LA SINDROME DEL DINOSAURO FRANKIE

Non scegliete l’estinzione: estinguete il Capitale!

Alla fine del G20 Mario Draghi se n’è uscito con una frase davvero commovente: «Siamo riusciti a mantener vivi i nostri sogni». Detto che i vostri cosiddetti sogni sono i miei incubi, mi sembra che voi “potenti” (al servizio della Potenza sociale che tutto e tutti domina: il capitale) vi accontentiate davvero di poco, praticamente di niente. Appena giunto a Glasgow, in Scozia, per dare il suo fondamentale contributo alla Cop26, il Premier italiano ha drammatizzato la sua comunicazione sul climate change: se non cambiamo subito rotta, andiamo incontro a decenni di devastazioni ambientali, di carestie, di pandemie, di terrorismo globale, di flussi migratori inarrestabili, di disastri sociali d’ogni tipo – guerra mondiale inclusa. Mancavano le cavallette, e l’elenco delle piaghe prossime venture non sarebbe potuto essere più completo.

Se il problema in questione non fosse tremendamente serio, ci sarebbe da sghignazzare ascoltando gli “accorati appelli” dei leader mondiali a salvare il pianeta «prima che sia troppo tardi». Qualche scienziato particolarmente ottimista osserva che «è già troppo tardi». Come se non bastasse, ecco la genialata targata ONU: il dinosauro Frankie. E che dice il saggio Frankie? «Essere in via di estinzione è una brutta cosa. Provocare la propria estinzione è la cosa più ridicola che io abbia mai sentito in 70 milioni di anni. Almeno noi avevamo un asteroide, voi invece qual è la vostra scusa?». È presto detto: l’asteroide sociale che minaccia la nostra sopravvivenza su questo pianeta di chiamato Capitale. Come diceva il dinosauro di Treviri, di nome Karl, il Capitale ci domina come una potenza estranea e ostile esattamente come un tempo le cieche forze della natura dominavano e brutalizzavano i gruppi umani prima che iniziasse il loro processo di civilizzazione.

Secondo Carlo Stagnaro Al Gore avrebbe capito solo adesso che «l’ambientalismo senza capitalismo è giardinaggio»: a mio modesto avviso Stagnaro sottovaluta grandemente le capacità intellettive dell’ex (?) guru dell’ambientalismo. Ma vediamo cosa scrive il nostro apologeta del capitalismo (a proposito dell’apologeta targato Usa): «Al Gore ha lanciato un nuovo fondo destinato a raccogliere capitali per la transizione ecologica. Il fondo, chiamato Just Climate, intende “mettere sottosopra” i modelli tradizionali di investimento, dando la priorità al loro impatto climatico sul ritorno finanziario di breve termine. […] In sostanza, si può raggiungere il traguardo di “net zero” senza sacrificare il benessere degli individui – e, anzi, continuando a farlo crescere – ma bisogna sviluppare tecnologie sempre più sofisticate. Non sappiamo quali di esse si imporranno nel futuro: lo scopriremo attraverso tentativi ed errori, come abbiamo sempre fatto. E il sistema finanziario rappresenta una essenziale cinghia di trasmissione per coordinare capitali, innovazione e messa a terra delle diverse tecnologie» (Istituto Bruno Leoni). Secondo diversi analisti finanziari, la cosiddetta “transizione ecologica” mette in gioco da qui a pochi anni decine di trilioni di dollari: non son mica bruscolini!

Scrive Francesca Santolini (La Stampa): «Senza enfasi: stiamo camminando sull’orlo dell’abisso. Desertificazioni, ondate di calore sempre più violente, inondazioni, flussi migratori, si moltiplicheranno nei prossimi anni con costi devastanti dal punto di vista economico e in termini di vite umane. Il cambiamento climatico non minaccia soltanto gli ecosistemi terrestri, le calotte glaciali o le barriere coralline. A rischio è la stabilità dei nostri sistemi economici, il benessere delle future generazioni, la sopravvivenza stessa di interi popoli». Detto altrimenti, a rischio c’è la società capitalistica. Per chi scrive, l’umanità vive già dentro l’abisso, il quale peraltro non smette di approfondirsi. Come siamo diventati bravi a rendere più confortevole la nostra vita dentro l’abisso: come l’arrediamo bene! Insomma, non c’è alcuna catastrofe che dobbiamo evitare: la catastrofe è qui ormai da fin troppo tempo e non cessa di peggiorare, di diventare sempre più… catastrofica. Alludo ovviamente sempre alla società capitalistica, la quale ha oggi una reale dimensione planetaria: Tutto sotto il cielo malato del Capitale, per civettare indegnamente con la millenaria cultura cinese.

Scrivo questo per rendere evidente con poche parole a chi ancora non conosce la mia “concezione del mondo” da quale prospettiva osservo il dibattito sul “climate change”, sulla “transizione ecologica” e così via. Vale la pena ripeterlo: si parla tanto di come salvare il pianeta, ma in realtà si tratta di come salvare il capitalismo dalle sue stesse contraddizioni, come conferma la stessa Santolini: «Il cambiamento climatico – e le sue conseguenze – rappresenta oggi il più importante dei problemi economici. Certo non solo un problema ambientale. Per gli economisti si tratta di un “cigno verde”, un evento dalle conseguenze straordinarie e irreversibili, di cui è certo il verificarsi (a meno che non muti il contesto), ma incerto il momento in cui accadrà – certus an, incertus quando, direbbero i giuristi. L’innalzamento del livello del mare potrebbe danneggiare le infrastrutture costiere entro 30 anni. […] Non si tratta di ecologismo ideologico, ma di un semplice calcolo economico». E questo lo avevo capito anch’io, perfino io!

Scriveva Marx a proposito dell’introduzione di una serie di leggi (come il Factory Act del 1850) nell’Inghilterra del suo tempo orientate a dare un minimo di protezione ai lavoratori, risorsa preziosissima per il Capitale: «Queste leggi frenano l’istinto del capitale a smungere smodatamente la forza-lavoro; esse lo franano mediante la limitazione coatta della giornata lavorativa in nome dello Stato e, invero, da parte di uno Stato dominato da capitalisti e proprietari terrieri. Astazion fatta da un movimento operaio che cresce sempre più minaccioso di giorno in giorno, la limitazione del lavoro nelle fabbriche è stata dettata dalla stessa necessità che ha sparso il guano sui campi d’Inghilterra. La stessa cieca brama di rapina che aveva esaurito la terra, in questo caso, aveva colpito alla radice, nel primo caso, l’energia vitale della nazione. Qui epidemie periodiche parlavano [un] chiaro linguaggio» (*). Inutile dire che ogni singolo capitalista cercò subito il modo di sottrarsi quanto possibile alla nuova “opprimente” e “statalista” regolamentazione.

Se lasciato a se stesso, libero di dispiegare tutti i suoi più “naturali istinti”, il Capitale avrebbe finito per consumare e distruggere la forza-lavoro, ossia la fonte del vitale (per il capitale!) plusvalore, nel volgere di poche generazioni. Lo Stato come rappresentate degli interessi generali della società capitalistica; lo Stato come difensore degli interessi della classe dominante considerata nel suo insieme, e non come una mera somma di capitalisti individuali, si pose quindi il compito di moderare la distruttiva voracità del Capitale, non contro i suoi interessi, ma viceversa per tutelarne gli interessi nel tempo, nella continuità del dominio di classe. La scienza e la tecnica vennero in soccorso di questo dominio rendendo più produttiva di plusvalore la forza-lavoro nonostante l’introduzione di quelle leggi “restrittive”, che si rivelarono dunque un potente fattore di accelerazione dello sviluppo capitalistico, che si giovò grandemente della morte di moltissime imprese che non riuscivano a tenere il passo con la nuova tendenza sociale. Si tratta dei processi di concentrazione (di «fattori produttivi») e centralizzazione (di «capitali monetari») ben lumeggiati da Marx nel Capitale

Per Marx si può parlare di capitalismo nell’accezione moderna del concetto solo con l’uso metodico e sempre più diffuso della scienza e della tecnologia – una distinzione peraltro molto relativa e anzi sempre più evanescente – nel processo allargato della produzione. È questa rivoluzione tecnoscientifica che, sempre secondo Marx, segna il passaggio dalla «sottomissione formale del lavoro al capitale» (caratterizzata dall’estorsione di plusvalore assoluto) a quella «reale» (caratterizzata dall’estorsione di plusvalore relativo): «Nel caso della sottomissione reale del lavoro al capitale, […] si sviluppano le forze produttive sociali del lavoro e, con il lavoro su grande scale, si sviluppa l’applicazione di scienza e macchina nel processo di produzione immediato» (**).

Lo stesso significato sociale (conservare il dominio di classe) ebbero anche le leggi introdotte in Inghilterra (intorno al 1855/1856) per impedire l’adulterazione del cibo (a partire dal pane) e le opere pubbliche che realizzarono un moderno sistema fognario e infrastrutture urbane adeguate ai tempi. Il “classico” e bellissimo testo engelsiano del 1845 La situazione della classe operaia in Inghilterra illustra bene ciò di cui sto parlando.

Quanto appena scritto credo che si presti bene, ovviamente e come sempre mutatis mutandis, come analogia con il dibattito odierno su come “salvare il pianeta” dalla voracità distruttrice del Moloch-Capitale. La politica insomma è tutt’altro che indifferente alle magagne create sempre di nuovo dal mostro sociale capitalistico, ma deve vedersela con dei limiti “strutturali” che non sono nella sua disponibilità, che non si lasciano modificare più di tanto dalla volontà messa in campo da chicchessia.

E difatti i Paesi capitalisticamente più sviluppati del pianeta trovano difficoltà a trovare un accordo vero – non meramente propagandistico – sul clima non a causa di divergenze ideologiche, ma semplicemente perché la difesa dei loro interessi economici (con quel che ne segue anche sul terreno geopolitico) esige l’attuazione di politiche diverse le une dalla altre da parte di questi Paesi. La Cina, ad esempio, non solo non può ridurre il suo consumo di carbone, ma deve anzi incrementarlo per supportare la crescita della sua economia in un momento particolarmente delicato. Ricordiamo che il gigante asiatico deve creare ogni anno circa 10 milioni di nuovi posti di lavoro per non trovarsi a dover fare i conti con un “esercito industriale di riserva” troppo numeroso. Molto più che negli altri Paesi concorrenti (Stati Uniti, in primis), in Cina la stabilità sociale si realizza attraverso un meccanismo molto delicato che ha al proprio cuore un ritmo adeguatamente sostenuto della crescita economica. Analogo discorso si può fare per l’India, altro grande consumatore di carbone. Altri Paesi, come la Francia, spingono invece in direzione del nucleare di “ultima generazione”, mentre gli Stati Uniti sono orientati a usare tutte le materie prime “energetiche” disponibili a un prezzo accettabile, carbone compreso.

Più in generale, e come ha dichiarato lo stesso Draghi, sul piano storico ci troviamo al cospetto di Paesi che si trovano a un diverso stadio di sviluppo capitalistico. «Non esistono Paesi colpevoli e Paesi innocenti», osserva giustamente il Salvatore dell’italica Patria – e forse del Pianeta: nientedimeno! Non senza ragione, Pechino ha denunciato il tentativo da parte dei Paesi occidentali, che hanno prodotto emissioni inquinanti nel corso di due secoli, di usare la questione climatica per frenare lo sviluppo economico dei «Paesi in via di sviluppo» – Cina in testa, ovviamente. «Nessun Paese può impartirci lezioni di moralità e di responsabilità»: non c’è dubbio! A ulteriore dimostrazione della natura “complessa e contraddittoria” dell’economia capitalistica del XXI secolo, c’è il fatto che la Cina è all’avanguardia nella produzione delle tecnologie destinate e supportare la mitica “transizione ecologica”.

Claudia Tebaldi, climatologa italiana che da anni lavora negli Stati Uniti e coautrice del sesto rapporto dell’Ipcc, rappresenta bene la funzione espletata dalla scienza al servizio della politica (e, attraverso la sua mediazione, del Capitale), e questo al di là delle sue personali interpretazioni circa le cause del cambiamento climatico e sui mezzi idonei quantomeno a mitigare gli effetti delle attività “antropiche” sul clima.  Sintetizzando, per la Tebaldi cercare di rivoluzionare «il nostro stile di vita» potrebbe rivelarsi uno sforzo utopistico, e potremmo scoprirlo quando ormai sarà troppo tardi per invertire la tendenza climatica oggi in rapido approfondimento, mentre sarebbe assai più intelligente affidarsi alla scienza e alla tecnologia, ad esempio realizzando sistemi che catturino la CO2 in atmosfera – con la trasformazione della CO2  in Carbonato di calcio. Paesi come la Cina e l’India guardano con molta simpatia questo approccio “pragmatico” al problema.

«Realisticamente, credo sarà molto più facile risolvere il problema del riscaldamento globale così piuttosto che cambiando il nostro stile di vita radicalmente come la politica promette di voler fare. Dobbiamo aspettarci eventi estremi sempre più frequenti e dannosi. Dobbiamo adattarci. Se paragoniamo quello che è successo a New Orleans con l’uragano Katrina nel 2005 agli effetti di Ida quest’estate, la differenza per danni e morti è enorme. Come civiltà abbiamo la possibilità di adattarci a questi eventi e diminuirne l’impatto. Però costa. Per questo noi scienziati cerchiamo di rappresentare le nostre proiezioni in modo che i politici abbiano gli strumenti per mettere sulla bilancia sia i costi dell’adattamento sia i costi della riduzione delle emissioni. E fare le giuste scelte» (Il Corriere della Sera). Detto in altri termini, la scienza è al servizio della civiltà capitalistica, e non potrebbe essere altrimenti.

Il Capitale (che, come diceva il noto barbuto, è un rapporto sociale, e non una cosa, uno strumento) è dal punto di vista storico un dinosauro: si tratta di estinguerlo, per così dire.

(*) K. Marx, Il Capitale, I, p. 273, Editori Riuniti, 1980.

K. Marx, Il Capitale, capitolo VI inedito, p. 63, Newton, 1976.

Leggi: E se Greta avesse ragione? Rivoluzione!; L’apocalisse al tempo di Greta Thunberg; Lettera di un anticapitalista a Greta Thunberg; La crisi ecologica nell’epoca del capitale. Sul concetto di Antropocene.

8 pensieri su “LA SINDROME DEL DINOSAURO FRANKIE

  1. Federico Rampini:

    «La diplomazia della sedia vuota e del videostreaming coincide con una battuta d’arresto nella transizione cinese verso un’economia a zero emissioni. Sul cambiamento climatico Xi non vuole rendere conti a nessuno. A casa sua affronta una crisi energetica ancora più grave di quella che colpisce l’Europa. La ripresa dell’economia cinese e il boom delle esportazioni verso il resto del mondo si sono scontrati con il vincolo dei carburanti e della corrente. Penurie di benzina e gasolio hanno provocato i primi razionamenti. Dei blackout elettrici hanno costretto a chiudere fabbriche, e da due mesi la produzione industriale cala.Xi cerca aiuto dalla più inquinante di tutte le fonti: il carbone. Ha rimesso in servizio miniere di carbone dismesse, al punto che questa produzione aggiuntiva supera tutto il carbone estratto in un anno in Europa occidentale. Già prima di queste misure di emergenza la Cina con il 60% del suo fabbisogno energetico legato a questa fonte consumava da sola più carbone di tutto il resto del mondo. Xi non rinuncia ai suoi piani sulle tecnologie sostenibili. La sfida ambientalista lui la interpreta in chiave geostrategica, come la competizione per dominare le tecnologie del futuro. […]

    La diplomazia a distanza di Xi segna un’era diversa rispetto a cinque anni fa, quando al World Economic Forum di Davos il presidente cinese era parso l’anti-Trump, il difensore della globalizzazione contro i sovranismi. Però il suo «realismo ambientalista», che rifiuta di sacrificare la crescita economica, ha una risonanza ampia, si candida a raccogliere consensi fra le nazioni emergenti, e nei ceti medio-bassi dei Paesi occidentali» (Corriere della Sera).

  2. Greta Thunberg a Glasgow:

    «Questa non è un’esercitazione. È il codice rosso per la Terra. Milioni di persone soffriranno mentre il nostro pianeta viene devastato: un futuro terrificante verrà creato, o sarà evitato, dalle decisioni che prenderete. Avete il potere di decidere».

    Si tratta di un punto di vista politicamente stravecchio, impotente, perdente, subalterno, ancor prima che ingenuo.

  3. EMISSIONI ZERO: 2050? 2060? 2070? 20…? NEI TEMPI LUNGHI O LUNGHISSIMI TUTTO È POSSIBILE! FORSE…

    Giovanni Sallusti “bullizza” su Libero la Cara Leader ecologista Greta Thunberg:
    «Greta dice: ”I veri leader non sono là dentro, i veri leader siamo noi”. Se vogliamo entrare nella realtà e lasciare per un attimo la sua caricatura allucinata, sempre ieri è arrivata una notizia più saliente di tutte le moine colpevolizzanti in scena alla Cop26, e non nel senso gradito al gretinismo: la Cina ha aumentato la produzione giornaliera di carbone di un milione Lo ha annunciato la Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma (Ndrc), uno dei mille tentacoli del Politburo comunista. Il quale è tecnicamente il più grande inquinatore del globo terracqueo: il Dragone, sulle ali del nuovo “balzo in avanti” imposto da Xi Jinping, è responsabile del 29,9% di emissioni del mondo. Da sola la Cina emette ogni anno 13 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, più di Stati Uniti ed Europa messi insieme. Ecco allora una magnifica occasione per Greta la “vera leader”, Greta l’eroina byroniana, Greta un po’ infallibile Cassandra e un po’ indomita Giovanna d’Arco: organizzi un bel sit-in della meglio gioventù green davanti allo Zhongnanhai. Lo Zhongnanhai (che significa “comando e governo della nazione”) è un complesso di edifici nel centro di Pechino, sede del Partito e del governo della Repubblica popolare (i quali come in ogni totalitarismo che si rispetti coincidono). Se Greta ritiene che il cambiamento climatico dovuto all’inquinamento umano (una tesi contestata da cretini come Antonino Zichichi (*) sia l’emergenza fondamentale della nostra epoca, vada al cuore del problema».

    Come risponde l’attivista Ou Hongyi (la “Greta cinese”)? «La crisi climatica è globale. Inutile cercare i colpevoli, serve una nuova economia». Non c’è dubbio: «serve una nuova economia» e quindi una nuova società, una nuova comunità umana.

    (*) «Il riscaldamento globale dipende dal motore metereologico dominato dalla potenza del Sole. Le attività umane incidono al livello del 5%: il 95% dipende invece da fenomeni naturali legati al Sole. Attribuire alle attività umane il surriscaldamento globale è senza fondamento scientifico. Greta Thunberg, non dovrebbe interrompere gli studi, come ha detto di volere fare». E se Greta avesse ragione? Rivoluzione! E se Zichichi avesse ragione? Idem: Rivoluzione! Per chi scrive la distruzione dell’ambiente umano e naturale causata dal Moloch-Capitale negli ultimi due secoli in ogni parte del pianeta basta e avanza per considerare già avvenuta e permanente la catastrofe sociale. Apocalittico è il presente, con ciò che necessariamente ne segue per il futuro. Certo, al peggio non c’è limite…

  4. Un commento da Facebook:

    M. L.: Umana o naturale, della causa del Global Warming ci importa zero. Personalmente, coi tempi che corrono, non mi schiererei in campi di cui non ho competenza – già li sento: “Negativista! Trumpiano! Fascista oggettivo!”. Su ciò di cui non posso parlare, pertanto è meglio che taccia. Quello che conta (e di questo sì che posso dire, legittimato dal diritto che mi dà il soffrirne) è cosa se ne fa il Capitale del riscaldamento globale. E la risposta – monotona – è sempre quella: profitto. Profitto lordando il pianeta, profitto ripulendolo.

    Sebastiano Isaia: Per questo sostengo che la catastrofe non è imminente, è presente.

  5. COME SONO VECCHIO! ANZI ANTICO

    L’Istituto Bruno Leoni loda il pragmatismo dei Cari Leader mondiali:

    «Chi si aspetta un impossibile accordo per azzerare immediatamente le emissioni climalteranti, probabilmente vedrà il bicchiere di Glasgow mezzo vuoto – o vuoto del tutto. Chi, invece, sa che la strada verso la decarbonizzazione è lunga, costosa e complessa, non può che vedere nell’esito del G20 di Roma un segnale incoraggiante verso un atteggiamento pragmatico, che tiene conto sia della necessità di mitigare il cambiamento climatico (e adattarsi a temperature crescenti), sia di quella opposta di coniugare la politica ambientale con la crescita economica. […] Insomma: a dispetto dell’ideologia e del massimalismo che caratterizza il dibattito sul clima, i vertici internazionali cercano una strada pragmatica per raggiungere il risultato sperato. Costruire consenso politico e preservare la crescita economica è un lavoro difficile che può procedere solo un passetto dopo l’altro: il bla bla bla non sta negli sforzi negoziali ma negli slogan rivoluzionari di chi, volendo tutto subito, rischia di non avere niente mai».

    Personalmente non ho avuto il piacere di ascoltare in questi apocalittici giorni niente che si possa definire uno «slogan rivoluzionario». Zero «slogan rivoluzionari». Ah, ho capito, si allude al “bla bla bla” ecologista di Greta e compagni, piccoli e grandi, che fa anche rima. Avendo io una certa età, associo con un riflesso condizionato di cui un po’ mi vergogno la rivoluzione all’anticapitalismo, alla transizione dal Capitalismo alla Comunità umana che non conosce sfruttamento di esseri umani e natura. Come sono vecchio, anzi: antico!

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  7. PRIMATI CON CARATTERISTICHE CINESI

    1. Quotidiano del Popolo Online, lunedì 08 novembre 2021
    Secondo quanto reso noto dalla Commissione statale cinese per lo sviluppo e la riforma, da ottobre la produzione di carbone della Cina ha continuato ad aumentare. Dal primo al 5 novembre la produzione media giornaliera di carbone è stata pari a 11,66 milioni di tonnellate, registrando un aumento di oltre 1,2 milioni di tonnellate rispetto alla fine di settembre. La produzione giornaliera più alta ha raggiunto le 11,93 milioni di tonnellate, record degli ultimi anni.

    2. Quotidiano del Popolo Online, giovedì 21 ottobre 2021
    L’impianto solare termodinamico a sali fusi da 100 MW, chiamato anche “centrale a superspecchi” con i suoi oltre 12.000 eliostati, brilla nel deserto del Gobi a Dunhuang, nella provincia del Gansu, nella Cina nord-occidentale. Progettata, finanziata e costruita indipendentemente da imprese cinesi, la centrale elettrica è la più alta centrale solare a sali fusi del mondo, con una capacità annua di generazione di 390 milioni di chilowattora di energia.

  8. Pingback: CAVALCARE LE UTOPIE! | Sebastiano Isaia

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