PATTO AUKUS. LA “NUOVA GUERRA FREDDA” COMINCIA A RISCALDARSI? 

Aukus è l’alleanza militare (quella politica era già solida) che Australia, Regno Unito e Stati Uniti hanno siglato «per affrontare le minacce del XXI secolo». Si scrive «minacce del XXI secolo» ma ovviamente si legge Cina. Ma le implicazioni geopolitiche del Patto sottoscritto dai tre Paesi sono di più largo respiro, e solo con il tempo potremo verificarne tutta la portata strategica. La Cina ha subito reagito all’aggressiva mossa statunitense, peraltro maturata nel corso di parecchi anni, e ha bollato come «estremamente irresponsabile» il cosiddetto Patto per la sicurezza nell’Indo-Pacifico, avvertendo che «danneggerà la pace e la stabilità regionale». L’ambasciata cinese degli Stati Uniti ha consigliato ai tre firmatari di «sbarazzarsi della mentalità da Guerra Fredda e dei pregiudizi ideologici». Chi scrive non coltiva alcun pregiudizio ideologico quando si tratta di analizzare la competizione interimperialistica, ed è per questo che nei suoi modesti scritti mette sullo stesso – escrementizio – piano gli interessi di tutti i partecipanti alla competizione fatta sulla pelle delle classi subalterne di tutto il mondo. Su questo concetto rimando a un mio vecchio post: Sul concetto di imperialismo unitario.

Dario Fabbri, Limes:

«Ieri il governo australiano ha annunciato d’aver firmato con Stati Uniti e Regno Unito un accordo per la produzione di sottomarini a propulsione nucleare, annullando la precedente intesa siglata con la Francia che prevedeva mezzi diesel ed elettrici. Dura la reazione di Parigi che ha definito “deplorevole” la svolta di Canberra. E di Pechino che ha condannato “il clima da guerra fredda”. La scelta del governo australiano è frutto della pressione statunitense, molto più che conseguenza degli scontri con i francesi sul luogo di produzione.

Oltre ogni patto anglosassone, Washington preferisce fornire a Canberra sottomarini non convenzionali, in grado di trasformare la nazione oceanica in un pilastro del contenimento marittimo della Repubblica Popolare, quanto la Francia non poteva garantire. Evoluzione destinata a compiersi entro il 2040, nonostante la mancanza in Australia delle strutture necessarie a produrre lo specifico carburante, nonostante la firma apposta sul trattato di non proliferazione. Passaggio che complica ulteriormente la situazione per la Cina nei mari rivieraschi, già alquanto precaria.

Irritato dalla fine di un lucroso contratto [56 miliardi di euro], il governo francese ha rispolverato vecchie categorie del proprio antiamericanismo e, al solito, invocato la (impossibile) autonomia strategica dell’Europa, ovvero dell’Esagono. Niente di grave. Parigi resta l’unico alleato sentimentale di Washington esistente sulla terra e nelle prossime settimane otterrà certa compensazione, attraverso nuovi contratti o il rinnovato sostegno del Pentagono nel Sahel o in Nord Africa».

Anche l’Unione Europea cerca di darsi una strategia per l’Indo-Pacifico, probabilmente l’area capitalisticamente più dinamica del pianeta, «dove si produce il 60 per cento del pil globale e due terzi della crescita» (M. Feltri, La Stampa). Scrive Lorenzo di Muro (Limes):

«La Commissione Europea pubblica oggi la Strategia per l’Indo-Pacifico dell’Ue. Conferma la disponibilità dei satelliti europei a rispondere ai desiderata degli Stati Uniti riguardo al contenimento della Repubblica Popolare nel Medioceano asiatico. Nonostante l’approccio europeo alla Cina resti meno antagonistico e più pragmatico rispetto a quelli di Washington e Tokyo. Oltre alla cooperazione con i paesi dell’area in tema di migrazioni, sanità e ambiente, il documento annuncia maggiore attenzione alla sicurezza delle catene globali del valore, a partire dall’alta tecnologia (semiconduttori) e alla stesura di accordi (nuovi o già in via di negoziazione) in materia di commerci e investimenti. La Strategia raccoglie i propositi dei principali Stati del blocco di incrementare la presenza navale, le esercitazioni e le collaborazioni con formazioni come il quadrilatero anticinese formato da Usa, Giappone, Australia, India. In questo quadro va iscritto anche il piano infrastrutturale Global Gateway, annunciato ieri da Ursula von der Leyen e pensato per fare concorrenza alle nuove vie della seta cinesi.

Malgrado si mostri disponibile a rispondere alla chiamata americana e malgrado abbia pure interesse a preservare la libera navigazione nell’Indo-Pacifico, mantenendo aperte le rotte marittime tra i mercati asiatici e quelli europei, l’Ue non è soggetto geopolitico: non esprime interessi univoci e continua a scontare faglie strutturali anche in relazione alla postura relativa alla Cina. Faglie che minano alla base i più o meno fantasiosi tentativi di proiezione estera dell’Unione, come la creazione di un esercito europeo.

Senza contare che, anche volendo, la stragrande maggioranza dei suoi membri non sarebbe in grado di giocare nell’Indo-pacifico un ruolo significativo in termini militari. Non è un caso che a tornare a battere le acque dei mari cinesi finora siano stati i singoli paesi europei – Francia (unica vera potenza europea residente nell’Indo-Pacifico) e Regno Unito dalla seconda metà dello scorso decennio, seguite nell’ultimo anno da Olanda e Germania – alla luce del proprio interesse nazionale.

Soprattutto, gli Usa vogliono sì che gli alleati europei partecipino al contenimento di Pechino, ma in modo funzionale ai propri disegni. Una maggiore presenza nell’Indo-Pacifico è dunque benvenuta, ma i sodali europei devono anzitutto arginare l’estroflessione cinese (e russa) in casa e nel Medioceano occidentale (Mediterraneo in primis), circoscrivendone la penetrazione in settori strategici quali tecnologia e infrastrutture».

Per Gabriele Carrer e Emanuele Rossi, «L’accordo australiano è un colpo problematico per Macron, per le sue ambizioni di alzare l’impegno in quel quadrante politico dell’Indo Pacifico, per il suo piano di crearsi nell’area un ruolo da potenza alternativa a Cina e Usa» (http://www.formiche.net.). Per dirla con Oriana Skylar Mastro, docente a Stanford e Fellow del Freeman Spogli Institute for International Studies, «Oltre alle parole, servono le portaerei e i sottomarini a propulsione nucleare». È dalla fine della Seconda guerra mondiale che la politica estera francese si caratterizza per un’evidente postura velleitaria, per una crescente divergenza tra ambizioni e capacità sistemiche chiamate a supportarle. Il declino delle grandi potenze esibisce sempre un tratto di revanscismo che nel caso della Francia spesso smotta nel ridicolo.  

Leggi: L’APPROCCIO STRATEGICO DEGLI STATI UNITI ALLA CINA; L’IMPERIALISMO AMERICANO TRA REALTÀ E “NARRAZIONE”; AFGHANISTAN E DINTORNI

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