LA TRAGICA COAZIONE A RIPETERE DEL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE

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Scrive Lorenzo Trombetta su Limes: «Quando si tratta di fare la guerra, Israele è una potenza quasi incontrastata. E certamente nei Territori palestinesi le Forze armate israeliane non hanno pari. Anche in termini di repressione poliziesca, il monopolio della forza è in mano allo Stato ebraico. […] Netanyahu, Abu Mazen e Hamas beneficiano dell’inasprimento delle tensioni. I paesi arabi sostenitori degli Accordi di Abramo supereranno l’imbarazzo, mentre Erdoğan può mostrarsi interessato ai luoghi santi. Il sorriso dell’Iran. Unici sconfitti, i palestinesi». Come sempre, del resto. «I grandi sconfitti», puntualizza Trombetta, «sono la società palestinese e alcuni segmenti di quella israeliana, in forte dissenso con le pratiche repressive e discriminatorie dello Stato ebraico». Qui quantomeno si allude a qualcosa che dà un po’ di ossigeno alla speranza.

Esprimere solidarietà al popolo palestinese esposto all’ennesima violenza sociale e militare da parte dello Stato israeliano appare agli occhi dell’anticapitalista un fatto scontato, che rischia però di diventare soprattutto un fatto rituale, privo di un’autentica sostanza politica, talmente vecchia, ripetitiva e priva di sbocco, almeno nel breve e medio termine (tanto per essere ottimisti!), appare la vicenda di cui ci occupiamo – ancora! «Gli scontri sulla Spianata delle Moschee, i razzi di Hamas che piovono sulle case, gli espropri a Gerusalemme Est, i raid su Gaza e i tanti, troppi morti e feriti»: un film visto e rivisto fin troppe volte! Una tragica coazione a ripetere che provoca un senso di impotenza e di sconforto.

Il quadro storico nel quale si aggroviglia la matassa chiamata Questione Palestinese oggi non ha più niente a che fare con quello che vide nascere lo Stato di Israele nel Secondo dopoguerra. Ad esempio, collocare la lotta del popolo palestinese nel contesto del più generale movimento panarabo antimperialista oggi non avrebbe alcun senso, soprattutto perché ormai da molto tempo tra gli stessi Stati arabi è in corso una contesa  sistemica intesa a stabilire l’egemonia di uno di essi nella regione. Quantomeno dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso le nazioni mediorientali che aspirano a diventare potenze regionali hanno usato la Questione Palestinese in chiave puramente strumentale, e col tempo si è visto quanto fosse illusorio e velleitario credere di poter contare sulle “borghesie arabe progressiste” (se non “socialiste”: sic!) per far marciare più rapidamente la lotta di liberazione nazionale del popolo palestinese.

Il panarabismo borghese è tramontato non solo come possibilità storica, ma esso oggi non esiste più nemmeno come sentimento popolare. Come scriveva Paolo Maltese in un bel libro dei primi anni Novanta del secolo scorso, «È semplicistico e deviante ritenere che sia sufficiente risolvere la questione palestinese per portare la pace in Medio Oriente. Piuttosto essa è stata pure, col suo peso lacerante, utile come alibi per camuffare antagonismi e problemi interni del mondo arabo» (1).

D’altra parte, la prospettiva di uno Stato laico plurinazionale fatto di ebrei e palestinesi («Due popoli, una sola terra») alla lunga si è dimostrata essere del tutto utopistica perché essa presupponeva una generale ristrutturazione del quadro mediorientale, cosa che avrebbe dovuto fare i conti sia con gli interessi delle grandi potenze, sia con gli interessi delle nazioni mediorientali. Questa drammatica situazione, che offriva (e offre) pochissimi spiragli ai palestinesi, ha avuto una puntuale fenomenologia politica nell’azione sempre più contraddittoria e di retroguardia dell’OLP di Arafat.

Israele non è una nazione capitalista qualunque che possa “riformarsi” ridandosi un assetto diverso per riassorbire i conflitti e le contraddizioni che la sua nascita ha generato. Fondato sul privilegio ebraico; Stato teocratico del Medio Oriente ben prima dell’ascesa al potere di Khomeini in Iran, Israele può vivere solo riaffermando continuamente la propria identità duplice e contraddittoria: Stato imperialista e Stato pedina dell’imperialismo occidentale – statunitense, in particolare (2). Questa identità, così difficile da sostenere e così gravida di violenze d’ogni tipo, confligge non di rado con gli interessi geopolitici degli europei e degli americani, e ciò appare più chiaro tutte le volte che appare all’orizzonte la possibilità di una “soluzione politica” del conflitto israeliano-palestinese. Posta l’originalità esistenziale qui accennata, per Israele assume un significato eversivo perfino la più modesta delle ipotesi di “soluzione pacifica” avanzate nel corso del tempo dalla leadership politica palestinese, una leadership peraltro sempre più debole, frantumata e dipendente da attori geopolitici, mediorientali e non, che, come già detto, osservano la Questione Palestinese solo dalla prospettiva della contesa interimperialistica – afferente il “piccolo gioco” regionale come il “grande gioco” internazionale.

Arabi-in-Israele

Limes

La condizione di estrema debolezza dei palestinesi si spiega benissimo soprattutto alla luce della debolezza politico-sociale delle classi subalterne mediorientali e del resto del mondo, le quali oggi sono incapaci di esprimere una reale solidarietà e un appoggio fattivo alla  lotta dei palestinesi per ottenere l’indipendenza nazionale – nei ridottissimi termini realisticamente concepibili nella società capitalistica mondiale del XXI secolo.

Da sempre lo Stato israeliano e i suoi sostenitori occidentali usano l’equazione che riconduce la sincera solidarietà militante alla causa palestinese all’antisemitismo più o meno dichiarato: si tratta di un’operazione propagandistica  che non si giustifica nemmeno alla luce del reale antisemitismo che anima moltissimi nazionalisti arabi e non pochi sostenitori occidentali del popolo palestinese. Sentenziare, senza portare uno straccio di prova, che la lotta contro il nazionalismo/imperialismo israeliano è la continuazione del vecchio antisemitismo nelle mutate circostanze storiche, è dire il falso sapendo benissimo di mentire. La verità è che da molto tempo ormai il sionismo non è che la propaggine regionale dell’imperialismo mondiale (Usa, Unione europea, Cina, Russia, in primis) – identica cosa si deve ovviamente dire per le sue sezioni arabe e persiane.

È triste vedere i diseredati palestinesi soffrire e morire per una causa (l’indipendenza nazionale) che nel XXI secolo, nell’epoca del dominio mondiale e totalitario del Capitale, non merita una sola goccia di sangue proletario. Detto en passant, giudico ultrareazionaria la strategia “missilistica” di Hamas che pratica il bombardamento indiscriminato del territorio nemico, esponendo peraltro la popolazione palestinese alla pronta ritorsione di Israele – che del resto non aspetta che di essere “provocata” per conquistare altro territorio e cementare l’unità nazionale. Si tratta di una logica tutta interna alla guerra di stampo borghese. Le forme di lotta non sono mai né politicamente né socialmente neutre, e anzi dicono molto della posta in gioco, della sua natura di classe. I palestinesi devono guardarsi tanto dai nemici quanto dagli “amici” – ed è sufficiente analizzare, anche solo superficialmente, la politica fin qui praticata dell’Autorità nazionale palestinese del presidente Abu Mazen (Cisgiordania) e la leadership esercitata da Hamas a Gaza, per capire fino a che punto i palestinesi si trovino in pessime mani. «Nei loro media i lanci di razzi verso Israele sono chiamati “Operazione Spada di Gerusalemme”. In un video diffuso sul web, l’ala militare di Hamas ha affermato: “Gerusalemme ha chiamato, Gaza ha risposto”» (Ansa). E la povera gente muore. Il nazionalismo palestinese è anch’esso parte del problema per i diseredati palestinesi, presi ancora una volta tra due fuochi.

Leggo su Facebook: «Non riusciranno mai a sconfiggere e a mettere in ginocchio un popolo che ha come unica arma la più potente: la Fede. Forza Palestina, Forza Palestinesi, Resistete» (Ismail Benanni). Riporto un commento: «Voi con la scusa della fede sono secoli che vi fate la guerra, e tutto il mondo ci guadagna vendendovi armi. Ma svegliatevi!» (P. V.).

Leggi: Alcune riflessioni sul conflitto israelo-palestinese

(1) P. Maltese, Nazionalismo Arabo Nazionalismo Ebraico, 1789-1992, Mursia, 1994.

(2) In realtà la storia sembrava poter prendere una diversa piega all’indomani della seconda carneficina mondiale. Infatti, il 14 maggio 1947 il delegato sovietico all’ONU, Gromyko, reclamò l’immediata abolizione del mandato britannico e la spartizione della Palestina «in due Stati indipendenti: uno arabo, l’altro ebraico. Il fatto che nessun paese dell’Europa occidentale sia stato in grado di assicurare la difesa dei diritti elementari del popolo ebraico e di proteggerlo contro le violenze dei carnefici fascisti, spiega l’aspirazione degli ebrei alla creazione del loro Stato». Con questa sorprendente dichiarazione Gromyko spiazzò non solo il “Partito comunista degli ebrei palestinesi”, da sempre antisionista e che fu costretto a mutare posizione nel volgere di qualche ora (dimostrando in tal modo la sua filiazione stalinista), ma anche la parte più moderata dei suoi interlocutori ebrei, i quali si videro costretti a mutare repentinamente atteggiamento nei confronti degli inglesi per paura di venir scavalcati dagli eventi. «L’atteggiamento sovietico non fece che agire da catalizzatore nei confronti dell’opinione pubblica ebraica, in quanto rivelava agli ebrei che la soluzione dei loro problemi – e cioè la creazione di uno Stato ebraico – era divenuto un ideale a portata di mano, perché una delle due grandi potenze che dominavano il mondo se ne era fatta ormai paladina» (ivi, p. 139). Ovviamente l’Unione Sovietica mirava semplicemente a sostituirsi alla Gran Bretagna come potenza dominante in Medio Oriente. «Era un calcolo sufficientemente esatto, ma, allo stesso tempo, un calcolo che prevedeva guai alle spalle degli altri, tanto degli arabi che degli ebrei» (p. 140). E qui arriviamo ai giorni nostri.

2 pensieri su “LA TRAGICA COAZIONE A RIPETERE DEL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE

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