LA FITTA TRAMA DEL MONDO. Sul concetto di oggettività

Colui che sa non parla; colui che parla non sa (Lao-tzu).

Chi discute dimostra di non avere chiarezza di idee (Chuang-tzu).

Somma cosa è non sapere di sapere (Lao-tzu).

Qui di seguito “socializzo” una riflessione sollecitata da commenti su Facebook aventi per oggetto il concetto di realismo com’è stato elaborato dalla scienza nel corso del tempo. Ho preferito non cambiarne la forma, con quel che ne segue anche in termini di punteggiatura e di ripetizioni concettuali, che spero non disturbino molto la lettura.  Le tre citazioni in epigrafe probabilmente la dicono lunga su chi scrive, il quale sa, socraticamente (capovolgendo il saggio Lao-tzu), di non sapere, soprattutto per ciò che riguarda la meccanica quantistica, e si comporta di conseguenza: non smette di studiarla, di parlarne, di discuterne. Questa estroversione del pensiero, se così vogliamo chiamarla, mi accosta più alla filosofia occidentale che a quella orientale, e anche questo è ben comprensibile. Occorre anche ammettere che la “problematica quantistica” è assai suggestiva e affascinante, e probabilmente i paradossi e le “stranezze” su cui ci costringe a riflettere stanno alla base del grande successo che negli ultimi anni tale “problematica” sta avendo presso il “grande pubblico” dei non addetti ai lavori – cosa che peraltro spinge non pochi “divulgatori scientifici” a delle volgarizzazioni che sconfinano nel più banale esoterismo a sfondo mistico – vedi alle voci anima quantistica, saggezza cosmica, spiritualità quantica, ecc., ecc., ecc. D’altra parte, chi sono io per criticare la nuova “moda quantistica”?

Tullio Regge, che per un semestre lavorò con il grande Werner Heisenberg, disse una volta: «La meccanica quantistica non si capisce: ci si abitua». E in effetti, ancor prima di capire si tratta di abituarsi a ragionare in un modo particolare, di acquisire cioè un metodo d’indagine adeguato a una realtà che spesso ridicolizza la semplice intuizione, costretta a rifugiarsi nella solita domanda: «Ma com’è possibile che ciò accada?» È sufficiente pensare alla correlazione quantistica tra due corpi o tra due sistemi chiamata entanglement (groviglio, intreccio), per capire fino a che punto possa essere controintuitiva la meccanica quantistica. 

Se la Prima rivoluzione industriale ebbe nel vapore, ossia nell’energia termica, la sua principale spinta propulsiva, la Seconda ebbe invece nell’elettricità e nella chimica la sua fondamentale base tecnologica. Avere a che fare con l’elettricità e con la chimica delle sostanze manipolate nel processo produttivo significa imbattersi nei problemi pratici e teorici posti all’uomo dalla dimensione microscopica della materia. La creazione di una misura standard della luminosità (accanto al metro, al chilogrammo, al litro) diventò un serio problema quando in Europa e negli Stati Uniti si sviluppò una promettente industria legata alla produzione di lampadine. La ricerca intorno ai problemi teorici e pratici posti alla fisica moderna dal “mitico” corpo nero [1], ricerca che ha avuto un ruolo fondamentale nella rivoluzione quantistica, ebbe dunque una precisa connotazione storico-sociale, a dimostrazione di quanto sciocco sia considerare la scienza a prescindere dalla più generale prassi sociale che realizza le condizioni di esistenza di una comunità in una data situazione storica.

Bella riflessione su come lavora la scienza, sui suoi metodi, sulla sua storia e sulla sua autocoscienza, se così posso esprimermi. La cosa mi fa piacere tanto più in questo momento, essendo reduce dalla lettura di tre libri che certamente conoscerete: Breve storia del tempo, di Stephen W. Hawking (la cui capacità divulgativa è, a mio ultramodesto giudizio, non eccelsa, diciamo così), Il Tao della fisica, di Fritjof Capra [2], e Fisica e filosofia di Werner Heisenberg. Quest’ultimo libro, che considero davvero importante, l’avevo già letto qualche tempo fa, ma volevo rinfrescarmi le idee sulla concezione filosofica del grande fisico tedesco per metterla a confronto con quella di Capra, il cui libro (del 1975) è stato per me una bella scoperta. Sto provando a scrivere qualcosa a proposito di questo confronto – che a mio modestissimo parere premia la concezione di Heisenberg, il cui respiro storico-sociale gli consente tra l’altro di non spingere oltre il lecito alcune analogie (tra il pensiero scientifico/filosofico moderno e quello del passato) e alcune suggestioni concettuali. «Noi apparteniamo ad una comunità o ad una società. Questa società è tenuta insieme da idee comuni, da una scala comune di valori etici, o da un comune linguaggio nel quale ci si esprime sui problemi generali della vita» [3]. La prassi sociale, più o meno ricca e complessa, degli individui si deposita nel linguaggio ed è possibile solo per mezzo del linguaggio, vero e proprio strumento di lavoro – compreso, ovviamente, il lavoro scientifico e quello artistico.

Mutuando il grande Galileo [4] mi sento di dire che il libro della natura è scritto in linguaggio umano: nelle pagine che seguono cercherò di dare un senso compiuto a questa impegnativa affermazione.

Marxianamente parlando, concepisco le «relazioni materiali degli uomini» nei termini di un «linguaggio della vita reale» [5]. Linguaggio della vita reale e linguaggio propriamente detto sono collegati tra loro da moltissimi fili, spesso invisibili a un primo sguardo, e non raramente il nostro pensiero rimane impigliato nel groviglio che si viene a formare nei punti di connessione tra i due linguaggi. Heisenberg dedicò molta attenzione a questo problema, il quale si palesò in tutta la sua dimensione proprio nel momento di passaggio dalla fisica classica alla fisica sorta dalla rivoluzione quanto-relativistica.

Per ragioni economiche vorrei commentare un solo passo della vostra riflessione, questo: «E in fisica ciò che conta sono solo i fenomeni. È dai fenomeni che risalgo ai principi che regolano la realtà del mondo». A mio modo di vedere non esistono «principi che regolano la realtà del mondo», ma piuttosto principi e leggi elaborati dalla scienza per descrivere i fenomeni. Non solo, ma la scienza approccia i fenomeni che indaga provvista già di una strumentazione teorica frutto di passate osservazioni e teorizzazioni, la cui idoneità deve naturalmente passare il vaglio delle nuove osservazioni potenziate dalle nuove acquisizioni tecnico-scientifiche. E così via. Insomma, «La scienza naturale non è semplicemente una descrizione e una spiegazione della natura; essa è parte dell’azione reciproca tra noi e la natura» [6].

Alle spalle dello scienziato che osserva e misura c’è il prodotto materiale e concettuale della secolare prassi sociale. Kant intuì qualcosa di questa “dialettica”, e parlò dell’esistenza di concetti che precedono l’esperienza, di concetti «a priori». In realtà questi concetti precedono quella determinata esperienza, l’ultima della serie, e quindi non sono affatto «a priori» in senso assoluto, nel senso kantiano – o platonico – della definizione.  È vero, ad esempio, «che i concetti di spazio e di tempo appartengono alla nostra relazione con la natura, non alla natura stessa; che noi non potremmo descrivere la natura senza far uso di questi concetti» [7]; ma è soprattutto vero che quei concetti sono il frutto di passate osservazioni e teorizzazioni. Insomma, come spesso mi è capitato di scrivere non è possibile tagliare fuori il soggetto della conoscenza dalla scena chiamata “oggettività del mondo” senza annichilire con ciò stesso questa oggettività. L’oggetto diventa una platonica ombra se lo concepiamo assolutamente indipendente dal soggetto: Non esiste la “pura oggettività”; esiste piuttosto l’ideale di oggettività che informa il pensiero scientifico in una data epoca storica. Come sempre, quando parlo di “soggetto”, o di “osservatore”, non intendo mai riferirmi a un singolo individuo, ma a un soggetto collettivo, a una comunità storicamente data, alla multiforme prassi sociale che rende possibile un’organizzazione sociale.

Ciò che io non posso osservare, toccare, esperire in qualche modo direttamente non cade nella dimensione della pura (leggi: astratta) oggettività, ma nella dimensione più larga costituita dagli altri individui della comunità: io non ho assistito ieri alla copertura del disco solare da parte di quello della Luna, ma ne hanno parlato le persone che hanno assistito a quel fenomeno, e quindi per me esso ha il carattere della realtà oggettiva. Come sempre bisogna intendersi sul significato che diamo alle parole: cosa intendiamo per “realtà oggettiva”? In che senso le cose accadano “realmente”? La sola realtà oggettiva che personalmente concepisco è quella che viene fuori dalla relazione, intima, inscindibile e sempre mutevole, di oggetto e soggetto. Il mondo non è la nostra sensazione, né la nostra rappresentazione: il mondo è la nostra prassi sociale, il nostro rapporto con la comunità degli individui e con la natura.

«La fisica del Novecento, in particolare quella quantistica, propone un rapporto, tuttora irrisolto, con la realtà. La tesi di Lucio Russo è molto significativa e richiama, in qualche modo, quella di Albert Einstein. Prendiamo un elettrone, che sulla base dei modelli fisici si comporta sia da onda che da corpuscolo. In maniera, dunque, contraddittoria. I due comportamenti sono incompatibili. Ebbene, sostiene Lucio Russo [in Stelle, atomo e velieri, Mondadori], la gran parte dei fisici assume l’idea che i modelli quantistici (tipo “l’interpretazione di Copenaghen” della MQ) rappresentino la realtà e che, dunque, la natura è intrinsecamente contraddittoria. Mentre, suggerisce Lucio Russo, probabilmente i modelli si limitano a “salvare i fenomeni” in maniera molto precisa (la meccanica quantistica, riconosceva Einstein, è la più precisa tra le teorie elaborate dai fisici) e nulla dicono circa l’effettiva realtà del mondo» [8]. Salvare le apparenze (i fenomeni) o cogliere «l’autentica realtà delle cose»? Questa domanda e la relativa risposta devono in ogni caso scontare a mio avviso il carattere relazionale (storico, sociale) di ciò che chiamiamo «autentica realtà delle cose». Come cercherò di argomentare, nella descrizione del mondo naturale (e del mondo tout court) aggancio ai fenomeni e aggancio al soggetto rappresentano due facce della stessa medaglia, due fondamenti della “realtà obiettiva” che non vanno mai separati l’uno dall’altro – salvo incorrere in astrattezze concettuali di stampo “realista” oppure “idealista”.

Il termine “oggettivo” che usiamo per caratterizzare la realtà cosiddetta “obiettiva” (la cosa che non vive solo nella nostra testa) è sbagliato e forviante proprio perché rinvia il pensiero a uno solo dei due momenti costitutivi, ossia all’oggetto, considerato erroneamente come l’ente che sta all’inizio della catena relazionale, a fondamento del processo conoscitivo, mentre da solo, indipendentemente dal soggetto, l’oggetto semplicemente non esiste, né concettualmente né realmente. Con ciò non voglio affatto dire che oggetto e soggetto sono sostanzialmente identici, tutt’altro; intendo piuttosto affermare che le loro peculiari nature, le loro ineliminabili differenze qualitative, hanno modo di estrinsecarsi solo nella loro reciproca relazione. Tolti dal contesto relazionale qui rozzamente abbozzato, oggetto e soggetto svaniscono senza lasciare alcuna traccia della loro specifica natura. Tutto questo ovviamente sempre all’avviso di chi scrive. Concludo con alcune citazioni tratte dai miei appunti.

«È importante ricordare che nella scienza naturale ciò che ci interessa non è l’universo come un tutto, includente noi stessi, ma che la nostra attenzione si dirige verso una parte dell’universo e fa di quella l’oggetto dei nostri studi. […] Ciò che importa è che gran parte dell’universo, inclusi noi stessi, non appartiene all’oggetto. […]. È stato prima sottolineato che nell’interpretazione di Copenaghen della teoria dei quanta noi possiamo in realtà procedere senza menzionare noi stessi come individui, ma non possiamo trascurare il fatto che la scienza naturale è formata da uomini. La scienza naturale non descrive e spiega semplicemente la natura; descrive la natura in rapporto ai sistemi usati da noi per interrogarla. È qualcosa, questo, cui Descartes poteva non aver pensato, ma che rende impossibile una netta separazione fra il mondo e l’io. Se si pensa alle gravi difficoltà che anche eminenti scienziati, come Einstein, incontrano per intendere ed  accettare l’interpretazione di Copenaghen dalla teoria dei quanta, esse si possono far risalire alla divisione cartesiana di materia e spirito. Tale divisione è penetrata profondamente nella menta umana durante i tre secoli che seguono Descartes e ci vorrà molto tempo perché possa esser sostituita da un atteggiamento veramente diverso nei riguardi del problema della realtà» [9].

Su questo punto Fritjof Capra concorda: «La concezione meccanicistica della natura è quindi in stretto rapporto con un determinismo rigoroso. […] La base filosofica di questo determinismo rigoroso era la fondamentale divisione tra l’Io e il mondo introdotta da Cartesio. Come conseguenza di questa divisione, si riteneva che il mondo potesse essere descritto oggettivamente, cioè senza tener mai conto dell’osservatore umano, e tale descrizione oggettiva del mondo divenne l’ideale di tutta la scienza» [10]. Con Cartesio si delinea dunque il moderno concetto di oggettività: oggettiva è la realtà della natura colta nella sua (impossibile) indipendenza dal soggetto che pure la indaga con mezzi teorici e tecnici sempre più penetranti e invasivi.

Cartesio concepisce il soggetto come «una sostanza la cui essenza o natura consiste nel pensare e che per esistere non ha bisogno di alcun luogo né dipende da alcuna cosa materiale. Di guisa che questo io, che l’anima, per mezzo della quale io sono quel che sono, è interamente distinta dal corpo, e se questo non esistesse affatto, essa non cesserebbe di essere tutto quel che è» [11]. Egli fonda quindi la certezza dell’essere su un’astratta ipotesi che non potrà mai realizzarsi. E infatti, egli aggiunge poco dopo: «Io vedo chiarissimamente che per pensare bisogna esistere» [12].  E d’altra parte l’individuo può esistere solo in quanto totalità vivente, come soggetto avente un corpo e un’anima: non si può esistere senza pensare e non si può pensare senza esistere, e questa evidente realtà non ammette primazie di sorta dell’uno o dell’altro momento. Ma c’è di più: il singolo individuo non è possibile senza considerare la comunità di cui egli è parte. L’essenza dell’Io chiama immediatamente in causa l’esistenza di un soggetto collettivo, di una comunità, di una società storicamente determinata. Se dico Io dico sempre, necessariamente e immediatamente Noi. Dalle mie parti non c’è spazio alcuno per il Robinson gnoseologico caro a tanta filosofia idealista [13]. Quella cartesiana è dunque una mera finzione metodologica, di un astratto razionalismo che il filosofo francese cercherà di portare a coerenza nel corso della sua esistenza senza però mai riuscirvi. Ciò comunque non priva il dubbio metodologico cartesiano della sua feconda carica rivoluzionaria – naturalmente considerando la cosa dalla prospettiva storica [14].

«Cogito ergo sum non ci dice nulla circa i limiti entro cui possiamo usare i concetti di “pensare” e di “essere”, nel cercare la nostra strada. In definitiva, da un punto di vista generale, è sempre una questione empirica quella dei limiti nei quali i nostri concetti possono venire applicati» [15]. Io traduco «questione empirica» con «questione pratica», e fatto ciò tiro senz’altro la barba al mio ubriacone preferito: «Il difetto principale d’ogni materialismo fino ad oggi (compreso quello di Feuerbach) è che l’oggetto, la realtà, la sensibilità, vengono concepiti solo sotto la forma dell’obietto o dell’intuizione; ma non come attività sensibile umana; non soggettivamente. […] La questione se al pensiero umano spetti una verità oggettiva, non è una questione teoretica bensì una questione pratica. Nella prassi l’uomo deve provare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere immanente del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non-realtà del pensiero – isolato dalla prassi – è una questione meramente scolastica» [16]. Metto le metaforiche mani avanti: citando Marx non intendo affatto attribuirgli la mia idea di “realtà oggettiva”, che è appunto “mia”. Né d’altra parte intendo dire che la mia concezione “filosofica” sposa in pieno l’interpretazione di Copenaghen della teoria quantistica. Vediamo in che senso. Non prima però di aver ribadito che la “correlazione forte” qui esposta impegna, per così dire, solo chi scrive.

Segue qui (a pagina 13).


[1] Qualsiasi corpo che non sia fisicamente “morto” emette onde elettromagnetiche. A zero gradi Kelvin (-273 C) l’agitazione molecolare dei corpi cessa, e quindi si estingue l’energia associata al movimento più o meno intenso e caotico delle molecole. Un corpo che assorbe energia dall’esterno aumenta la sua energia interna (cresce l’agitazione delle sue molecole) e quindi la sua temperatura, mentre viceversa, un corpo che emette (dissipa) energia all’esterno registra un abbassamento della sua temperatura. La variazione di temperatura registra insomma una variazione dell’energia termica di un corpo. L’assorbimento di energia dall’esterno e l’emissione di energia verso l’esterno sono fenomeni correlati, perché se la fonte esterna cessa di emanare energia verso il corpo le condizioni energetiche di quest’ultimo tendono con il tempo a ripristinare lo stato precedente: il corpo prima si riscalda (T → T1), e poi si raffredda (T1 → T). Il corpo prima assorbe energia, e poi la emette, ripristinando l’equilibrio termico iniziale. Un corpo colpito da onde elettromagnetiche è in grado di assorbirne una parte, e l’energia associata a quelle onde ne fa aumentare la temperatura, perché l’energia assorbita dall’esterno è trasformata dal corpo in energia termica. In altri termini, le onde elettromagnetiche assorbite dal corpo mettono in agitazione le sue cariche di superficie, le quali generano appunto calore. In generale, non tutta l’energia che colpisce il corpo viene da esso assorbita; il rapporto tra energia assorbita (Ea) e energia incidente (Ei) si chiama assorbanza. Un’assorbanza (A) uguale a 1 definisce un corpo che è in grado di assorbire l’intera energia incedente “trasportata” dalle onde elettromagnetiche. Un corpo che ha questa caratteristica è definito corpo nero: A = Ea = Ei = 1. Il corpo è “nero” nel senso che esso assorbe l’intera energia incidente senza rifletterne all’esterno niente. Si tratta di un caso limite utile a orientare euristicamente la teoria. Il potere assorbente e il potere emissivo sono dunque grandezze fisiche funzioni della frequenza e della temperatura, mentre la natura e la forma dei corpi non entrano in gioco né nell’assorbimento né nell’emissione della radiazione. Ciò portò gli scienziati di fine XIX secolo a teorizzare un corpo nero ideale, la cui materia fosse costituita da oscillatori armonici, ossia da un sistema fisico che essi sapevano ben concettualizzare, formalizzare e misurare.  Si trattava quindi di trovare una relazione che legasse in qualche modo tra loro la frequenza e la temperatura, cosa che riuscì al fisico austriaco Stefan nel 1879, sebbene solo dal punto di vista strettamente empirico.

[2] Curiosamente ho letto il libro di Capra, che ho scoperto del tutto casualmente sbirciando nella libreria di un’amica, qualche giorno dopo aver riletto la Bhagavad Gītā – volevo semplicemente spolverarla, ma una volta afferrato il libro mi sono messo a leggere: prima un passo, poi un altro, e alla fine l’ho letto tutto! Le due casualità si sono incontrate a meraviglia, dal momento che il fisico austriaco più volte nel suo libro cita «il libro religioso prediletto in India», al cui centro troviamo il concetto di Māyā: «Māyā non significa che il mondo è un’illusione, come spesso viene erroneamente affermato. L’illusione, semplicemente, si trova nel nostro punto di vista, se pensiamo che le forme e le strutture, le cose e gli eventi attorno a noi siano realtà della natura, invece di comprendere che sono concetti della nostra mente la quale misura e classifica. Māyā è l’illusione che deriva dallo scambiare questi concetti per realtà, dal confondere la mappa con il territorio» (F. Capra, Il Tao della fisica, p. 105, Adelphi, 1989). Incontreremo spesso in questo scritto la dialettica mappa-territorio.

[3]  W. Heisenberg, Fisica e filosofia, p. 166, Il Saggiatore, 2007.

[4] «La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto» (G. Galilei, La prosa, p. 261,1978.

[5] K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca, Opere, V, pp. 21-22, Editori Riuniti, 1983.

[6] W. Heisenberg, Fisica e filosofia, p. 85.

[7] Ibidem, p. 151. Scrive Mendel Sachs: «La rivoluzione avvenuta con la teoria di Einstein fu l’abbandono dell’idea secondo la quale il sistema di coordinate spazio-temporali ha un significato obiettivo come entità fisica indipendente. Al posto di questa idea, la teoria della relatività suggerisce che le coordinate spazio e tempo sono soltanto elementi di un linguaggio che viene usato da un osservatore per descrivere il suo ambiente (cit. tratta da F. Capra, Il Tao della fisica, pp. 192-193).

[8] P. Greco, La scienza salva i fenomeni o conosce la realtà?, Scienza in Rete.

[9] Ibidem, pp. 67-69. «Indubbiamente la teoria dei quanta non contiene dei veri e propri tratti soggettivi, non introduce la mente del fisico come parte dell’evento atomico. Ma essa parte dalla divisione del mondo in “oggetto” e resto del mondo. […] È una divisione arbitraria e storicamente una nostra diretta conseguenza del nostro metodo scientifico; l’uso dei concetti classici è infine una conseguenza del modo generale di pensare degli uomini. Ma ciò implica già un riferimento a noi stessi e quindi la nostra descrizione non completamente obbiettiva» (p. 71). Heisenberg declina il soggetto nei termini di un osservatore che maneggia un sofisticato apparato sperimentale, e ciò conferisce alla sua concezione scientifica e filosofia un notevole respiro storico.

[10] F. Capra, Il Tao della fisica, p. 67.

[11] R. Descartes, Discorso sul metodo, p. 69, Mursia, 1972.

[12] Ibidem, p. 70.

[13] A suo tempo Marx ridicolizzò il Robinson protagonista dell’economia politica di Smith e Ricardo: «L’uomo è nel senso più letterale un zòon politikòn, non soltanto un animale sociale, ma un animale che solamente nella società può isolarsi» (Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, I, p. 5, La Nuova Italia, 1997). Qui l’allusione marxiana chiama in causa l’individualismo borghese fondato sulla proprietà capitalistica, espressione giuridica dei peculiari rapporti sociali di produzione capitalistici. Per Marx «la produzione dell’individuo isolato al di fuori della società» è una pura assurdità che non sta in piedi nemmeno per un secondo.

[14] Lo spirito borghese (predatorio e padronale) del XVII secolo è bene espresso dai passi che seguono: «In luogo di quella filosofia speculativa che si insegna nelle scuole, se ne può trovare una pratica, per mezzo della quale, conoscendo la forza e le azioni del fuoco, dell’acqua, dell’aria, degli astri, dei cieli e di tutti gli altri corpi che ci circondano, […] noi potremmo impiegarli nello stesso modo a tutti gli usi a cui sono appropriati, rendendoci, così, simili a padroni e possessori della natura» (ibidem, p. 105).

[15] W. Heisenberg, Fisica e filosofia, p. 102.

[16] K. Marx, Tesi su Feuerbach,  Opere Marx-Engels, V, p. 3, Editori Riuniti, 1972.

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