IL MIO 11 SETTEMBRE

«Dov’eri e che facevi l’11 Settembre 2001?»: un classico della “memorialistica” dei nostri tempi. Da vent’anni a questa parte quando penso a quel fatidico giorno, mi balena in testa l’idea/sensazione di una perdita: mi sono perso l’11 Settembre! Per la verità mi sono perso anche i mitici mondiali spagnoli dell’82, per lo stesso motivo, mutatis mutandis. Quando dico “perso” intendo riferirmi al concetto di tempo reale, un concetto molto importante nei nostri mediatici tempi segnati dalle “dirette”. Proverò a spiegare il senso di queste parole, peraltro ben note ai miei amici, infastiditi dalla mia ossessiva ricerca di immagini relative appunto a quell’evento “apocalittico” che avrebbe cambiato il corso della storia del mondo e, forse, il nostro modo di stare dentro questo catastrofico mondo, almeno così si dice in giro.

Ebbene, l’11 Settembre di venti anni fa (ahimè, inesorabile scorre il tempo!) mi trovavo a Murmansk, nella Penisola di Kola, nell’estrema parte nord-occidentale della Russia europea. Si tratta di una città che ospita un’importante base militare russa e che appariva ai miei occhi completamente rovinata da decenni di “socialismo reale”. La “mia” nave doveva imbarcare carbone per poi trasportarlo negli Stati Uniti, dove avremmo imbarcato soia – ovviamente dopo una scrupolosissima pulizia delle enormi stive – da trasportare in Italia.

Il pomeriggio, finito il mio primo turno di lavoro, andai con l’Allievo di coperta, un giovanissimo e simpaticissimo napoletano, nel cuore della città vecchia (abbandonata a se stessa, vuota di automobili e di persone, con le strade “rosicchiate” dalle erbacce, piena però di cani randagi e di cambiavalute), per fare acquisti e per “socializzare” con qualche ragazza del luogo. Com’è noto, per i marittimi “socializzare” è un chiodo fisso. A un certo punto della serata io e il mio amico ci trovammo in una specie di McDonald’s locale, seduti a un tavolo insieme a due ragazze. Si chiacchierava (in un inglese assai approssimativo da entrambe le parti), si scherzava e si beveva qualcosa. Ogni tanto il mio occhio abbandonava gli occhi (diciamo così) delle ragazze e si posava su un maxi schermo appeso in fondo alla parete del locale – anch’esso piuttosto vuoto di esseri umani; vedevo immagini molto confuse, forse si trattava di fumo, forse di fuoco. Da quella distanza non riuscivo a ricostruire un’immagine coerente. Pensai a un incidente di qualche tipo, o a un attentato terroristico in Cecenia, oppure a un film, perché no? D’altra parte in quei minuti i miei interessi non andavano oltre quel che accadeva intorno al nostro tavolo, e difatti non prestai più attenzione alle indistinte immagini televisive.

Verso mezzanotte io e l’amico d’avventura facemmo ritorno, e saliti sulla nave capimmo subito che era successo qualcosa di insolito. Infatti, tutto l’equipaggio era radunato in una sala e guardava in silenzio la televisione che trasmetteva in diretta le immagini della CNN che tutti oggi conoscono in ogni minimo dettaglio. La didascalia diceva America under attack. Pazzesco! Partimmo da Murmansk due giorni dopo, se ricordo bene.

Quando il 10 Ottobre arrivammo a Norfolk, in Virginia, trovammo una società militarizzata e impaurita, anche perché si parlava di imminenti attentati terroristici a base di sostanze velenose. La nave subì un’ispezione particolarmente approfondita da parte delle autorità portuali e militari. Il patriottismo era alle stelle. Vedevo gigantesche bandiere stellestrisciate dappertutto: fuori dalle case, fuori dai negozi, fuori dagli uffici pubblici e privati. Bandiere dentro le riviste. Già si parlava delle accertate responsabilità di Osama Bin Laden, il cui demoniaco volto sarebbe stato disegnato chiaramente, secondo alcune riviste americane, dal fumo e dal fuoco che avvolgevano le Twin Towers: «Satan in smoke! Face of evil looms over strike towers» (Globe, ottobre 2001). Alcune riviste comprate allora le ho ancora con me. Una di queste, America Under Siege, dava in omaggio un grande poster che da un lato esibiva la bandiera americana e dall’altro il volto di Osama Bin Laden racchiuso nel cerchio di un mirino da cecchino e sovrastato dalla famigerata frase: Wanted dead or alive.

L’odore di guerra, di vendetta e di sangue saturava l’aria, e non bisognava essere un genio della geopolitica per indovinare le intenzioni dell’imperialismo statunitense, allora indiscusso pilastro dell’ordine mondiale.  

Un tassista mi disse che il numero reale delle vittime causate dal crollo delle Twin Towers non si saprà mai, perché molte persone, soprattutto di nazionalità messicana e indiana, lavoravano “in nero” nell’area del World Trade Center e non avevano nemmeno il permesso di soggiorno: erano insomma a tutti gli effetti dei clandestini per gli Stati Uniti. «L’ecatombe dell’11 settembre non è finita. Continuano a morire da vent’anni, a migliaia, senza tregua e senza speranza. Quelli che abitavano nell’area del World Trade Center e quelli che sono intervenuti per i soccorsi, esposti alle polveri della nube tossica figlia dell’esplosione. Sono più di 25.000 i newyorkesi colpiti da tumori, malattie croniche e disturbi mentali da stress post-traumatico. Malati di tutte le età, iscritti al World Trade Center Health Program, il programma di monitoraggio e assistenza medica finanziato dal governo federale» (Il Giornale, 11 settembre 2021). Si tratta delle vittime di quello che definisco Sistema Mondiale del Terrore, al cui centro colloco l’imperialismo mondiale.

L’ex presidente Usa Barack Obama oggi ha dichiarato: «Una cosa che è diventata chiara quel giorno è che l’America è sempre stata la patria di eroi che corrono verso il pericolo per fare ciò che è giusto» – soprattutto quando si tratta di difendere gli interessi dell’imperialismo statunitense, mi permetto di aggiungere.

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