LA PRIMA VITTIMA

Li abbattiamo come vitelli. Domate il bestiame!

C’hanno insegnato la meraviglia
verso la gente che ruba il pane,
ora sappiamo che è un delitto
il non rubare quando si ha fame,
ora sappiamo che è un delitto
il non rubare quando si ha fame.

Di respirare la stessa aria
dei secondini non ci va,
e abbiamo deciso di imprigionarli
durante l’ora di libertà,
venite adesso alla prigione
state a sentire sulla porta
la nostra ultima canzone,
che vi ripete un’altra volta
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

Per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

Fabrizio De André

Scrive il “garantista” Piero Sansonetti: «Sappiamo con certezza che i detenuti di Santa Maria Capua Vetere sono stati picchiati e torturati da un gruppo molto folto di guardie carcerarie. E questa è una cosa orrenda. È orrendo che dei maramaldi si accaniscano contro dei cittadini indifesi, per di più resi debolissimi dalla condizione di detenuti, è orrendo che il potere non sappia fare altro che utilizzare se stesso solo per affermarsi, per esprimere potenza, arroganza, punizione, umiliazione. È orrendo anche che le notizie su questo fetido episodio di aggressione e tortura non abbiano scosso neppure un po’ l’opinione pubblica e l’intellettualità, sempre pronta a indignarsi per la pensione di Formigoni. Si sa di questa aggressione in carcere da molti mesi. Noi la denunciammo per primi nei giorni immediatamente successivi ai fatti. Silenzio, finora» (Il Riformista). Se posso completare il “concetto” qui riportato, aggiungo che orrenda è in primo luogo questa società che trasuda violenza e ingiustizia da tutti i pori. Lo vediamo anche nella gestione dell’immigrazione. «Il carcere produce violenza», scrive giustamente Sansonetti, che però non coglie la radice sociale e storica del problema, ed è per questo che la sua richiesta di «abolire il carcere» in vista di una gestione non carcerocentrica e non panpenalistica dell’illegalità non è a mio avviso credibile, per non dire altro. D’altra parte non si può pretendere altro da un cultore dello Stato di diritto, ossia dello Stato capitalistico. «Gli economisti borghesi vedono soltanto che con la polizia moderna si può produrre meglio che, ad es., con il diritto del più forte. Essi dimenticano soltanto che anche il diritto del più forte è un diritto, e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma nel loro Stato di diritto» (K. Marx,Grundrisse).

Se non vuoi gli effetti, devi abolire le cause, e intanto devi fidarti solo della tua forza, e lottare con tutti i mezzi necessari per opporre resistenza al potere sociale che ti schiaccia – economicamente, psicologicamente, moralmente, fisicamente.    

Dopo la diffusione delle notizie sull’«orribile mattanza» al carcere Santa Maria Capua Vetere durata dal 6 al 9 aprile 2020, il politicume ha versato le solite escrementizie quanto ipocrite lacrimucce:

«La prima vittima è lo Sato di diritto».

«La prima vittima è la nostra democrazia».

«La prima vittima è la nostra bella Costituzione».

«La prima vittima è la stessa istituzione carceraria».

«La prima vittima è il corpo di polizia penitenziaria».

A mio modesto avviso «La prima vittima» di lor signori merita tutto il disprezzo di cui è capace chi conservi ancora un briciolo di umanità e di pensiero critico.

«Dopo il pestaggio fui portato in una cella di isolamento. Lì c’era Lamine (detenuto che morirà suicida un mese dopo, ndr), era sul letto quasi morto, aveva un rigonfiamento dietro alla nuca, un livido sul viso e vari lividi sul corpo. Ha dormito quasi continuamente per tre o quattro giorni, non ha parlato. Io sono stato con Lamine per undici giorni. La stanza era solo per una persona, dopo che sono entrato hanno portato una branda. Quella sera non abbiamo avuto niente da mangiare». «Non avevamo coperte. Ho usato la federa del materasso. Ci hanno lasciati senza indumenti, senza coperte e con il volume del televisore tenuto al massimo, ininterrottamente, anche di notte. E senza la possibilità di una telefonata ai familiari». «Fakhri M. è tra coloro che ha avuto la peggio. Condotto da solo nella sala della socialità, accerchiato da diversi agenti, costretto a inginocchiarsi davanti a loro e a trascinarsi in ginocchio mentre veniva colpito con calci e pugni e preso a manganellate sulle nocche delle dita delle mani al fine di procurargli la massima sofferenza possibile. Teneva le mani sulla testa come ultimo disperato tentativo di proteggere almeno una parte del corpo dall’aggressione» (Il Riformista).

Questo a proposito di chi è «la prima vittima». Intanto assistiamo alla prevedibile e risibile ricerca delle solite «poche mele marce che non possono infangare un’intera istituzione». Auguri! Ovvero: ma chi volete prendere in giro? Marcia è questa società, nella sua compatta totalità, e il fatto che la cosiddetta opinione pubblica non ne abbia alcuna contezza, e che anzi sostenga la ricerca delle «poche mele marce», ebbene ciò è l’aspetto più inquietante della faccenda che tuttavia non rende meno vera (tutt’altro!) la tesi di fondo qui rozzamente sintetizzata.

4 pensieri su “LA PRIMA VITTIMA

  1. La “logica” del capro espiatorio serve ad autoassolvere una società che produce continuamente “mele marce” e ogni male possibile nelle sue forme più inconcepibili. Serve a mantenere quella parvenza “umana” che impedisce – a un pensiero non critico e autocritico naturalmente! – di cogliere la sua essenza mostruosa. È un po’ come l’alcolista che ripete a se stesso che è più forte della bottiglia e che può smettere quando vuole.

  2. SISTEMA “CELLA ZERO”. ZERO UMANTÀ
    «Alle 12,36, in una chat della polizia penitenziaria con 109 partecipanti, viene diffusa la direttiva: “Entro le 15,30 in tuta operativa tutti in istituto. Si deve chiudere il reparto Nilo per sempre, u tiemp re buone azioni è fernut (il tempo delle buone azioni è finito, ndr). W la Polizia Penitenziaria”. Messaggio condito da due emoji di un avambraccio muscoloso. Seguono commenti: “Passiamo parola. Siamo pronti, speriamo bene. Vi aspettiamo già in trincea. […] E utilizziamo anche scudi e manganelli», precisa mezz’ ora dopo. “Stiamo procedendo: i ragazzi sanno cosa fare!!!”. Ed evoca “l’unico sistema, il sistema Poggioreale”, carcere di Napoli la cui “cella zero” veniva trasformata in “camera delle torture” per pestaggi sistematici. […] Alle 19,25 un interlocutore delle chat non presente a Santa Maria Capua Vetere chiede a Manganelli se hanno usato le maniere forti. La risposta (“Oggi perquisizione e forza”) è gradita: “Sono delinquenti con le teste bruciate e come tali vanno trattati”. Mezz’ ora dopo Colucci sintetizza: “Reparto Nilo: otto sezioni, quattro ore di inferno. Per loro. Non si è salvato nessuno. Applausi finali dei colleghi di Santa». E il suo interlocutore: “Ottimo”. […] “350 passati e ripassati”. Poi l’ultimo messaggio: “Buona notte a tutti. Uniti per Santa Maria sempre”» (La Stampa).

  3. PESTAGGI DI STATO

    Dal Riformista: Abbiamo ricevuto questo documento da una fonte che consideriamo assolutamente attendibile. Lo pubblichiamo così come lo abbiamo ricevuto (tranne brevi tagli su accuse troppo specifiche e che non possiamo verificare) perché ci sembra di grandissimo interesse per il lettore.

    «Gli autori di questo documento assolutamente informale, sono operatori penitenziari di varia estrazione. […] Particolare rilievo e specifica attenzione emergono dagli avvenimenti di recente verificatisi nell’istituto di S. M. Capua Vetere caratterizzati però da una successiva non corretta informazione, magari non voluta ma indotta da fonti discutibili a cui la routine quotidiana di stampa ed i media attingono abitualmente di certo in buona fede. Ma andiamo con ordine.
    La frequenza e l’abitudine inveterata a praticare pestaggi più o meno organizzati nel carcere e non solo (vedi caso Cucchi) esiste da sempre ed emerge, purtroppo, solo nei casi più eclatanti. A tal proposito va detto che, a livello centrale, esiste dal 1997 un nucleo di polizia penitenziaria (GOM) addestrato ad intervenire nei casi di gravi disordini negli istituti. Ma spesso, e solo con l’autorizzazione del capo del DAP, tale nucleo viene utilizzato anche in altri casi per così dire minori (trasferimenti di detenuti pericolosi, scorte, ecc. sempre ai fini della sicurezza). Tuttavia l’uso del GOM a volte va oltre i casi di emergenza ed è autorizzato solo per riportare l’ordine e la disciplina negli istituti. In tali casi l’attività della polizia penitenziaria diventa pericolosa e punitiva più del solito sfociando quasi sempre in una mattanza della quale non sempre si ha notizia. Questo fenomeno ha e deve avere una sua ragion d’essere nelle spiegazioni e motivazioni che vanno al di là delle semplici apparenze. […]

    Non tutti sanno inoltre quali problematiche si scatenano quando un arrestato viene condotto in carcere. Spesso accade che le forze dell’ordine conducano in carcere arrestati a cui precedentemente è stato applicato un “trattamento” che come noto, può dirsi abituale: presentano lividi, ematomi, a volte stentano a stare in piedi ecc. I medici di guardia, spesso coadiuvati da disposizioni perentorie delle direzioni, certificano il loro stato di salute al momento dell’ingresso o nella peggiore delle ipotesi ne sconsigliano l’ingresso e li propongono per un ricovero preventivo in ospedale. La reazione è immaginabile: il rifiuto degli ospedali di accogliere questi soggetti è molto forte, e quello della polizia penitenziaria di piantonarli altrettanto, specialmente se il tutto accade nelle ore notturne. Nei giorni successivi viene presentato per la firma ai direttori un rapporto con il certificato allegato ed il tutto, visti i contenuti, viene inviato “per competenza” alla Procura e per conoscenza a tutti gli altri organi giudiziari e amministrativi, compresi i comandi delle relative forze dell’ordine. Logica vorrebbe che ne scaturissero delle iniziative, dalla semplice richiesta di informativa più approfondita ad un avvio dell’azione penale per presunta notizia di reato. Accade invece, da molti decenni, che nessuno si muova nel suo ambito di competenza e che la questione cada nel più totale dimenticatoio.

    Noi leggiamo questo assordante silenzio come incoraggiamento a continuare nelle sopraffazioni e nei comportamenti violenti che tradotto in termini poveri è complicità».
    Diciamo che qualcosa sospettavo. Diciamo.

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