L’UNIVERSALISMO DEL POTERE

afganeAffidare l’emancipazione degli oppressi all’imperialismo
non ha mai portato bene agli oppressi.

Secondo Nadia Urbinati per la Cina «di universale vi è solo la politica come potenza» (Domani). Non posso che essere d’accordo con la nota politologa. Ma chi scrive estende questa tesi a tutti i Paesi del mondo, a cominciare ovviamente da quelli più potenti (Stati Uniti, Cina, Russia, Europa), e soprattutto declina in peculiari termini storico-sociali la potenza di cui si parla. Si tratta infatti, e sempre all’avviso di chi scrive, della potenza sociale (economica, politica, militare, tecnoscientifica, ideologica) che si regge sui rapporti sociali capitalistici di produzione.

L’imperialismo maturato alla fine del XIX secolo e oggi dominante sull’intero pianeta ha questa precisa natura sociale, questo particolare centro propulsivo. Da questo punto di vista contrapporre la «civiltà occidentale» a quella cinese, o a qualsiasi altra “civiltà”, appare un tentativo ideologico, peraltro maldestro e poco credibile, inteso a sostenere gli interessi di potenza dell’imperialismo “occidentale” (da sempre diviso al suo interno) contro quelli, altrettanto legittimi sul piano storico,  che fanno capo all’imperialismo concorrente. Questo universalismo capitalistico, che assume forme politico-ideologiche diverse nelle differenti regioni del mondo, è ostile all’umanità in generale, e alle classi subalterne dell’intero pianeta, in particolare.

Quando ottant’anni fa gli Stati Uniti dichiararono guerra alla Germania, al Giappone e all’Italia, non lo fecero per esportare in quei Paesi la democrazia e l’universalismo dei diritti umani, come da propaganda, ma per estendere il loro dominio imperialistico – peraltro anche ai danni della Francia e della Gran Bretagna, ex potenze globali che uscirono a pezzi dalla Seconda guerra mondiale. Analogo discorso ovviamente si può fare per l’Unione Sovietica – Paese che, peraltro, aveva stretto una robusta alleanza con la Germania nazista, spezzata solo dalla decisione di quest’ultima di invadere l’ex alleato. Com’è noto, alla fine della guerra imperialista (definita “di liberazione” dai vincenti) gli Stati Uniti “esportarono” il loro sistema di valori e un assetto politico-istituzionale conforme ai loro interessi nei Paesi caduti nella sfera di influenza di pertinenza americana, e l’Unione Sovietica si comportò allo stesso modo nella sua “sfera”: da una parte la democrazia capitalistica, “esportata” con la violenza delle armi, e dall’altra l’autoritarismo statalista/capitalista gabellato come “socialismo”, esportato con gli stessi mezzi.

È da questa peculiare prospettiva che invito chi legge a osservare il dibattito intorno alla possibilità di “esportare” la democrazia e i diritti umani che vede impegnati gli intellettuali più prestigiosi del nostro Paese e dell’intero Occidente. Un dibattito, mi si permetta di dirlo, alquanto spassoso, anche se non regge il confronto, quanto a comicità, con quello che vede come protagonisti gli italici tifosi del Celeste Imperialismo, molti dei quali definiscono l’ascesa al potere dei talebani nei termini di «una guerra di liberazione nazionale». Di apprezzabile comicità c’è anche la nostalgia dei vecchi kabulisti, cioè degli stalinisti nostrani che nel 1979 difesero l’invasione sovietica dell’Afghanistan ritenendolo un «aiuto fraterno» alla modernizzazione capitalistica con caratteristiche “sovietiche”: «Allora le donne non indossavano il burqa, ma la minigonna!» E gli interessi strategici della potenza russa? E i morti e le distruzioni? E lo sconquasso creato da quell’intervento nei fragili e complessi equilibri sociali, etnici, tribali e clanici dell’Afghanistan (che attizzarono una micidiale e lunga guerra civile)? Su tutto questo è meglio stendere una minigonna pietosa, nevvero?

Affidare l’emancipazione degli oppressi all’imperialismo non ha mai portato bene agli oppressi.

Anche Slavoj Žižek esprime posizioni “kabuliste”: «Mezzo secolo fa l’Afghanistan era un paese (moderatamente) illuminato con un partito comunista molto forte, che è stato anche al potere per alcuni anni» (Sinistrainrete). «Un partito comunista»: trattasi di una colossale fesseria, sia detto moderatamente, ma anche no. D’altra parte è lo stalinismo/maoismo che quasi tutti gli intellettuali sinistrorsi hanno in testa quando parlano di “comunismo” – consolidando nella coscienza della gente l’idea che non vi sia alternativa a questa escrementizia realtà sociale.La «risposta ai talebani» proposta da Žižek ha ai miei occhi un’attrattiva pari a zero, per non dire altro. Chiudo la parentesi polemica.

La natura capitalista/imperialista è ciò che hanno in comune l’intervento militare sovietico in Afghanistan del 1979 e quello statunitense del 2001. I tratti distintivi dei due interventi (la loro contingente motivazione economica, politica e geopolitica) non contraddicono la tesi appena sostenuta e anzi si comprendono nel loro autentico significato solo alla luce di essa. Ovviamente i sostenitori dell’esportazione del “socialismo” (o, quantomeno, del progresso) e quelli dell’esportazione della “democrazia” e dei “diritti umani” non possono condividere questa tesi, essendo gli opposti “kabulisti” le due facce della stessa disumana medaglia: il sistema imperialista mondiale, il quale per sostenersi ha bisogno anche di strumenti ideologici, di mercanzia propagandistica da vendere alla cosiddetta opinione pubblica.

A proposito di “diritti umani”. Scrivevo proprio ieri a proposito del Reddito di cittadinanza: «Il concetto “borghese” di cittadinanza cela la realtà di una società divisa in classi sociali: chi vive lavorando e chi ingrassa sfruttando il lavoro altrui; chi intasca salari, e chi intasca profitti. Si tratta di una realtà che la cosiddetta cittadinanza, fondata su un’uguaglianza puramente formale di tutti i cittadini, non può cancellare ma solo nascondere dietro un pietosissimo e sempre più lacerato velo ideologico». Come scrivevo sopra, è alla luce di questa realtà che occorre considerare i cosiddetti diritti dell’uomo, se non si vuole rimanere impigliati nell’ideologia che promana dalle classi dominanti.

A Kabul non tramonta l’Occidente, non fallisce l’«esportazione della democrazia», secondo il piagnisteo di certi intellettuali e l’esaltazione di altri (facce della stessa escrementizia medaglia); nella devastata capitale afghana si manifesta in tutta la sua disumanità la prassi del Potere – declinato in tutte le sue molteplici espressioni. Fare l’apologia dell’«universalismo dei diritti umani» nella Società-Mondo che nega in radice ogni autentica libertà e ogni vera umanità tradisce una concezione davvero miserabile («borghese», avrebbe detto Marx) dei cosiddetti «diritti umani». La «filosofia dei diritti umani universali», così cara a Nadia Urbinati (e così disprezzata in Cina in nome di una «filosofia che vuole i diritti umani relativi, una produzione ideologica che riflette il sistema socio-economico occidentale»), mi appare insomma una pietanza ideologica oltremodo indigesta.

A proposito di Marx! È noto come per il comunista di Treviri il “tramonto dell’Occidente” è stato segnato da un evento storico preciso: il massacro franco-tedesco del proletariato rivoluzionario insorto a Parigi nel 1871. «Questo fatto senza precedenti non indica, come pensa Bismarck, lo schiacciamento finale di una nuova società al suo sorgere, ma la decomposizione completa della società borghese» (K. Marx). Il fatto che la «nuova società» non sia ancora sorta, ciò non smentisce affatto la tesi marxiana circa «la decomposizione completa della società borghese», che nel frattempo ha avuto piuttosto svariate conferme. Ultima in ordine di tempo la crisi sociale planetaria chiamata Pandemia.

A chi ha sempre combattuto la ciclopica menzogna del “socialismo reale” (quello di ieri e quello di oggi: vedi la Cina), riconoscendo altresì la possibilità, oltre che l’urgenza, del superamento rivoluzionario della società dominata dal Moloch capitalistico, viene spontaneo farsi una crassa risata dinanzi ai discorsi che presentano la «civiltà occidentale» come il migliore, sebbene tutt’altro che perfetto e anzi perfettibile, dei mondi possibili – mutuando la celebre definizione di Winston Churchill.

Scrive lo scrittore statunitense di origine afghana Khaled Hosseini, autore de Il cacciatore di aquiloni: «Spero che gli Stati Uniti e la comunità internazionale riconosceranno la gravità della crisi, impegnandosi a supportare gli sforzi dei paesi confinanti nel loro lavoro di accoglienza dei rifugiati. Spero anche che gli Usa si impegneranno ad accogliere in prima persona più rifugiati possibile. Gli Stati Uniti non devono abbandonare persone terrorizzate e disperate, in particolare donne e bambini che sono il gruppo più vulnerabile» (La Stampa). Occorre ripeterlo: affidare la salvezza degli oppressi all’imperialismo non ha mai portato bene agli oppressi.

 «I talebani sono “più sobri e razionali” rispetto all’ultima volta in cui sono saliti al potere in Afghanistan e la Cina spera che diano seguito al “loro atteggiamento positivo” costruendo “un sistema politico adeguato alla situazione”. La portavoce del ministero degli Esteri Hua Chunying, nella conferenza stampa quotidiana, ha osservato che “alcune persone hanno ripetutamente sottolineato la loro sfiducia nei confronti dei talebani, ma quello che voglio dire qui è che nulla al mondo può stare fermo”. A tal proposito, ha notato Hua, “preferisco guardare le cose dialetticamente, vedere il passato e il presente, le parole e le azioni”» (ANSA). «Guardare le cose dialetticamente»: qui i tifosə del Celeste Imperialismo rischiano l’orgasmo!

Leggi anche: La guerra infinita

Un pensiero su “L’UNIVERSALISMO DEL POTERE

  1. Pappagalli verdi e kabulisti smemorati – diciamo così.

    «Il primo in Italia a raccontare nei dettagli le conseguenze catastrofiche di queste armi è stato Gino Strada (il chirurgo di guerra fondatore di Emergency) nel libro intitolato Pappagalli verdi: due ali di plastica verde con al centro un piccolo cilindro pieno di esplosivo hanno volteggiato per anni sul cielo afghano, posandosi poi nei cortili, nei campi, tra le case, come regali per offrire un momento di svago dall’orrore. I Pappagalli verdi sono mine inventate dagli scienziati dell’Unione Sovietica, ma non fu solo l’aviazione russa a lanciarle dagli elicotteri militari. Furono dispiegate anche in Vietnam. In Afghanistan sono state gettate dagli elicotteri con effetti devastanti dai sovietici. “Ho dovuto crederci, anche se ancora oggi ho difficoltà a capire”, ha scritto Strada» (Il Fatto Quotidiano, 6 febbraio 2014).

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