SORVEGLIARE E VACCINARE

paura1

La prima fra le grandi operazioni della disciplina
è dunque la costituzione di “quadri viventi” che
trasformano le moltitudini confuse, inutili o
pericolose in molteplicità ordinate (M. Foucault).

Solo oggi trovo il modo di pubblicare il post che segue. Spero che nel frattempo le considerazioni che vi sono espresse non siano “invecchiate” più del dovuto. Nell’articolo pubblicato ieri sul Domani, Nicola Gardini, «Scrittore, latinista e pittore italiano, autore di romanzi, raccolte di poesia, saggi e traduzioni letterarie», fa della «crisi sanitaria» che stiamo vivendo un problema di linguaggio e di rispetto delle regole del condominio (cioè della natura). «Non siamo i padroni del pianeta in cui abitiamo. L’attuale pandemia questo dovrebbe avercelo ficcato in testa una volta per tutte» (Domani). Giustissimo! Il padrone del pianeta è, infatti, il Moloch chiamato Capitale, il quale ci domina come «una potenza estranea e ostile» (Marx). Ovviamente Gardini la pensa diversamente: «Qui, sulla terra, viviamo da condòmini, ovvero viviamo insieme ad altri viventi, anche invisibili, anche tremendamente microscopici, prossimi e remoti, e il condominio impone regole di buon vicinato. Ignorarlo porta ai disastri che abbiamo sotto gli occhi dall’inizio del 2020, e a tutti gli altri simili. Siamo ancora alle metafore belliche: la guerra, il nemico, l’invasione, l’attacco, la difesa, le armi, le vittime… Perché queste metafore non vanno? Perché non spiegano nulla e perché, come già decenni fa ammoniva Susan Sontag in due saggi ancora fondamentali (Malattia come metafora e l’Aids e le sue metafore, pubblicati nel 1978 e nel 1988), diffondono immagini di odio e di distruzione, che non solo non servono ad affrontare la malattia né praticamente né intellettualmente, ma propagandano pure una visione esiziale, imperialistica della realtà e dei rapporti». Si tratta di vedere se e quanto quella «visione esiziale, imperialistica della realtà e dei rapporti» corrisponde al reale processo sociale.

Vignetta pensata per l’HIV.

Con i miei diversi scritti sulla pandemia ho cercato di sollecitare nei lettori una riflessione sul suo significato sociale, tanto per ciò che riguarda la sua genesi, quanto per ciò che concerne le sue conseguenze su diversi e fondamentali aspetti della vita sociale. Ho considerato anche la questione vaccinale da questa particolare prospettiva, tralasciando di considerare, anche per ragioni di incompetenza specifica (sebbene in questi mesi anch’io ho acquisito una discreta cultura in fatto di virus e di vaccini!), gli aspetti riguardanti l’efficacia e la necessità della profilassi vaccinale, i quali sono  invece della massima importanza per i decisori politici e per i loro “comitati scientifici”, ossia per chi è chiamato a governare “positivamente” la crisi sociale mondiale che chiamiamo pandemia.

Qui è solo il caso di ricordare il trattamento da gregge che ci riserva la classe dirigente di questo Paese per ciò che concerne lo stato della pandemia e le cure più efficaci contro il suo dilagare. Ai bravi cittadini è concesso solo di assistere, sempre più confusi e sconcertati, al miserrimo spettacolo messo in scena dai politici e dagli “esperti”, i quali quasi sempre dicono oggi una cosa, e domani il suo contrario, nello sforzo di bilanciare diverse e spesso opposte esigenze nel seno di una contingenza sociale che perlopiù sfugge loro di mano. Politici ed “esperti” possono sempre accusarsi vicendevolmente in caso di errori e contraddizioni, in un gioco di italico “scaricabarile” che naturalmente disorienta l’opinione pubblica. Chi timidamente avanza qualche dubbio su quanto afferma il “mitico” Comitato Scientifico (peraltro totalmente asservito agli interessi della politica) deve mettere in conto il rischio di venir tacciato di “negazionismo”, se non peggio. Perfino un’autorità scientifica del calibro del Premio Nobel Luc Montagnier ha dovuto subire l’odioso trattamento dei Sacerdoti della Verità Ufficiale solo per aver osato mettere in luce gli aspetti negativi o semplicemente problematici della pratica vaccinale.

La verità è che nostro malgrado stiamo recitando il ruolo di cavie nella sperimentazione clinica più gigantesca della storia. La società come laboratorio a cielo aperto: è la cifra di questi tempi fin troppo “interessanti”.

La mia posizione contro l’obbligo vaccinale (non contro la vaccinazione individualmente considerata: chi scrive, ad esempio, molto probabilmente “sceglierà” di vaccinarsi) e contro le discriminazioni connesse al rifiuto di vaccinarsi (per qualsiasi motivo) ha dunque a che fare con tale profilassi in quanto pratica sociale  specifica che si inscrive appunto nella gestione della crisi (e del rischio associato al conflitto sociale sempre latente) che fa capo a chi è al servizio dello status quo sociale: politici, intellettuali, sindacalisti, giornalisti, scienziati, artisti e quant’altro.

Compito dell’anticapitalista non è, a mio avviso, quello di sbugiardare le numerose quanto ridicole sciocchezze propalate dai cosiddetti negazionisti in materia di virus e di vaccini (per non parlare dei complottisti) (1), attività che invece tanto piace a chi, impigliato in rattrappite illusioni illuministiche, ci tiene a far sapere al mondo di saperla assai lunga in fatto di scienza, di cultura, di buonsenso e di “responsabilità sociale”; compito dell’anticapitalista è invece quello di addossare la responsabilità di questa crisi, e la stessa irrazionalità che sgorga da ogni poro della vita sociale, a questa società, demistificando la “narrazione” che di essa fanno i politici e gli scienziati al loro servizio. Si tratta insomma di assumere anche nei confronti della profilassi vaccinale un atteggiamento negativo, critico, disfattista, di non collaborazione, e sotto questo aspetto credo che abbia ragione chi considera la pandemia alla stregua di una guerra che va affrontata come tale (2). Si tratta, beninteso e come ho scritto altrove, della guerra che questa società disumana dominata dal rapporto sociale capitalistico muove ogni giorno all’umanità, in generale, e alle classi subalterne in particolare. La cosiddetta crisi sanitaria (che è crisi sociale tout court) si inscrive nel quadro della più generale guerra sistemica (economica, tecnologica, scientifica, geopolitica, ideologica) tra Paesi e tra poli imperialistici concorrenti: Stati Uniti, Unione Europea, Cina, Russia.

Per questo la “vecchia” parola d’ordine Trasformare la guerra del Capitale in guerra di classe rivoluzionaria è più attuale che mai, nonostante la sua traduzione pratica (politica) sia più che mai inattuale – “paradosso” che concettualizzo come tragedia dei nostri tempi.

Naturalmente chi confida nelle istituzioni democratiche di questo Paese non può essere d’accordo con la tesi qui sostenuta e non può che stigmatizzare la retorica del «Siamo in guerra»: «Sarebbe ora che le istituzioni si rendessero conto che le parole sono davvero importanti e bisogna usarle nel modo corretto [sic!]. La gravità di questa affermazione risiede soprattutto nel fatto che, ad averla pronunciata, non è una persona qualunque in una conversazione con gli amici (un tempo si chiamavano “chiacchiere da bar”, quando esistevano ancora) ma un esponente [si tratta di Fabrizio Curcio, capo della Protezione Civile] delle istituzioni durante un discorso ai cittadini e ai media. Il presunto “stato di guerra” serve solo a colpevolizzare ancora di più i cittadini e a far cessare, di colpo, tutte le prerogative di una democrazia perché, in “guerra”, tutti i diritti vengono meno. Inutile anche ricordare nuovamente che le guerre le scatenano gli esseri umani e non certo i virus» (Codice Rosso). E infatti, come detto, si tratta di una guerra sociale (capitalistica, non genericamente “umana”), non di una guerra “naturale”. È vero che la retorica del «Siamo in guerra» serve anche a «colpevolizzare ancora di più i cittadini» eccetera, ma questo nulla toglie alla natura violenta della crisi sociale in corso, che a mio avviso non si combatte facendo ricorso a «tutte le prerogative di una democrazia» (capitalistica), ma promuovendo soprattutto tra le classi subalterne un punto di vista politicamente autonomo e antagonista nei confronti del sistema sociale capitalistico considerato nel suo insieme. Ma capisco che questo discorso non può trovare il consenso di chi nutre fiducia nei confronti delle istituzioni di questo Paese.

La mia contrarietà all’obbligo vaccinale non ha dunque niente a che fare con l’articolo 32 della Costituzione – Capitalistica – Italiana, peraltro facilmente aggirabile e già più volte aggirato (3) – e che si appresta ad essere quanto prima, forse già oggi stesso, “reinterpretato” in chiave obbligazionista. L’obbligo alla vaccinazione si affermerà di fatto (e per certe attività lavorative anche di Diritto): se vuoi lavorare, viaggiare e quant’altro sarai costretto a vaccinarti, senza contare il rischio del contagio sempre incombente; non dimentichiamo che diverse categorie di lavoratori (pensiamo alla logistica, alla grande distribuzione, al servizio alle persone, eccetera) hanno richiesto invano di essere vaccinati con assoluta priorità, e non si è certo trattata di una richiesta fatta a cuor leggero e fiorita sul terreno del libero arbitrio. Non per questo a mio avviso deve venire meno la contrarietà all’obbligo vaccinale stabilito per legge, contrarietà che dovrà naturalmente esprimersi nei modi oggi consentiti all’anticapitalista dalla pessima situazione sociale, e cioè essenzialmente attraverso la denuncia del carattere capitalistico della crisi sociale in corso, carattere che, come detto, investe ovviamente anche la profilassi vaccinale, che non è qualcosa che sorride alla nostra umanità e alla nostra salute, secondo la propaganda di regime (nella vasta accezione prima declinata), ma una prassi che ci tocca subire per sopravvivere. Anche l’impossibilità di un’autentica scelta (se non ti vaccini sei socialmente discriminato, escluso di fatto da moltissime attività, e questo discorso vale per molte altre nostre cosiddette “scelte obbligate”: lavorare, consumare merci e via di seguito) deve diventare un importante tema di critica sociale.

In questo contesto, parlare di un «obbligo etico» alla vaccinazione significa fare dell’ideologia, significa di fatto promuovere un pensiero apologetico nei confronti di una società che nega in radice un’autentica umanità e una vera libertà.

Le solite anime belle (soprattutto quelle ispirate dal Verbo del Compagno Papa) credevano, o almeno speravano, che durante la crisi pandemica la pessima “logica del profitto” sarebbe stata sospesa, o quantomeno assai ridimensionata nelle sue disumane pretese. Non alludo solo alla scottante questione vaccinale, ma anche a tutte le merci in qualche modo associate alla profilassi antivirale e alla “sanificazione” di luoghi, di persone e di cose. Ma ecco che non passa giorno senza che questi personaggi dalla facile indignazione ricevano dure lezioni di realismo dal processo capitalistico di produzione di “beni e servizi”. Altro che sospensione della “logica del profitto”! Né, tanto meno, è stata sospesa o attenuata la “logica dell’imperialismo”, che infatti marcia a pieno regime sotto la rubrica “Geopolitica dei vaccini” (4).

Qualche giorno fa Mario Draghi ha voluto ricordare quanto sia, al contempo, vitale e fragile la catena mondiale del valore che rende possibile la produzione e la commercializzazione dei vaccini antiCovid-19, cosa che dimostra, secondo il Presidente del Consiglio, quanto sia urgente una più rapida e forte integrazione sistemica (dal bilancio comunitario alla difesa comune) dei Paesi che fanno parte dell’Unione Europea, un’entità forte economicamente ma debolissima sul piano politico. Per Draghi il vecchio asse franco-tedesco ha fatto il suo tempo – e soprattutto indebolisce la posizione italiana. Una preoccupazione che nemmeno sfiora il disfattista che scrive.

Quantomeno va riconosciuta a Boris Johnson, apologeta dell’avidità capitalistica (e della smithiana astuzia della ragione capitalistica) un minimo di sincerità! «Qualcuno potrebbe dire “evviva la sincerità”, a commento delle dichiarazioni rilasciate da Boris Johnson» (Fanpage); ma se lo facesse, questo eroico qualcuno presterebbe il fianco alle indignate critiche delle anime belle di cui sopra. E infatti il Premier britannico «si è scusato per la gaffe trapelata alla stampa, spiegando di stare scherzando. Ma le sue parole, prese di peso da “Wall Street” di Oliver Stone, rischiano di far peggiorare ancora di più i rapporti tra Londra e Bruxelles» (Il Messaggero). Ce ne faremo una ragione! Presentare il capitalismo anglosassone come il modello capitalistico vincente in questa delicatissima fase storica, di certo non ha fatto piacere alla concorrenza continentale.

La verità sulla natura del capitalismo irrita e indigna il progressista, il quale ha bisogno di credere nel primato della politica e nella possibilità di un “capitalismo dal volto umano” (attraverso l’eliminazione dei “lati cattivi” del vigente regime sociale: sic!), per continuare a vendere con un certo entusiasmo, e con una certa credibilità, la sua escrementizia merce politico-ideologica.

I teorici della crisi pandemica come ricercata strategia intesa a stringere ancora più fortemente i bulloni del controllo sociale, negano l’evidenza di una società che la classe dominante controllava benissimo, attraverso i suoi molteplici funzionari (politici, intellettuali, scienziati, sindacalisti, ecc.), anche prima della situazione creata dalla pandemia. Non c’era nessuna “controrivoluzione preventiva” da mettere in piedi, nessuna opposizione politica o sociale da tacitare, in Occidente come in Oriente, a Nord come a Sud. Nei Paesi occidentali l’uso della democrazia bastava a controllare e a orientare il gregge dei cittadini-lavoratori-consumatori-elettori. I capitalisti del resto preferiscono la “normalità” all’eccezionalità perché la “pace sociale” garantisce loro affari più sicuri, certi e fluidi: quali interessi avevano essi nel realizzare le condizioni dell’instabilità sociale e della crisi economica? Si dice: ma non tutti i capitalisti hanno perso, molti hanno invece guadagnato dalla crisi sociale che chiamiamo pandemia. Verissimo! Ma questo non prova affatto che i vincenti di oggi hanno creato a tavolino le condizione del loro successo ai danni degli altri, dei perdenti. Abbiamo visto come la vicenda della portacontainer Ever Given nel Canale di Suez (5) ha fatto immediatamente salire il prezzo del petrolio: è sufficiente questo fatto indiscutibile a rendere credibile l’ipotesi di un complotto ordito dai “petrolieri”?

Sempre nelle crisi economico-sociali accade che molti perdano per la felicità dei pochi che invece traggono vantaggio dalla pessima situazione generale: è nella natura del processo sociale capitalistico che ciò accada, e questo prescinde da qualsivoglia volontà. Come spiega Marx, è soprattutto durante le crisi economiche devastanti che il processo di concentrazione/centralizzazione del capitale subisce brusche accelerazioni, lasciando sul terreno della competizione molte vittime. Le crisi sociali accelerano alcune tendenze “strutturali” (vedi, ad esempio, l’organizzazione del lavoro complessivamente considerata e il controllo sempre più invasivo e capillare degli umani: gli intellettuali raffinati parlano di biopolitica) e “sovrastrutturali” (vedi assetto politico-istituzionale), mentre ne indeboliscono e rallentano altre. Come diceva Old Nick, è il processo di produzione a padroneggiare sugli esseri umani, non viceversa. Come esseri umani noi non controlliamo un bel nulla (mi riferisco ovviamente a ciò che è vitale e che determina la natura di una società); siamo in balìa di potenze sociali che non controlliamo pur avendole noi stessi create sul fondamento di peculiari presupposti storico-sociali.

Credere che le multinazionali del vaccino e delle piattaforme “intelligenti” abbiano preparato la crisi pandemica in combutta con altri e non meglio specificati “poteri forti” (e tra questi ovviamente bisogna sempre infilare qualche ebreo!) è semplicemente ridicolo, infantile, caricaturale, tipico di chi non ha nemmeno la più lontana idea di come funzioni la società capitalistica, la quale, essa sì, è artefice del complotto di cui tutti noi siamo vittima ogni giorno che il Moloch chiamato Capitale manda in Terra.

(1) «Premetto di avere fiducia nella magistratura. In ogni caso, leggo uno spettacolare pezzo di Luciano Capone sul Foglio nel quale si dà notizia della prefazione apposta dal procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, a un libro secondo cui il Covid è un complotto mondiale concertato da Bill Gates, Soros, Rockfeller (uno dei tanti) in combutta con le industrie farmaceutiche e i vertici massimi del Vaticano. Nella tesi dei due autori di Strage di Stato – il libro introdotto da Gratteri – il Covid è un virus ridicolo, non ha ucciso nessuno, i vaccini sono acqua di fogna, e il grande inganno dipende dagli ebrei che comandano in tutto il mondo. La falsa pandemia, insegnano gli illustri saggisti, è lo strumento per realizzare un colpo di stato globale e trasformare l’uomo in Ogm, o in cyborg governato dall’algoritmo, e nella contesa si fronteggiano Figli della Luce e Figli delle Tenebre» (M. Feltri, La Stampa). Io sono rimasto, e mi scuso per l’ignoranza, ai Figli delle Stelle di Alan Sorrenti. Come si vede, l’antisemitismo trova sempre il modo di manifestarsi.
(2) Il Generale F. P. Figliuolo, capo della Protezione Civile che di guerre se ne intende, non fa che ripetere questo elementare concetto: «Siamo in guerra, servono norme da guerra». E qualcuno cerca di tirarne le estreme conseguenze: «Non vaccinarsi vuol dire essere imboscati, come in una guerra. A suo tempo i soldati venivano fucilati sul posto se non andavano alla guerra, era un meccanismo trucido e devastante». Ma legittimo e, soprattutto, efficace, mi permetto di aggiungere interpretando – forse in maniera forzata – il pensiero di Fabrizio Pregliasco, virologo dell’università degli Studi di Milano e autore della riflessione appena riportata.
(3) Scrive Giovanni Maria Flick, ex Presidente della Corte Costituzionale ed ex Ministro della Giustizia: «La Costituzione è stata scritta quando si era appena usciti dalla tragedia degli esperimenti pseudoscientifici nazisti, dalla soppressione dei disabili. Su questi temi era ovvio che ci fosse una sensibilità particolare. Ma recentemente per due volte, nel 2017 e nel 2018, la Consulta ha stabilito che dalla raccomandazione del vaccino si può passare all’obbligo quando serve a tutelare la collettività. É indubitabile che oggi la situazione sia questa, quindi l’obbligo ci sta, il problema semmai sono le sanzioni. Una persona che non accetta il vaccino può non essere ritenuta in condizioni di svolgere attività che svolgeva prima, per esempio a contatto con i malati o gli anziani. Vanno previste sanzioni specifiche che possono portare a una modifica del rapporto di lavoro o alla sua cessazione se non c’è la possibilità di adire il dipendente a altre mansioni. Tutti i timori sono legittimi ma la collettività e lo Stato a un certo punto hanno il diritto di accettare le conclusioni cui è arrivata la scienza. E le conclusioni della scienza dicono che il vaccino è assolutamente necessario, non ha conseguenze dannose per l individuo salvo casi eccezionali ed è l’unico modo per combattere questa pandemia» (Il Giornale). Questo post è stato scritto il 31 Marzo. Il primo aprile leggevo: «Gli operatori sanitari no vax più ortodossi rischiano di rimanere senza stipendio per otto mesi. L’obbligo di vaccinazione anti-Covid, per loro, adesso è legge. Per tutte le professioni sanitarie, anche per i farmacisti, le parafarmacie, gli studi privati. Chi si rifiuta deve essere spostato a svolgere un lavoro che non preveda il contatto interpersonale o comporti il rischio di diffusione del contagio, anche se si tratta di una “mansione inferiore”, con uno stipendio più basso. Quando lo spostamento non è possibile, scatta la sospensione dal servizio, durante la quale “non è dovuta la retribuzione, altro compenso o emolumento”. Uno stop che può durare finché l’interessato non si vaccina o fino al termine della campagna vaccinale nazionale, «comunque non oltre il 31 dicembre 2021» (La Stampa, 1 Aprile 2021).
(4) «Sono gli Usa e la Gran Bretagna i Paesi che hanno per ora il primato della diffusione dei vaccini tra tutti gli Stati del mondo. A fronteggiarsi nel FarmaRisiko, dove le superpotenze stanno riscrivendo gli equilibri della geopolitica, al momento ci sono anche la Cina, la Russia e l’India. Con tre vaccini in campo, gli Usa sono la vera superpotenza. Sono partiti per tempo, forti di cospicui finanziamenti pubblici e privati e dei migliori ricercatori, individuati anche fuori dai propri confini. […] Sono molti i Paesi con regimi autoritari che hanno scelto il vaccino russo: Algeria e Tunisia, Iran e Venezuela. È presente anche in Argentina, Bolivia e Paraguay. L’Italia è l’unico Paese europeo che ha siglato un accordo per la produzione di dieci milioni di dosi di Sputnik. […] Turchia, Egitto, Ungheria: basterebbero questi tre Stati, che hanno accolto i vaccini cinesi SinoPharm e SinoVac, a dare la misura di come la Cina si muova offrendo alleanze a Paesi-chiave in quadranti strategici. In Sud America le esportazioni riguardano colossi come Argentina, Brasile e Perù. Nella propria area ha conquistato le Filippine, in rotta con l’ alleato Usa per non avere avuto le dosi promesse di Pfizer-BioNTech, e l’Indonesia, altro partner Usa deluso, accanto a Thailandia, Laos e Cambogia. L’offensiva è tale che Stati Uniti e Giappone sono pronti a finanziare un miliardo di dosi, da produrre in India e far distribuire dall’Australia in tutto il Sud-Est asiatico. L’India ha elaborato un paio di vaccini con cui sta mettendo in sicurezza la propria popolazione (1,3 miliardi di abitanti) ma produce il 60% dei vaccini distribuiti nel mondo, in particolare AstraZeneca. Questo ne fa una potenza sullo scacchiere dei vaccini. Per lo stesso principio, il fatto che la Cina produca la maggior parte delle molecole e dei principi attivi e che gli Usa monopolizzino il settore dei bioreattori e dei materiali plastici necessari per i vaccini, spiega perché una loro torsione autarchica sarebbe foriera di seri problemi soprattutto per l’incauta Europa» (A. Baccaro, Il Corriere della Sera).
Commenta abbastanza sconsolato l’europeista Federico Fubini: «Questo stato di debolezza obbliga noi europei a chiederci non tanto perché,l’estate scorsa, abbiamo negoziato così male con Pfizer o AstraZeneca. C’è una domanda più seria: perché non abbiamo sviluppato vaccini completamente nostri? Un’economia avanzata da 13 mila miliardi di euro, con un’industria del farmaco da quasi duecento miliardi di fatturato l’anno, non ce l’ha fatta. Ci sono riuscite le altre grandi piattaforme globali — Stati Uniti, Cina, Gran Bretagna, Russia — ma noi no. La tedesca BioNTech ha finito per collaborare con l’americana Pfizer, per sviluppare la propria invenzione. La Irbm di Pomezia ha contribuito al progetto di Oxford ma il governo italiano di Giuseppe Conte, molto generoso con aziende obsolete come Alitalia o Ilva, non ha messo un euro per affiancare Boris Johnson. Anche in Francia l’Istituto Louis Pasteur e Sanofi sono in ritardo, per ora. Così noi europei ora ci vantiamo di aver esportato 77 milioni di dosi, ma la realtà è che ci siamo ridotti al rango di trasformatori di prodotti altrui. Le nostre minacce di embargo sono velleitarie, perché siamo terzisti. Non siamo audaci. Vent’anni fa l’industria farmaceutica americana investiva due o tre miliardi all’anno più di quella europea in ricerca e sviluppo, ma alla vigilia della pandemia ne investiva già venti di più. Non siamo audaci in un secolo in cui i grandi choc globali, la rivalità con la Cina e la corsa delle tecnologie richiedono capacità di innovazione radicale. Noi invece preferiamo ancora gli aggiustamenti incrementali. Non è un caso se fra le prime diciotto aziende tecnologiche per fatturato al mondo ce ne sono nove americane, tre cinesi, tre giapponesi, due coreane, una di Taiwan, ma non una europea. […] Se la pandemia fosse una guerra, noi europei la staremmo perdendo. Ma non lo è. È una (durissima) lezione. Riflettiamoci su» (Il Corriere della Sera). Chi scrive ci riflette anche la notte!
(5) «Suez: la notizia della fine della globalizzazione è grandemente esagerata» (Istituto Bruno Leoni). Ancora più esagerata mi è parsa la notizia, circolata sempre nei giorni della “crisi di Suez”, della fine del Capitalismo, del suo definitivo insabbiamento, così bene esemplificato dalla mostruosa nave. Nemmeno il più fanatico sostenitore del sistema capitalistico ha mai sostenuto la tesi del Capitalismo perfetto, che non conosce battute d’arresto, contraddizioni, crisi e magagne sociali d’ogni genere, soprattutto nella sua fase di piena globalizzazione, ed è per questo che egli ha buon gioco “dialettico” nei confronti dei catastrofisti ideologici, i quali vedono la metafora della «fine del capitalismo» praticamente in ogni contraddizione sociale, non sapendo che il capitalismo stesso già come concetto è contraddizione sociale dispiegata. La fine del capitalismo è nelle mani delle classi subalterne e in quelle di chi vuole farla finita con questa catastrofica società. Anziché punzecchiare il sostenitore del capitalismo come migliore dei mondi possibili architettando improbabili metafore, l’anticapitalista farebbe meglio a valutare nel modo più corretto la dialettica del processo sociale, a partire dalla tragedia dei nostri tempi evocata sopra. Può anche essere che il capitalismo sia «nella sua fase terminale», come da decenni leggo sui giornali pubblicati dagli ottimisti della rivoluzione; il problema è che questa «fase terminale» può durare per un tempo lunghissimo, e, com’è noto, nei tempi lunghissimi la possibilità di non essere più nelle condizioni di vederla è altissima. «Ma altri la vedranno!» Nicchio.

Leggi:

Giochi di potere sulla nostra pelle

L’intelligenza del virus

“Contro la barbarie dell’obbligo vaccinale”

Il Virus e la nudità del Dominio

3 pensieri su “SORVEGLIARE E VACCINARE

  1. Sicuramente queste élite sono estremamente efficienti, nel raggiungere i loro scopi, usano tutti i mezzi che la tecnica mette a disposizione. Quello che stupisce è che noi popolo sfruttato, ma immerso in questa tecnica e ricco di strumenti che solo 50 anni fa erano impensabili, non riusciamo sfruttando la stessa tecnica e la stessa scienza a dire basta. Perché a ben pensarci, è vero che tiriamo avanti la carretta da sfruttati, ma alla fine siamo noi che creiamo la ricchezza, siamo noi con la nostra soggettività e creatività che facciamo il lavoro vivo, quello che produce profitto. Altre strade non ci sono, dovremmo prendere atto che dipende tutto da noi, altro che mascheramento collettivo per sempre.

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