L’IDENTITÀ NEGATA. Vicissitudini del “corredo identitario umano” ai tempi del dominio totalitario del Capitale

Qui di seguito consegno alcune (confuse e rapsodiche) riflessioni sul disagio esistenziale dei nostri tempi. Mi scuso per le ripetizioni di parole e concetti che non mi è stato possibile eliminare. Spesso, nel mio caso, economia di pensiero ed economia di tempo non collaborano per dare buoni frutti.

Diciamolo francamente: il “pensiero unico” è sempre quello degli altri. Il nostro pensiero è sempre e puntualmente refrattario e ostile al “pensiero unico”, esattamente come suggerisce il marketing di alto target: «Esci dalla massa e asseconda la tua personalità». E il pensiero dominante, che in ogni epoca storica fa capo alla classe dominante, se la ride e se la gode, per così dire. La nostra identità (sessuale, politica, ideologica, nazionale, in una sola parola: esistenziale) è invece ridotta a brandelli, a una poltiglia perennemente alla ricerca di surrogati che gridano vendetta al cospetto della cruda verità delle cose. La moltiplicazione delle identità di ogni genere mette in luce fino a che alto grado di frammentazione, di dispersione e incoerenza è giunta la nostra cosiddetta personalità. L’ossessiva – quanto frustante e illusoria – ricerca di un’identità forte è l’altra faccia della medaglia.

Questa frantumazione identitaria è peraltro assai utile al Capitale, il quale ha bisogno di allargare sempre di nuovo le sue possibilità di produzione e di vendita. Si tratta di un complotto oggettivo, per così dire, ordito dal Capitale contro gli esseri umani ridotti al rango di consumatori. Nella sua disumana ricerca del massimo profitto il Capitale abbatte qualsivoglia limite (anche di natura biologica) e frontiera. Alla globalizzazione capitalistica molti destri e molti sinistri rispondono con il sovranismo e il populismo: anche qui, facce della stessa escrementizia (capitalistica) medaglia.

La parola d’ordine della nostra epoca storica (un tempo la si definiva “borghese”) è una e categorica: spianare tutto quello che in qualche modo, spesso suo malgrado, oppone resistenza al processo di totale integrazione della persona alle esigenze del Capitale. Tutto deve essere – e non solo apparire – fluido, mutevole, adattabile, fungibile, smussato, levigato, liscio. Questo in linea di principio. Chi si oppone alla corrente generale è perduto e, presto o tardi, perdente.

Il confine che separa l’essere socialmente abili dall’asocialità più o meno totale si assottiglia con una progressione davvero inquietante: è un attimo, basta distrarsi un attimo, e si finisce in prossimità della pattumiera sociale – la quale spesso assume l’aspetto delle “malattie mentali” o del carcere. Lavoratore perfetto, consumatore perfetto, utente perfetto, cittadino perfetto. Perfetto, beninteso, rispetto alle esigenze di profitto del Moloch sociale. Siamo sempre più fatti a immagine e somiglianza del Capitale. Tocchiamo con mano la sussunzione totale (totalitaria) dell’individuo ai rapporti sociali capitalistici di produzione e riproduzione – anche sessuale. Tutti i legami vengono indeboliti e “fluidificati”, mentre il legame con le esigenze imperiose del Capitale e con lo Stato che ne garantisce la continuità del dominio si irrobustiscono sempre più ogni giorno che passa. L’eterna lamentela secondo la quale «prima si stava meglio, prima i rapporti tra le persone erano più umani», non fa che registrare la necessaria progressione del Male – del Dominio.

Per capire quanto invasivo e capillare sia diventato il Capitale, è sufficiente riflettere sul potere molecolare dei farmaci di cui ormai non può fare a meno neppure il soggetto cosiddetto sano. Qui il pensiero superficiale corre subito, per rimanervi in un atteggiamento solo apparentemente critico, alle multinazionali dei farmaci (Big Pharma), mentre è piuttosto sulla logica e sulla dinamica immanenti alla società capitalistica colta nella sua complessa e altamente contraddittoria totalità che bisogna in primo luogo puntare i riflettori.

È dunque la nostra stessa vita che perde continuamente di coesione – “materiale”, “spirituale”, psicologica, affettiva, ideale, in una sola parola: sociale. Anche nella scelta dell’identità di genere la madre e il padre vengono sempre più marginalizzati: la loro opinione dilegua dinanzi a quella degli “esperti” (insegnanti, psicologi, medici, giuristi), i quali rappresentano le potenze sociali (a cominciare dal Capitale) e politiche (a cominciare dallo Stato) che plasmano e controllano le nostre vite dall’inizio alla fine. La stessa tradizionale nozione di padre e di madre ha subito una profonda ridefinizione, e la cosa non sembra aver trovato ancora un punto di equilibrio, tutt’altro.

Nel 1943 C.S. Lewis pubblicò un libro intitolato L’abolizione dell’uomo: ma per abolire qualcosa occorre innanzitutto che  qualcosa  di cui ci si vuole sbarazzare esista, e questo non è il caso dell’«uomo in quanto uomo»,  dell’uomo concepito «al suo più altro livello» (Arthur Schopenhauer), di «un’umanità socialmente sviluppata» (Karl Marx). Detto en passant (ma poi non tanto), per Schopenhauer «L’umanità al suo livello più alto non ha bisogno di uno Stato»: concordo! Qui ovviamente uomo sta per umanità, un insieme storico e sociale (con “acclusa” natura) fatto di donne e di uomini.

Colgo l’occasione per una confessione assai poco politicamente corretta: considero oltremodo antipatico il rifiuto (ideologico!) del plurale “neutralizzato” (tutti, ragazzi, amici, compagni, ecc.) per non discriminare le donne (tutti e tutte, ragazzi e ragazze, amici e amiche, compagne e compagni). Per non parlare dell’uso dello schwa (ə) e dell’asterisco! La “rivoluzione terminologica” come supporto ed espressione di una non meglio precisata (ma in ogni caso inquietante, almeno per chi scrive) “rivoluzione antropologica” non è gradita dalle mie parti.

Concordo con chi sostiene che l’ormai mitico Ddl Zan non aggiunge alcun nuovo diritto né nuove autentiche tutele per chicchessia, mentre esso per un verso estende pericolosamente la discrezionalità della magistratura per quanto riguarda i cosiddetti “reati d’odio” (sconfinando senz’altro nella sfera delle pure e semplici opinioni, per quanto disgustose e aberranti siano), e per altro verso promuove una concezione etica dello Stato di stampo progressista che nei risultati normativi e coercitivi ricorda molto lo Stato fascista – il quale peraltro non ebbe mai la pretesa di poter mettere becco su ogni aspetto della vita sociale, così da ricondurre ogni comportamento degli individui a pratica potenzialmente passibile di una “verifica di legalità”.  Il fatto che siano le cosiddette “destre” a denunciare una «deriva orwelliana» della società la dice lunga sulle cosiddette “sinistre”, le quali per molti aspetti praticano politiche e diffondono ideologie ancora più reazionarie di quelle sostenute e propagandate dalla concorrenza.

La tendenza in atto ormai da tempo in tutti i Paesi capitalisticamente avanzati del pianeta va nel senso di una risposta impostata sul piano giuridico (leggi: penale) a tutte le manifestazioni di odio e di latente violenza generate da questa odiosa e violenta società. Ci si illude di poter gestire con strumenti repressivi l’enorme carica di odio, di violenza, di invidia sociale, di frustrazione e quant’altro vediamo spuntare come funghi velenosi ovunque volgiamo lo sguardo. Se non basta la farmacologia, ecco giungere in soccorso della “pace sociale” il braccio armato dello Stato. Ma repressa in un punto, la magagna esistenziale rispunta in un altro punto, e poi ancora in un altro, costringendo la politica a nuove rincorse emergenziali: «Vietato scrivere e pronunciare parole d’odio!», «Vietato assumere atteggiamenti ostili nei confronti di questa o di quella categoria, di questa o di quella minoranza!». In buona sostanza, ogni individuo è incasellato in una categoria o sottocategoria (insomma, in una “minoranza”) meritevole di una qualche tutela giuridica, e il pensiero progressista presenta questa odiosa situazione come una “conquista di civiltà”. Ci vogliono educare con la forza della Legge (del Diritto, che equivale appunto a Forza) a essere “tolleranti”, “umani”, “collaborativi”, “educati”, “rispettosi”, e tutto questo in un contesto sociale radicalmente disumano,  violento, totalitario, ingiusto, intollerante. La coperta della “tolleranza” è sempre più corta, e tirarla da una parte o dall’altra non servirà a niente, se non a creare altro odio, disagio, rabbia, frustrazione…  

A mio avviso si tratta di lottare contro ogni forma di pregiudizio e di discriminazione (sessuale, razziale, culturale, “estetica”, ecc.) sul piano squisitamente politico, culturale, in una sola parola: sociale, e non su quello penale, delegando ad esempio alla magistratura il compito di stabilire quale frase configuri un incitamento (magari solo “oggettivo”) alla discriminazione o alla violenza di qualche genere. L’odio di classe, ad esempio, può configurare un reato di qualche tipo? Di certo quest’odio classista non predica sentimenti di amicizia e di bontà, tutt’altro. Si capisce che quanto appena sostenuto non vuole essere una proposta positiva indirizzata ai politici che ci governano, ma una riflessione rivolta a chi si pone il problema di come resistere alle disumane potenze sociali che ci opprimono. Allo Stato e al sistema politico considerato in tutte le sue forme e articolazioni istituzionali non ho alcunché da consigliare.

«Bisogna educare bambini e bambine, ragazzi e ragazze all’amore e alla sessualità fin dalle elementari»: l’educazione sentimentale e sessuale affidata allo Stato stimola in me sentimenti d’odio a profusione.

«Il sesso non si cancella», sostiene Francesca Izzo, storica del pensiero moderno e contemporaneo, tra le fondatrici del movimento femminista Se non ora quando, e critica del DDL Zan. È vero: «Il sesso non si cancella»; lo si interpreta… Le TERF di certo non sottoscriverebbero questa mia assiomatica affermazione. Scrive Elisabetta Moro: «Secondo le Trans Exclusionary Radical Feminist (TERF) non solo esiste un’inconciliabilità tra uomo e donna, ma l’identità di una persona è legata categoricamente al suo corredo biologico. Dunque: sei una donna solo se possiedi un utero, una vagina eccetera. Questo significa anche che solo le donne cisgender (quindi classificate donne alla nascita) sono “vere donne”, le donne trans invece sono uomini “effemminati”» (Elle, 04/05/2021).

Molti critici Ddl Zan sostengono che la sessualità non deve diventare una sovrastruttura: ma lo è sempre stata! La sessualità da sempre è stata anche una “sovrastruttura” (ideologica, culturale, psicologica, in una sola parola: sociale). Tutto quello che riguarda gli uomini e le donne (e tutte le figure sessualmente “transizionali”) non è mai stato né potrà mai essere puramente naturale. Per questo ho sempre criticato l’ingenua idea che oppone i cosiddetti “bisogni naturali” (buoni in linea di principio) degli individui ai loro cosiddetti “bisogni artificiali” (cattivi in linea di principio), cioè a dire sociali. Piuttosto la questione interessante da indagare verte sul tipo di dialettica viene a realizzarsi tra la “struttura biologica” della sfera sessuale e la sua “sovrastruttura sociale”. La produzione della soggettività è sempre socialmente mediata.

Non di rado è il disagio sociale che porta molti individui a vivere come oppressiva (come un carcere, come un incatenamento) la natura corporea (biologica) della loro identità personale, a cominciare ovviamente dalla loro sfera sessuale; ritengo però sbagliato fare delle generalizzazioni a questo proposito.  È comunque un fatto che non sempre sesso, genere, pratica sessuale e desiderio convivono nella stessa persona in una condizione di coerenza funzionale e simbolica. Si tratta innanzitutto di comprendere la natura (storica? sociale? antropologica? biologica?) di quel dato di fatto. Io sono tra chi pensa che la differenza di genere (con ciò che essa implica su molti aspetti della nostra vita quotidiana) non abbia una natura meramente biologica.

Non ha senso parlare di naturalizzazione (o di rinaturalizzazione) della relazione affettiva e sessuale quando è nota l’intima connessione che insiste tra natura e società – tra «Natura e Cultura», per usare una vecchia e imprecisa strumentazione concettuale. La relazione di cui si tratta non va naturalizzata, ma umanizzata, cosa che presuppone rapporti sociali autenticamente – ossia non solo a parole – umani, la cui vigenza è possibile solo in assenza di classi sociali e di relazioni di dominio e di sfruttamento fra gli uomini (a cominciare dalla relazione uomo-donna) e fra questi ultimi e la natura – anche quella che riguarda immediatamente gli individui: il loro corpo, la loro “nuda” fisicità. Non si tratta di «ritornare alla natura», o a un contesto sociale “meno caotico” e “più umano”; si tratta a mio avviso di costruire una Comunità umana – umanizzata e umanizzante. Né più, né meno. «Se si vuole uno scopo, allora bisogna volere anche i mezzi», diceva Friedrich Nietzsche; e infatti io voglio la rivoluzione sociale anticapitalista! «Ma gli altri non la vogliono»: come se non lo sapessi! Tuttavia i termini della questione rimangono immutati: su questo terreno “terze vie” non ne esistono – e in ogni caso io non riesco a concepirle. Sul terreno dell’identità di genere esistono invece terze, quarte, quinte ecc. vie.

La storia della sessualità umana è la storia delle comunità umane che si sono succedute nel tempo. Michel Foucault ha avuto il merito di aver indagato in profondità i «dispositivi specifici di sapere e di potere» connessi alla sessualità, ciò che gli ha permesso di parlare, a proposito della società borghese come si venne a strutturare a partire dal XVIII secolo, di «isterizzazione del corpo della donna», di «pedagogizzazione del sesso del bambino», di «socializzazione delle condotte procre­atrici», di «psichiatrizzazione del piacere perverso» (La volontà di sapere), ecc.; tutti concetti fondati sul dominio del «maschio adulto eterosessuale» sulla donna, sui bambini e sui “diversi” d’ogni genere. «Per distinguere il maschile dal femminile ci serviamo di un’equazione palesemente insufficiente di natura empirica e convenzionale. Tutto ciò che è forte e attivo lo chiamiamo maschile, tutto ciò che è debole e passivo femminile» (S. Freud).

Sarà la stessa società capitalistica a porre le basi per il superamento del dominio incontrastato del patriarcato, ponendo l’istituzione familiare in una condizione di crisi permanente che continua ai nostri giorni. La “famiglia borghese” è in crisi (addirittura in dissoluzione) per definizione. La costruzione sociale del corpo, a partire dalla sua “sfera sessuale” (secondo le tre classiche definizioni normative: normale, anormale, patologica), è il cuore del problema che ci occupa. Solo sotto determinate condizioni sociali l’uomo diventa il Padre-Padrone che la storia millenaria conosce. Lo spirito proprietario del maschio, con annessa gelosia patologica nei riguardi della “sua” femmina e dei “suoi” figli, è ciò che più odio e disprezzo nel cosiddetto “uomo” – soprattutto quando quello spirito bussa forte alla porta di chi scrive!

Per gli esponenti della “destra” «la lobby delle persone trans e degli omosessuali» agisce per confondere le idee ai bambini e alle bambine e per questa via distruggere la famiglia tradizionale e i ruoli di genere. Questi personaggi non si rendono conto (semplicemente non è nella loro  disponibilità) che è il processo sociale capitalistico in quanto tale, e non il complotto di qualche lobby, che dissolve la famiglia “tradizionale” e i “vecchi” (binari) ruoli di genere. Non solo la famiglia “tradizionale” non merita di essere salvata, ma salvarla è semplicemente impossibile, e ogni sforzo orientato in quel senso appare, oltre che ultrareazionario sul piano storico e politico, sommamente ridicolo – vedi le comiche ideologiche di Diego Fusaro. (L’accelerazionista Toni Negri rappresenta l’altra faccia della stessa ultrareazionaria e ridicola medaglia). Bisogna allora assecondare la corrente dei tempi senza opporre una qualche resistenza? Per come la vedo io, si tratta di favorire la nascita e lo sviluppo di una ben diversa (umana, rivoluzionaria, anticapitalista) corrente, e questo modestissimo scritto va considerato sotto questa luce. Ma riprendiamo il filo del discorso.

Occorre sempre tenere ferma l’idea che un corpo è sempre un corpo connesso ad altri corpi, un corpo che si definisce e acquista senso (individuale e collettivo, per noi e per gli altri) solo in questa relazione allargata – sociale. L’Io presuppone e pone immediatamente il Tu e il Noi; questa realtà non né bella né brutta, né buona né cattiva: è un fatto necessario che fonda la nostra esistenza. Questa (banale?) considerazione sposta il discorso su un piano interamente storico-sociale – con “acclusa” natura, senza la quale noi nemmeno esisteremmo.

Identità di genere versus diritti delle donne basati sul sesso? Molte “femministe storiche”, in primis quelle che si riconoscono nel cosiddetto “femminismo della differenza”, rispondono con un forte a questa domanda. Hanno ragione? L’errore di fondo consiste a mio avviso nel supporre che, nel migliore dei mondi possibili, l’identità sessuale e l’identità di genere siano legati da una relazione puramente naturale o da un rapporto astrattamente antropologico. Come brevemente e rozzamente ricordato, l’analisi del processo storico ci dice invece che quel legame ha sempre avuto una fortissima “componente” sociale – spesso banalizzata dalla sociologia e dalla psicologia. E quando parlo di «componente sociale» alludo in primo luogo ai soliti rapporti sociali di produzione dominanti in una peculiare epoca storica, con ciò che necessariamente ne segue sul piano delle istituzioni politiche, delle “sovrastrutture” ideologiche, delle formazioni psicologiche individuali e collettive, ecc. Il rapporto degli individui e delle comunità con la vita, con la morte, con la sessualità, con l’affettività ecc. ha sempre avuto e sempre avrà una robusta “componente” sociale, e questo ci obbliga, come si diceva, a riflettere sulla natura (sulla qualità) della nostra società e sulla possibilità di una diversa e umana (non genericamente “più umana”) organizzazione sociale.

Il femminismo ideologico è incapace di vedere il dominio e lo sfruttamento che subiscono tanto le donne quanto gli uomini a causa di un rapporto sociale che trascende di molto la semplice dimensione sessuale degli individui. Lo stesso patriarcato è in primo luogo una questione squisitamente storico-sociale, perché solo poste determinate circostanze la differenza sessuale e fisica tra uomo e donna ha potuto porre le basi per l’oppressione esercitata dal primo nei confronti della seconda. Il passaggio dalla comunità strutturata in senso matriarcale a quella fondata sul primato del maschio si è dato attraverso un processo storico e sociale inspiegabile alla luce del semplice dato sessuale e biologico. Personalmente non credo nella natura astrattamente antropologica dei fenomeni sociali, che infatti si chiamano sociali; né penso che il fondamento della vita umana abbia essenzialmente a che fare con le nostre caratteristiche biologiche.

Analogamente, non si può ridurre l’uomo (soprattutto le sue attività concettuali) alle connessioni neuronali del suo cervello. L’idea “materialistica” di poter tradurre tutti gli stati mentali in stati neuronali e in connessioni neurofisiologiche la dice lunga sul carattere altamente disumano dei tempi che viviamo – a cominciare dalla prassi tecnoscientifica. Se vogliamo capire il significato del pensiero umano in tutte le sue espressioni è verso il metaforico e impalpabile «cervello sociale» che dobbiamo volgere lo sguardo. Questo semplicemente per dire che il riduzionismo biologista non  spiega e non può spiegare la sostanza umana (sociale) della nostra esistenza – mentre si presta benissimo alla sua manipolazione ad opera del Dominio.

Non si tratta di rivendicare uno sguardo desessualizzato sulla storia e sulla società, tutt’altro (chi scrive si è formato anche studiando, sempre con “spirito critico”, Sigmund Freud e la “sinistra freudiana”); si tratta piuttosto, e come già detto, di collocare la differenza sessuale in una dimensione storica e sociale che assume la divisione classista degli individui come il cuore pulsante della “questione sociale” – e della problematica “antropologica”.

Anche la cosiddetta teoria del gender merita a mio avviso una critica portata sul terreno del processo storico-sociale, anziché ammassare contro i suoi sostenitori materiale critico traendolo da considerazioni astrattamente antropologiche, culturali e fisiologiche. Non essendo un “esperto” della materia non so dire con la necessaria precisione “scientifica” attraverso quali vie il sociale si apre la strada per giungere alle più intime fibre dell’individuo, ma so per certo che ciò accade, che è sempre accaduto e che sempre accadrà, perché l’individuo può essere concepito (concettualmente e realmente) solo in una dimensione sociale.

Utero in affitto, compravendita di ovuli e sperma, transizione sessuale farmacologica e chirurgica: poteva rimanere al riparo dalle dinamiche capitalistiche la “sfera sessuale” degli individui? Formulata da chi scrive questa domanda suona giustamente assai retorica. Solo oggi, con molti decenni di ritardo, molti sociologi e psicologi scoprono che «il mercato» vuole fare dell’intero corpo umano una risorsa (un capitale umano: sic!) totalmente asservita alle logiche del profitto. Oggi la novità occorre piuttosto individuarla nella brusca accelerazione subita dal processo di disumanizzazione della vita umana. Sto forse pensando ai mezzi tecnologici che rendono possibile questo processo? Ovviamente! Ma soprattutto penso che cade in un tragico errore chi attribuisce il problema in questione alla tecnoscienza, e non invece alla sostanza sociale di quest’ultima, ossia al Capitale, appunto. È comunque un fatto che il feticismo tecnologico dilaga ovunque, in ogni “comparto” della nostra vita. Quando le cose vanno male, è facile prendersela con i robot, con gli algoritmi e con la struttura della cosiddetta Intelligenza Artificiale che media i nostri rapporti con le attività che siamo chiamati a svolgere e, in generale, con le altre persone. Non è la “tecnologia intelligente” che, ad esempio, si frappone tra genitori e figli, i quali preferiscono guardare un “visore” di qualche tipo e digitare su una tastiera, anziché confrontarsi con i loro “vecchi”; quei dispositivi tecnologici non sono che la fenomenologia della potenza sociale oggi dominante.

I cosiddetti transumanisti hanno ragione quando affermano che il problema non è, in linea di principio, la tecnoscienza in quanto tale ma l’uso che ne facciamo, e che, dunque, è da “reazionari” opporsi al “progresso” tecnico e scientifico, il quale è in ogni caso “inevitabile”; ma essi testimoniano tutta la loro indigenza intellettuale quando assecondano acriticamente l’uso capitalistico della scienza e della tecnologia confidando in un “risvolto umanista” di quell’uso. Salvo ammettere che «Dobbiamo comunque tenere presente che un disastro o una guerra, causati o resi possibili da una tecnologia avanzata, potrebbero portare all’estinzione di ogni forma di vita intelligente» (La Dichiarazione dei principi Transumanista). Peraltro non si tratta solo dell’uso (capitalistico) della tecnoscienza, ma anche del tipo di scienza e di tecnica adeguata a una comunità autenticamente umana. Non esiste una tecnoscienza buona per tutte le stagioni.   «Pagando, puoi avere tutto quello che desideri – tanto sono io che creo e coltivo sempre di nuovo i tuoi desideri». Il Capitale moltiplica le possibilità di consumo capace di pagare (il solo consumo, insegna Marx, che conta in questa società), e per questo inventa nuovi bisogni, nuovi desideri; la scienza, la tecnologia e il marketing sono i

suoi potentissimi strumenti. Come combattere la mercificazione totale dell’esistenza umana? A mio avviso una cosa è oltremodo evidente: senza spezzare il cerchio stregato del dominio capitalistico ogni resistenza alla mercificazione è destinata a fallire – perlomeno per ciò che riguarda il piano generale dei processi sociali e storici, mentre sul piano della singola persona non mi permetto di dire niente.

Non c’è dubbio che la struttura sociale capitalistica pesa negativamente in mille modi sulle relazioni affettive e sessuali degli individui; ed è per questo che più che di snaturamento si dovrebbe piuttosto parlare di disumanizzazione dei problemi legati alla sfera affettiva e sessuale. Il concetto di snaturamento non coglie a sufficienza l’intimo legame esistente in ogni aspetto della nostra vita tra la società e la natura. Ancora una volta è sulla qualità sociale di questo rapporto che dobbiamo puntare i riflettori della nostra analisi critica, rifuggendo da ogni suggestione ingenuamente naturalistica, la quale ci spinge a ingaggiare una lotta di retroguardia destinata a esser persa ancor prima di aver sparato un solo metaforico proiettile.

Per Marina Terragni, la relazione materna rappresenta l’estremo punto di resistenza al transumanesimo: «La natura ha collocato la donna al centro insieme al figlio. Ne ha fatto la madre del mondo. Sono capaci gli uomini di accettare questa centralità e questa autorità femminile, che è al contempo cura, e di mettersi in ascolto autentico delle donne? Perché altra strada non c’è» (Avvenire).

Più che sul futuristico Transumanesimo, bisogna riflettere molto seriamente sulla presente e sempre crescente disumanizzazione della nostra esistenza. È su questo tragico terreno che fioriscono i mille fiori dell’ideologia adeguata ai cupi tempi che viviamo. Il cosiddetto Transumanesimo non è che uno, forse tra i più significativi,  di quei fiori. In ogni caso, ciò che oggi è di moda chiamare “transumano” a mio avviso andrebbe senz’altro definito semplicemente disumano, anche per non fornire alibi all’idea, del tutto infondata, che «si stava meglio quando si stava peggio», perché la verità è che, posta la società classista, al peggio non c’è mai fine. Non si tratta, insomma, di «restare umani», secondo una fin troppo banale e ottimistica parola d’ordine, ma piuttosto di diventare umani, di conquistare una condizione sociale autenticamente umana. La teoria del post-umano presuppone l’esistenza di un mondo umano (umanizzato e umanizzante) che non c’è mai stato.

Ciò che molti chiamano, esibendo una “modernità” fin troppo superficiale, Transumanesimo non è dunque che un approfondimento del processo di disumanizzazione degli individui che va avanti ormai da due secoli, da quando cioè il Capitale ha preso il potere – nell’accezione squisitamente sociale del concetto – prima in pochi Paesi europei, e poi in tutto il mondo.

Scrive la Professoressa in bioetica e antropologia Elena Postigo Solana: «J. Habermas ha criticato la teoria e i presupposti del Transumanesimo e dell’enhancement [miglioramento della specie umana] in quanto essi eliminerebbero la possibilità di autonomia morale dell’individuo umano, poiché questa sarebbe sottomessa ad interessi sociali, politici o economici» (1). Ma è esattamente quello che accade oggi! Il dominio totalitario delle esigenze economiche nega in radice la pratica di un’autentica libertà: perfino i capitalisti non sono liberi di agire, perché essi sono obbligati ad assecondare in tutti i modi la “legge bronzea” del massimo profitto.

Come si diceva prima, la società capitalistica ha accelerato enormemente i cambiamenti che da sempre hanno segnato il corpo sociale, esponendo gli individui a pressioni materiali e psicologiche di inaudita magnitudine, tale da spazzare via tutto ciò che rappresenta un ostacolo di natura “antropologica” e biologica alle esigenze che fanno capo al processo di creazione della ricchezza sociale. In questo Marx ha visto giusto e assai precocemente: già nel 1845 egli scrisse infatti sulla natura “rivoluzionaria” del Capitale, il quale abbatte tutto ciò che ne può limitare l’espansione e la radicalizzazione: confini nazionali, tradizioni, ideologie, culture, abitudini.

«La dignità o è originaria, l’uomo la possiede in quanto tale, oppure ci è concessa. In questo caso, chi è che la dà o la riconosce? Infatti, quello che sta accadendo è che dalla perdita del concetto di dignità ontologica come valore intrinseco e inalienabile di ogni uomo deriva direttamente la conseguenza per cui la dignità stessa può venire riconosciuta o meno dalle persone, dal potere tecnocratico, se non dal potere politico (si ricordi, ad esempio, come l’asserzione “vite non degne di essere vissute” posta a motivo dalle politiche naziste nella cosiddetta “Operazione eutanasia T4” produsse di fatto la discriminazione e l’eliminazione di persone deformi o con gravi demenze)» (2). Ma la «dignità ontologica» non ha alcun senso se non viene collocata all’interno di un preciso contesto storico-sociale, e infatti il significato di quella dignità si è evoluto con il tempo. L’uomo «in quanto tale» è sempre stato l’uomo storicamente e socialmente determinato, e questo riconduce il problema della dignità umana sul terreno della storia e della prassi sociale. Oggi il concetto e la realtà di quella dignità impallidiscono al cospetto delle potenze sociali che calpestano sempre di nuovo la nostra esistenza.

La sessualità e l’affettività vanno umanizzate, non ricondotte a una mitica dimensione naturale fondata sulla mera differenza biologica tra i sessi. Ovviamente lungi da me azzardare ipotesi sulla sessualità e l’affettività ai tempi della possibile Comunità Umana del futuro. Nota bene: ho scritto possibile. D’altra parte, «Più in alto della realtà si trova la possibilità» (M. Heidegger, Essere e tempo). Ciò che invece mi sento di affermare con un certo grado di sicurezza è che le “magagne esistenziali“ che travagliano la nostra vita non hanno una causa naturale o antropologica, bensì cause storico-sociali che non è difficile rintracciare. Superarle, questo sì, è tutto un altro discorso.

(1) E. P. Solana, Transumanesimo e postumano: principi teorici e implicazioni bioetiche, p. 276, Medicina e Morale 2009/2.

(2) Ibidem, p. 279.

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