AMICI (PIÙ O MENO DICHIARATI) E NEMICI DELL’AUKUS

Per Gideon Rachman «Gli sforzi dell’America per rafforzare la deterrenza nei confronti della Cina stanno prendendo slancio. Perché Aukus è il benvenuto nell’Indo-Pacifico?» (Financial Times). Per Rachman per capirlo non bisogna guardare all’irritata Cina, che evidentemente ha avvertito il colpo, né alle proteste della Francia, la quale piange su miliardarie commesse militari andate in fumo e sulla sua sempre più striminzita proiezione geopolitica, ma agli applausi silenziosi che sono venuti da molti Paesi della regione: Giappone, India, Singapore, Corea del Sud, Vietnam. Lo stesso Canada non ha ancora deciso se rifiutare o aderire al Patto, magari in un secondo momento (*). Questi Paesi sono molto interessati a fare affari con il gigante asiatico, ma ne temono sempre più sia la potenza economica sia quella militare. Negli anni scorsi il Celeste Imperialismo non ha fatto nulla per nascondere le sue ambizioni di totale egemonia nell’Indo-Pacifico, che Pechino considera di fatto come una sua esclusiva zona d’influenza. È per questo che è semplicemente ridicolo (vedi Michele Serra: Meglio essere comprati dai cinesi che bombardati dagli americani: che bella alternativa!) contrapporre la postura economica della Cina con la postura militare degli Stati Uniti: è vero che questi ultimi cercano di sfruttare la perdurante superiorità del loro esercito e del loro ruolo politico (in fondo si tratta dell’unica Super Potenza rimasta in vita dopo la miserabile uscita di scena dell’Unione Sovietica), ma per un verso non bisogna sottovalutare le capacità economiche e tecno-scientifiche di quel Paese, che rimangono tutt’altro che trascurabili, e per altro verso non bisogna sottovalutare l’attivismo militarista della Cina che si osserva proprio nell’Indo-Pacifico.

Come insegnano i teorici “classici” dell’Imperialismo (da J. A. Hobson a Lenin, da R. Hilferding a H. Grossmann), il fondamento sociale di quel fenomeno va ricercato in primo luogo negli interessi del Moloch-Capitale, il cui gigantismo si trascina dietro l’intera sfera politico-istituzionale. La guerra messa in scena dagli eserciti non è che la continuazione della guerra economica – con annessa struttura tecnoscientifica. Anche la politica (interna ed estera) degli Stati va considerata, avendo cura di non trascurare le dovute mediazioni reali e concettuali, come la continuazione della guerra con altri mezzi.

Naturalmente Pechino cerca di gettare benzina sul fuoco delle polemiche divampato dopo la firma del famigerato Patto: «Il presidente francese Emmanuel Macron ha affermato che quanto fatto dagli Stati Uniti è come una “pugnalata alla schiena”. In realtà per gli Stati Uniti è normale tradire i propri alleati per interesse. La Gran Bretagna e l’Australia devono pensare bene se vale la pena mettere a rischio i propri interessi nazionali per un alleato traditore come gli Stati Uniti» (Quotidiano del Popolo online). Ogni riferimento all’Afghanistan è qui assolutamente voluto. Per capire meglio come funziona la propaganda del regime cinese rivolta all’opinione pubblica mondiale, consiglio di seguire il Quotidiano del Popolo online.

Tra le altre notizie, l’organo del Partito-Regime ha avuto il piacere di comunicare che «Dal 14 al 15 settembre, la 48esima sessione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha tenuto un dialogo con l’Alto Commissario Onu per i diritti umani, nel corso del quale, i rappresentanti di Venezuela, Corea del Nord, Sud Sudan, Laos, Sri Lanka, Dominica, Armenia, Maldive, Tanzania e altri paesi hanno apprezzato i successi della Cina nel campo del rispetto dei diritti umani e gli sforzi del governo cinese per sradicare la povertà e promuovere il benessere delle persone di tutti i gruppi etnici del Paese, compresi gli abitanti dello Xinjiang». Io direi soprattutto degli abitanti dello Xinjiang… «Questi paesi hanno anche sottolineato che le questioni relative allo Xinjiang, ad Hong Kong e al Tibet sono affari interni della Cina e il principio di non interferenza negli affari interni è la pietra angolare dell’ordine internazionale; si sono pertanto opposti alla politicizzazione delle questioni relative ai diritti umani». Padroni in casa propria! Ovviamente l’anticapitalista/antimperialista se ne frega del sovranismo rivendicato dagli Stati, e “si ingerisce” con tutte le sue forze negli affari interni dei Paesi: come si diceva un tempo, i proletari non hanno patria e sono contro tutte le patrie.

(*) Il Canada fa parte dei Five Eyes, l’alleanza di intelligence di cui fanno parte anche America, Australia, Regno Unito e Nuova Zelanda; occhi puntati soprattutto sulle tecnologie “intelligenti” e sul sistema formativo della Cina. A proposito di tecnologie “intelligenti”, già si parla dello standard di sesta generazione, il 6G, 10 volte più performativo rispetto al già potente e veloce 5G. Tra sei, sette anni dovremmo avere le sue prime applicazioni su larga scala. Su 20.000 brevetti depositati riguardanti il 6G, il 40% è Made in China, il 35% Made in Usa, il 10% viene dal Giappone, e il resto dall’Europa e dalla Corea del Sud.

imp eu 1Aggiunta del 22 settembre 2021

I dolori del vecchio Ernesto

Ernesto Galli della Loggia torna oggi a piagnucolare sull’impotenza politica e militare («la guerra è un compendio supremo della politica») dell’Unione Europea e a punzecchiare «l’ideologia europeista», prendendo di mira questa volta la «formula demagogica dell’Europa “potenza civile”». «È stata costruita l’immagine, cioè, di un’Europa “spazio di libertà e di giustizia” che intende riporre tutto il suo potere e il senso di se stessa unicamente nel diritto e nelle decisioni delle corti (quasi che poi da che mondo e mondo l’una e le altre, ahimè, non avessero bisogno, per contare qualcosa, anche di uno straccio di polizia e di qualche triste prigione). E insieme, naturalmente, l’immagine di un’Europa che proprio perché “civile” è sempre pronta a discutere, a promettere benefici, a trattare, a convincere, ma mai disposta a battere i pugni sul tavolo, a essere “potenza” militare in quanto portatrice di una propria determinata e forte identità politica. Sembra davvero difficile che da questo vuoto possa sorgere domani, quasi come una miracolosa araba fenice, un esercito degno del nome» (Il Corriere della Sera). Che amarezza!

Inutile dire che dalle mie parti la costruzione di un polo imperialista unitario europeo (perché di questo si tratta, al netto delle tante chiacchiere messe in circolazione dalle incartapecorite ideologie europeiste di diversa estrazione politica) ha un appeal pari a zero, diciamo così.

PATTO AUKUS. LA “NUOVA GUERRA FREDDA” COMINCIA A RISCALDARSI? 

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