CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE. UNA BREVE RIFLESSIONE IN ATTESA DELLE NUOVE VIOLENZE

Tra i vincitori dell’ennesima tregua nella guerra infinita che oppone lo Stato israeliano ai palestinesi di certo non ci sono né i proletari palestinesi né quelli israeliani. È su questa fondamentale certezza che fondo la mia valutazione sugli ultimi sviluppi del conflitto. Come sempre accade in questi casi, tutti gli attori in campo rivendicano la vittoria – e in questo somigliano un po’ ai partiti italiani dopo le elezioni: non c’è partito che non abbia motivi per ritenersi soddisfatto del risultato elettorale. Quasi tutti gli analisti geopolitici concordano nell’attribuire ad Hamas e ai suoi sostenitori più importanti (Iran e Turchia), ma anche all’Egitto e agli Stati Uniti la palma della vittoria, mentre soprattutto lo Stato di Israele appare di gran lunga nei panni del protagonista sconfitto, almeno in questa fase. Sconfitto non tanto sul piano militare, che ha anzi confermato la superiorità del suo esercito, quanto su quello politico e sociale, cioè sul fronte interno, il quale ha fatto registrare crepe, contraddizioni e tensioni mai osservate in passato e che certamente costituiranno oggetto di attenta analisi per la classe dominante israeliana, con ciò che verosimilmente – ma non automaticamente – ne seguirà sul piano degli equilibri politici nazionali.

Anche i Paesi arabi più ostili all’Iran (a cominciare dai firmatari degli Accordi di Abramo dell’agosto 2020) devono essere annoverati tra i perdenti del “cessate il fuoco” scattato nella notte tra giovedì e venerdì 21 maggio. L’Egitto può invece reclamare legittimamente un posto d’onore nella classifica dei vincenti: «Il presidente egiziano al Sisi ha sfruttato la situazione tra Israele e Hamas per crearsi spazi diplomatici e continuare a costruire il proprio standing internazionale [e rafforzarsi sul piano interno, nel contesto di una crisi economica praticamente permanente]. Vero che gli Stati Uniti hanno chiesto in modo piuttosto impositivo di fermarsi al governo di Benjamin Netanyahu (che pubblicamente aveva risposto picche, ma nei fatti aveva rallentato gli attacchi su Gaza fino poi a fermarli); vero anche che la Turchia ha provato a trarre profitto dalla crisi sfruttando il lato palestinese per sostenere l’immagine del difensore globale dei musulmani; ma è stato il Cairo a giocare un (non) sorprendente ruolo chiave».

La guerra che conduce Hamas (1) contro lo Stato israeliano non ha niente di storicamente e di socialmente progressivo, inquadrandosi piuttosto nella più generale guerra sistemica (economica, tecnologica, scientifica, ideologica, militare) che oppone tra loro piccoli, medi e grandi imperialismi, regionali e internazionali. Mi si può obiettare che chi scrive dall’Occidente non può sindacare le scelte che il Popolo Palestinese fa in piena autonomia. Rispondo osservando in primo luogo che il concetto di “Popolo Palestinese” non cancella ai miei occhi la realtà della stratificazione sociale di questo popolo, che come tutti i popoli del mondo conosce la divisione in classi sociali. La guerra non annulla ma anzi esaspera la divisione classista del “popolo”. In quanto proletario anticapitalista sostengo la lotta di classe ovunque essa si sviluppi, e nella mia valutazione degli eventi subordino gli interessi (a cominciare da quello supremo: rimanere vivi!) dei proletari a qualsiasi altro interesse – a cominciare da quello nazionale.  Quanto alla supposta “autonomia” dei palestinesi nei confronti degli interessi di grandi e piccole potenze, ragionali e internazionali, è meglio stendere un velo pietosissimo.

Una volta Marx scrisse: «I lavoratori non hanno patria. Non si può sottrarre loro ciò che non hanno». La borghesia ha cercato in tutti i modi di dare ai proletari una Patria, dei valori universali per cui vivere e combattere, dei beni materiali da difendere e moltiplicare, in modo che essi avessero qualcosa da perdere (e non solo le marxiane catene) e da guadagnare in questo capitalistico mondo, e non nell’altro – nel Regno dei Cieli o nel Regno della Libertà. Occorre ammettere che finora gli sforzi della classe dominante sono stati coronati dal successo, e con Schopenhauer possiamo affermare quanto segue: «Fra tutte le forme di superbia quella più a buon mercato è l’orgoglio nazionale. […] Ogni povero diavolo, che non ha niente di cui andare superbo, si afferra all’unico pretesto che gli è offerto: essere orgoglioso della nazione alla quale ha la ventura di appartenere. Ciò lo conforta; e in segno di gratitudine egli è pronto a difendere a pugni e calci, con le unghie e coi denti tutti i suoi difetti e tutte le sue stoltezze». Che triste spettacolo ci tocca sopportare! Sventolate pure le vostre bandiere nazionali, oh poveri diavoli, mentre le classi dominanti vi opprimono, vi sfruttano, vi disumanizzano – e, quando occorre, vi trasformano in massacratori dei fratelli che indossano un’altra divisa nazionale.

In ogni caso non è chi scrive che intende negare al “Popolo Palestinese” uno straccio di Patria, una Patria pur che sia, ovvero una Patria «come si deve», ma il processo sociale capitalistico, il groviglio di contraddizioni di vecchio e di nuovo conio, e sempre per come la vedo io quella Patria non vale un solo goccio di sangue proletario – né palestinese, né israeliano, né thailandese («I due uccisi dai razzi lanciati da Gaza sono lavoratori stranieri, probabilmente originari della Thailandia») (2).

(1) «Amira Hass, che scrive per Haaretz da Ramallah, è solidale con la causa palestinese: la leggiamo regolarmente su Internazionale, che ieri ha tradotto un suo articolo di scrupolosa documentazione sui modi in cui le autorità israeliane decidono degli obiettivi dei bombardamenti (“A Gaza Israele cancella intere famiglie palestinesi”). Il suo articolo del giorno prima si intitolava “Hamas è entrata nei tornei maggiori”. Le cedo la parola: “È impossibile trattare Hamas come il rappresentante delle vittime, ed è impossibile esentarlo da domande come: la sua risposta militare all’escalation israeliana del mese di Ramadan a Gerusalemme, non ha forse troncato sul nascere un movimento politico popolare contro lo sfratto dei palestinesi a Sheikh Jarrah? E ha tenuto conto del terribile prezzo che stanno pagando i civili della Striscia di Gaza? […] È difficile credere che i capi di Hamas e della sua ala militare non abbiano messo in conto la probabilità che Israele rispondesse alla loro audacia con colpi molto più letali, che sarebbero costati la vita a molti civili, e non solo ai membri delle organizzazioni militari palestinesi. Si può dare per scontato che Hamas sapesse che Israele avrebbe risposto al vago ultimatum di Mohammed Deif  [uno dei capi del braccio armato di Hamas] con la massiccia distruzione di infrastrutture civili e non solo militari. Non c’è dubbio che Hamas è entrato, pienamente consapevole, in una nuova campagna in cui la sua capacità di difendere i suoi cittadini era nulla. Esso usa deliberatamente le sue capacità militari e lo choc internazionale provocato dalla vista della distruzione, per promuovere il suo ruolo di rappresentante politico dell’intero popolo palestinese. E Israele continua a spianargli la strada: sia nel tagliar fuori la Striscia di Gaza dal resto del paese, sia nella sua letale e sfrenata politica militare» (A. Sofri, Il Foglio).

(2) «Secondo l’ultimo bilancio Onu il conflitto ha causato in 11 giorni la morte di 242 palestinesi (tra cui 23 bambine, 43 bambini, 38 donne, 143 uomini) e 12 israeliani (cinque uomini, cinque donne e due bambini) oltre a 2mila feriti circa per la parte palestinese e 710 per quella israeliana» (Adnkronos).

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