LA “QUESTIONE TEDESCA” DOPO ANGELA

Dal 2005, anno della sua prima elezione a Cancelliera, al 2020 il Pil procapite reale è aumentato in Germania di 18 punti (media europea +10, Italia -10): questo semplice dato, che ovviamente ne presuppone e ne implica molti altri, non necessariamente di natura immediatamente economica, è sufficiente forse a darci un’idea, per quanto approssimativa, della Germania che lascia Angela Merkel ai tedeschi, all’Europa e al mondo. In effetti, la Germania rimane la sola nazione europea in grado di pesare, sebbene in forma sempre più attenuata, sulla bilancia dei rapporti interimperialistici – i quali si basano soprattutto sulla potenza dell’economia (tecnoscienza inclusa). in ogni caso, la “Questione tedesca” rimane al cuore della “Questione europea” (e Atlantica).

Occorre subito dire che la Cancelliera ha potuto giovarsi delle riforme economico-sociali (soprattutto nel mercato del lavoro, attraverso una maggiore precarizzazione e flessibilizzazione del lavoro) realizzate tra il 2003 e il 2004 dal Cancelliere Gerhard Schröder. Su questo decisivo terreno si può anzi dire che la Merkel ha vissuto di rendita, senza nulla aggiungere né togliere. «Non liberalizza i trasporti, i servizi, le assicurazioni. Il settore bancario è ancora oggi fragile a causa della sua frammentazione e del rapporto strettissimo di gran parte degli istituti di credito con la politica nazionale e locale; il che rende le loro scelte spesso basate più su decisioni di questo o quel partito che sul merito di credito. In sostanza la cancelliera preferisce non avere guai in settori politicamente influenti. Il risultato è che oggi il futuro industriale della Germania, a cominciare dal settore auto – anch’esso protetto sempre da Merkel persino quando Volkswagen imbrogliò sui test delle emissioni dei suoi motori diesel –, è disorientato, sia per insufficiente capacità innovativa sia a causa dei cambiamenti geopolitici» (Gabanelli e Taino, Il Corriere della Sera).

 La Germania guidata per 16 anni da Angela Merkel ha vinto la guerra europea della crisi finanziaria e del debito (2008-2012), salvando l’Unione Europea e la sua moneta a esclusivo interesse degli interessi nazionali tedeschi e dell’area geoeconomica legata al capitalismo tedesco (compresa parte del Nord’Italia); ha rafforzato i suoi legami commerciali con la Cina (per la prima volta, nel 2016 la Cina è diventata il primo partner commerciale della Germania, superando gli Stati Uniti) (*) e con la Russia (nonostante l’invasione russa della Crimea del 2014 ha portato a termine la costruzione del gasdotto Nord Stream 2, visto malissimo dai suoi partner europei e dagli Stati Uniti ).

La Germania ha resistito molto meglio dei suoi partner europei alla crisi pandemica: nel 2020 il suo Pil si è contratto un po’ più del 5%, a fronte del quasi -9% fatto registrare dal Pil italiano – rovinosa caduta che spiega il “nuovo miracolo italiano”, o “rimbalzo” che dir si voglia, di questi mesi. Nel 2009, all’epoca della crisi dei sub-prime, la contrazione del Pil tedesco fu leggermente più marcata. La “resilienza” tedesca si spiega anche con la sua postura “mercantilistica”, come mostra soprattutto quanto segue: «La Cina è stata il più importante partner commerciale della Germania nel 2020 per il quinto anno consecutivo. Lo ha annunciato ieri l’Ufficio Federale di Statistica tedesco (Destatis), secondo cui il volume del commercio estero con la Cina è aumentato del 3% rispetto al 2019, nonostante la crisi dovuta all’epidemia di nuovo coronavirus. Secondo i dati provvisori di Destatis, tra Cina e Germania l’anno scorso sono state scambiate merci per un valore di 212,1 miliardi di euro. […] Gli Stati Uniti sono rimasti il più grande mercato per le esportazioni tedesche, una posizione mantenuta dal 2015, nonostante, secondo Destatis, le esportazioni siano diminuite del 12,5% rispetto al 2019 arrivando a 103,8 miliardi di euro. La Cina si è classificata al secondo posto tra i più importanti mercati per le esportazioni della Germania. L’anno scorso, le esportazioni tedesche verso la Cina sono rimaste quasi inalterate, con un calo dello 0,1% su base annua fino a 95,9 miliardi di euro» (ANSA-XINHUA).

Il governo tedesco ha reagito alla crisi pandemica accantonando il classico dogma della “frugalità” centrata sul pareggio di bilancio; le spese statali per rilanciare l’economia hanno toccato nel 2020 l’8,3% del Pil, superando il 5,3% della Francia e il 3,4% dell’Italia. Quando si tratta di rivitalizzare il capitalismo anche le “formiche” sanno spendere – e spendono, di solito, meglio di quanto non sappiano fare le “cicale”, avvezzi alla «cattiva spesa» (Mario Draghi), ossia alla spesa improduttiva, la quale distrugge ricchezza ma in compenso accresce i consensi elettorali di chi la sostiene. In ogni caso, oggi i paladini del pareggio di bilancio (rappresentati dai liberal-democratici dell’Fdp) rialzano la testa e sostengono il ritorno della Germania alle sue tradizionali virtù in materia di spesa pubblica: gli italiani, ossessionati dal patto di stabilità e crescita, sono avvisati! Secondo Lucio Caracciolo non solo gli italiani: «Una simile restaurazione sarebbe un disastro anche per la Francia, il che avvicina di fatto Roma e Parigi alla vigilia della firma del loro trattato bilaterale, che i francesi battezzano “del Quirinale”. Il prossimo scontro fra “cicale” e “formiche” s’annuncia tremendo» (Limes). C’è da dire che lo spettro dell’inflazione è ricomparso dopo molti anni nel dibattito pubblico tedesco.

Olaf Scholz, candidato naturale al cancellierato dell’Spd, ha vinto perché è riuscito ad accreditarsi presso l’elettorato “moderato e centrista” come il vero erede di Angela Merkel; un suo manifesto elettorale diceva: «La Germania è pronta per una nuova Cancelliera», con evidente allusione alla continuità Merkel- Scholz. Ieri El Paìs ha pubblicato un editoriale con questo titolo: «Un altro cancelliere, la stessa Germania». Il crollo della Cdu/Csu si spiega soprattutto con l’uscita di scena (?) della Cancelliera che per tanti anni ha dominato la scena politica tedesca ed europea, e il cui peso specifico elettorale è stato valutato dagli “esperti” intorno al 10%.

L’estrema destra dell’AFD, assai ridimensionata a livello nazionale, rimane tuttavia forte in tutti i cinque Land dell’Est, segno che le ferite dell’Unificazione rimangono ancora aperte dopo tre decenni. Si tratta di una pesante eredità per chiunque vinca la corsa alla premiership. Perde invece, e malamente, Die Linke che contendeva all’AFD lo stesso elettorato, confermando di essere l’altra faccia di una stessa escrementizia medaglia. La presenza in Parlamento della cosiddetta estrema sinistra tedesca è stata salvata in extremis da tre deputati eletti con il sistema uninominale.

Molti analisti e politici italiani invitano i tedeschi a fare del loro Paese non una «Grande Svizzera», quale oggi esso sarebbe, ma una «Grande Germania»: ma si rendono conto delle implicazioni sistemiche connesse necessariamente con questa “virtuosa” trasformazione? E poi, si tratta di un “fraterno” consiglio o piuttosto di un pessimo augurio per la prosperità tedesca? «La conosciamo, la Svizzera: una democrazia solida, aperta, dinamica. E irrilevante. Gode dei benefici della globalizzazione senza essere coinvolta negli affari del mondo» (F. Fubini, Il Corriere della Sera). Ma «irrilevante» rispetto a quale interesse?

Scrive Caracciolo: «Questa Germania non pare capace di stabilire il suo posto nel mondo. Eppure la stessa cancelliera ha più volte affermato che il tempo in cui ci si poteva affidare agli altri (leggi: agli americani) è passato. I tedeschi dovrebbero riprendere un pezzo del proprio futuro nelle loro mani. La consapevolezza, forse anche l’intenzione, esiste in buona parte dell’élite. Ma una cultura strategica non s’inventa dalla mattina alla sera. Specie se l’opinione pubblica non segue. La Germania ha segnalato in vari modi e toni la sua insofferenza per la tendenza americana a porla davanti ai fatti compiuti, come usano i potenti con i semiprotettorati» (Limes). E se fosse stata proprio questa riluttanza a recitare il ruolo di potenza politicamente (e militarmente) assertiva sul piano mondiale la cifra della «cultura strategica» dell’imperialismo tedesco nella fase storica che l’ha visto indubbiamente vincente? Non c’è dubbio che tutto spinge nella direzione desiderata da Caracciolo, ma «riprendere un pezzo del proprio futuro nelle loro mani» esige dei costi che probabilmente i politici tedeschi non intendono ancora far pagare alla Germania, costi che gli analisti forse non calcolano nel modo corretto, in tutte le loro implicazioni. Di certo non è facile né comodo cambiare una strategia che si è dimostrata vincente, e solo attraverso gravi crisi sistemiche maturano i grandi cambiamenti. Alcune di queste crisi si sono già consumate, sono alle nostre spalle; altre sono ancora in corso e ne preparano di nuove e più radicali. Inutile dire che le classi subalterne saranno le prime a pagare i costi di questo processo sociale – “transizione tecnologica/ecologica” inclusa!

(*) «La dipendenza tedesca dal Paese asiatico è poi concentrata nei suoi settori più grandi ed importanti. Così il produttore di chip Infineon effettua il 42% delle sue vendite nel Paese asiatico (The Economist, 2021), mentre la BMW vi colloca il 33,4% del totale, la Daimler il 35,8% e la Volkswagen il 41,4%, con la presenza di 26 sue fabbriche nel paese.  Il livello dei profitti realizzati in Cina sul totale mondiale è poi anche più elevato per quanto riguarda il settore dei veicoli (nel caso della Volkswagen circa il 50% del totale). “La Cina è il presente ed il futuro dei produttori di auto tedesche”, come dichiara un esperto. Più in generale, un responsabile economico tedesco ha affermato: “Se tu non sei a tavola con i cinesi, sei nel menù”.  Con lo scoppio della pandemia tale dipendenza è diventata anche più accentuata e le case tedesche, mentre frenano gli investimenti nella madre patria, incrementano quelli in Cina per decine di miliardi di euro. Ma nel frattempo le imprese cinesi competono sempre di più con quelle tedesche in particolare nella produzione di macchinari, altra costola fondamentale dell’economia tedesca e delle sue esportazioni verso il Paese asiatico, oltre che nelle nuove tecnologie dell’auto, da quella elettrica a quella con guida autonoma. Un problema di concorrenza nel settore industriale che hanno sempre più anche altri paesi, dalla Corea del Sud al Giappone, per limitarsi al continente asiatico. D’altro canto, gli insediamenti diretti tedeschi in Cina da una parte portano al Paese asiatico prodotti e tecnologie di cui esso ha bisogno nella sua spinta allo sviluppo, dall’altra la crescente capacità di innovazione della Cina porta importanti benefici alle aziende tedesche e contribuisce a rafforzare la loro competitività globale (Sbilanciamoci).

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