GUERRA AI PALAZZI, PACE ALLE CAPANNE!

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Nel 1848 si aggiravano negli slums di Londra più di 30.000 bambini nudi, denutriti e malati, che vivevano di elemosina o di furti. Il colera e altre malattie avevano spesso ragione della loro miserabile esistenza. «I bambini per lo più muoiono prima di aver raggiunto i due anni» (F. Engels).

Guerra ai palazzi, pace alle capanne, tale
è il grido di guerra del Terrore che ancora
una volta potrebbe risuonare nel nostro
Paese. Stiano in guardia i ricchi!
Times, giugno 1844.

Ho dimostrato sopra con un centinaio di esempi,
e altre centinaia avrei potuto addurne, come nelle
odierne condizioni l’operaio può salvare la propria
umanità solo con l’odio e la ribellione contro la
borghesia. È troppo tardi per una soluzione pacifica.
F. Engels, 1845.

La recente pubblicazione della “classica” opera engelsiana del 1845 La situazione della classe operaia in Inghilterra (Feltrinelli, 2021), segnalatami pochi giorni fa da un mio amico, ha avuto per chi scrive anche il merito di “costringerlo” a rileggere dopo molto tempo un libro davvero importante, peraltro molto amato da Marx (1). Il testo pubblicato dalla Feltrinelli è identico a quello in mio possesso, pubblicato dagli Editori Riuniti nel 1978 (la prima edizione è del 1955), con l’introduzione di Eric J. Hobsbawm e la traduzione di Raniero Panzieri; lo stesso testo si trova nel IV volume delle Opere Marx-Engels pubblicate sempre dagli Editori Riuniti (1972).

Un concetto fondamentale informa il testo engelsiano, quello di «guerra sociale»: si tratta della guerra che il Capitale muove tutti i giorni contro chi, non disponendo di capitale, è costretto a vendere capacità lavorative di qualche tipo (di qualsiasi tipo) a chi invece ne dispone in abbondanza, ricevendone in cambio un salario più o meno elevato – in rapporto a standard variabili nel tempo e differenti nei diversi Paesi del mondo, che tuttavia non ne snaturano il significato storico-sociale. Qui per Capitale intendo in primo luogo un peculiare rapporto sociale di dominio e di sfruttamento degli individui e della natura, ed è per questo che di solito lo degno, per così dire, della “c” maiuscola.

Il concetto di «guerra sociale» è a mio avviso il filo più robusto che lega la società capitalistica analizzata dal giovane Engels (2) e la società capitalistica dei nostri giorni, la quale fa impallidire la prima quanto a dimensione e a potenza espansiva – non solo in senso geoeconomico, ma soprattutto in un’accezione squisitamente sociale che investe anche il corpo umano colto nella sua unità psicosomatica. L’ultima variante del capitalismo ha portato alle estreme conseguenze le “leggi di sviluppo” individuate assai precocemente da Marx e da Engels – vedi L’ideologia tedesca.

«Poiché in questa guerra sociale l’arma con cui si combatte è il capitale, il possesso diretto o indiretto dei mezzi di sussistenza e dei mezzi di produzione, è lampante che tutti gli svantaggi di una tale situazione ricadono sul povero».  Qui per «povero» Engels intende appunto l’individuo sprovvisto di capitale, al quale «se è tanto fortunato da ottenere un lavoro, cioè se la borghesia gli fa la grazia di volersi arricchire per suo mezzo, lo attende un salario che gli è appena sufficiente a tenere insieme corpo e anima» (3). Come si vede, non manca al giovane Engels il concetto di proletariato, e infatti un capitolo del libro è dedicato al «proletariato industriale moderno», cioè a dire agli «operai di fabbrica in senso stretto».

«La decomposizione dell’umanità in monadi, ciascuna delle quali ha un principio di vita particolare e uno scopo particolare, il mondo degli atomi è stato portato qui alle sue estreme conseguenze. È per questo che la guerra sociale, la guerra di tutti contro tutti, è dichiarata qui apertamente. […] Gli uomini considerano gli altri soltanto come oggetti utilizzabili; ognuno sfrutta l’altro» (4) Sfido chiunque a dimostrare che quanto scriveva Engels a proposito della società borghese colta nello «stadio giovanile dello sfruttamento capitalistico» non ha niente da dire a chi vive nella società capitalistica del XXI secolo. Le parole del giovane comunista ci riguardano, altroché!

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«Esaminiamo ora un po’ più a fondo la progressiva eliminazione dell’uomo adulto dalla fabbrica ad opera della macchina. […] In molti casi, la famiglia non viene totalmente disgregata dal lavoro della donna, ma capovolta. La madre mantiene la famiglia, il padre resta a casa, custodisce i bambini, pulisce le stanze e la cucina» (F. Engels).

Ciò che dell’opera engelsiana colpisce è soprattutto il suo vasto respiro analitico, la sua prospettiva intesa a cogliere tutti gli aspetti salienti della vita che si consumava a Londra e nei maggiori centri industriali del Paese: Dublino, Liverpool (che «con tutto il suo commercio, il suo splendore e la sua ricchezza, tratta gli operai con la stessa barbarie»), Nottingham, Bristol, Manchester, Glasgow, Edimburgo. Engels scandaglia a fondo la società inglese con un intento che oggi definiremmo “biopolitico”, inteso cioè a mettere in luce come il rapporto sociale capitalistico impatta anche sugli aspetti più minuti della vita proletaria. Vestiario, abitazione, alimentazione, salute, sessualità, affettività, vizi, “arredo urbano”: niente sfugge all’occhio critico del rinnegato Engels. Rinnegato, beninteso, dal punto di vista della sua provenienza sociale e del «gretto e farisaico pietismo della sua famiglia» (5). «I medici inglesi esigono alti compensi, e gli operai non sono in grado di pagarli. Perciò sono costretti a non far nulla, o a ricorrere a ciarlatani e ciarlatanerie a buon mercato. Tutte le città inglesi sono infestate da un numero enorme di questi ciarlatani che attraverso annunzi pubblicitari, manifesti murali e altri mezzi si procurano una clientela tra le classi più povere. È in vendita una quantità di cosiddette medicine brevettate per tutti i mali possibili e impossibili, le pillole di Morrison, le pillole vitali di Parr, le pillole del dott. Mainwaring e mille altre pillole, essenze e balsami che hanno tutti senza eccezione la proprietà di curare tutte le malattie del mondo. […] Ora gli operai inglesi prendono le loro medicine brevettate per danneggiare se stessi e far affluire il proprio denaro nelle tasche dei fabbricanti» (6). A noi “sgamati” cittadini del XXI secolo, avvezzi alla sempre più capillare medicalizzazione della vita e allo strapotere di Big Pharma, le parole di Engels suonano fin troppo ingenue. Mutatis mutandis, ciarlatani e ciarlatanerie impazzano oggi più di ieri, e i tempi pandemici che viviamo ne sono la più schiacciante conferma.

Scrivono Enrico Donaggio e Peter Kammerer nella loro Postfazione al testo pubblicato a loro cura dalla Feltrinelli: «Vale oggi per tutto il sistema industriale, non solo per quello occidentale, la domanda che Engels pone direttamente o indirettamente: cosa sarà del capitalismo, della sua capacità di espansione e integrazione, una volta che i suoi periodi d’oro basati sul saccheggio del lavoro e della terra rischiano di finire per sempre?» (7). A mio avviso il saccheggio del lavoro e della terra non ha smesso di caratterizzare, e non solo “in ultima analisi”, il Capitale: questa pratica continua nei modi possibili nella società capitalistica del XXI secolo, la quale registra il dominio totalitario e mondiale del rapporto sociale di produzione capitalistico. La tecnoscienza si pone come lo strumento più potente di questo dominio.

Rispetto al tempo in cui Engels scriveva il suo bel saggio la miseria sociale delle classi subalterne si manifesta in modo assai diverso, almeno nei Paesi capitalisticamente avanzati del mondo; nondimeno questa miseria, declinata in termini squisitamente sociali che travalicano di molto la mera dimensione “economicista”, continua come e più di prima a caratterizzare la condizione esistenziale dei nullatenenti – considerati alla stregua di “capitale umano” (sic!) e di consumatori di merci e servizi: «Tutto ruota intorno a te!». Per dirla “filosoficamente”, è l’essenza della cosa che conferisce vitalità e attualità al libro di cui si parla; si tratta di una verità inaccessibile al pensiero comune (superficiale), il quale rimane impigliata nella fenomenologia del Dominio – perdendo con ciò stesso la possibilità di comprenderne, appunto, l’essenza, ciò che caratterizza storicamente e socialmente il dominio capitalistico.

D’altra parte, il livello di produttività sociale del lavoro raggiunto oggi dal capitalismo fa apparire come ben misera cosa anche il salario più alto oggi concepibile – tanto più in presenza di una tendenza livellatrice verso il basso del salario medio sociale. La «nuda vita» di cui parlava Engels a proposito del proletariato inglese del 1845 è un concetto che va considerato in termini qualitativi, mentre una sua lettura puramente quantitativa non tiene conto del carattere storicamente relativo dei problemi sociali. Pensiamo al concetto di “tenore di vita”: ciò che in un Paese si dà come un “tenore di vita” estremamente alto, in un altro Paese, caratterizzato da una più ricca struttura economico-sociale, è considerato invece come un “tenore di vita” estremamente basso. Scriveva Engels nel 1892: «La borghesia ha fatto altri passi in avanti nell’arte di celare la miseria della classe operaia» (8). Il cosiddetto consumismo di massa rientra pienamente in quell’arte così profittevole per i capitalisti; la mercificazione della vita si dà anche come ideologia dominante, oltre che come prassi economica stricto sensu.

È da questa prospettiva radicale che si apprezzano nel modo giusto (ossia non ideologico) le parole dello storico Eric J. Hobsbawm, secondo il quale La situazione della classe operaia in Inghilterra «rimane un’opera indispensabile e una pietra miliare nella lotta per l’emancipazione dell’umanità» (9).

Scriveva Marx a Engels nell’aprile del 1863, riflettendo sull’«apparente infezione borghese» che aveva colpito gli operai inglesi e sugli «eventi succedutisi dal 1844 in poi»: «Rileggere il tuo scritto mi ha fatto sentire con dolore la vecchiaia. Con quale freschezza, con quale passione, con quale precorrente audacia e senza esitazione dotta ed erudita viene qui afferrata la questione! E la stessa illusione, che domani o dopodomani il risultato sprizzerà alla luce del sole anche storicamente, conferisce all’insieme un calore e un umore vitale, di fronte al quale il posteriore “grigiume” contrasta in modo maledettamente spiacevole» (10). Che cosa dovrebbe dire, allora, l’anticapitalista del XXI secolo dinanzi all’abissale “grigiume” che lo circonda da tutte le parti e lo minaccia come il Nulla della Storia infinita? Meglio non pensarci, per legittima difesa.

«La situazione della classe operaia è il terreno reale e il punto di partenza di tutti i movimenti sociali del nostro tempo, poiché è la vetta più alta e più scoperta della nostra attuale miseria sociale» (11): questo scriveva Engels nel 1845. Come si pone oggi, nell’epoca del dominio totale e mondiale del rapporto sociale capitalistico di produzione, la “questione sociale”?

(1) «Alla fine del 1844, quando stava terminando o aveva già terminato gli appunti che compongono i manoscritti del 1844, Marx si incontra a Parigi con Engels, che gli comunica i risultati del suo lavoro e lo mette a parte delle letture economiche e sociologiche. […] L’importanza che di Engels riveste nella formazione del pensiero di Marx, in particolare per l’interpretazione della storia dell’industria, risiede nel fatto che quest’ultimo poteva scorgere, nei tratti essenziali, il funzionamento nella ricerca empirica dell’impostazione metodologica e di alcune idee sviluppate soprattutto in vista di una critica dell’economia politica e della filosofia tedesca contemporanea; proprio per questo le ricerche di Engels rimarranno un punto di riferimento costante durante la stesura delle parti storiche e sociologiche del primo libro del Capitale (A. De Palma, Le macchine e l’industria da Smith a Marx, pp. 171-172, Einaudi, 1971).
(2) «Il libro che viene qui nuovamente presentato al pubblico tedesco, apparve per la prima volta nell’estate del 1845. Nei suoi pregi come nei suoi difetti esso reca l’impronta della giovane età dell’autore. Allora avevo ventiquattro anni; oggi ne ho tre volte tanti, e rileggendo questa opera giovanile trovo che non ho assolutamente da vergognarmene. […] Non mi è passato per la mente di cancellare dal testo le numerose profezie, e in primo luogo quella di un’imminente rivoluzione sociale in Inghilterra, dovute al mio entusiasmo giovanile di quei tempi. Non vedo alcun motivo di presentare il mio lavoro a me stesso migliori di quel che eravamo» (F. Engels, Prefazione all’edizione tedesca del 1892 della Situazione della classe operaia in Inghilterra, Opere Marx-Engels, IV, pp. 669-674 Editori Riuniti, 1972). Personalmente preferisco le «profezie» del giovane Engels, il quale giustamente identificava la «causa del comunismo» con «la causa dell’umanità», alle “sistemazioni scientifiche” del tardo Engels, impegnato nella costruzione del “materialismo dialettico”, ossia del «moderno socialismo internazionale costituito in scienza» (p. 673). Ma questo è tutto un altro discorso.
(3) F. Engels, Situazione della classe operaia in Inghilterra, p. 58, Editori Riuniti, 1978.
(4) Ivi, pp. 57-58.
(5) «Engels proveniva da una ricca famiglia di industriali cotonieri di Barmen, in Renania, una famiglia che aveva avuto l’accortezza di stabilire una filiale (Ermen & Engels) proprio a Manchester, nel centro stesso del capitalismo industriale» (E. J. Hobsbawm, Introduzione a La situazione…, p. 7).
(6) F. Engels, La situazione…, pp. 153-154.
(7) E. Donaggio, P. Kammerer Postfazione a La situazione…, p. 419, Feltrinelli, 2021.
(8) F. Engels, Prefazione all’edizione tedesca del 1892 della Situazione…, pp. 671-672. «Di quanto il salario supererà il minimo, dipenderà dai bisogni medi e dal grado di civiltà degli operai. Se gli operai sono abituati a mangiare carne più volte alla settimana, i capitalisti dovranno acconciarsi a pagar loro un salario che li metta in grado di procurarsi tale nutrimento» (La situazione, p. 122).
(9) E. J. Hobsbawm, Introduzione a La situazione…, p. 19.
(10) Lettera del 9 aprile 1863, in Marx-Engels Opere, XLI, p. 379, Editori Riuniti, 1973.
(11) F. Engels, La situazione…, p. 26.

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