PIANETA CINA

Come contributo alla conoscenza della Cina capitalista/imperialista, che proprio oggi celebra il suo trionfo marziano, riporto alcuni brani tratti da un lungo articolo pubblicato dal numero 107 (primavera 2021) della rivista tedesca Wildcat (China: Neijuan, 内 卷), e una sintesi dell’intervista rilasciata dallo studioso Darren Byler, autore di Terror Capitalism. Uyghur Dispossession and Masculinity in a Chinese City (che uscirà a dicembre 2021), alla rivista Crisi Globale.

L’articolo pubblicato da Wildcat, il cui autore è un europeo che lavora da diversi anni in un’azienda internazionale tecnologicamente avanzata basata in Cina, è stato ripreso dalla rivista Chuang: «Pubblichiamo questo articolo perché raccoglie una moltitudine di dati, di calcoli originali, osservazioni di prima mano e analisi di un’ampia gamma di argomenti da Hong Kong allo Xinjiang, e poi Africa, relazioni sino-americane, spionaggio, povertà, genere [famiglia, sessualità, procreazione] e crisi demografica. Speriamo che questo possa aiutare a combattere la recente ascesa, nei circoli della sinistra internazionale, di posizioni pro-PCC su tali questioni».

Per chi scrive, estraneo da sempre ai «circoli della sinistra internazionale» (cioè, detto in estrema sintesi, dello stalinismo e del maoismo), l’acronimo PCC sta per Partito Capitalista Cinese. Per dirla con Deng Xiaoping, il gatto e il topo con caratteristiche cinesi per me hanno il colore e la sostanza del Capitale. Una sostanza socialmente escrementizia, se posso permettermi una caratterizzazione profondamente “esistenzialista”. Ho tradotto dall’inglese il testo pubblicato da Wildcat, e quindi mi scuso per i possibili errori di traduzione.

A proposito di sostanza escrementizia! Proprio ieri leggevo su Facebook quanto segue: «Cina: capitalista o socialista? Ronald Coase si sbagliava, la Cina non è diventata un paese capitalista a tutti gli effetti». Definizione rigorosamente “scientifica” della società cinese, non c’è che dire.  Ma si tratta soprattutto, a mio modesto avviso, di una palese menzogna: tutti i dati e le analisi che riguardano la società cinese ci dicono oltre ogni ragionevole dubbio che la Cina è diventata un Paese capitalista a tutti gli effetti, almeno se approcciamo la questione dal punto di vista rigorosamente marxiano. L’imperialismo cinese del XXI secolo aderisce come un guanto alle migliori teorie che sul fenomeno imperialista sono state elaborate dalla fine del XIX secolo in poi – a partire dagli studi di J. A. Hobson, R. Hilferding, Lenin e Rosa Luxemburg. E questa verità non contraddice affatto l’esperienza rivoluzionaria maoista, la quale non uscì mai di un solo millimetro dal quadro nazionale-antimperialista-borghese. L’autore dei passi sopra citati, che probabilmente è un cultore delle “terze vie”, considera «l’economia mista fondata su un ruolo cruciale dello Stato e del partito comunista nei processi economici», ossia l’insieme di capitalismo di Stato e capitalismo privato, come un “socialismo” di tipo originale: il famoso (e famigerato) «socialismo con caratteristiche cinesi». Sostanza escrementizia, appunto. Che un Partito-Regime possa autodefinirsi “comunista” mentre nei fatti del comunismo rappresenta la più netta, evidente e violenta negazione, è qualcosa che nei «circoli della sinistra internazionale» tarda a farsi strada. Diciamo pure che si tratta di un concetto che fa a pugni con la stessa esistenza di una «sinistra internazionale» con caratteristiche orwelliane. Perché di questo stiamo parlando. «Resta tuttavia un dilemma: questo complesso equilibrio tra il partito comunista [sic!] e una classe di capitalisti privati emergente e rapace, quanto può durare? A quali condizioni?» Questo dilemma lo lascio volentieri agli amici del Celeste Imperialismo, mentre io rinvio chi legge ai miei modestissimi scritti sulla Cina (1).

«La purezza ideologica non fa crescere il riso» (Deng Xiaoping); il Capitale invece sì. E insieme al riso il Capitale fa crescere l’ideologia dominante e la “sovrastruttura” politico-istituzionale corrispondente al rapporto sociale di produzione fondato sullo sfruttamento sempre più intensivo dell’uomo e della natura.

Qualcuno mi ha fatto notare che scrivo più articoli anticinesi (cioè diretti contro il capitalismo e l’imperialismo cinesi, non certo contro il “popolo” o contro la cultura cinesi) che antiamericani (cioè orientati contro il capitalismo e l’imperialismo statunitensi, non certo contro…). Si tratta di una giusta osservazione, che si spiega facilmente soprattutto se si considera la falsa natura “socialista” della Cina e la falsa natura “comunista” del Partito-Regime cinese. E parlare di falsità non esprime ancora adeguatamente la realtà che cerco di demistificare, ed è per questo che spesso associo la “problematica” cinese ai ben noti concetti orwelliani sintetizzati nella formula 2 + 2 = 5. Detto in breve, occupandomi della Cina ho modo di affermare cosa è il capitalismo (in tutte le sue svariate configurazioni proprietarie: statale, privato, azionario, misto, cooperativistico, ecc.) e cosa non è il socialismo. Nel mio infinitamente piccolo cerco di portare acqua al mulino della speranza rivoluzionaria, la quale da troppo tempo ormai boccheggia sotto la ciclopica menzogna del cosiddetto “socialismo reale”. Lo so, si tratta di un’impresa di eccezionale difficoltà, e dicendo questo probabilmente sto peccando di ingiustificato ottimismo. Che tempi!

Che con gli Stati Uniti e l’Europa abbiamo a che fare con Paesi capitalisti/imperialisti è cosa ovvia per tutti i “marxisti” del mondo, mentre la stessa cosa non si può dire a proposito di Paesi come la Cina, Cuba, il Venezuela, la Corea del Nord e altri Paesi che si collocano nel campo antiamericano, il quale non rappresenta affatto un campo antimperialista, come invece sostengono moltissimi “marxisti”. Ecco perché non ci tengo per nulla a passare per “marxista” e perché cerco di denunciare il fondamento ideologico reazionario della posizione che accosta senz’altro l’antiamericanismo (o l’antieuropeismo) all’antimperialismo. Questa posizione è tutta interna allo scontro interimperialistico e non ha nulla a che fare con la lotta di classe e con l’internazionalismo, e ciò a prescindere dalla buona o cattiva fede di chi quella posizione sostiene e pratica – magari con la risibile illusione di potersi servire delle contraddizioni che sempre di nuovo si aprono nel corpo dell’imperialismo mondiale che da sempre approccio come una sola mostruosa realtà sociale (2). Come anticapitalista “battente” nazionalità italiana la mia ostilità è orientata in primo luogo contro il capitalismo/imperialismo italiano: è la sola eccezione che consento al mio “internazionalismo proletario”!

China: Neijuan, 内 卷

La parola “Neijuan” è composta dai caratteri che indicano “dentro” e “rotolare” ed è intuitivamente intesa come “voltarsi verso l’interno” o involvere, nel senso contrario a ciò che evolve. Può dunque essere tradotta come “ritirata” o “involuzione”. Significa ristagno o stasi a causa della perdita di abbrivio o di un processo che lega i suoi partecipanti senza avvantaggiarli. […] La fase di sviluppo dei paesi capitalisti industrializzati, solitamente chiamata “Fordismo”, è riuscita a fare della lotta di classe il motore dello sviluppo attraverso la crescita dei consumi privati ​​e dei diritti sindacali – finché le lotte dei lavoratori dal 1969 in poi hanno fatto precipitare l’accumulazione capitalista nella crisi. Il PCC ha studiato sia questo contesto che la fine dell’Unione Sovietica ed è determinato a evitare questo destino. Questo è il motivo per cui il sistema è passato a un governo autoritario. Questo cambiamento è avvenuto, com’è consuetudine in Cina, sotto forma di lotta tra fazioni quando il “leader supremo” Xi Jinping è salito al potere. Da allora, la politica economica dello Stato ha tentato di stimolare l’economia senza aumentare il reddito disponibile della classe lavoratrice. Ciò aggrava la disuguaglianza sociale e rafforza il “grande divario sociale”. La Cina sta cadendo nella “trappola del reddito medio” proprio perché le lotte di classe come forza di trasformazione vengono soppresse con successo. La Cina non tirerà fuori l’economia mondiale dalla crisi, piuttosto il contrario. Attualmente, il PCC sembra saldamente in sella, ma il tempo scorre contro di esso. Questo è precisamente il motivo per cui alimenta il nazionalismo e l’avventurismo in politica estera. Allora come è possibile la solidarietà internazionale? Come può sopravvivere alla fase attuale senza schierarsi con uno dei maggiori avversari geopolitici, e invece attenersi a una prospettiva di classe? Per trovare risposte, la sinistra internazionale deve smettere di guardare le cose attraverso lenti antimperialiste e culturaliste e affilare il suo sguardo sulla società di classe cinese.

… Lavoro da diversi anni in un’azienda IT internazionale. Un aspetto positivo del lavoro è che, a differenza di quasi tutte le società IT cinesi, raramente ci sono straordinari. I miei colleghi sono tutti cinesi, tranne un francese in un’altra città. I pregiudizi razzisti e le osservazioni dispregiative sui colleghi in India sono comuni tra i team leader cinesi. Per me è anche sconcertante non riuscire a trovare il minimo movimento di solidarietà tra i colleghi. Tutti ballano sulla melodia del capo, nessuno esprime critiche o addirittura rifiuti, e non ci sono discussioni di alcun tipo durante le riunioni di lavoro. La resistenza si esprime nella migliore delle ipotesi in silenzio: le persone rallentano quando il capo non guarda. Ma tutti sono isolati. La maggior parte non penserebbe nemmeno di fare l’occhiolino ai propri compagni di lavoro in segno di solidarietà. Anche nelle conversazioni informali, un atteggiamento critico non è quasi mai nemmeno accennato – almeno per me – e non ricevo quasi mai una reazione a commenti ironici. Da sempre mi batto contro l’imperialismo mondiale.

… Ho perso il conto dei miei incontri con il razzismo. Il profilo razziale è dato per scontato agli occhi della stragrande maggioranza delle persone ed è integrato nel software di riconoscimento facciale di Alibaba, ad esempio. Le rappresentazioni razziste in televisione sono praticamente la norma. Mi viene detto che i cinesi sono anche peggio tra loro di quanto non siano agli stranieri. È diffusa, infatti, la discriminazione nei confronti dei cinesi dalla pelle leggermente più scura o provenienti dalle zone più povere del Paese. I lavoratori edili, ad esempio, possono essere visti da lontano dalla loro statura tozza e dai corpi bruciati dal sole, mentre lavorano nell’edilizia e provengono da parti povere e malnutrite del paese. Costruiscono torri residenziali e uffici multimilionarie e guadagnano poco più del salario minimo. Le loro squadre di lavoro sono rinchiuse in container e non hanno contatti con la società urbana. Hanno giornate lavorative lunghe e quasi nessun giorno libero, lavano i vestiti a mano in tini davanti al container degli alloggi, e non ho mai visto nessuno in costruzione indossare scarpe di sicurezza o un saldatore con occhiali da saldatura. Rispetto alla stigmatizzazione e all’esclusione dei lavoratori edili, i miei incontri con la xenofobia, il nazionalismo e lo sciovinismo, sono quasi delle sciocchezze.

… Con una crescita di oltre il due percento, la Cina è l’unica grande economia che non si è ridotta nel 2020. Tuttavia, i dati sulla crescita economica sono stati modificati per apparire migliori di quanto non siano in realtà; mascherano debiti e progetti improduttivi su larga scala. Anche la situazione relativa alla pandemia di Coronavirus non è così chiara come affermato ufficialmente. […] Il programma di stimolo della Cina durante la crisi da Coronavirus era piccolo rispetto a quello di altri paesi sviluppati e rispetto a quello della crisi del 2008/9. La crescita è avvenuta in particolare nel settore delle costruzioni e delle esportazioni. Gli esportatori esteri di minerale di ferro stanno beneficiando del boom edilizio e le “case automobilistiche premium” tedesche stanno apprezzando il fatto che si stima che il consumo di lusso sia aumentato di quasi il 50% su base annua. La Cina è ora la patria di più miliardari in dollari statunitensi rispetto agli Stati Uniti e all’India messi insieme. Ma i consumi privati ​​sono diminuiti di circa il 5%. Il crollo del potere d’acquisto privato e, in particolare, l’aumento del surplus del commercio estero suggeriscono che questa volta la Cina non sta nuovamente emergendo come motore della domanda globale, ma al contrario sta vedendo la propria ripresa finanziata dall’estero. Perché questa ripresa è stata acquistata con il debito: il debito totale è aumentato rapidamente di circa il 25% del PIL e ora si attesta al 279 o al 335% del PIL, a seconda del calcolo. Il debito privato è cresciuto nel 2020 dal 55% al ​​62% del PIL, o forse al 150%, comunque si tratta di un livello estremamente elevato del reddito disponibile annuo totale. E la ripresa economica ha esacerbato enormi disuguaglianze sociali ed economiche. La stragrande maggioranza dei lavoratori migranti, così come molti lavoratori urbani, hanno perso uno o più mesi di reddito a causa di blocchi, straordinari e annullamento delle indennità. Secondo le previsioni ufficiali, il PIL pro capite in Cina raggiungerà i 13.000 dollari in circa tre anni; e tra otto o dieci anni, il PIL cinese dovrebbe essere nominalmente maggiore di quello degli Stati Uniti.

… Alla luce di ciò, la dichiarazione di maggio del premier Li Keqiang secondo cui 600 milioni di cinesi vivono con 1000 renminbi (circa 125 euro) o meno al mese è stata uno schiaffo in faccia. Ciò ha innescato un vivace dibattito anche tra i miei colleghi, con molti che rifiutano di credere che la Cina fosse così povera. Caixin ha confermato la dichiarazione di Li basata sulla ricerca della Beijing Normal University e del National Bureau of Statistics. Secondo il rapporto, alla fine del 2019 600 milioni vivevano con un reddito disponibile mensile di 1090 RMB o inferiore. Secondo Caixin, le famiglie più povere vivono in genere nelle zone rurali, hanno in media un figlio minore e un membro di età superiore ai 60 anni. Il reddito disponibile medio pro capite è di circa 1300 RMB (165 euro). La “classe media” cinese (definita come reddito pro capite superiore a 2000 RMB = 252 euro) è quindi composta da 250 milioni e non da 400 milioni di persone come dichiarato ufficialmente. […]I dati sul reddito di Li significano non solo che 600 milioni di cinesi vivono con meno di 125 euro al mese, ma anche che una parte considerevole della crescita economica degli ultimi dieci anni non si è verificata. Ne consegue anche che la crescita futura sarà corrispondentemente inferiore e rallenterà ulteriormente a causa dell’invecchiamento della popolazione, del debito, ecc. La chimera di una rapida crescita non potrebbe quindi essere mantenuta per molto più tempo e il sorpasso degli Stati Uniti sarebbe possibile solo se il l’economia USA crollasse (che è anche ciò a cui allude la propaganda cinese). In altre parole, il tempo scorre contro Pechino.

… Ci sono ragioni politiche per gli alti livelli di disuguaglianza sociale in Cina. Nell’era di Mao, il PCC ha diviso la crescente classe lavoratrice in impiegati statali privilegiati e lavoratori precari. Quando, alla fine degli anni ‘90, circa 50 milioni di persone furono licenziate da imprese statali, nelle regioni costiere era già emerso un nuovo strato locale di proprietari e padroni privilegiati. Questo perché gli anni ‘90 avevano visto la più grande privatizzazione di tutti i tempi: quella del mercato immobiliare cinese. I gruppi sociali in Cina possono essere descritti in termini di vicinanza o distanza dai centri di potere. L’accesso alle risorse sociali e al potere dipende dalle relazioni (quadri del partito), dai privilegi locali (hukou, proprietà della casa) e dalla vicinanza alle ricche aree metropolitane. Le città sono ufficialmente divise in gradi da 1 a 4 in base alle dimensioni, ai risultati economici e all’importanza politica; Pechino, Shanghai, Shenzhen e Guangzhou sono città di 1° livello, altri capoluoghi di provincia sono considerati di 2° livello, altre importanti città sono  di 3° livello e così via. Il potere e la ricchezza sono concentrati nelle città di 1° e 2° livello, dove si trovano la classe alta (élite statale, miliardari) e un ricco strato di funzionari amministrativi, proprietari immobiliari, imprenditori, manager paragonabili ai paesi industrializzati. Ma professori, medici, gli insegnanti, i dipendenti (non di ruolo) nelle imprese di proprietà statale, così come la classe operaia locale, stanno entrambi meglio qui che in altre città. Le città di 4° livello e inferiori fanno parte della periferia; le città del 3° livello possono essere contate in parte nel primo, in parte nel secondo gruppo. Di nuovo, c’è una classe media e alta locale che possiede immobili o attività commerciali e sfrutta la manodopera locale a bassi salari.

… Nei quattro decenni trascorsi dall’”apertura”, la classe operaia è cresciuta enormemente. Centinaia di milioni di lavoratori migranti sono giunti nelle metropoli industriali costiere dalle campagne o dalle città senza sufficienti opportunità di guadagno. Sono loro che hanno portato il cinese mandarino in tutte le parti del paese e ne hanno fatto la lingua franca universale (mentre le élite locali nel Guangdong, ad esempio, continuano ad aggrapparsi al loro dialetto cantonese come segno di distinzione). E solo loro hanno un interesse materiale a smantellare il sistema hukou (3) con i suoi privilegi locali, che nega loro (circa il 40 per cento della forza lavoro) e ai loro figli l’accesso alla sanità pubblica e al sistema educativo sul luogo di lavoro ed è diametralmente opposto all’egualitarismo. (parità di retribuzione) e valori universalistici (pari accesso alla giustizia). La maggior parte dei lavoratori migranti non riceve affatto contratti di lavoro. Laddove esistono contratti di lavoro, spesso non sono validi o sono praticamente inapplicabili in caso di controversia. Il tuo contratto di lavoro non vale nulla senza il favore del capo, e nemmeno il tuo contratto di affitto. A causa di queste molteplici divisioni, non è affatto facile descrivere la classe operaia industriale cinese, almeno dal punto di vista sociologico. Da parecchi anni, i salari dei lavoratori migranti sono cresciuti molto più lentamente di quelli nelle occupazioni formali e soprattutto in quelle (altamente) qualificate (4). I salari dei lavori di servizio semi-qualificati come camerieri, cassieri e addetti alle pulizie stanno a malapena tenendo il passo con l’inflazione e, secondo le mie osservazioni, sono diminuiti da Corona. Anche le disuguaglianze regionali continuano a crescere; un reddito medio a Shanghai è da dieci a dodici volte superiore del reddito medio nelle parti povere del paese.

… La politica economica (recentemente chiamata “modello della doppia circolazione”) incoraggia l’attività imprenditoriale aggirando le tendenze equalizzative di una crescente quota di salario liberamente disponibile. L’edilizia abitativa e le industrie connesse rappresentano circa un quarto del PIL. Creano domanda, lavoro e arricchiscono alcune persone; ma mantengono nette divisioni di classe e il costo salariale complessivo viene mantenuto basso, il che continua a limitare il potere delle persone sulla propria vita. I metodi vanno dal risparmio obbligatorio ai mutui per la casa e dalle politiche di investimento dello Stato al reinsediamento forzato. Risparmio obbligatorio: non esistono diritti legalmente garantiti a prestazioni sociali, compensazione finanziaria e simili. Le persone dipendono dal favore delle autorità locali. Questo li costringe a risparmiare per una giornata di pioggia e porta a un tasso di risparmio estremamente alto. Il denaro messo da parte non va in consumo (ecco perché tutti i tentativi di espandere il mercato interno sono falliti). Mutui per la casa: i dipendenti regolari hanno un “fondo casa”. Se il datore di lavoro ha pagato abbastanza contributi, un lavoratore può richiedere prestiti a basso costo per acquistare una casa. Alcuni datori di lavoro pagano di più nel fondo per la casa dei loro dipendenti che nella loro busta paga per risparmiare le tasse; i dipendenti lo accettano volentieri e lo percepiscono anche come un aumento di stipendio perché la parte del leone del loro reddito va comunque all’acquisto di una casa. La maggior parte degli investimenti statali confluisce nelle città ricche e aggrava la disuguaglianza tra metropoli e periferia. Portano allo sfruttamento eccessivo della manodopera a basso costo nell’edilizia (per case vuote!). E hanno gonfiato un’enorme bolla immobiliare. Attualmente, il valore totale degli immobili è più di quattro volte superiore all’intero PIL cinese. Per avere un confronto, in Giappone era 2,7 volte superiore al PIL al culmine della bolla! […] Trasferimento forzato: nell’ambito della cosiddetta “riduzione della povertà estrema”, 2,4 milioni di persone, ovvero il 2,4% della popolazione, sono state trasferite con la forza nella sola provincia di Shandong. Il nuovo villaggio è costruito come un complesso residenziale a schiera in qualsiasi posizione si adatti al governo locale. Dopo il completamento o anche prima, gli abitanti del villaggio vengono buttati fuori dalle loro vecchie case e il vecchio villaggio viene raso al suolo. Molti non si sarebbero trasferiti volontariamente nelle nuove case perché non sono un miglioramento (ad esempio sono troppo lontani dai terreni agricoli). Anche qui si combatteva la povertà e si creava ricchezza sulla carta, ma senza la partecipazione degli abitanti e il suo effetto egualitario. Se fosse stato loro permesso di decidere da soli, la “modernizzazione dei villaggi” avrebbe richiesto concessioni molto diverse da parte del governo.

… Ora lo stato genera attività economica e la crescita del PIL, mentre il salario nella busta paga dei lavoratori ristagna o addirittura diminuisce e la loro dipendenza personale da mutui, elargizioni statali, posti di lavoro, assemblee dei proprietari di case e amministrazione aumenta. L’autoritarismo statale, così come il modello economico, si basano sulla mancanza di certezza giuridica. E mentre i giovani cinesi sono orgogliosi e ottimisti riguardo al futuro della nazione, è con grande preoccupazione che guardano al proprio futuro economico.

… Negli anni di crescita a due cifre, è stato molto facile per gli imprenditori in Cina: potevano inondare i mercati globali con prodotti economici, per i quali il calo dei salari nei paesi industrializzati creava la domanda. E la combinazione di lavoro rurale, uso di macchinari e prolungamento dell’orario di lavoro garantiva profitti sufficienti. Sotto Hu Jintao, ci sono stati certamente sforzi per aumentare la quota di salari e consumi. Si è parlato di introdurre sindacati industriali come in Germania. Sono stati introdotti massicci programmi di investimenti statali per attutire gli effetti della crisi globale del 2008 in poi, e anche dopo lo sciopero Honda nel 2010 ci sono stati brevi esperimenti con i sindacati aziendali nel Guangdong. Ma il passaggio alla “crescita qualitativa” avrebbe richiesto, o addirittura provocato, profondi cambiamenti. I salari dovrebbero aumentare non solo più velocemente del PIL, ma anche più velocemente dei profitti aziendali. Per ridurre il tasso di risparmio, le leggi sulla sicurezza sociale e sul lavoro sarebbero dovuto essere migliorate e applicate (così come la legge sugli affitti e altro). Tutto ciò in una situazione di crisi globale in cui gli alti tassi di crescita degli ultimi due decenni non erano più possibili – sullo sfondo di feroci lotte di classe interne. Quando Xi ha preso il posto di Hu nel 2012, gli sperimentatori si sono presto ritirati. Le quote salariali e di consumo del PIL erano aumentate tra il 2010 e il crollo economico del 2015/6, in parte a causa del movimento di sciopero, ma Xi è stato in grado di utilizzare il crollo economico per consolidare pienamente il suo potere e rafforzare la repressione. Da allora, la quota di salari e consumi è nuovamente diminuita. La quota salariale rispetto al PIL era scesa dal 51,4 per cento nel 1995 al 43,7 per cento nel 2008. Negli ultimi anni si è ulteriormente ridotta al 40 per cento circa. E come mostrato sopra, anche i salari reali delle sezioni inferiori della classe lavoratrice stanno ora diminuendo. Una maggiore autonomia per i sindacati aziendali o anche per i sindacati indipendenti è attualmente inimmaginabile.

… Il più grande vantaggio competitivo della Cina nella fase di rapida crescita sta ora bloccando lo “sviluppo qualitativo” richiesto da tutti i consulenti economici. Il sistema Hukou è simile al sistema Bantustan nel Sud Africa dell’Apartheid: i lavoratori venivano portati dove erano necessari, mentre le loro famiglie e bambini dovevano stare in luoghi dove i costi di riproduzione e di vita erano bassi. Ciò ha creato e mantenuto un enorme divario salariale urbano-rurale. Con il sistema Hukou, lo Stato ha garantito manodopera a basso costo per le imprese. Potrebbero quindi risparmiare sugli investimenti per il miglioramento della qualità dei processi lavorativi. Il basso livello di istruzione formale dei lavoratori anziani è una conseguenza piuttosto che una causa di questo sviluppo economico. Il Sudafrica, a proposito, è uno dei tipici esempi di paesi nella trappola del “reddito medio”! Per inciso, il sistema Hukou è stato recentemente allentato solo nelle città più piccole di 3° e 4° livello con meno industria e posti di lavoro; le 22 città di primo e secondo livello, d’altro canto, hanno reso ancora più difficile ottenere un Hukou locale.

… La Cina ha seguito i consigli su come evitare la trappola del reddito medio (istruzione, ricerca, infrastrutture). Ma l’istruzione formale da sola non è sufficiente per creare posti di lavoro adeguati. La ricerca all’avanguardia e i razzi su Marte non rendono più efficace la produzione industriale di massa. Il recupero tecnologico nelle telecomunicazioni, nelle auto elettriche, nei treni ad alta velocità, nei chip per computer, nell’industria aerospaziale, nei computer quantistici, ecc. funziona bene come sostituzione delle importazioni ma non è sufficiente per aprire nuovi mercati. Né la Cina può sperare che il resto del mondo sarà in grado e disposto ad assorbire una quota crescente di esportazioni senza una crescita delle importazioni. Anche la robotizzazione si sta rivelando più difficile di quanto previsto nel piano industriale Made in China 2025. Secondo la Banca Mondiale, il Total Factor Productivity, una misura utilizzata dagli economisti per determinare il “progresso tecnico” o la crescita della produttività, è cresciuto in Cina del 4% all’anno prima del 2010, poi di circa il 2% e, più recentemente, solo dello 0,7%. Alcuni dei settori in crescita sono la tecnologia di controllo e il business dei servizi di sicurezza che producono zero benefici sociali. La Cina non riesce a “rendere i processi lavorativi più efficaci”, per dirla con gli economisti. La produttività della classe operaia industriale è carente. Le centinaia di migliaia di giovani lavoratrici che hanno colmato con grande profitto una lacuna tecnologica in Foxconn e altrove si sono rovinate gli occhi nel processo lavorativo, ma non hanno acquisito le competenze necessarie “per padroneggiare la fase successiva dello sviluppo”. Le fabbriche cinesi sono bloccate in un autoritario “fordismo pre-sindacale” (Gambino) – e sono quindi evitate anche dai giovani proletari.

… La Cina è dunque bloccata nella trappola del “reddito medio”. A differenza della Corea del Sud, le strutture di governo sono state finora in grado di sconfiggere politicamente le lotte dei lavoratori senza dover cambiare se stesse. Le autorità non sono state rimosse, le condizioni di lavoro non sono state migliorate: ecco perché la produttività ristagna! I meccanismi di mantenimento del potere bloccano le contraddizioni interne al prezzo della stagnazione. La professoressa di economia Eva Paus ha definito la situazione dei paesi nella trappola del reddito medio “Effetto Regina Rossa”: come la Regina Rossa in Alice dietro lo specchio, tali società devono correre sempre più veloci – solo per rimanere nello stesso posto e non scivolare. Il termine “Neijuan” coglie così la situazione in modo abbastanza appropriato!

… Come “Made in China 2025”, anche la Via della Seta è stata un tentativo di sfuggire alla trappola del reddito medio, ma anch’essa langue. Molti paesi africani hanno sospeso i pagamenti alla Cina o stanno cercando la cancellazione del debito. Dal 2016, i prestiti per il gigantesco progetto sono diminuiti costantemente da circa $ 75 miliardi a un minimo di $ 4 miliardi nel 2020. Le ragioni sono una mancanza di redditività economica, restrizioni sui viaggi a causa del virus e tensioni politiche. In molti luoghi sono stati promessi investimenti cinesi su larga scala, ma non stanno facendo progressi. I rapporti sulle condizioni di lavoro nelle fabbriche cinesi in Serbia e in altri luoghi hanno danneggiato ulteriormente la reputazione dell’iniziativa cinese. Molti progetti della Via della Seta vengono portati avanti, ma non soddisferanno le elevate aspettative sollevate. La Via della Seta non è vantaggiosa per tutte le parti coinvolte, come sostiene la Fondazione Rosa Luxemburg. Né è la diabolica strategia della Cina di attirare deliberatamente i paesi in una trappola del debito.

… Fino a pochi anni fa, l’immagine degli Stati Uniti in Cina era prevalentemente positiva, nonostante l’antiamericanismo. In termini di prosperità privata, consumo, sicurezza giuridica e uguaglianza di genere, i paesi industrializzati occidentali rappresentavano un obiettivo a cui tendere. Ciò è stato dimostrato dal desiderio diffuso di studiare all’estero, negli Stati Uniti, dall’entusiasmo per Hollywood e per vari marchi statunitensi, e ha portato alla fuga di cervelli negli Stati Uniti. Per decenni l’Occidente ha cercato di influenzare lo sviluppo politico interno in Cina con beni culturali, ONG, sport e simili. E anche prima che Xi salisse al potere, il PCC iniziò a cercare di isolare la società da queste influenze, a poco a poco. Oltre alla cultura e agli “agenti stranieri” (come sono etichettate tutte le ONG), sono stati presi di mira i veri agenti dello spionaggio. Nel 2010 sono stati scoperti diversi casi di spionaggio. Pubblicamente, sono stati presentati come casi di corruzione per evitare l’imbarazzante ammissione che la CIA aveva diversi agenti nel partito e nell’esercito, a cui erano state persino pagati tangenti per promozioni. Se Xi non fosse intervenuto con la continua campagna anticorruzione, l’acquisizione di Hong Kong, l’inasprimento della censura e della sorveglianza, le restrizioni sui visti, il controllo delle ONG e, più in generale, l’espansione della repressione, il potere culturale e ideologico del Partito sarebbe oggi gravemente eroso. (E lo Stato senza dubbio pieno di spie). La guerra commerciale con Trump ha solo rallentato la fuga di cervelli degli studenti cinesi verso gli Stati Uniti. Ci è voluta la pandemia per invertire la tendenza: circa 700.000 cinesi sono tornati dall’estero nel 2020. Gli alti tassi di infezione e mortalità, soprattutto negli Stati Uniti, sono stati un’opportunità per la propaganda cinese di rappresentare il proprio sistema come superiore: “l’Occidente declina”. E molte persone lo credono e lo ripetono. Anche alcuni contadini che mi hanno invitato a cena nel loro villaggio mi hanno spiegato, quando mi hanno chiesto da dove venissi, che la Germania è buona (rispetto alla Cina), ma gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, e ora anche la Francia, no, e che in Cina la pandemia è stata sconfitta con successo perché la vita ha la massima priorità. Zhongguo hen niu, La Cina è fantastica, come dice il mio collega.

… Anche se continua a sembrare che l’obiettivo principale sia quello di distrarre/mobilitare la propria popolazione, la Cina si sta armando vigorosamente e al Congresso del Popolo di marzo, Xi ha invitato l’esercito a essere “pronto per la battaglia” (cosa che ha portato a credere in un attacco cinese a Taiwan). Con centinaia di basi in tutto il mondo, gli Stati Uniti rimarranno militarmente superiori per molto tempo a venire. Ma la Cina è attivamente impegnata nella corsa agli armamenti. In termini di numero di navi da guerra e stazza lorda, la sua marina è la più grande del mondo e si prevede che nel prossimo futuro si espanderà da 300 a circa 425 navi, inclusi 90 sottomarini e almeno sei portaerei. Ciò smentisce la speranza di Arrighi e altri che si possa dedurre dalla storia della Cina che sarà un pacifico Paese egemone.

… Il rifiuto cinese di una nuova guerra fredda porta molti liberali e persone di sinistra dei paesi occidentali a desiderare e  attendersi buone notizie dalla Cina. Vengono quindi presi alcuni piccoli scioperi per segnalare il ritorno della lotta di classe, si immagina che la promessa propagandistica di Xi di neutralità sulla CO2 possa portare alla salvezza del pianeta. (A proposito, in uno Stato di polizia e censura, chi potrebbe verificare se la promessa è stata effettivamente mantenuta? L’ostruzione all’OMS nella ricerca dell’origine del virus non lascia molto spazio all’ottimismo!). La sinistra in Occidente deve capire che gruppi organizzati, giornali, dibattiti pubblici e incontri possono esistere solo dove le persone hanno almeno una certa libertà di esprimere il proprio rifiuto dell’ordine pubblico. Una simile sinistra non esiste in Cina. Invece, qui i giovani insoddisfatti della società, come una donna che ha decorato un poster di Xi con l’inchiostro, vengono mandati in psichiatria. Questi sono altri motivi per cui l’appello “contro una nuova guerra fredda” sottoscritto dalle alleanze contro la guerra e dai nazionalisti cinesi negli Stati Uniti e altrove può suonare bene ma sfortunatamente non è realistico ed è  ingenuo. Anche le celebrità cinesi della televisione propagandistica di Stato lo hanno firmato, ma nessuno di loro criticherebbe mai il militarismo e il nazionalismo in Cina.

… Il sito web Qiao Collective (5) è un altro esempio di questa politica bifronte: in lingua inglese è contro la guerra, ma in Cina non protesterebbe mai contro le sciabole del PCC. È apertamente patriottica, giustifica la violenza della polizia a Hong Kong e il massacro di piazza Tiananmen, nega i campi di lavoro nello Xinjiang. Perché allora è considerato di sinistra? Molti nazionalisti cinesi usano la retorica di sinistra, internazionalista o anti-neoliberista, ma promuovono l’autoritarismo. Usano la parola “sinofobia” come termine politicamente significativo per denunciare come razzismo qualsiasi critica alla Cina, mentre difende un regime che non si basa su valori universalisti né su un rifiuto fondamentale. Nel settembre 2020, una rivista online maoista rivolta ai lavoratori ha affermato in un articolo sulle infezioni da Covid che non c’erano stati focolai di Covid nelle fabbriche in Cina, mentre ce ne sono stati molti negli Stati Uniti, Germania, Francia, Spagna, Italia, ecc. “I capitalisti si preoccupano solo del profitto, non si preoccupano della vita dei lavoratori”. In realtà, ci sono state anche infezioni da Covid nelle fabbriche cinesi. Ciò che suona critico nei confronti del capitalismo si trasforma facilmente in propaganda nazionalista. Chiunque in Europa traduca testi sull’epidemia scritti da queste persone o organizzi proteste di solidarietà all’estero deve aspettarsi di essere utilizzato per la propaganda nazionalista in Cina.

… Qui in Cina, entrambe le cose (repressione economica e repressione politica) sono fortemente interconnesse. Chi non lo capisce continuerà solo a mettersi in imbarazzo, come il giornale tedesco Konkret che celebra i manganelli della polizia di Hong Kong contro “la Pegida dell’Asia”. L’officina del mondo è controllata dai capi cinesi. Il principale benefattore dei bassi salari e delle lunghe giornate lavorative è la classe dirigente in Cina, e la contropressione deve venire dalle persone che lavorano in Cina. Ci sono molti malintesi su questo punto, ad esempio nell’affermazione che i lavoratori cinesi pagano il prezzo della domanda globale di maschere. I loro corpi sudati pagano per lunghe giornate di lavoro, ritmo di lavoro veloce e cattive condizioni, ma non per la domanda locale! In quanto lavoratori salariati, soffriamo per essere costretti a lavorare e per le nostre condizioni di lavoro. Quando i ricchi proprietari di case della classe media protestano contro le riforme del mercato immobiliare, non c’è assolutamente bisogno di costruire solidarietà con loro! Potrebbero essere meglio descritti come piloti della BMW o della Porsche con un senso di classe. L’alta borghesia cinese che ora ha standard di vita occidentali non può nemmeno essere considerata un potenziale alleato!

… Il PCC ha sempre lodato gli “eroi del lavoro” o gli “eroi nella lotta contro la pandemia” e ha persino il potere di nominare gli “eroi dell’opposizione”. Funziona così: gli attivisti influenti nelle ONG o in altri circoli sociali critici vengono arrestati per farne un esempio come monito per gli altri; i sostenitori (spesso maoisti di sinistra) organizzano quindi una campagna di solidarietà per i detenuti e li celebrano come esempi ed eroi. Ciò rende invisibili i contributi di tutti gli altri “non eroi” e rafforza le gerarchie. Non abbiamo bisogno di eroi individuali, ma di una solidarietà ampia ed egualitaria! Quando il popolo cinese protesta, i democratici stranieri spesso vedono l’inizio di una ribellione fondamentale contro il “regime ingiusto”, mentre in realtà i manifestanti stanno effettivamente combattendo per il rimborso delle tasse scolastiche o per il pagamento dei salari. C’è una speranza popolare in Occidente per le proteste antisistemiche in Cina, ma si basa sull’incomprensione che le persone che vivono nella dittatura soffrono permanentemente della dittatura in quanto tale. Prima di tutto, le persone in Cina, come ovunque, soffrono di salari bassi, affitti costosi, capi meschini, sessismo, ecc. Dal loro punto di vista quindi la lotta riguarda principalmente salari più alti, sicurezza sociale, alloggi più economici, capi dispotici, ossia sul fondamento di problemi reali e non su principi astratti riguardanti le libertà politiche, e nemmeno sulla rivoluzione, fino ad ora.

… I cambiamenti sociali attraverso le donne sono i più importanti. Come in molti paesi, in Cina si è verificata una silenziosa rivoluzione di genere attraverso l’istruzione. Le donne rappresentano la maggior parte dei laureati, ma rimangono gravemente sottorappresentate nell’industria e nella società. È ciò che accade nel mio posto di lavoro. Dagli anni ‘90, il tasso di partecipazione delle donne alla forza lavoro è sceso dal 75 al 60%. Il mercato del lavoro e il sistema educativo non consentono alle donne con bambini di combinare lavoro retribuito e assistenza all’infanzia; per non parlare di un’equa ripartizione delle faccende domestiche e dell’educazione dei figli tra donne e uomini! Sempre più giovani donne preferiscono rimanere single o non sposate piuttosto che rinunciare alla propria autonomia per un matrimonio e una famiglia lugubri (e questo in una situazione di grande scarsità di donne!). A un certo punto, il baluardo patriarcale non sarà più in grado di resistere a questo cambiamento. Già ora, la maggior parte degli uomini non è più in grado di soddisfare i requisiti di ruolo tradizionali. La dilagante violenza sessualizzata odierna contro le donne nelle famiglie, sul lavoro e persino negli ambienti socialmente critici può anche essere vista come una reazione a questo sviluppo.

… Nel frattempo, ci sono sempre più testimonianze, fonti e documenti interni trapelati sui campi uiguri nello Xinjiang, dove si stima siano detenute un milione di persone. La repressione va dalla sostituzione della lingua uigura con il cinese mandarino, alla prevenzione delle visite alle moschee e alla sorveglianza pervasiva, alla reclusione, ai lavori forzati, alla riduzione delle nascite uiguri e alla tortura. Nella propaganda di stato, i campi di lavoro sono descritti come programmi di addestramento, rieducazione, lotta al terrorismo o, nello stile del colonialismo, come l’illuminazione di popoli incivili. La Cina è il più grande produttore mondiale di pomodori; provengono principalmente dallo Xinjiang, spesso sotto forma di concentrato di pomodoro. Allo stesso modo, l’80 per cento del cotone cinese viene coltivato lì. Dovremmo criticare l’accusa propagandistica di “genocidio”; secondo le prove, ciò che sta accadendo è oppressione, non sterminio, e anche i cinesi han sono tra le vittime. Ma rivelare le politiche occidentali come propaganda non dovrebbe significare negare l’esistenza dei campi! Le misure draconiane a Hong Kong e soprattutto nello Xinjiang bloccano il PCC in una strada a senso unico in cui il Paese può solo muoversi verso l’autoritarismo. Il dispotismo dei campi di lavoro, la povertà, i bassi salari e la crisi demografica sono correlati e reciprocamente dipendenti.

… Come funziona la propaganda. Oltre alla cultura aziendale, anche la propaganda statale sta avendo un effetto. Il PCC fondamentalmente diffonde l’eccezionalismo cinese: socialismo in stile cinese, cultura cinese, medicina, storia, cibo cinese, stato di diritto cinese e così via. Tutto si fonde con la formula che la Cina è speciale. Pertanto, i non cinesi non potrebbero giudicare la Cina e i valori non cinesi non possono essere applicati alla Cina (ma si suppone che altri paesi “imparino dalla Cina”!). L’imperialismo, che tutti i maoisti e nazionalisti di sinistra e di destra rifiutano, è definito come l’imperialismo dei bianchi; non importa come la Cina agisca in Asia centrale, Africa o altrove: essa non può essere imperialista di per sé.

… Né una crisi finanziaria improvvisa né quella dell’ordine politico sembrano probabili sotto Xi. È più probabile che la repressione e la militarizzazione continuino al prezzo della stagnazione. Xi e il PCC sembrano prepotenti, diffondendo un senso di impotenza paralizzante. Mentre le condizioni politiche sembrano stabili, la classe operaia è cambiata in modo significativo: è invecchiata statisticamente, i giovani evitano le fabbriche, sono geograficamente più mobili, non hanno vissuto in prima persona gli orrori della fame, molti sono andati a scuola molto più a lungo e sono annoiati al lavoro. Gli addetti alla consegna di pacchi e cibo, così come i lavoratori edili continueranno a protestare contro i salari diminuiti, anche se tali conflitti rimangono locali. Le contraddizioni sono così nette, le disuguaglianze così evidenti e le giovani generazioni così pessimiste riguardo al loro futuro e al loro posto nella società, che mi chiedo per quanto tempo la stabilità politica possa essere mantenuta dall’eccessivo consumo di risorse e dal rinvio del cambiamento sociale.

… D’altra parte, conosco molti cinesi che non vogliono affatto isolarsi dal mondo e che, al contrario, combattono insieme contro l’autoritarismo. Possiamo combattere insieme a loro solo se critichiamo il nazionalismo e l’autoritarismo e non accettiamo la (falsa) retorica di sinistra. Chiunque voglia evitare questo errore deve fare tre cose: 1) criticare il nazionalismo e lo sfruttamento; 2) smettere di concentrarsi sulla classe media; 3) giudicare i fenomeni culturali nel loro contesto sociale. La sinistra che critica il capitalismo fuori dalla Cina deve finalmente capire che il PCC non offre un’alternativa migliore al capitalismo liberale. Dal punto di vista di un lavoratore salariato, la Cina è un Paese capitalista – combinato con un alto grado di repressione e dispotismo autoritario! Negli anni Novanta del secolo scorso le lotte della classe operaia in Corea del Sud sono state ostacolate politicamente dalla democratizzazione e dai sindacati, ma hanno dato i loro frutti. La classe operaia in Cina è stata fermata dalla censura, dal dispotismo e dalla violenza; è stata marginalizzata politicamente ed economicamente.

(1) Sulla natura capitalistica della Cina, tanto per quanto riguarda la sua “struttura” economica quanto per ciò che concerne la sua “sovrastruttura” politico-istituzionale, rimando ai miei diversi scritti dedicati al grande Paese asiatico. Solo alcuni titoli: Tutto sotto il cielo – del CapitalismoLa Cina è capitalista? Solo un pochinoChuang e il “regime di sviluppo socialista”Sulla campagna cineseŽižek, Badiou e la rivoluzione culturale cineseDa Mao a Xi Jinping. 70 anni di capitalismo con caratteristiche cinese.

(2) L’Imperialismo è unitario in primo luogo sotto questo peculiare significato: la sua struttura e la sua logica interna non possono in alcun modo incrociare positivamente la lotta anticapitalistica del proletariato ovunque questa lotta dovesse dispiegarsi. «Il dominio di classe non è più capace di travestirsi con una uniforme nazionale; contro il proletariato i governi nazionali sono uniti»: questa tesi marxiana è il minimo sindacale teorico e politico che possiamo pretendere da un comunista (possibilmente non solo di nome) attivo nella Società-Mondo del XXI secolo. L’imperialismo è unitario in questo peculiare significato: esso si pone unitariamente contro gli interessi dell’umanità in generale, e delle classi subalterne, in particolare. Al suo interno questo Imperialismo è invece costantemente diviso, contraddittorio e conflittuale. Per approfondire la conoscenza del mio punto di vista “geopolitico” rinvio a due testi: Il mondo è rotondo e Sul concetto di imperialismo unitarioIl concetto di Sistema Mondiale del Terrore è stato invece da me “elaborato” anni fa con un preciso intento polemico nei confronti della cosiddetta guerra al terrorismo (per chi scrive terrorizzante e terroristica è la società mondiale presa nella sua disumana totalità): rimando al PDF intitolato La radicalizzazione del male. Ovvero: il Sistema Mondiale del Terrore.

(3) «Nato nei primi anni ’50 su emulazione della Propiska sovietica, lo hukou è un documento fondamentale nella vita di ogni abitante cinese; ancora oggi, resta indispensabile per ottenere l’accesso a istruzione, cure sanitarie, pensione e assicurazione. Tutti questi servizi vengono garantiti esclusivamente nel proprio paese natale, da cui lo hukou viene rilasciato. Il mancato possesso dello hukou locale costituisce quindi un ostacolo alla libera circolazione della popolazione. Ma non solo. Il sistema cinese ha portato alla creazione di una società diseguale, che nega il diritto all’istruzione e cure mediche a milioni di cittadini. Basti pensare che, nonostante sulla carta l’istruzione sia un diritto garantito, molte scuole pubbliche chiedono ai genitori migranti il pagamento di tasse aggiuntive salatissime. Queste richieste proibitive costringono molti bambini migranti a fare ritorno al proprio villaggio o ad iscriversi in scuole private non riconosciute dal sistema scolastico statale. Davanti a queste premesse, è evidente come l’emarginazione istituzionale e sociale generata dal sistema dello hukou abbia influenzato le vite dei migranti cinesi; a causa della loro identità rurale, essi sono percepiti dai loro concittadini come individui senza cultura ed una minaccia alla stabilità collettiva. Esclusione sociale e mancanza di opportunità hanno condannato i migranti alla segregazione di mercato e all’immobilità di classe, in virtù di uno Stato padre di due cittadinanze distinte: urbana e rurale. […] L’ultima riforma dello hukou prometteva la cittadinanza urbana a 100 milioni di residenti rurali. Tuttavia, sembrerebbe che il piano tenda a favorire ancora una volta l’entrata di capitali, rimanendo in silenzio di fronte alle richieste della popolazione fluttuante» (Bridging China ). Un Paese perfettamente capitalista, non c’è che dire.

(4) Sulla reale condizione di vita e di lavoro dei migranti cinesi, cioè del grande esercito di lavoratori che tutti gli anni si sposta dalle zone rurali del Paese per raggiungere i distretti industriali cinesi, dove sarà sfruttato a dovere dal capitale nazionale e internazionale, rimando al post La pessima condizione dei migranti cinesi.

(5) «Qiao è un collettivo mediatico di base di scrittori, artisti e ricercatori cinesi della diaspora dedito a sfidare la crescente aggressione dell’imperialismo degli Stati Uniti contro la Cina e promuovere il socialismo e l’internazionalismo». Traducendo in italiano la Neolingua si ha: Qiao Collective è uno strumento della propaganda del Partito-Regime cinese, ossia uno strumento dell’imperialismo cinese.

Dalla parte degli oppressi. Intervista sul colonialismo e il capitalismo del terrore nello Xinjiang.

Domanda: Quali sono le misure più importanti che il PCC ha adottato nello Xinjiang in termini di sorveglianza, controllo e sfruttamento?

Risposta: È importante capire che la sorveglianza promossa e implementata dagli Uffici di Pubblica Sicurezza dello Xinjiang, attraverso sistemi realizzati e mantenuti da aziende tecnologiche private, va oltre il controllo della manodopera musulmana e della migrazione – che sembrano essere gli obiettivi primari del sistema – e si estende fino all’assunzione del controllo di istituzioni e ambiti sociali uiguri e kazaki come le moschee, le scuole, i luoghi sacri, la vita rituale e la vita familiare. È questo che rende il sistema un vero e proprio sistema coloniale, più che la semplice accumulazione capitalista attraverso l’espropriazione. L’insediamento di coloni implica la presa di controllo delle istituzioni sociali autoctone al fine di realizzare una piena occupazione della società locale e di stabilire un rapporto di dominazione sulla vita delle popolazioni indigene. I sistemi di sorveglianza accelerano questi processi ed estendono il potere delle autorità statali e dei loro agenti, facendo sì che vengano messe in atto politiche di criminalizzazione della pratica religiosa, nonché di messa al bando della lingua uigura e di quella kazaka nelle scuole. La limitazione degli spostamenti comporta anche una separazione familiare su larga scala attraverso strumenti come i collegi residenziali per bambini e ragazzini e l’assegnazione forzata al lavoro in fabbriche scelte dalle autorità. Naturalmente nel sistema di sorveglianza vi sono ancora numerose lacune che richiedono il ricorso a una sorveglianza umana. Per questo lo Stato ha mobilitato oltre un milione di dipendenti pubblici incaricati di “adottare” le famiglie musulmane e di monitorare le loro attività. Questi dipendenti “mandati in missione” da aziende e istituzioni urbane mettono in atto un programma che ricorda sotto certi aspetti le vecchie campagne dell’era di Mao con le quali gli abitanti delle città venivano mandati nelle campagne per imparare dalle masse o venivano mobilitati nell’ambito di altre campagne per svolgere il ruolo di educatori e di prestatori di assistenza sanitaria. In questo contesto, le masse rurali uigure e kazake sono costrette a imparare dai cosiddetti “parenti” che le adottano.

Domanda: Lo Xinjiang è un importante produttore di cotone e di altre colture agricole, nonché di petrolio e minerali. Che ruolo svolge tutto ciò nelle politiche che il PCC attua nello Xinjiang?

Risposta: È importante capire che le autorità centrali cinesi, in quanto autorità di uno Stato in via di sviluppo, pongono una forte enfasi sugli investimenti strategici. Perciò sono più interessate al rendimento a lungo termine degli investimenti e alla sicurezza dell’economia nazionale che ai profitti immediati. Una delle loro priorità è disporre delle fonti interne di materie prime necessarie per una florida economia industriale. Il petrolio, il gas naturale, il carbone e le risorse minerarie dello Xinjiang sono un aspetto chiave dell’indipendenza energetica della Cina. Allo stesso modo, il cotone e i pomodori coltivati nello Xinjiang – entrambi intorno al 20-25% della produzione mondiale – sono materie prime di importanza chiave per la produzione orientata all’esportazione. Dagli anni ’90, quando la Cina è diventata la “fabbrica del mondo”, questi settori merceologici sono diventati i pilastri dell’economia dello Xinjiang. Sono stati ciò che ha attirato i coloni han nella regione, prima per costruire le infrastrutture per l’estrazione delle risorse e poi per dare sostegno al settore industriale e a quello dei servizi. Negli ultimi tre decenni lo Xinjiang è diventato una classica colonia periferica che serve i bisogni delle metropoli di Shanghai e Shenzhen. Le principali fonti di attrito emerse nel processo di completo sfruttamento della ricchezza economica della regione sono state la geografia della regione e le rivendicazioni della sua popolazione autoctona.

Domanda: L’attuale regime del PCC ricorre a una retorica modernizzatrice, che definisce socialista, mirata allo “sviluppo” delle aree abitate da popolazioni autoctone. Vedi dei paralleli con i discorsi dei missionari cristiani o quelli del capitalismo occidentale riguardo allo sviluppo?

Risposta: Sarei cauto nel definire “socialisti” i programmi messi in atto nello Xinjiang. Poiché i diritti dei lavoratori sono fortemente ridotti dalla relazione coloniale e i lavoratori stessi vengono sottoposti in tale contesto a una logica razziale in virtù delle politiche etniche adottate, penso che sia forse più corretto definirli come programmi di un capitalismo di Stato o di un capitalismo coloniale. Hanno molto in comune con i programmi capitalistici di presa di possesso delle terre con i quali i coloni bianchi furono inviati in luoghi come l’Oklahoma, la California e l’Oregon per rivendicare le terre dei nativi come proprie. Le successive spedizioni di missionari incaricati di pacificare i “selvaggi” che erano sconvolti dall’espropriazione e dall’occupazione delle loro terre, si proponevano di “Uccidere l’indiano, salvare l’uomo” (Richard Henry Pratt). Vi è una logica analoga nei documenti statali che descrivono i programmi di riduzione della povertà e di rieducazione adottati per lo Xinjiang. Tali documenti mirano esplicitamente a inculcare negli uiguri una “qualità” (“suzhi” in cinese) spirituale e culturale nonché a salvarli dalla “malattia” dell’”Islam estremista” – termine che usano per indicare normali pratiche islamiche come la frequentazione delle moschee, la preghiera, lo studio del Corano e il digiuno durante il Ramadan. Il lavoro in fabbrica viene promosso in quanto non religioso e moderno, mentre il lavoro agricolo e le pratiche culturali uigure vengono svalutati come non produttivi o ” superflui”. Le feste e i rituali della vita quotidiana han, l’etnia maggioritaria, vengono presentati ai musulmani come “normali”, mentre molte pratiche tradizionali uigure vengono descritte nei documenti statali come “anormali” o come segni di estremismo.

Domanda: Quali sono le caratteristiche del “capitalismo del terrore”? A quali forme di “terrore” si riferisce tale termine, e in che modo tali forme sono riconducibili al particolare genere di capitalismo esistente nello Xinjiang?

Risposta: Il termine “terrore” descrive in questo contesto concettuale il modo in cui gli uiguri e altri cittadini musulmani dello Xinjiang sono stati considerati come un “altro” irrazionale e come un’ intrinseca minaccia per la maggioranza “civilizzata”. Definirli “terroristi” – un modo socialmente accettabile per riferirsi a “selvaggi” o “barbari” – crea i presupposti per uno stato di eccezione al normale stato di diritto. Una volta che qualcuno viene definito terrorista o potenziale terrorista, le normali protezioni civili non valgono più. L’elemento di minaccia insito nel termine consente inoltre allo Stato di giustificare la messa sul piede di guerra dell’intera nazione e dei cittadini della popolazione maggioritaria. Questo stato di emergenza consente di mobilitare l’industria privata e i cittadini come agenti dello stato. Quello che ho descritto fin qui è un particolare tipo contemporaneo di complesso industriale militare o di sicurezza. La mia argomentazione va un po’ oltre per esaminare quale tipo di capitale viene effettivamente prodotto da questo complesso e come tale capitale si inserisce nell’economia globale. […] Quindi, per riassumere, il capitalismo del terrore ricorre alla retorica sul “terrorismo” per giustificare l’investimento di capitale statale e privato nelle industrie ad alta intensità di dati e di lavoro. Come nei vari casi di capitalismo razzista in altri luoghi, la favola della minaccia costituita dai corpi e dalla socialità degli uiguri e dei kazaki consente di fare sì che la loro terra, i loro dati e il loro lavoro vengano espropriati legalmente, o rubati, creando così una nuova frontiera del capitalismo globale. Nel mio libro Terror Capitalism. Uyghur Dispossession and Masculinity in a Chinese City (Duke University Press, dicembre 2021) esploro il modo in cui i progetti coloniali svolgono il ruolo di frontiere dell’espansione capitalistica, e affermo che colonialismo e capitalismo sono co-costitutivi. Il lavoro che attualmente sto svolgendo si confronta con il lavoro di studiosi che lavorano nel Nord America per esaminare il modo in cui la categoria del “terrorista” e le popolazioni private di status legale grazie al suo uso producono nuove frontiere del capitalismo in altri luoghi, come il Sud-Est asiatico e gli Stati Uniti.

Domanda: I media e i politici occidentali inquadrano la repressione degli uiguri nello Xinjiang come una questione di diritti umani. Perché dovrebbero essere legittimati a farlo, visti i precedenti dei paesi occidentali in materia di diritti umani?

Risposta: Mentre è importante che i diritti civili e umani di tutte le persone siano protetti, molti paesi, come gli Stati Uniti, hanno sfruttato questa cornice legale e retorica come strumento di competizione geopolitica, ignorando allo stesso tempo le proprie violazioni di tali diritti. Per essere presi sul serio come sostenitori dei diritti umani, o più specificamente dell’antirazzismo e della decolonizzazione, gli Stati Uniti e altri paesi devono compiere passi concreti per promuovere tali processi nei rispettivi spazi nazionali. Gli Stati Uniti, in particolare, devono assumersi tutta la responsabilità per la guerra globale contro il terrorismo, che ha causato decine di milioni di sfollati e ha fatto da modello discorsivo e operativo per la campagna cinese nello Xinjiang. Inoltre i diritti umani, sebbene costituiscano un importante quadro giuridico che può fornire protezioni istituzionali per le popolazioni emarginate, dovrebbero essere considerati principalmente come una linea minima di protezione. Quando invece diventano l’unico criterio con il quale si valuta la violenza coloniale, si perdono di vista i fattori economici e politici alla base della violenza strutturale. Hanno anche l’effetto di classificare le nazioni occidentali come superiori alle nazioni del Sud globale, che si ritiene essere il regno delle violazioni dei diritti umani. Così facendo si elude il fatto che i successi economici delle nazioni occidentali dipendono dallo sfruttamento dei mercati del lavoro e delle risorse delle nazioni meno ricche.

Domanda: Quali possibilità e direzioni vedi per una strategia di sinistra che sia critica e solidale?

Risposta: È solo negli ultimi anni che una seconda generazione di studiosi, studenti e giovani professionisti uiguri ha iniziato ad adottare una prospettiva più sfumata sulla situazione che li riguarda. Questi giovani di sinistra sono interessati alla solidarietà con altri movimenti per la giustizia economica e l’autonomia, come quelli di Hong Kong e del Kashmir, e con lotte di più lunga data come il movimento di liberazione palestinese e il movimento anti-apartheid in Sudafrica. Tutti gli attivisti di sinistra dovrebbero schierarsi a fianco di questo gruppo emergente di persone di sinistra dello Xinjiang e riconoscere che ciò che sta accadendo nella regione è una forma di colonizzazione connessa al capitalismo globale. La sinistra dovrebbe denunciare e contrastare ovunque il potere statale, i processi di dominazione etnica e il super-sfruttamento messo in atto dalle multinazionali. E deve certamente opporsi alla colonizzazione dei popoli autoctoni – indipendentemente dal fatto che questa colonizzazione venga portata avanti dalle potenze europee o meno. Cornel West ha riassunto bene il concetto in un’intervista in cui parlava della Cina e di altre aree. Parafrasando, ha detto che per essere coerenti nella lotta per la decolonizzazione bisogna sapere improvvisare. Con questo intendeva dire, in primo luogo, che l’impegno per l’antirazzismo e la decolonizzazione implica lo schierarsi con gli oppressi ovunque essi siano. In secondo luogo, che questo schierarsi implica l’improvvisazione di una presa di posizione contro tutte le forme di imperialismo simultaneamente. Questo a sua volta può portare a un internazionalismo che ponga al suo centro le voci degli oppressi e le amplifichi.

11 pensieri su “PIANETA CINA

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  9. PUMMAROLA CON CARATTERISTICHE ITALO-CINESI

    Inchiesta sul pomodoro cinese di Matteo Civillini, Eric Szeto e Caitlin Taylor (www.irpimedia.irpi.eu). Una breve sintesi.

    «Un’inchiesta di IrpiMedia, in collaborazione con CBC Canada, ha ricostruito dettagliatamente la filiera del concentrato di pomodoro cinese: dai produttori collusi con lo sfruttamento etnico nello Xinjiang ai colossi dell’industria conserviera italiana, che trasformano la materia prima. Gli uiguri non hanno reale libertà di scelta e sono costretti ad accettare gli spostamenti nei “campi di lavoro”. Tra questi ci sono anche i terreni coltivati a pomodoro, primo tassello di una filiera che ha il suo snodo centrale in Italia.

    Decine di migliaia di tonnellate di concentrato di pomodoro proveniente dalla regione cinese dello Xinjiang sbarcano in Italia ogni mese. Entrano in alcune tra le più importanti aziende conserviere in fusti da diversi chili ed escono sotto forma di tubetti o barattoli pronti per essere consumati in tutto il mondo. Questi prodotti, almeno in parte, sono collegati a un sistema di capillare repressione che il governo di Pechino applica nei confronti della minoranza etnica degli uiguri. Ma, una volta “ripulito” dagli stabilimenti italiani il legame con lo Xinjiang scompare. Per il consumatore è praticamente impossibile esserne a conoscenza.

    L’Italia è di gran lunga il primo mercato al mondo di destinazione del concentrato cinese: nel 2020 ne sono arrivate più di 97 mila tonnellate, circa l’11% delle esportazioni totali di Pechino. Gli sbarchi di concentrato cinese in Italia sono più che raddoppiati nel 2021, con navi che approdano nei porti di Salerno e Napoli quasi tutti i giorni. È complicato sapere con certezza dove finisca la valanga di concentrato cinese dopo aver varcato le porte degli stabilimenti di trasformazione.
    I produttori cinesi che esportano abitualmente in Italia sono una dozzina, ma un nome spicca per regolarità e rilevanza. Cofco Tunhe è la divisione che si occupa di coltivazione di vegetali del gruppo Cofco, colosso cinese dell’agroalimentare sotto controllo statale. Con sede a Urumqi, capitale dello Xinjiang, Cofco Tunhe vanta una produzione di circa 300 mila tonnellate di concentrato di pomodoro all’anno. I frutti vengono coltivati in terreni che tappezzano la regione autonoma, per poi essere trasformati in 15 stabilimenti produttivi. Un comunicato stampa diramato da Cofco Tunhe nel 2020 dice che il colosso del concentrato recluta lavoratori uiguri allo scopo di “promuovere l’unità nazionale”.

    Re assoluto della rotta sino-campana è il gruppo Petti, storico nome dell’industria delle conserve. Nei primi sei mesi del 2021 ha importato circa il 57% di tutto il concentrato di pomodoro cinese sbarcato in Italia. Tra i diversi fornitori di Petti con sede nello Xinjiang spicca proprio Cofco Tunhe. La Petti ha confermato a IrpiMedia di importare concentrato di pomodoro dallo Xinjiang, ma rifugge ogni responsabilità etica annessa: “La società Petti è dotata di un codice etico ai principi del quale si sforza costantemente di adeguare i rapporti commerciali con i partner esteri per il rispetto dei diritti umani”.

    Risalendo la pianura dell’Agro nocerino-sarnese verso nord si incontra un altro centro nevralgico dell’industria del pomodoro. A Sarno in un’area di oltre 105 mila metri quadrati si estende lo storico stabilimento di Giaguaro, azienda guidata dalla famiglia Franzese dagli anni ‘60. Giaguaro confeziona bottiglie di passata, tubetti di concentrato e scatole di polpa a cubetti quasi esclusivamente per conto della grande distribuzione organizzata. Il suo mercato principale è la Germania, dove fornisce, tra gli altri, due colossi come Lidl e Aldi.

    Dopo Petti, Giaguaro è il secondo maggior importatore di concentrato di pomodoro dalla Cina: nei primi sei mesi del 2021 ne ha acquistate 15 mila tonnellate. I documenti di certificazione sanitaria mostrano come Giaguaro faccia affidamento su diversi fornitori dislocati lungo il territorio dello Xinjiang».

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