DAL CONO D’OMBRA A OMBRE GOFFE

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Dal cono d’ombra della storia (minore, diciamo pure minima) al cono di luce dell’operazione Ombre rosse (o goffe?): probabilmente ha ragione chi sostiene che in Italia il passato non passa mai. Scrive Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi Calabresi ucciso nel 1972: «Come mia madre e i miei fratelli, non riesco a provare alcuna soddisfazione. L’idea che un uomo anziano e molto malato vada in galera non è di alcun risarcimento per noi» (Il Corriere della Sera). Se questo è vero per Calabresi e per la sua famiglia, figuriamoci per chi ha in odio questa società e avversa lo Stato in tutte le sue articolazioni istituzionali, territoriali e politiche. Ovviamente sto parlando di me.

La mia solidarietà a chi è stato raggiunto dalla lunga mano degli organi repressivi dello Stato (capitalistico, democratico, nonché “nato dalla Resistenza”) è fuori questione, e prescinde dal severo giudizio politico che nel tempo ho maturato sulle vittime dell’operazione “Ombre rosse” – agli inquirenti bisogna riconoscere quantomeno una certa creatività terminologica, sebbene cinicamente orientata. L’album di famiglia di cui parlò una volta Rossana Rossanda non mi ha mai riguardato, se non come suo acerrimo avversario – e se si escludono i due anni (’77-78) che mi videro giovanissimo lettore di Lotta Continua. «Le BR appartengono alla vostra tradizione stalinista!» rinfacciò giustamente Marco Boato ai dirigenti del PCI dalle colonne di Lotta Continua (Né con le BR né con lo Stato. E poi?, 14 aprile 1978).

A proposito di tradizione stalinista! Anche Giuliano Ferrara si dichiara contrario al «giubilo per gli arresti in Francia», e per rafforzare la sua posizione “garantista” ricorda il suo passato togliattiano (cioè di giovane stalinista italiano): «A Torino, ero un controterrorista (così mi definiva mio padre con molta inquietudine), ero collaboratore di questurini, carabinieri e magistrati» (Il Foglio). Ferrara ha espresso questo concetto abbastanza ripugnante qualche anno fa: «Erano i miei 20 anni, ero piuttosto impulsivo, mio padre diceva: “Non sei un democratico, sei un controterrorista”» (Lettera 43). Nei cosiddetti anni di piombo il futuro fondatore del Foglio fece della delazione una virtù, e di questo egli si è sempre vantato. Quanto il partito di Berlinguer e Pecchioli fosse un partito d’ordine, molto più di quanto non lo fosse allora la DC di Fanfani, Zaccagnini e Andreotti, è stato dimostrato ampiamente dalla vicenda relativa al sequestro e all’uccisione di Aldo Moro – il quale peraltro fece in tempo a capire chi fosse alla testa del “partito della fermezza” che lo aveva di fatto abbandonato alla mercé del grottesco “Tribunale del Popolo” brigatista: il PCI, appunto.

La “lotta al terrorismo” durante i cosiddetti anni di piombo mirava sostanzialmente a conseguire tre obiettivi: intimidire i lavoratori in un contesto di acuta crisi economica nazionale e internazionale che ne aggrediva le condizioni di vita e di lavoro, ponendo con ciò stesso le basi per un’estesa lotta di classe; schiacciare per via giudiziaria chiunque praticasse una politica ostile alla “solidarietà nazionale” e alla “politica dei sacrifici” caldeggiata soprattutto dal PCI (con l’appoggio della CGIL di Lama); affinare gli strumenti di controllo e repressione utili nella contingenza e, soprattutto, nel futuro, nel caso cioè di una più accesa e pericolosa conflittualità sociale. Si colpisce il movimento sociale di oggi (in deciso riflusso già alla fine degli anni Settanta) come deterrenza nei confronti delle possibili lotte future. «Come si mette fuorilegge, sotto l’accusa di terrorismo, un’area politica che non è il terrorismo», scriveva Tiziana Maiolo sul Manifesto dell’8 aprile 1980 ricordando il blitz che il 7 aprile 1979 decapitò Autonomia Operaia. Il quadro politico e sociale che si delineò negli anni Settanta del secolo scorso mostrò i limiti del formalismo democratico che in precedenza aveva consentito allo Stato di fronteggiare adeguatamente il conflitto sociale; adesso il bastone doveva prevalere sulla carota per tutto il tempo necessario a ricondurre la conflittualità sociale sui «corretti binari della convivenza civile». Non ci si può muovere in una situazione d’emergenza, speciale, con mezzi idonei a gestire una situazione normale: di qui la legislazione emergenziale/speciale prodotta negli “anni di piombo” – definizione intesa a criminalizzare un’intera stagione di lotte sociali. Va anche detto che il metodo autoritario (il bastone) non sostituì mai il metodo democratico (la carato), soprattutto perché è dal sapiente uso di entrambi i metodi che la classe dominante trae i maggiori benefici in termini di stabilità sociale e di difesa dello status quo sistemico.

Giudice Francesco Amato, sentenza sul caso 7 aprile: «Già nel 1924-25, gli insegnamenti di Gramsci portarono a definire i tentativi di liberarsi del fascismo con il mezzo dell’assassinio politico come tipici di una mentalità piccolo-borghese, che non a Marx poteva richiamarsi, ma alle ceneri del marxismo. […] “Ben scavato, vecchia talpa”, amano dire, ripetendo un’antica frase di Marx, i fautori della lotta armata.  Ma le cieche talpe dell’eversione, scavando, invece di sbucare nel Palazzo di Inverno sono andate a finire nell’immondezzaio della storia» (1). Questi passi, mutuati dagli intellettuali “comunisti” (cioè organici al PCI), la dicono lunga circa l’impianto politico-ideologico dei processi che si incaricheranno di criminalizzare le avanguardie politiche degli “anni di piombo”, trattate alla stregua di «delinquenza politica reazionaria». 

La legislazione d’emergenza, appesantita ulteriormente dopo i fatti del ’78, costrinse molti militanti di estrema sinistra non coinvolti nella pratica terroristica alla fuga all’estero; molti altri finirono nella rete dei reati associativi di stampo “preventivo” (vedi l’art. 270 bis: associazione con finalità di terrorismo) e consegnati ad anni di carcere in attesa di processi istruiti con la dovuta lentezza. Nei primi anni Ottanta per i politici italiani si pose il problema di come gestire la numerosa popolazione carceraria reclusa per reati legati al conflitto politico-sociale, e la cosiddetta dottrina Mitterrand si spiega anche con il tentativo di dare una soluzione extracarceraria a quel problema attraverso un tacito accordo stretto tra Roma e Parigi. La Francia accettò di farsi carico degli “esuli” italiani fissando un solo discrimine: «non aver commesso reati di sangue». È la stessa clausola che ha richiamato Emmanuel Macron per giustificare la sua scelta politica: «Ho applicato rigorosamente la dottrina Mitterrand» – la quale poteva giocare ambiguamente, e sempre con il tacito accordo dei cugini italiani, con il reato di concorso morale in banda armata non previsto dal codice penale francese. La legge Gozzini del 1986 corresse gli “eccessi” della carcerazione emergenziale permettendo a non pochi detenuti politici di uscire definitivamente dal circuito carcerario – anche per gestire al meglio la nuova “emergenza”: quella mafiosa. Di “emergenza” in “emergenza”, la «Repubblica democratica fondata sul lavoro» (salariato, cioè sfruttato) si conferma la degna erede del regime fascista.

La “lotta al terrorismo” lasciò sul terreno un insieme di leggi che assai facilmente si prestavano – e si prestano – ad essere usate anche nello scontro tra le diverse fazioni borghesi, avvezze a coinvolgere gli apparati repressivi dello Stato per regolare conti e battere la concorrenza. Di qui, l’aspro dibattito tra “garantisti” e “giustizialisti” che si accese negli anni Ottanta, quando apparve chiaro che il “partito armato” era stato definitivamente battuto sul piano militare come su quello politico-ideologico.

Al di là dei calcoli fatti a Roma (per stabilizzare il governo?) e a Parigi (per drenare consenso elettorale?), l’operazione repressiva del 28 aprile lancia un messaggio politico-ideologico che non si presta ad equivoci: lo Stato non dimentica i suoi nemici; chi sbaglia paga, non importa quanto tempo la Giustizia impiegherà nel colpirlo. «Adesso la giustizia può fare il suo corso», ha dichiarato il democratico Enrico Letta. Il potere punitivo dello Stato è stato ribadito e, nel caso concreto, ristabilito rimuovendo ciò che ne impediva il corso. Se i rei, divenuti nel frattempo anziani e bisognosi di vitali cure mediche, sono meritevoli di pene alternative alla detenzione carceraria spetta allo Stato stabilirlo: la loro libertà deve cioè apparire agli occhi della cosiddetta opinione pubblica come una concessione da parte del Leviatano, il quale sa essere magnanimo con il delinquente che riconosce i suoi errori e che si impegna a rigare dritto.

La stessa ministra della giustizia Marta Cartabia, che ha definito il blitz francese come un risultato «di portata storica» (nientedimeno!), ha lasciato capire che una volta rientrati in Italia per gli arrestati non necessariamente si riapriranno i cancelli del carcere: «l’azione dell’Italia non è ispirata da sete di vendetta». Si valuteranno misure alternative al carcere secondo quanto prescrive la Costituzione sul carattere risocializzante e rieducativo della pena, «ma tutto questo non ci può essere senza prima passare dalla verità». La latitanza come strumento di risocializzazione e rieducazione del reo non è una prassi prevista dal diritto. E quale sarebbe la verità? Questa: la ragione, la giustizia e il diritto stanno ovviamente dalla parte dello Stato. Stabilito questo punto fondamentale, la giustizia italiana valuterà caso per caso («per età, storia personale e condizioni di salute») quale pena somministrare agli ex terroristi.

«La fabbricazione dell’individuo disciplinare» (M. Foucault) conosce molteplici momenti e spesso passa per vie tortuose che ne rendono difficile la ratio. Di certo ragionare in termini di «Stato di diritto negato» e di «legalità costituzionale infranta» non contribuisce a fare chiarezza sulla natura sociale di quella «fabbricazione». Scriveva Marx: «Gli economisti borghesi vedono soltanto che con la polizia moderna si può produrre meglio che, ad es., con il diritto del più forte. Essi dimenticano soltanto che anche il diritto del più forte è un diritto, e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma nel loro Stato di diritto» (Grundrisse).

Detto en passant, qualcuno ha voluto leggere l’operazione repressiva di qualche giorno fa soprattutto in chiave geopolitica, vedendovi il primo segnale di una possibile intesa franco-italiana, caldeggiata e sostenuta da Washington, volta a indebolire la presa tedesca sull’Unione Europea (2). Vasto e ambizioso programma, non c’è dubbio; si tratta in ogni caso di vedere quanto esso sia fondato su reali rapporti di forza, e non su mere suggestioni e velleità più o meno personali.

Parlare di vendetta dello Stato a proposito dell’operazione “Ombre rosse” mi sembra in ogni caso alquanto riduttivo, anche se non sbagliato, come si evince peraltro dalla seguente citazione (si tratta di Ferdinando Pomarici, il magistrato che nel 1990 chiese la condanna a 22 anni per Adriano Sofri e compagni): «Perché esiste lo Stato? Per impedire che la vedova Calabresi o il figlio Mario, o qualunque famigliare di una delle vittime di quella stagione, un domani prendano un mitra e vadano a sparare agli assassini riconosciuti dei loro cari» (La Stampa).  Lo Stato ha il monopolio della forza e della vendetta – che esercita appunto per conto delle vittime dei reati. In ogni caso è sbagliato sottovalutare la natura politico-ideologica dell’azione repressiva dello Stato, in questo caso come in altri, ed è per questo che mi appare quantomeno ingenuo chiedere alla politica di riconoscere il principio della «verità senza vendetta», pensando «all’insegnamento che ci viene dall’esperienza della lotta di liberazione in Sudafrica» (Il manifesto). Questa ingenuità la dice lunga sul «processo rivoluzionario di massa che cambia la natura del potere» che hanno in testa certi “comunisti” reduci della Nuova Sinistra degli anni Settanta.

Anche parlare di «una pura e semplice operazione di propaganda» (P. Sansonetti) mi sembra riduttivo, e comunque non va sottovalutato il contenuto politico-ideologico di questa propaganda, la sua immediata finalità, la quale non contraddice affatto l’impianto costituzionale di questo Paese – come invece sostiene il direttore del Riformista, il quale è rimasto talmente shockato  dall’operazione mandata a buon fine dal governo Draghi, da provare una certa nostalgia per l’odiato ex ministro della giustizia Bonafede: da non credere!

L’apologia del monopolio statale della violenza nelle parole di Adriano Sofri, ex leader di Lotta Continua: «Tutti gli autori di violenze politiche hanno rispettato la condizione posta dalla dottrina Mitterrand: la rinuncia alla violenza. Cioè il fine più alto che la giustizia persegua» (Il Foglio). La giustizia in regime capitalistico, mi permetto di aggiungere per amor di verità storico-sociale – una verità che ovviamente non mi aspetto di trovare nella riflessione di un ex “rivoluzionario”.

Questo post è stato scritto il 29 aprile.

(1) In Attacco allo Stato. Dossier 7 aprile. Dall’illegalità di massa al terrorismo, pp. 38-114, Napoleone, 1982.

(2) Scrive Fabrizio Agnocchetti a questo proposito: «Gli Usa non tollerano più l’Europa tedesca, infiltrata dalla Cina. La svolta antiliberista di Macron e di Draghi sfrutta il nuovo corso americano. L’allineamento tra i due cugini transalpini, a soli due anni dal punto più basso delle loro relazioni, è compiuto. […] Il progetto di un’eurozona costruita su dettami monetaristi tagliati su misura per le esigenze del capitalismo tedesco ha generato inevitabilmente al suo interno un disequilibrio crescente tra la Germania, con i suoi satelliti, e le economie non allineate ai suoi fondamentali. A una crescita in potenza della prima sono corrisposti i progressivi deterioramenti delle altre, obbligate a prolungate e deleterie politiche deflazionistiche indipendenti dal ciclo economico. Tra queste soprattutto l’Italia, ma anche la Francia. Ciò ha portato a una posizione sempre più egemonica dell’economia tedesca sul continente europeo, che potrebbe pericolosamente – agli occhi di Washington – alimentare progetti di «Quarto Reich», ovvero di intese speciali con Cina e Russia. Ad aggravare il quadro, relazioni commerciali e intese industriali sempre più forti tra Berlino e Pechino, oltre a quelle energetiche con Mosca, che preludono a convergenze geopolitiche e spingono il Drago ad audaci penetrazioni in Europa. Da oltre un decennio l’agenda geoeconomica della Germania preoccupa gli apparati dello Stato profondostatunitense, che definiscono la traiettoria geopolitica dell’impero sull’obiettivo strategico prioritario: il dominio del Vecchio Continente» (Limes, 7/4/2021).

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