, un nome e un cognome, in quel modo di concepire la realtà il concetto del Piano Intelligente si affaccia da tutte le parti. Quando Darwin sottopose L’origine della specie (1859) all’attenzione di John Herschel, che egli considerava il suo eroe scientifico, ne ricevette in cambio una dolorosa stroncatura. Soprattutto Herschel liquidò come «legge alla rinfusa» l’idea della variazione spontanea o casuale. «L’obiezione più ostinata di Herschel alla teoria darwiniana era la sua sensazione che nuovi caratteri favorevoli non sarebbero mai potuti apparire dalla semplice variazione casuale. In vari scritti pubblici sostenne che quelle caratteristiche avrebbero sempre richiesto “una mente, un piano, un progetto”, semplicemente, e ovviamente escludendo la visione accidentale della questione e il concorso casuale degli atomi”» [4]. Ad Herschel ripugnava l’idea che si potesse tirare in ballo la casualità in questioni così importanti per l’uomo e per la scienza: che cosa bizzarra! Il “bizzarro” Darwin ovviamente non sapeva nulla di DNA, il portatore dell’informazione genetica, e di RNA, anch’esso coinvolto nella trasmissione del contenuto genetico, ma aveva capito benissimo il meccanismo casualità-selezione che stava alla base delle mutazioni delle specie e che, come oggi sappiamo, chiama in causa la «biochimica delle catene polipeptidiche che formano le proteine che si ripiegano a forma di elica» (James D. Watson). Senza la comprensione del meccanismo darwiniano quella biochimica ci restituisce un semplice dato di fatto, il sostrato biologico di un processo che va in ogni caso spiegato.

La casualità ha avuto nella storia dell’uomo un ruolo importantissimo.  Come sappiamo, molte scoperte (ad esempio in agricoltura o nella farmacopea) hanno avuto un’origine del tutto casuale, e si sono conservate solo perché l’uomo ne ha riconosciuta la bontà. Si deve piuttosto osservare che la casualità non si dà nel vuoto, in un astratto ambiente naturale e sociale, ma come essa debba relazionarsi con qualcosa –  un contesto – concreto, e quindi come ciò che accade per puro caso spesso non rimane privo di conseguenze. In ogni caso, nessun evento rimane privo di conseguenze. Per questo mi pare più interessante riflettere sulle condizioni ambientali (di qualsiasi natura esse siano: naturali o sociali) che fanno da sfondo all’evento casuale, piuttosto che sull’evento in sé, colto nella sua (impossibile) autonomia rispetto alla totalità del reale.

«La generazione di varianti virali contenenti una o più mutazioni rispetto al progenitore è quindi un fatto atteso, scontato e perseguito»[5]. Scontato (per noi) e atteso (da noi), non c’è dubbio; ma «perseguito» da chi?

Perché sentiamo il bisogno di attribuire una volontà e un’intenzione a qualsiasi cosa, o di stabilire un’immediata relazione di causa-effetto anche nei casi in cui è evidente, a uno sguardo solo un po’ più avvertito, che è ridicolo tirare in ballo i concetti di volontà e di causalità? Per renderci più facile la vita? Non posso escluderlo, tutt’altro. Per ragioni di “economia di pensiero”? Probabile. Ma ciò che a mio avviso è importante rilevare, non è tanto l’uso “economico” dei concetti e della logica, cui spesso siamo costretti per ragioni pratiche; quello che ai miei occhi è degno di considerazione è il fatto che a un certo punto perdiamo il controllo dell’operazione “mentale” che eseguiamo, e questo ne causa la fissazione e cristallizzazione nel nostro modo di concettualizzare la realtà e di rapportarci con essa. Lo strumento cessa insomma di essere al nostro servizio e noi stessi ci facciamo, senza averne la minima contezza, a sua immagine e somiglianza: ragionare “economicamente” diventa il solo modo di ragionare che conosciamo, e a questo punto il pensiero critico non trova appigli, e scivola come chi andasse a piedi nudi su una lastra di vetro bagnata posta in verticale: impossibile!

Come si è capito questa breve riflessione ha poco a che fare con i virus o con altre “problematiche” scientifiche in senso stretto, anche perché chi scrive si muove in esse da perfetto ignorante; essa ha piuttosto a che fare con lo sforzo di capire il modo in cui ragioniamo, come noi razionalizziamo la realtà, cosa che il più delle volte facciamo usando acriticamente schemi logici e concettuali che solo ai nostri occhi si mostrano perfettamente in grado di dar conto di ciò che accade intorno a noi. Spesso è sufficiente riflettere un po’ più criticamente del solito sulle parole che usiamo per esprimere i concetti, per renderci conto di quanto sia assurda la nostra razionalizzazione dei fatti: come può un virus essere intelligente, stupido, cattivo e via di seguito? Come può un virus scegliere una strategia di adattamento, di replicazione e di diffusione piuttosto che un’altra? Semplicemente non può.

Per quanto riguarda la natura essenzialmente sociale – tanto nella sua genesi quanto nelle sue conseguenze – della pandemia che ormai da oltre un anno imperversa sul mondo, rimando al PDF Il Virus e la nudità del Dominio.  Detto en passant, dal vaccino russo a quello americano; dal vaccino cubano a quello cinese e così via, sulla nostra pelle si sta giocando una schifosissima partita geopolitica. Ma su questo aspetto della questione ci sarà modo di ritornare.

 

[1] «”A margine del dibattito sull’opportunità o meno dell’obbligo vaccinale si è sviluppata in Italia una più generale discussione su una questione davvero non semplice: la scienza è democratica? È stato soprattutto Roberto Burioni a sostenere presso il grande pubblico una risposta negativa. Secondo il noto scienziato del San Raffaele, “la scienza non è democratica”, perché in ogni suo settore (ad esempio quello dei vaccini) l’opinione degli esperti – una volta verificato il consenso nella comunità scientifica – deve senza incertezze prevalere su quella di chi non ha studiato la materia” (AA. VV., Fake news in ambito medico-scientifico e diritto penale, p. 26, Filodiritto Editore, 2019). Cercherò di criticare questa posizione autoritaria, che postula l’obbligo vaccinale, non dal punto di vista dell’astratta democrazia, del cosiddetto principio di maggioranza, bensì da quello che contesta radicalmente – alla radice – la stessa divisione sociale del lavoro come si configura nella società capitalistica, a cominciare dalla divisione sociale tra lavoro intellettuale e lavoro manuale. L’immunità di gregge che hanno in testa gli scienziati che pensano come Burioni presuppone l’esistenza degli individui come gregge, come massa di individui atomizzati privi di un punto di vista generale sulla società che pure essi stessi riproducono giorno dopo giorno, sempre di nuovo» (Il Virus e la nudità del Dominio, p. 121).
[2] B Spinoza, Etica, p. 69, Fratelli Melita, 1990.
[3] «Batteri e virus possono evolversi in un giorno più di quanto possiamo noi in mille anni. Questo è un handicap ingiusto e grave nella corsa agli armamenti: non possiamo evolvere abbastanza velocemente da sfuggire ai microrganismi. […] Da un punto di vista immunologico, un’epidemia può cambiare drasticamente una popolazione umana» (R. M. Nesse, G. C. Williams, Perché ci ammaliamo. Come la medicina evoluzionista può cambiare la nostra vita, p. 67, Einaudi, 1999).
[4] D. Kingsley Dagli atomi ai caratteri, Le scienze, n. 486, 2009.
[5] Varianti virus, quando un fenomeno naturale e atteso diventa una notizia, Infezioni obiettivo zero, 2021.

4 pensieri su “L’INTELLIGENZA DEL VIRUS…

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