LIBRO E MOSCHETTO…

Se le scarpe si adattano, è
noto solo a chi le indossa.

Xi Jinping

«Dopo il maoismo, bisognerà studiare il xijinpingismo. A cominciare da quest’autunno, 300 milioni di studenti cinesi dovranno sapere che la superiorità cinese deriva dal sistema a partito unico e che c’è bisogno di un leader forte affinché al Paese sia riconosciuto il ruolo che gli spetta nel mondo. A tutte le scuole della Repubblica popolare cinese spetta il compito di “piantare nei giovani cuori il seme dell’amore per il Partito, per la nazione e per il socialismo”» (La Stampa). Il «pensiero sul socialismo con caratteristiche cinesi nella nuova era» (di Xi) sarà insegnato dalla scuola elementare fino all’università al fine di rafforzare «la determinazione ad ascoltare e seguire il Partito comunista», e i nuovi materiali didattici dovranno «coltivare sentimenti patriottici». «L’obiettivo, secondo il ministero dell’Istruzione in un articolo riportato dal Global Times, è quello di “aiutare gli adolescenti a stabilire credenze marxiste [sic!] e rafforzare la fiducia nel percorso, nella teoria, nel sistema e nella cultura del socialismo con caratteristiche cinesi”» (Il Corriere della Sera). La religione inculcata dal Partito-Stato ai sudditi cinesi fin dalla loro tenera età è, di fatto, la sola religione ammessa nel Paese.

In tutto questo non ci vedo nulla di sorprendente alla luce del totalitarismo esercitato dal Partito-Stato sulla società cinese e degli indiscutibili successi fatti registrare dal Celeste Imperialismo. Sotto quest’ultimo aspetto, anche la recente crisi afghana sembra andare in questo senso, destando preoccupazioni aggiuntive nel “campo occidentale” e generando nel campo imperialista avverso orgasmi degni di miglior causa. In ogni caso anche in Cina niente è per sempre (salvo il Partito-Regime, si capisce), e il Xi-pensiero è sempre esposto alla prova dei fatti – e probabilmente le “congiure” di domani ai danni dell’attuale Caro Leader sono già in gestazione.

Ovviamente la neolingua con caratteristiche cinesi va tradotta in questi termini: “socialismo” sta per capitalismo, e “comunista” sta per capitalista. Fatto questo, la realtà può marxianamente reggersi sui piedi, anziché fluttuare nel regno dell’ideologia con caratteristiche orwelliane, peraltro molto apprezzata anche da non pochi italiani – i tifosi dell’alleanza “antimperialista” sino-talebana, escrementizia compagnia che probabilmente vanta la presenza di Massimo Fini, autore della perla concettuale che segue: «Nel “Medioevo sostenibile” degli “studenti del Corano” non c’era corruzione e nessuno voleva fuggire, come mi raccontò Strada [che nel frattempo non può più confermare né smentire alcunché]. Il modernismo internazionale che ci sta portando al fosso non ha mai attecchito. Preferisco il Medioevo» (Il Talebano Quotidiano). Non avevo alcun dubbio circa le preferenze “antimoderniste” dell’ultrareazionario Massimo Fini – e qualificandolo in tal guisa so di fargli un piacere.

Intanto veniamo a sapere che gli attivisti di Hong Kong che ogni anno organizzano la veglia di commemorazione delle vittime della strage di Piazza Tienanmen (Pechino 1989) sono sotto indagine della polizia per la sicurezza nazionale della città per il sospetto di «collusione con forze straniere». La «collusione con forze straniere» è uno dei reati introdotti dalla legge sulla sicurezza nazionale imposta a Hong Kong da Pechino lo scorso anno. Niente deve turbare la marcia trionfale del Celeste Imperialismo nel XXI secolo, né avvelenare il seme dell’amore per il Partito, per la nazione e per il capitalismo piantato nel cuore dei giovani cinesi: altro che Tangping!  

«Si chiama “tangping”: è il nuovo manifesto nel quale si riconosce quella parte della gioventù cinese che si sente schiacciata da una società sempre più competitiva, dove contano solo la carriera e il potere d’acquisto. Tangping significa “stare sdraiati” ed è diventato sinonimo di rifiuto della rincorsa del successo, del denaro, del consumismo. Una forma di resistenza passiva al materialismo sfrenato» (Il Corriere della Sera). C’è bisogno di esibire la mia simpatia nei confronti di questa «forma di resistenza passiva al materialismo sfrenato» (del capitalismo)? Ovviamente «si è mossa la censura, che ha oscurato l’hashtag #Tangping e bloccato i forum che ne discutevano»: qui bisogna correre, altro che stare sdraiati e così colludere oggettivamente con le forze straniere!

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Un pensiero su “LIBRO E MOSCHETTO…

  1. CINEBANI?

    «È allarme tra i giovani cinesi per la notizia che l’Università di Shanghai avrebbe chiesto a tutti i college di “stilare una lista” degli studenti Lgbt fornendo informazioni sul loro “stato mentale”. Lo riporta il Guardian. Un fatto inquietante che è stato denunciato sui social media, il cinese Weibo ma anche Twitter, dove è stato pubblicato lo screenshot della direttiva nella quale l’università chiede di “indagare e ricercare” gli studenti che fanno parte della comunità Lgbt e di “trovare informazioni sulle loro condizioni psicologiche”, la loro posizione politica, i loro contatti sociali e altri non meglio precisati “requisiti rilevanti”. L’università di Shanghai non ha risposto alle richieste del Guardian di commentare ma dopo qualche ora il post è sparito dai social media. La paura è che questo tipo di informazioni possano essere sfruttate per colpire gli studenti identificati. Tanto più che di recente le autorità cinesi hanno preso di mira gruppi di femministe e, in generale, nel Paese si è creato un clima di intolleranza nei confronti delle minoranze sessuali» (ANSA).

    «Il presunto ordine dell’università arriva in un momento in cui gli studenti Lgbt nei campus cinesi si sentono sempre più emarginati. Il mese scorso WeChat aveva cancellato dalla sera alla mattina decine di account su temi Lgbt gestiti dagli universitari di tutto il paese. All’inizio di quest’anno – con una emblematica sentenza – un tribunale della provincia del Jiangsu aveva stabilito che l’omosessualità descritta in un libro di testo come “disturbo psicologico” non era un “errore fattuale” ma semplicemente una “visione accademica”. Poco più di un anno fa, il 13 agosto 2020, proprio lo Shanghai Pride aveva deciso di chiudere» (La Repubblica).

    «In cinese Lgbt si dice caihong zuqun, ovvero “comunità arcobaleno”. Per non rischiare fraintendimenti, tuttavia, l’Università di Shanghai, una delle più note del Paese, in un comunicato ai suoi vari dipartimenti, si è premurata di aggiungere la sigla internazionale tra parentesi, specificando nei dettagli le differenze tra gay, bisessuali e transgender. Questo per facilitare l’elaborazione da parte di presidi e leader di facoltà di una “ricerca interna” con il fine ultimo di stilare una «lista» di studenti appartenenti a queste categorie. Lo scopo? “Riportare” i suddetti in direzione di una “corretta attitudine nei confronti dell’amore, della sessualità e del matrimonio”». Immediate le proteste sui social della Repubblica Popolare, subito contrastati dalla censura. Pechino dal 1997 non considera più l’omosessualità un crimine, mentre dal 2001 è stata tolta dall’elenco dei “disturbi mentali”. Finora le comunità Lgbt erano di fatto tollerate nella loro semi invisibilità. Perché la correzione di rotta? Difficile dirlo ma forse le ambizioni del presidente Xi Jinping di restaurare l’antica grandezza cinese poco si confanno con i “costumi decadenti” in voga in Occidente» (Il Corriere della Sera).

    «Negli ultimi anni la comunità omosessuale ha subito una crescente marginalizzazione e ora viene vista anche come un ostacolo alle politiche di sostegno demografico. Più che una persecuzione omofobica, la vicenda sembra però rientrare all’interno di un più ampio bisogno del sistema cinese di identificare e monitorare possibili attivisti e forme di aggregazione potenzialmente operanti al di fuori della linea del Partito. Le minoranze, comprese quelle etniche, sono percepite come un possibile rischio: vanno private della loro componente associativa e dotate in maniera eterodiretta delle corrette “caratteristiche cinesi”. La Commissione centrale per l’ispezione disciplinare ha annunciato di voler mettere ordine alla «caotica» industria dell’entertainment, colpendo le abitudini “malsane” che “instillano valori scorretti” nei giovani. Uno sforzo che rientra in un vasto programma di salvaguardia della sicurezza politica e ideologica del mondo digitale. Non mostrare amore per la patria non è una possibilità» (La Stampa).

    Non so se la notizia ha un fondamento di verità; certo è che ai miei occhi essa appare molto verosimile, soprattutto alla luce del virile orientamento politico-ideologico impresso dal Partito-Regime alla politica formativa dalle scuole elementari all’università.

    Un commento da Facebook: «Scusa Sebastiano, mi sapresti dire da dove vengono le montagne di soldi di cui dispongono i cinesi miliardari? Come è stato possibile che in uno Stato che doveva essere socialista, qualcuno potesse avere sufficiente disponibilità economica per avviare imprese di una certa rilevanza? Grazie».

    Sebastiano Isaia: Se vai nel mio modestissimo blog trovi la mia risposta. Ciao!

    Un altro commento: «Quando, parlando della Cina, si fa riferimento al comunismo, citando addirittura Marx, mi vengono i brividi. Ma qualcuno lo avrà mai letto Marx lì?».

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