FOLGORATI SULLA VIA DI PECHINO

Mario Platero ha intervistato Larry Fink, il Ceo di BlackRock, per La Repubblica. Domanda: «Biden ha lanciato due piani di aiuti e investimenti infrastrutturali che potrebbero valere (inclusi anche quelli del 2020) il 50% del Pil. È anche una scelta strategica per aumentare lo statalismo e tenere il passo con la Cina che avanza?». La domanda è formulata correttamente: Platero allude, infatti, alla natura statalista di una parte ancora rilevante dell’economia cinese, la quale oggi si trova al vertice, insieme agli Stati Uniti, del capitalismo mondiale. Leggiamo adesso la risposta data da Fink: «C’è una cosa di cui noi americani ed europei dobbiamo essere orgogliosi: è stato il capitalismo a creare i vaccini con metodi rivoluzionari, non la Cina. I vaccini cinesi sono efficaci solo al 50 per cento. La forza del capitalismo non è apprezzata abbastanza».  Il Ceo di BlackRock associa dunque lo statalismo al comunismo, secondo un’escrementizia concezione largamente dominante anche tra quanti credono di essere “comunisti” e, notare la “bizzarria”, sostengono il totalitarismo del Partito-Stato cinese, dimostrando quindi nei fatti di essere anticomunisti almeno quanto lo è Larry Fink.

Questi “comunisti” oggi fanno l’apologia più miserabile che si possa concepire del megacapitalismo “con caratteristiche cinesi”, il quale peraltro sta facendo registrare ritmi di crescita impensabili in Occidente: nei primi tre mesi del 2021 l’economia cinese è cresciuta del 18,3 per cento su base annua! In realtà la stratosferica cifra si spiega soprattutto con la contrazione del 6,8% patita dall’economia cinese all’inizio del 2020, «la peggiore performance della storia cinese dalla metà degli anni Sessanta» (Il Sole 24 Ore). In ogni caso la ripresa cinese è spettacolare («Quest’anno la crescita del Pil dovrebbe superare il 6%, mentre le previsioni del Fondo monetario sono ancora più ottimistiche, oltre l’8%»), soprattutto se confrontata con quella statunitense, che comunque sembra prendere slancio (*), e soprattutto con quella europea, che mostra invece un andamento assai timido. La crisi pandemica ha comunque messo in luce anche i non pochi limiti sistemici che caratterizzano lo sviluppo della società cinese, come hanno dimostrato la genesi di quella crisi e la vicenda legata allo sviluppo del vaccino cinese, entrambe avvolte da una spessa coltre di “misteri”.

Tra l’altro a pompare ulteriormente il già abbondante nazionalismo cinese ha pensato la rivista Forbes, la quale ha pubblicato la classifica delle città di tutto il mondo che contano tra la loro popolazione il maggior numero di miliardari; ebbene, nel 2020 Pechino (100 miliardari) ha superato New York (99). Al terzo posto troviamo Hong Kong (80), al quinto Shenzhen, la “Silicon Valley cinese” (68), e al sesto posto c’è Shangai (64), a testimoniare la potenza di fuoco del capitale cinese. New York può ancora consolarsi esibendo un patrimonio netto cumulativo di 564 miliardi, 80 miliardi più alto rispetto a quello di Pechino (484,3), ma questo non muta la sostanza e il significato a suo modo “epocale” del sorpasso.

Assistiamo insomma in Cina, per l’invidia del signor Fink, apologeta dichiarato del capitalismo (viva quantomeno la sincerità!), al trionfo del Capitale, cioè dello sfruttamento del lavoro salariato, dell’estorsione massiccia di plusvalore, della merce, del denaro e di tutto ciò che il comunista (non solo a chiacchiere) di Treviri considerava il fondamento della schiavitù capitalistica e, “dialetticamente”, della rivoluzione sociale anticapitalista. Non so se un giorno in Cina ci sarà una rivoluzione sociale anticapitalista; però so per certo che essa troverebbe sulla sua strada, come suoi nemici particolarmente spregevoli e rognosi, i “comunisti” occidentali devoti al Celeste Imperialismo.

Riflettendo sull’indubbio successo del capitalismo con caratteristiche cinesi, Ernesto Galli della Loggia si spinge fino al punto di criticare l’ideologia liberista che ha sostenuto acriticamente il processo di globalizzazione capitalistica e di rivalutare il ruolo dello Stato nazionale: «Il libero scambio, infatti, ha determinato sì la crescita economica di alcuni Paesi (molto probabilmente però a scapito di quella di altri), ma ha mostrato un drammatico punto debole. Dietro il suo schermo e grazie ad esso ha potuto prendere forma l’inquietante progetto di Pechino volto a impadronirsi di punti geografici chiave, di risorse e di tecnologia strategiche dell’economia mondiale, al fine di costruire la propria egemonia planetaria. […] Come punto di riferimento è rimasto in piedi bene o male solo lo Stato: e non dispiaccia a nessuno se per Stato s’intende ovviamente lo Stato nazionale» (Corriere della Sera). Per i liberali/liberisti è tempo insomma di ingoiare grassi e amari rospi, per la gioia degli statalisti di “destra” e di “sinistra”.

Sulla natura capitalistica della Cina, tanto per quanto riguarda la sua “struttura” economica quanto per ciò che concerne la sua “sovrastruttura” politico-istituzionale, rimando ai miei diversi scritti dedicati al grande Paese asiatico. Solo alcuni titoli: Tutto sotto il cielo – del Capitalismo; La Cina è capitalista? Solo un pochino; Chuang e il “regime di sviluppo socialista”; La “doppia circolazione” della Cina capitalista; Sulla campagna cinese; Žižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese; Da Mao a Xi Jinping. 70 anni di capitalismo con caratteristiche cinese

 

(*) Anche grazie al “socialismo di Stato” con caratteristiche americane: «In parte il boom americano ha una spiegazione sorprendente: Joe Biden sta copiando Xi Jinping. Già aveva cominciato Donald Trump, con un massiccio ricorso a manovre di spesa pubblica in deficit: l’anno scorso il deficit federale era balzato al 15% del Pil. Biden continua sulla scia del suo predecessore, ha varato 1.900 miliardi di dollari di aiuti alle famiglie a cui vuol far seguire 2.000 miliardi di investimenti in infrastrutture. Pur in un anno di fortissima ripresa che vede risalire il gettito fiscale, il deficit pubblico sarà superiore al 10% del Pil. È il modello che Pechino applicò nel 2008-2009: all’epoca dell’ultima crisi globale l’intervento statale consentì alla Cina di essere l’unica grande economia risparmiata dalla recessione. L’altra lezione cinese che Biden sta copiando riguarda la politica industriale: d’ora in avanti non vuol essere meno generoso di Xi Jinping nel finanziare la ricerca, nel sostenere le tecnologie “di frontiera” come i semiconduttori e le telecom 5G, le energie rinnovabili e l’auto elettrica»(F. Rampini, La Repubblica).

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