LA CINA E LA “PROSPERITÀ CONDIVISA”

La legge dell’ineguale sviluppo del capitalismo ha avuto in Cina una puntualissima conferma. Le diseguaglianze nel reddito e la polarizzazione della ricchezza non trovano riscontro in nessun altro Paese e riguardano gli aspetti fondamentali della società cinese. Divario tra le classi, divario all’interno delle singole classi (basti pensare alla distinzione tra lavoratori “stanziali” e lavoratori migranti), divario tra aree urbane e aree rurali, divario tra province interne e province costiere. Questo divario “strutturale” investe naturalmente ogni aspetto della vita quotidiana dei cinesi: dal consumo di “beni e servizi” all’accesso all’istruzione e alla sanità.

La retorica “egualitaria” dei Cari Leader non fa che rendere ancora più odiosa questa capitalistica realtà: «Dobbiamo rafforzare la regolamentazione sui redditi più alti e incoraggiare gli individui e le imprese più ricche a restituire di più all’intera società. Dobbiamo sanare e disciplinare i redditiirragionevoli, riorganizzare l’ordine della distribuzione di reddito e risolutamente proibire e sopprimere i redditi illegali». Il nuovo mantra di regime è la “Prosperità condivisa”, dolce poesia per le orecchie degli italici tifosi del capitalismo con caratteristiche cinesi. D’altra parte, e al netto delle specificità locali, quella retorica non si differenzia affatto dai discorsi progressisti (a partire da quelli di Papa Francesco) che siamo abituati ad ascoltare alle nostre latitudini. Anche in questo “tutto il mondo è Paese”; detto altrimenti: Tutto sotto il Capitale.

Naturalmente sotto il velo della propaganda di regime si agitano enormi problemi reali che riguardano il processo di modernizzazione delle strutture connesse alla fiscalità, al welfare, al sistema pensionistico, all’istruzione e via di seguito. Ai problemi tipici di un’economia capitalistica in via di sviluppo, la Cina aggiunge quelli caratteristici dei Paesi capitalisticamente più sviluppati del pianeta, come da ultimo stiamo assistendo a proposito del caso Evergrande – che proprio oggi ha fatto registrare un nuovo tonfo in borsa dopo che ieri i vertici del conglomerato di Shenzhen hanno fatto sapere che «non vi è alcuna garanzia che il gruppo sarà in grado di far fronte ai propri obblighi finanziari».

Il Partito-Stato cerca come può di assecondare l’accumulazione capitalistica smussandone gli angoli più spigolosi, per garantire al meglio l’ordine sociale complessivo, ma l’impresa è tutt’altro che agevole, come dimostrano le continue “campagne moralizzatrici” e il tentativo di imbrigliare la potenza delle mostruose imprese Big Tech come Alibaba.

Scrive Dario Di Conzo: «La “Prosperità Condivisa” più che un semplice slogan potrebbe essere interpretata come una nuova cornice ideologica volta a perseguire il binomio stabilità sociale e ascesa economica, che è stato architrave e bussola del Partito-Stato dai fatti di Piazza Tienanmen. Ritengo però sia necessario non farsi incantare dalla promessa redistributiva che, a differenza di quanto vorrebbero promuovere i vertici del Partito, non è intrinsecamente incompatibile con un comando capitalista dell’economia» (Sbilanciamoci, 18 /10/2021). Mai avuto dubbi a tal proposito.

La dittatura che il Partito-Stato esercita sulla società cinese non è orientata contro il Capitale (privato o pubblico che sia) ma piuttosto a suo esclusivo favore – e questo implica a volte il sacrificio di singole attività capitalistiche non più economicamente sostenibili o troppo impattanti sulla stabilità sociale, cosa che peraltro avviene in tutti i Paesi capitalistici del mondo. Per un Paese gigantesco, popoloso e complesso (anche dal punto di vista etnico) come la Cina, la stabilità sociale (secondo lo slogan Armonia e Prosperità) ha un’immediata valenza economica. A tal riguardo scrive Thomas L. Friedman: «Anche se non voglio che la strategia della linea dura di Xi abbia successo – ciò rappresenterebbe un pericolo per ogni paese a economia libera del Pacifico – non voglio nemmeno che la Cina fallisca o si spezzi. Parliamo di un Paese di 1,4 miliardi di persone la cui destabilizzazione avrebbe ripercussioni su tutto, dall’aria che si respira al costo delle scarpe, al tasso di interesse del mutuo sulla casa. È un vero dilemma. Purtroppo, però, non credo che Xi si renda conto di quanta incertezza abbia iniettato il suo comportamento recente, dentro e fuori la Cina» (The New York Times, 19/10/2021).

Naturalmente a Pechino la vedono diversamente, e i Cari Leader sprizzano ottimismo da tutti i pori. Scrive oggi il Quotidiano del Popolo Online (ne consiglio la visita a chi intende farsi un’idea della propaganda di regime Made in China): «La Cina continuerà a stimolare la vitalità del mercato e a sprigionare le potenzialità della domanda interna, in modo da poter completare il principale obiettivo dello sviluppo economico e sociale dell’intero anno. Con il procedere approfondito della riforma e dell’apertura, la Cina potrà ancor di più condividere con il mondo i benefici dello sviluppo» – capitalistico.

La brutalità dei metodi usati dal regime cinese non deve in alcun modo far pensare a una primazia della politica sull’economia: al contrario, il Capitale (privato e di Stato) trova in quei metodi un grande fattore di successo, perché ha la possibilità di superare rapidamente e radicalmente le contraddizioni che sempre di nuovo si aprono sul suo cammino. Chiamare Capitalista quel Partito non ha dunque, per chi scrive, il significato di una provocazione, né di un paradosso: significa invece chiamare la cosa con il suo autentico nome, significa cioè dire la verità, semplicemente. Questo senza contare il fondamento storico-sociale (nazionale-borghese) della rivoluzione che spalancò le porte della modernità capitalistica al grande Paese asiatico.

Per il liberaldemocratico Thomas L. Friedman, «Il bullismo della Cina sta diventando un pericolo per il mondo e per se stessa»; per il modesto anticapitalista che scrive il mondo, dalla Cina agli Stati Uniti, dall’Europa all’Africa ecc., è dominato dal bullismo del Capitale, il cui frutto più caratteristico è l’Imperialismo.

Aggiunta del 24 ottobre 2021

Domanda del Manifesto a Jean-Pierre Cabestan, «sinologo francese e capo del dipartimento di studi internazionali alla Hong Kong Baptist University, nonché direttore del programma accademico dell’Unione europea a Hong Kong»: «Professor Cabestan, quanto è diverso il Partito comunista cinese che si avvicina al plenum di novembre rispetto a quello delle origini?» Risposta del sinologo: «La differenza principale è che nel 1921 era una forza politica tra le altre, ma nel 1949 è diventato un partito-stato». Dal mio punto di vista Jean-Pierre Cabestan non ha nemmeno sfiorato la risposta corretta, che ho cercato di fornire, tra l’altro, nel post il cui titolo è, come si dice, tutto un programma: Centenari che suonano menzogneri. Scrivevo:

«Quello che oggi si chiama Partito Comunista Cinese, e che costituisce l’impalcatura politica, ideologica e burocratica dello Stato (capitalista/imperialista) cinese, non ha nulla a che fare con il Partito fondato il Iº luglio 1921 a Shanghai da alcuni esponenti del Movimento del 4 maggio (1919), tra i quali ricordo Ch’en Tu-hsiu,  professore di filologia che fu il primo segretario del PCC, caduto in disgrazia dopo i sanguinosi eventi del 1927, e Li Ta-chao, tra i fondatori nel 1918 della Società per lo studio del marxismo. Il Partito Comunista Cinese, nato nel 1921 come un promettente soggetto rivoluzionario proletario radicato nelle grandi città costiere della Cina, subì una completa “mutazione genetica” (cioè di classe) dopo la disastrosa disfatta subita dal giovane, ancora esiguo ma già molto combattivo proletariato cinese nel 1927 a Nanchino, a Canton e a Shangai. Dal 1920 al 1926 il proletariato cinese diede il più grande, se non l’unico, esempio di lotta di classe indipendente nei movimenti anticoloniali che presero corpo tra le due guerre mondiali, pur con i non pochi limiti dovuti al contesto storico e sociale cinese.

Il PCC di Mao fu il prodotto della sconfitta del movimento operaio internazionale (non solo cinese) degli anni Venti e il legittimo figlio del populismo nazionalista di Sun Yat-sen. Da embrionale soggetto rivoluzionario proletario, il PCC si trasformò rapidamente in un partito nazionale-borghese, e in questa radicale trasformazione molto peso ebbe l’Unione Sovietica stalinizzata, la quale con la sua politica di alleanza con il Kuomintang del generale Ciang-Kai-shek fu una delle cause dell’esito disastroso delle lotte di classe nella Cina degli anni Venti. La politica moscovita subordinava gli interessi strategici del proletariato cinese agli interessi della rivoluzione nazionale-borghese in Cina, con un completo rovesciamento della politica comunista pensata da Lenin per i Paesi capitalisticamente arretrati e assoggettati al dominio coloniale. Tale politica era centrata sull’assoluta autonomia politico-organizzativa del proletariato, autonomia che i comunisti avrebbero dovuto difendere come un principio al quale subordinare ogni singola scelta tattica».

La risposta di Jean-Pierre Cabestan mostra a mio avviso quanto superficiale e priva di senso storico sia la “scienza sociale” borghese.

Ancora il Nostro autorevole sinologo: «In termini ideologici, oggi il Partito vuole ancora essere percepito come marxista-leninista ma con Xi Jinping promuove anche i valori cinesi tradizionali. Nei documenti ufficiali, tuttavia, si fa menzione di Marx, Engels, Lenin e talvolta Stalin, non di Confucio. Il confucianesimo è utilizzato soprattutto nella “promozione” esterna. Oggi l’ideologia del Partito è un melting pot fatto di diversi ingredienti, ma alla base c’è sempre il marxismo-leninismo». Cioè lo stalinismo, sebbene con “caratteristiche cinesi” – anche in Italia lo stalinismo si presentò con le caratteristiche nazionali foggiate dalla realtà storico-sociale dell’Italia e dalla sua collocazione internazionale. Non è che fare «menzione» di qualche personaggio (ad esempio, Marx ed Engels) significa riprenderne in qualche modo la teoria e la prassi politica. Anche qui il pensiero sociologico dominante si segnala per estrema superficialità.

Leggi:

 Tutto sotto il cielo – del CapitalismoChuang e il “regime di sviluppo socialista”Sulla campagna cineseŽižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinesePiazza Tienanmen e la “modernizzazione” capitalistica in Cina. Il ruolo degli studenti e dei lavoratori nella primavera cinese del 1989Tienanmen! Pianeta Cina

Un pensiero su “LA CINA E LA “PROSPERITÀ CONDIVISA”

  1. Le caratteristiche nazionali della Civiltà capitalista

    «Il 25 ottobre a Beijing, il presidente cinese Xi Jinping ha presenziato alla conferenza commemorativa per i 50 anni del ripristino del legittimo seggio della Repubblica Popolare Cinese alle Nazioni Unite, e ha pronunciato un importante discorso. […] Il presidente Xi ha messo in risalto la necessità di esaltare a fondo i valori comuni dell’umanità di pace, sviluppo, equità, giustizia, democrazia e libertà. La pace e lo sviluppo sono la nostra causa comune, e nella diversità sta il fascino della civiltà umana. La civiltà non si misura in termini di livello alto o basso o di eccellenza, ma solo di caratteristiche e di posizione geografica. La civiltà si integra solo con gli scambi e progredisce solo con l’integrazione» (Quotidiano del popolo online).

    Ovviamente qui si parla della civiltà capitalista, la quale si dà nelle diverse aree del pianeta attraverso le caratteristiche nazionali tanto amate dai sovranisti/nazionalisti/sciovinisti di tutto il mondo. Il Partito Capitalista Cinese non perde una sola occasione per tirare in ballo le mitiche caratteristiche.

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