DAL CAPITALE CON FURORE. ASPETTANDO IL PUGNO FURIOSO DEL PROLETARIATO MONDIALE

Oggi ho postato su Facebook questa famosa locandina, da me malamente ritoccata, a commento della notizia che segue:

«Dieci manifestanti pachistani impiegati nella ditta di pronto moda Dreamland di Prato sono stati massacrati a colpi di mazze da baseball e bastoni mentre protestavano contro le condizioni di sfruttamento all’interno dell’azienda. Cinque i feriti, uno di loro in gravi condizioni. Al momento dell’aggressione, lunedì 11 ottobre pomeriggio, erano presenti i sindacalisti di SiCobas che hanno denunciato l’accaduto. Durante l’estate l’Ispettorato del Lavoro, in seguito alla denuncia di uno dei lavoratori pestati, aveva effettuato dei controlli speciali all’interno della ditta e aveva rilevato gravi irregolarità quali lavoro in nero, turni di 12 e 14 ore e assenza di ferie e tutele. Gli operai stavano manifestando contro questa situazione quando alcune automobili sono giunte sul posto con a bordo uomini cinesi armati di mazze e bastoni, che hanno iniziato a pestare i lavoratori disarmati»(Today). Esprimevo la mia solidarietà ai lavoratori di Prato. Dreamland! La nazionalità dei picchiatori non è stata da me sottolineata in alcun modo.

Ho ricevuto il seguente commento: «Evitiamo stereotipi sinofobi e razzisti per favore». Il lettore ovviamente si riferisce alla locandina di cui sopra. La mia risposta: «Ciò che intendevo porre in evidenza è il concetto di Capitale, il quale non ha razza, né sesso, né religione, né nazionalità: Tutto sotto il Cielo del Capitalismo. Formula più sintetica: Tutto sotto il Capitale, il quale agisce a mio avviso con spietato furore sulle classi subalterne in particolare, e su tutti gli individui in generale (*). Aspettando il pugno furioso del proletariato mondiale! Insomma, intendevo esprimere un concetto esattamente opposto a quello che hai voluto vedere tu nella locandina. Come sempre è una questione di punti di vista.

La locandina originale peraltro mi era stata suggerita da un mio amico, il quale ha poi così commentato: «Sinofobi? Razzisti? Manco per idea! In Fist of Fury (Dalla Cina con Furore, il titolo italiano), il Partito (rappresentato da Bruce Lee/Chen), forte della teoria (simboleggiata dalla maestria del protagonista nel kung fu), sconfigge il Capitale (il perfido padrone della fabbrica del ghiaccio), sostenuto dal proletariato in rivolta». Un commento davvero pertinente. La cosa mi offre l’occasione di precisare quanto segue.

Chi non vede l’abissale differenza che passa tra la millenaria civiltà cinese, che conosco benissimo per averla studiata nel corso degli anni e che apprezzo molto da sempre, e il capitalismo cinese, colto nella sua compatta e disumana unità di “struttura” e “sovrastruttura” (cosa che ovviamente vale per il capitalismo di ogni altro Paese, a cominciare dal nostro), mostra a mio avviso limiti concettuali davvero gravi. Solo questo macigno concettuale consente infatti di vedere pregiudizi anticinesi, di natura culturale e razziale, là dove agisce unicamente una critica anticapitalista e antimperialista. Del resto è lo stesso Partito Capitalista Cinese (PCC) che diffonde la panzana ideologica secondo cui chi è ostile al regime economico-sociale cinese (il cosiddetto “socialismo con caratteristiche cinesi”: sic!) è ostile al “popolo cinese” e al “marxismo” secondo l’eccellente lettura del Caro Leader Xi Jinping – che Mao l’abbia in eterna gloria!

Personalmente cerco di contribuire a risolvere questo tipo di problemi ideologici con i miei modesti scritti sulla moderna società cinese – quella sviluppatasi dal 1949 in poi.

(*) Scrivevo su un post del 25 marzo 2020 (La lingua del virus):

«Naturalmente il Coronavirus non è né cinese, né americano, né italiano: esattamente come il rapporto sociale capitalistico oggi dominante in tutto il mondo, quel virus (e la malattia a esso correlata) non ha nazione, ed anche per questo non ha alcun senso stabile il punto zero geografico della pandemia. Per dirla volgarmente, tutto il mondo è Paese, ovvero: il mondo è diventato un solo grande Paese – capitalistico, e per questo radicalmente ostile all’umanità e alla natura. Le peculiarità nazionali (locali) che hanno contribuito alla genesi della famigerata pandemia (le contraddizioni e i limiti del gigantesco e devastante sviluppo capitalistico che ha interessato la Cina negli ultimi quattro decenni, la struttura politico-istituzionale del regime cinese, ecc.), non bastano, a mio avviso, a connotare come “cinese” il Coronavirus. Esattamente come le mitiche “catene del valore” che si aggrovigliano intorno alla nostra sempre più precaria esistenza, anche le malattie virali hanno una dimensione globale, non conoscono confini nazionali. Il virus che minaccia i nostri polmoni parla la lingua del Capitale, ossia del Moloch che lo ha gettato nella mischia sociale – il metaforico dito non indica il pipistrello, o un altro “vettore animale”, ma una peculiare relazione sociale».

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Prossimamente su tutti gli schermi. «Prossimamente quando?» Prossimamente…

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