TIENANMEN! 天安門!

Alla fine di giugno del 1989, a massacro di giovani studenti e operai cinesi ancora caldo, io e pochi altri amici scrivemmo un breve opuscolo dedicato a quel drammatico evento firmandolo Filo Rosso. Lo intitolammo Tienanmen! Semplicemente. Qui di seguito citerò alcuni passi di quell’opuscolo per ricordare gli eventi occorsi 32 anni fa. Com’è triste fare i conti con il trascorrere inesorabile del tempo! Inutile dire, ma lo diciamo lo stesso, che i morti della primavera cinese del giugno ’89 pesano come un macigno anche sulla “coscienza” di chi oggi sostiene in Italia e in Europa le ragioni del Celeste Imperialismo, facendosi strumento dell’escrementizia propaganda politico-ideologica del Partito Capitalista Cinese. Per dirla con Fabrizio De André, «Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti. Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti».

«Noi non abbiamo mai creduto nell’esistenza di un “comunismo” in Cina (né in qualche altro Paese: Russia, Cuba, Vietnam, ecc.); è per questo motivo che dopo Tienanmen non ci sentiamo in imbarazzo, né avvertiamo sensi di colpa, né ci sentiamo in crisi sul piano politico-ideologico. Ma non vogliamo attestarci, per questo, su una posizione, politicamente infruttuosa quanto ridicola, di autocompiacimento o di irrisione nei confronti delle altrui certezze e ragioni, oggi assai mortificate dai fatti. Per questo siamo disposti ad affrontare, insieme ad altri, uno studio “spregiudicato” e non settario sulla storia del movimento operaio internazionale, per capirne la sua attuale drammatica crisi». Scrivendo «drammatica crisi» sapevamo già allora di concedere troppo all’ottimismo della speranza.

Per noi si trattava per un verso di negare, nel modo più assoluto, l’esistenza in Cina, da Mao in poi, di un regime comunista, o quantomeno di un «socialismo con caratteristiche cinesi» (va ricordato che la «via nazionale al socialismo» fu il concetto chiave dello stalinismo russo e internazionale: togliattismo compreso); e per altro verso di attribuire le cause della sanguinosa repressione di quei giorni al regime totalitario posto al servizio di un possente processo capitalistico di accumulazione che proprio alla fine degli anni Ottanta subì un’impressionante accelerazione, scuotendo le fondamenta stesse dell’immenso Paese asiatico. Per la leadership cinese allora in gioco non c’era solo l’assetto istituzionale del Paese, o il ritmo di accumulazione del capitale, ma la stessa esistenza di una Cina unitaria come era venuta fuori dalla rivoluzione nazionale-borghese diretta dal Partito (cosiddetto “comunista”) di Mao.  Quello che accadeva nell’Unione Sovietica di Gorbaciov e in tutto il mondo del “socialismo reale” europeo portava indubbiamente acqua al mulino della fazione “antidemocratica” del regime, che si servì del massacro di Piazza Tienanmen anche per ricompattare il Partito-Stato, avvezzo a dividersi nelle svolte storiche, e regolare definitivamente i conti con le fazioni cosiddette “democratiche”.

«Per la scuola di pensiero che fa capo a personaggi come De Mita, Craxi, Bocca e Colletti quanto accade oggi in Cina starebbe dimostrando oltre ogni ragionevole dubbio quanto sia illusorio attendersi un’autoriforma del “comunismo”, il quale mostra ancora una volta di essere autoritario e violento per natura. La morte di questa pia illusione mette in piena luce l’insegnamento di Churchill: pur con tutti i suoi limiti e difetti, la democrazia di stampo occidentale si dà all’umanità come il migliore dei regimi possibili. Il Partito di Occhetto esce malconcio dal confronto con questa scuola di pensiero, perché il suo retaggio stalinista (o togliattiano che dir si voglia) non gli consente quella radicale “revisione” politica che gli consentirebbe di uscire rapidamente fuori dall’attuale postura difensiva. Perfino un Cariglia qualsiasi ha tutte le carte in regola per rivendicare al suo miserrimo partito [PSDI] un vantaggio politico di quarant’anni nei confronti del PCI, nel cui seno l’ala kabulista [il cui leader era Armando Cossutta] è ancora forte e in grado di condizionarne la linea politica. E infatti anche sulla questione cinese i “comunisti” italiani stazionano “in mezzo al guado”, da dove balbettano frasi a dir poco banali e imbarazzate». 

Com’è noto, solo dopo il crollo del Muro di Berlino Achille Occhetto capì che il suo partito doveva realizzare una rapida sterzata “a destra”, in direzione del “socialismo riformista” italiano (vedi Bettino Craxi) ed europeo (vedi “Internazionale Socialista”), se non voleva correre il rischio di rimanere ancora per decenni fuori dall’area governativa. Ecco come Occhetto ha ricordato i fatti di 32 anni fa in un’intervista del 2019 rilasciata a Repubblica: «Era il 9 novembre ed ero a Bruxelles per incontrare il leader laburista Neil Kinnock. Rimanemmo ipnotizzati di fronte alle immagini televisive che giungevano da Berlino. Stavano picconando il Muro. Dissi subito ai giornalisti: “Qui non crolla soltanto il comunismo, ma tutto il Novecento”». Ovviamente il fondatore del PDS chiama “comunismo” quello che io chiamo stalinismo, cioè a dire un’ideologia e una prassi che non solo non avevano (e non hanno, mutatis mutandis) nulla a che fare con il comunismo, ma ne erano piuttosto l’esatto opposto. Come ho scritto altrove, la storia dello stalinismo sovietico e internazionale (togliattismo in primis) è un capitolo particolarmente escrementizio del Libro nero del Capitalismo mondiale. La “svolta della Bolognina” (12 novembre ‘89) segnò appunto la fine del più grande partito stalinista (con caratteristiche italiane, si capisce) dell’Europa occidentale, e gli irriducibili (quelli che daranno vita all’attuale galassia “comunista” del nostro Paese) accusarono e denigrarono anche sul piano personale il “traditore” Occhetto – qualcuno particolarmente creativo lo accusò di essere in preda a delle vere e proprie turbe psichiche!

Gli eventi internazionali che ebbero nella caduta del famigerato Muro la loro più alta espressione simbolica determinarono la definitiva sconfitta della “linea riformista” interna al PCC, che si strinse intorno al vecchio gruppo dirigente che alla morte di Mao aveva dato vita al “Nuovo Corso” – quello oggi definito da molti economisti e politologi come «Capitalismo politico». I “riformisti” furono espulsi dal Partito e di molti di loro si sono perse le tracce. Alla “linea nera” che rivendicava un sistema politico meno rigido (non certo una “rivoluzione liberaldemocratica”!), il gruppo fedele a Deng contrappose la “linea rossa” centrata su un accresciuto autoritarismo, la riscoperta dell’ortodossia ideologica e un sempre più esasperato nazionalismo revanscista. Purtroppo l’orgoglio nazionale è da sempre una merce che le classi dominanti vendono benissimo sul mercato delle idee, in ogni parte del mondo, tanto più in un Paese che ha alle spalle un non breve periodo di oppressione nazionale. Non pochi ex leader studenteschi dell’89 sono oggi tra i più accessi sostenitori della guerra sistemica ingaggiata dalla Cina contro gli Stati Uniti per la conquista del primato mondiale. Il loro nazionalismo quasi sempre sconfina in un parossismo antiamericano tanto violento quanto ridicolo. «Le Madri di Tiananmen vogliono che il Partito comunista cinese smetta di dare la colpa degli eventi ai manifestanti. Per ora non hanno ricevuto alcuna scusa. Al contrario il partito ha confermato la sua sentenza, definendo le proteste “disordini”, “sommosse controrivoluzionarie” e “azioni contro il governo”» (Internazionale). E ritorniamo dunque sulle «sommosse controrivoluzionarie» (sic!).

Fedeli all’insegnamento del Mandarino di Treviri, cercammo di osservare in profondità il caotico e pur entusiasmante movimento politico-sociale di quei caldi giorni cinesi, per non lasciarci ingannare dalla sua complessa fenomenologia e, soprattutto, per non lasciarci sviare dalla coscienza che i suoi protagonisti andavano maturando sulla loro stessa esperienza. La materialistica analisi del profondo ci permise, ad esempio, di non schifare il movimento di Pechino, Shangai e Canton in quanto espressione di giovani soggiogati dalla demoniaca cultura occidentale, nonché servi sciocchi dell’Imperialismo americano, secondo una lettura prevalente nella “sinistra” stalinista e maoista di allora – e di oggi? A un certo punto era apparsa in Piazza Tienanmen una copia della statua della libertà: la pistola fumante!

Né ci convinceva, diciamo così, la scuola di pensiero che attribuiva il massacro di Piazza Tienanmen alla “controrivoluzione antimaoista” iniziata alla fine degli anni Settanta dalla “cricca” di Deng Xiaoping. Questa “scuola” giustamente denunciava «una politica economica che in 10 anni ha moltiplicato le contraddizioni interne della Cina, sviluppando un’enorme disoccupazione soprattutto nell’agricoltura», ma difendeva il vecchio sistema «che, con mille contraddizioni, aveva costruito un modello di società auto centrato e autogestito, fondato sull’eguaglianza» (da un volantino distribuito da Democrazia Proletaria).

«I giovani ribelli di Pechino, Shangai e Canton somigliano ai giovani di Tokyo, di Parigi, di Londra, di Milano e di qualsiasi altra città di questo capitalistico mondo, e la caduta delle ideologie legate a una falsa e moralistica “uguaglianza sociale”, intrisa peraltro di un odioso bigottismo sessuofobo e di un grottesco culto della personalità, non può che farci piacere, e non può non fare piacere, noi crediamo, a chiunque auspichi anche per la Cina lo sviluppo di un’autentica lotta di classe. I Paesi capitalisticamente più sviluppati, diceva Marx (che di feticci ideologici se ne intendeva), mostrano ai Paesi meno sviluppati quale sarà il loro – più o meno prossimo – futuro, e questo vale anche sul terreno della “sovrastruttura”; come stupirsi, allora, dell’entusiasmo con cui soprattutto i giovani cinesi guardano ai cosiddetti valori occidentali? Cosa propongono gli “anticonsumisti” di casa nostra ai cinesi che aspirano a una vita meno miserabile?».

Una parte della cosiddetta estrema sinistra italiana interpretò la primavera cinese del 1989 addirittura come un “ritorno al maoismo delle origini”: infatti «studenti, operai, gente comune, insomma il popolo avanza coi pugni chiusi, le bandiere rosse e cantando l’Internazionale». Evidentemente anche elaborare il lutto non è un pranzo di gala! […] Ad esempio, Rossana Rossanda attribuisce all’”abile voltagabbana” Deng Xiaoping il progetto di “reintrodurre in Cina capitalismo e profitto” (Il Manifesto, 4 giugno 1989), mentre quel Paese non ha mai conosciuto un solo atomo di socialismo, ma modi diversi, spesso come risposta all’iniziativa imperialista dell’Unione Sovietica (prima “amica” e poi nemica di Pechino) e degli Stati Uniti (prima nemici e poi “amici” di Pechino), di costruire un moderno capitalismo senza compromettere l’unità nazionale del Paese e l’unità politica del Partito-Regime. Un’impresa realizzata sulla pelle di milioni di contadini e di proletari, sacrificati dal maoismo sull’altare dell’accumulazione capitalistica “originaria”, ineludibile impresa in vista dell’ascesa della Cina come potenza mondiale. Stiamo parlando di decine di milioni di morti. Ma forse per la Rossanda tutto questo rappresenta un mero dettaglio, se considerato alla luce del famigerato pranzo di gala. Per noi invece tutto questo ci dice che quanto sta avvenendo oggi in Cina è comprensibile solo alla luce di quello che è avvenuto ai tempi di Mao: il presente ha i suoi presupposti nel passato, con “dialettica” continuità storica. Le risposte ai problemi che oggi affliggono le classi subalterne cinesi non vanno cercate in un mitologico passato, ma nel presente, nella società cinese dei nostri giorni considerata senza preconcetti ideologici e alla luce del più complessivo processo sociale mondiale – quello, per intenderci, che sta ridisegnando lo scacchiere mondiale venuto fuori dal Secondo macello imperialistico».

«A nostro avviso i seguaci della “linea maoista” sbagliano due volte; una prima volta perché attribuiscono significati e potenzialità eversivi (“anticapitalistici”) a un movimento di lotta, fatto perlopiù di giovani studenti e giovani operai, che quei significati e quelle potenzialità non aveva avuto, né poteva averli nelle date circostanze storiche, e con ciò stesso se ne nascondono i tratti realmente originali e fecondi, in grado di dare buoni frutti per il presente e per il futuro (ad esempio, la nascita di un vasto associazionismo politico e sindacale indipendente dal Partito-Regime). In secondo luogo i nostalgici dell’epoca maoista (ormai morta e sepolta) trasformano una genuina manifestazione di solidarietà internazionalista in un’occasione di stampo amarcordiano, buona forse per rinverdire e ricordare i trascorsi politici di qualcuno, ma certamente assolutamente incapace di metterci nelle condizioni di capire ciò che accade in Cina e nel mondo intero».

Pur costatandone i limiti e le contraddizioni, nell’opuscolo cercammo di sottolineare gli aspetti socialmente e interessanti del movimento sociale cinese represso violentemente nella notte tra il 3 e il 4 giugno dell’89 – una data destinata a finire nei libri di storia.

«Alla luce di quanto detto si può certamente concludere che il movimento di lotta dei giovani studenti e operai si colloca, per l’essenziale, all’interno della tendenza riformista che rivendica lo svecchiamento dell’apparato politico che governa il Paese e una rapida transizione del regime in direzione della democrazia; non a caso il suo punto di riferimento sovranazionale era Gorbaciov, il quale d’altra parte durante la sua “storica” visita in Cina [maggio ‘89] si è guardato bene dal simpatizzare con il movimento studentesco. Per non parlare della simpatia che gran parte del movimento studentesco manifestò fin da subito per Zhao Ziyang, ossia per il leader dell’ala “riformista” del PCC. Anche Deng Xiaoping sostiene l’esigenza di una rapida crescita del capitalismo cinese, ma egli teme che una politica eccessivamente spregiudicata e “aperturista”, anche sul terreno politico-istituzionale, possa far scivolare il Paese verso una situazione di conflittualità sociale difficilmente governabile.[…]

Tuttavia questa consapevolezza non ci ha portato né a prendere le distanze da esso, né a sottovalutarne il significato sociale, tutt’altro. Anche rimanendo sul terreno del riformismo un autentico movimento sociale, ossia un movimento fondato su reali bisogni sociali (migliori condizioni di vita e di lavoro, una più ampia libertà di associazione, di parola e di espressione politico-culturale, ecc.), può esprimere e innescare tutta una serie di dinamiche che vanno nel senso auspicato dai comunisti – quelli veri, non quelli che massacrano le masse o che solidarizzano con i massacratori… Non a caso i comunisti hanno sempre parlato dei movimenti sociali nei termini di “scuole di comunismo”, nella misura in cui essi possono realizzare le condizioni per una loro maturazione in senso più radicale, o quantomeno per la formazione di nuove avanguardie sindacali e politiche. È per questa ragione che noi ci siamo schierati fin da subito dalla parte della “primavera cinese”, nonostante avessimo ben chiari tutti i suoi limiti, i quali hanno esposto soprattutto gli studenti alla strumentalizzazione tentata da una parte del Partito-Regime.  […] Ma una parte consistente del movimento di lotta è stata in grado di esprimere un carattere indipendente  davvero promettente, tale da rendere possibile la formazione di un vasto associazionismo studentesco e operaio, ed è stata soprattutto questa prova di autonomia, e non “lo spettro dell’uomo della Lunga Marcia” (Rossana Rossanda), a terrorizzare i leader più “conservatori” del Partito e a scatenare la violenza repressiva dello Stato cinese. Il Partito-Regime non poteva tollerare la formazione di “sindacati operai illegali” – secondo la sua stessa definizione. Ed è proprio questa ricercata autonomia da tutte le fazioni presenti nel PCC l’elemento più significativo di quel movimento e ciò che lo differenzia radicalmente dalla cosiddetta “rivoluzione culturale”, che rappresentò il tentativo della fazione maoista di riconquistare la direzione di quel Partito dopo il suo declino seguito ai disastri del “Grande Balzo in Avanti”».

Nell’opuscolo caratterizzavamo come segue la dinamica interna al Partito Capitalista Cinese (sacrifico volentieri la menzognera forma a vantaggio della sostanza concettuale!):

«L’esigenza che fa capo agli interessi del capitalismo cinese è certamente quella delle riforme politiche, nell’accezione più vasta del concetto, e, sotto questo aspetto, la linea di Zhao – morto o vivo che sia – è in prospettiva quella vincente; ma queste riforme devono essere gestite e controllate dall’alto, dal centro del regime, perché quando le masse si mettono in moto le cose possono sfuggire di mano e la “corrente riformista” può trasformarsi in un fiume tumultuoso e devastante. Non a caso il generale Jaruzelski, prima di attuare una spregiudicatissima politica “riformista”, sentì il bisogno di schiacciare con la violenza più bruta il movimento operaio polacco, per poi cercare il “dialogo” con la sua parte più moderata. Riformismo, certamente, ma dall’alto! Senza contare il fatto che il movimento di protesta di Pechino, Shangai, Canton e delle altre metropoli cinesi ha messo in crisi l’offensiva diplomatica di Deng volta a riscuotere un largo consenso da parte dei suoi partner internazionali – giapponesi ed europei, in primis.  Non si possono concedere troppi crediti (politici e finanziari) a un Paese scosso da vasti movimenti sociali che mettono a repentaglio ogni forma di investimento: la stabilità sociale, in primo luogo! Annegando nel sangue la lotta degli studenti e degli operai peggio pagati e alloggiati, il Partito-Regime ha inteso rassicurare il capitale internazionale circa la bontà degli investimenti in un Paese che abbonda di lavoratori ligi alla disciplina e alla moderazione salariale, e che ha una gigantesca potenzialità di consumo: la Cina è la Mecca del Capitale! Scriveva sconsolato Vittorio Zucconi: “La verità terribile della repressione cinese, quella che forse non vogliamo ammettere a noi stessi […], è che le vittime di quella Piazza sono state sacrificate non soltanto sull’altare del potere comunista cinese [leggi potere capitalista cinese] ma per la stabilità dei rapporti e degli equilibri internazionali. Nell’imbarazzo dei ‘grandi’, nel loro silenzio c’è il segno che il cuore era con i martiri. Ma la ‘realpolitik’ stava con i carri armati” (La Repubblica, 10 giugno 1989). Anche il cuore, e non solo la realpolitik, ci permettiamo di correggere. Il più realista di tutti è stato, ancora una volta, Giulio Andreotti, il quale ha invocato la beneamata “moderazione da entrambe le parti”: ossia dalla parte dei massacratori e da quella dei massacrati! Il cinismo andreottiano esprime bene la cinica natura del capitalismo mondiale. […] Insomma, è sbagliato e molto riduttivo, a nostro avviso, parlare di Li Peng e Deng Xiaoping come di due “fascisti” (o stalinisti?), come fanno molti compagni, perché se di “fascismo” vogliamo proprio parlare occorre estendere quella qualifica a tutto il Partito-Regime, senza nulla concedere all’arte dell’usa e getta da sempre praticata dalle classi dominanti di tutto il mondo. Magari quei due “fascisti” verranno usati come capro espiatorio dalla fazione “riformista”, ma intanto la situazione sarà stata “normalizzata” e il durissimo colpo inferto al movimento di lotta della primavera cinese avrà ottenuto tutti i suoi effetti».

Nel momento in cui scrivevamo quelle considerazioni la situazione interna al regime appariva tutt’altro che chiara e stabilizzata, e questa caotica fluidità è registrata puntualmente dal nostro opuscolo.

«Quando ad un certo momento, tra il 6 e il 7 giugno, sembrò realizzarsi una spaccatura all’interno dell’Esercito cinese come conseguenza di un’insanabile spaccatura ai vertici del regime, pensammo che l’ala “riformista” del PCC fosse scesa in campo per imporre a ciò che rimaneva del movimento una tutela politico-militare che esso non aveva mai chiesto. In quei drammatici giorni un giornalista della radio di Stato italiana raccolse una dichiarazione di un leader del movimento che sintetizziamo come segue: “Se i soldati si sparassero fra di loro, gli uni contro gli altri, sarei molto contento. Infatti non si tratterebbe di una guerra civile, ma di una lotta interna al gruppo dirigente”. Questo ci fa capire quale fosse lo spirito di almeno una parte dei giovani ribelli. […] Di solito un individuo cambia radicalmente idea su qualcosa o su qualcuno solo quando si vede costretto a farlo dai fatti, obtorto collo, quando cioè il metaforico mattone gli cade sulla testa imponendogli di chiedersi: “Ma cosa sta succedendo?” Il mattone cinese non è certo caduto sulla nostra testa, per quanto piccola essa sia; forse sulla testa di chi la pensa come Rossana Rossanda, ma non sulla nostra. Per noi si tratta anzi di una limpida quanto drammatica conferma. Ma oggi in gioco non c’è la coerenza politico-ideologica di nessuno; la posta in gioco è assai più seria, perché ai giovani politicamente e umanamente più sensibili che con sbigottimento stanno assistendo al crollo dei vecchi miti occorre dare delle risposte chiare. Ebbene, noi intendiamo dare il nostro modesto contributo a questo prezioso lavoro di chiarificazione, affinché dalla primavera cinese e dal sangue versato dai suoi ribelli possa venire fuori qualcosa di fecondo per la lotta di emancipazione delle classi dominate di tutto il mondo».

L’opuscolo si concludeva con una seconda parte dedicata alla storia della Cina maoista intesa a caratterizzare, in termini assai stringati, come nazionale-borghese la rivoluzione culminata nel 1949 con la proclamazione della Repubblica Popolare, e a mettere in luce la sostanziale derivazione stalinista del maoismo: uno stalinismo con caratteristiche cinesi, diremmo oggi. E qui rimando ai miei diversi scritti dedicati al grande Paese asiatico. Solo alcuni titoli: Tutto sotto il cielo – del Capitalismo; Chuang e il “regime di sviluppo socialista”; Sulla campagna cinese; Žižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese.

Leggi anche: Piazza Tienanmen e il potere del capitale; Pianeta Cina.

7 pensieri su “TIENANMEN! 天安門!

  1. Più di 6000 poliziotti dispiegati in tutta Hong Kong per impedire qualsiasi manifestazione “antipatriottica” intesa a ricordare il massacro del 4 giugno 1989.

    «Fino al 2019, la regione ad amministrazione speciale di Hong Kong (Hksar) e quella di Macao (Msar) erano gli unici luoghi della Cina in cui era possibile riunirsi in massa per ricordare la tragedia di piazza Tiananmen. Come lo scorso anno, anche stavolta le autorità dei due enti territoriali hanno proibito gli assembramenti. Formalmente il governo hongkonghese vuole prevenire la diffusione del coronavirus, anche se il numero di contagi qui è ormai molto basso. Il governo dell’ex colonia portoghese (dove i casi di Covid-19 sono pari a zero) ha anche aggiunto esplicitamente che la commemorazione e gli eventuali slogan violerebbero le leggi penali locali, incluse quelle relative alla sovversione e alla diffamazione. Macao è ormai talmente inglobata nei meccanismi politici della Repubblica Popolare che le autorità regionali possono esporre in chiaro quali sono le loro preoccupazioni. La situazione è molto diversa a Hong Kong, dove la popolazione è storicamente abituata a mostrare il proprio dissenso verso Pechino. Ne ha dato prova anche il 4 giugno 2020, quando migliaia di persone hanno disobbedito al divieto e sono scese in strada per ricordare i fatti di Tiananmen».

    «La leadership della Repubblica Popolare non può accettare che una parte della popolazione hongkonghese critichi la gestione dei cosiddetti “tumulti politici” scoppiati nel 1989 e quindi la legittimità dell’attuale classe dirigente. Soprattutto ora che il paese attraversa una fase estremamente delicata sul fronte domestico e internazionale. Il governo di Carrie Lam sta anche studiando l’adozione di una legge contro la disinformazione e le scuole hanno preso ulteriori misure “patriottiche” per instillare nei giovani un maggiore senso di appartenenza alla Repubblica Popolare. Lo scopo di Pechino – a Hong Kong come nel resto del paese – è servirsi della pedagogia nazionale per catalizzare il consenso delle nuove generazioni. Consenso senza il quale nessuna potenza può perseguire ambizioni geopolitiche di lungo periodo» (Limes).

    https://www.limesonline.com/rubrica/cina-hong-kong-tiananmen-anniversario

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