AFGHANISTAN E DINTORNI

Piatto ricco…

È possibile la modernizzazione capitalistica con caratteristiche talebane? Il Celeste Imperialismo non da oggi investe in questa direzione, e dopo il catastrofico ritiro degli americani si leccano i baffi: piatto ricco… La concorrenza “Occidentale” rosica e si divide secondo le tradizionali linee di faglia strategiche. Ma quanto è ricco (almeno potenzialmente) il piatto afghano?

«Tutti i soldi sono stati spesi per la guerra, ora è tempo di ricostruire. Per questo abbiamo bisogno di migliorare le nostre relazioni internazionali e accreditarci davanti ai governi di tutto il mondo. Siamo consapevoli che abbiamo davanti un lavoro enorme, ma stiamo ponendo le basi per una profonda trasformazione del Paese.

La Cina è il nostro partner principale e rappresenta per noi una fondamentale e straordinaria opportunità poiché è disponibile a investire e ricostruire il nostro Paese. Teniamo moltissimo al progetto “One belt, one road” che porterà a rivivere l’antica Via della seta. Inoltre possediamo ricche miniere di rame che grazie ai cinesi potranno tornare in vita ed essere modernizzate. Infine la Cina rappresenta il nostro lasciapassare verso i mercati di tutto il mondo» (La Repubblica).

«Il sottosuolo dell’Emirato è ricco di risorse come rame, oro, petrolio, gas naturale, uranio, bauxite, carbone, minerale di ferro, litio, cromo, piombo, zinco, pietre preziose, talco, zolfo. Ma la dote che fa gola a molti sono quei 1,4 milioni di tonnellate di terre rare, un gruppo di 17 elementi fondamentali per le loro applicazioni nell’elettronica di consumo e nelle attrezzature militari, necessari per realizzare prodotti di alta tecnologia. Le terre rare si trovano in beni di largo consumo come smartphone e televisori, e sono pilastri per la green economy, in quanto essenziali per realizzare pannelli fotovoltaici e auto elettriche. Per non parlare del litio: già nel 2010 il Pentagono definiva l’Afghanistan “l’Arabia Saudita del litio” per le sue enormi riserve del metallo fondamentale per auto elettriche e batterie, talmente richiesto che nel 2020 è entrato nella lista ufficiale delle 30 materie prime considerate dall’Ue “critiche” per l’indipendenza energetica, un metallo per il quale l’Aie ha stimato che la domanda globale aumenterà di 40 volte entro il 2040. Altre terre rare come il neodimio, il praseodimio o il disprosio sono cruciali nella fabbricazione di magneti utilizzati nelle industrie del futuro, come l’eolico o le auto elettriche. […] I giacimenti cinesi soddisfano il 70% del fabbisogno mondiale di terre rare, l’Europa dipende da Pechino per il 98%, ma la domanda globale non fa che aumentare. Se la Cina mettesse le mani sul tesoro dei taleban il peso economico e geopolitico di Pechino non avrebbe più confini» (La Stampa). Su questi temi rimando al post La Cina capitalista nella “transizione ecologica”.

Di certo chi scrive non perderà il sonno pensando agli indubbi successi che sta ottenendo, e che minaccia di ottenere nel prossimo futuro, l’imperialismo cinese.

Esercito comune europeo: se non ora, quando?

Il disimpegno militare “occidentale” in Afghanistan, o, più esattamente, la catastrofica fenomenologia che esso ha assunto, ha rispolverato un vecchio cavallo di battaglia degli europeisti: la necessità di un Esercito Comune Europeo. Si tratta ormai di un argomento evergreen che torna ciclicamente nel dibattito politico messo in scena dal Vecchio Continente. Ora, non bisogna essere un genio per sapere che per realizzare un’efficace politica di difesa comune occorre avere una comune politica estera, cosa che a sua volta implica comuni interessi economici, geopolitici, strategici, ed è esattamente questo fondamentale requisito che manca ai Paesi che costituiscono l’Unione Europea.  L’esercito è la continuazione della politica estera e degli interessi strategici. La parola all’esperto: «Un esercito comune ha ragion d’essere se gli Stati che lo mettono insieme hanno gli stessi interessi. Ma questa, salvo in sparute occasioni, non è una caratteristica dei membri dell’Unione europea: al contrario, spesso i Paesi Ue hanno interessi confliggenti tra loro: pensiamo alle divergenze di Italia e Francia sul Sahel, o alla differenza di vedute di Roma e Berlino sul Mediterraneo. Si combatte insieme se c’è un orizzonte in comune. Ma quest’ultimo manca» (Dario Fabbri, giornalista e consigliere scientifico di Limes).

Si potrebbe pensare a una forza militare comune solo a pochi Paesi europei (Francia, Germania, Italia e Spagna, ad esempio) e avente un’assai più limitata funzione – in primis, difendere i confini dell’Unione Europea da immigrati e terroristi. È quello che immagina Stefano Silvestri, sostenitore di «un coordinamento stretto tra alcuni Stati, al di fuori dei trattati, con eventuali integrazioni successive. Del resto, anche il trattato di Schengen è iniziato così» (Huffingtonpost). Ma questo più limitato progetto deve comunque fare i conti con lo strapotere politico-militare della Francia (che possiede armi nucleari e un seggio permanente all’ONU) e con la sempre ingombrante potenza economica della Germania. Beninteso l’esistenza della Nato è qui fuori discussione, nessun Paese dell’Unione pensa di mettere all’ordine del giorno il suo superamento, almeno nel medio periodo. Come fanno notare gli analisti geopolitici, oggi solo gli Stati Uniti hanno il potere di decretare la morte della Nato. Piuttosto in ambienti europei si parla di una sua ristrutturazione in chiave “federalista”, per conferire maggior peso ai Paesi europei che aderiscono all’Alleanza Atlantica, oggi troppo sbilanciata in direzione statunitense. Ma questa ristrutturazione implica un maggior contributo finanziario da Parte degli europei, e un loro più significativo attivismo militare, con quel che segue anche in termini di perdite umane. D’altra parte, è dai tempi della Presidenza Obama che Washington non nasconde il proprio “disappunto” nei confronti degli alleati europei circa il loro limitato impegno finanziario per la Nato. Segno che la “protezione” degli alleati non si armonizza più perfettamente con la difesa degli interessi strategici (a cominciare da quelli economici) americani. D’altra parte ormai da anni gli Stati Uniti guardano sempre più in direzione del Pacifico, cuore pulsante del capitalismo mondiale, e sempre meno in direzione del Mediterraneo e del Medio Oriente, aree che invece interessano moltissimo ai maggiori Paesi dell’Unione Europea, spesso in reciproca concorrenza per accaparrarsi materie prime e influenze geopolitiche.

Come sempre (da De Gaulle in poi) la Francia guida la tendenza “autonomista”, e già nel 2018 il Presidente Macron auspicò la nascita di «un’Europa sovrana e potente», in grado di difendersi dalle nuove sfide strategiche (inclusi gli Stati Uniti di Donald Trump, equiparati alla Russia di Putin) «attraverso un vero esercito europeo». «Il tema è tornato in auge nei mesi recenti, con Parigi ferma a spingere per la “sovranità strategica dell’Europa” di fronte all’assertività della Turchia nel Mediterraneo orientale, atteggiamento per cui i transalpini continuano a sostenere la linea dura. E infatti, il ministro Beaune ha rispolverato il tema dell’esercito europeo riferendosi a “Russia e Turchia”» (Formiche.net). La Germania non condivide la risoluta postura francese, soprattutto per ciò che riguarda la Turchia – verso la quale Berlino ha da sempre un “occhio di riguardo”.

La costruzione di un polo imperialista europeo unificato è sempre più all’ordine del giorno, ma la sua concreta realizzazione non cessa di essere altamente problematica – nonché, ovviamente, gravida di nefaste conseguenze. Scrive il direttore del Foglio Claudio Cerasa: «Fare dell’Ue un gigante militare autonomo per difendere la libertà dove necessario. Il nuovo motore franco tedesco (e italiano) passa da una svolta non retorica sulla difesa comune. E l’ora è arrivata». «Difendere la libertà» è da intendersi, ovviamente, come segue: difendere gli interessi delle classi dominanti europee.

Paolo Mieli mette bene in luce il “buonismo” interessato/ipocrita della Vecchia Europa: «Da decenni è un continente specializzato nell’arte di “salvare la pace” ricorrendo esclusivamente alla diplomazia. Ora si annuncia una forza di pronto intervento comune ma di qui alla creazione di una struttura militare continentale il passo è lunghissimo. L’Alleanza Atlantica ha perso la propria funzione primaria ben trentadue anni fa, con il crollo del muro di Berlino. Da allora è sopravvissuta come struttura militare, sostanzialmente a guida Usa, atta ad intervenire nelle crisi in ogni angolo del pianeta. Laddove un’Europa “parassita” non era ad ogni evidenza disponibile a fare la propria parte. Mai. Neanche negli incendi che si sviluppavano ai propri confini. All’Europa è stato concesso di addossarsi solo il 20% dei costi della Nato e anche per questo, ragionevolmente, la pari dignità ai vertici è stata pressoché formale» (Il Corriere della Sera). È facile e assai produttivo fare i “buoni” con i soldi e i morti degli altri! È ciò che pensano anche a Washington, e non da oggi: «Nei circoli strategici americani si dice con cinismo che gli europei si godono da sessant’anni un viaggio gratis sotto l’ombrello difensivo degli Stati Uniti» (R. Kagan, Paradiso e potere, Mondadori, 2003). Robert Kagan riconosce però almeno un grande merito al progetto di integrazione europea: «Aver integrata e ammansita la Germania è stata la più grande conquista dell’Europa».

«A coloro che chiedono un terzo decennio di guerra in Afghanistan, chiedo: Qual è l’interesse nazionale vitale? I nostri nemici [e “amici”] non vogliono altro che vederci impantanati per un altro decennio in Afghanistan»: è la linea difensiva, in stile America First, adottata da Joe Biden, il quale ha ribadito che Russia e Cina sono più che mai i nemici strategici degli Stati Uniti. La sostanziale continuità della politica estera statunitense attraverso le mutevoli Amministrazioni trova qui un’ulteriore conferma.

Scrive il Generale Vincenzo Camporini: «Gli Usa sanno che con un esercito Ue potrebbero godere della stabilità nel Mediterraneo senza occuparsene. Anche perché per loro adesso le priorità sono altre. La loro unica preoccupazione è la Cina» (Huffingtonpost). E qui ritorniamo al punto di partenza.

Leggi: L’universalismo del potere; La guerra infinita

Un pensiero su “AFGHANISTAN E DINTORNI

  1. A proposito di polo imperialista europeo unificato.

    Secondo Bruno Le Maire, ministro dell’Economia francese, «Per l’Europa serve un nuovo approccio geopolitico. Dobbiamo diventare una superpotenza, con Cina e Usa. E il blocco europeo che può competere con Asia e Usa si può generare solo dal triangolo geografico che si è chiuso dopo la Brexit: Italia, Francia e Germania Bisogna investire in tecnologia: non serve avere indipendenza politica, se poi dipendiamo da altri Paesi sulla tecnologia, come succede per esempio con i semiconduttori in arrivo dalla Cina» (Forum Ambrosetti, 4/11/2021).

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