1989/1991. LA STORIA CONTINUA

Gli eventi del 1989 (caduta del Muro di Berlino) e del 1991 (crollo dell’Unione Sovietica) in alcun modo segnarono la «fine della storia» o un suo inizio sotto presupposti sociali (economici, culturali, politici, ideologici) completamente nuovi. Chi allora vi vide un’epocale cesura storica tale da creare una radicale soluzione di continuità tra il passato (caratterizzato dallo scontro sistemico tra le due Super Potenze uscite vittoriose dal Secondo macello mondiale) e il presente (il mondo cosiddetto monopolare), poté farlo perché considerava l’Unione Sovietica e la parte di Europa da essa dominata come il mondo del “socialismo”, sebbene “reale”, mentre si trattava di un mondo sottomesso alle stesse “leggi di sviluppo” che informavano – e informano – il processo sociale nel cosiddetto mondo “libero e democratico”. Dal Secondo dopoguerra in poi non si confrontarono insomma due opposti e confliggenti sistemi economici e ideologici (da una parte il “socialismo”, dall’altra il “capitalismo”), ma due costellazioni imperialistiche (una centrata su Washington, l’altra centrata su Mosca) basate sullo stesso rapporto sociale di dominio e di sfruttamento: quello capitalistico.

Come ormai concordano praticamente tutti i “più accreditati” analisti geopolitici e storici, gli eventi di cui sopra segnarono soprattutto una schiacciante vittoria della Germania, e non a caso Washington, Parigi e Londra fecero di tutto per evitare l’unificazione della Germania («Amo così tanto la Germania, che ne voglio almeno due», disse con la consueta ironia Giulio Andreotti nel 1984), salvo poi, a cose fatte, fare buon viso a cattivo gioco.

Per non parlare della reazione polacca, visto che Varsavia temeva, tra l’altro, di dover cedere alla Germania almeno una parte dei territori recuperati sul versante occidentale nel 1945. E l’Italia? «You are not part of the game», disse a muso duro Genscher al Ministro degli Esteri Gianni De Michelis che nel febbraio 1990, al vertice di Ottawa, si arrischiò a porre sul tavolo il “problema tedesco”.

«Il bipolarismo era dunque sistema ostile ma integrato. Usa e Urss poggiavano l’una sull’altra, pur senza il fervore delle anime gemelle evocate da Platone. Muro e cortina di ferro formavano la spina dorsale dell’ermafrodito geopolitico. Reggevano un unico organismo. L’acuta contrapposizione produceva sicurezza collettiva, almeno fra Primo e Secondo Mondo: anche in geopolitica talvolta gli estremi si toccano» (Limes). Il crollo di uno dei due pilastri che reggevano il vecchio assetto imperialistico segnò, infatti, l’inizio della lunga crisi dell’Alleanza politico-militare centrata sugli Stati Uniti, crisi che oggi incrocia l’irresistibile ascesa della Cina sulla scena geopolitica mondiale.

Gli eventi del 1989 e del 1991 dimostrarono anche agli occhi dei più scettici – e dei più incalliti stalinisti di casa nostra – fino a che punto il capitalismo con caratteristiche russe fosse in crisi, una crisi peraltro che ormai si trascinava da molto tempo e che era stata occultata dalle ambizioni imperialistiche della Russia “sovietica” – in questo degna erede della Russia zarista. «Nel 1987, solo il 24% dei prodotti nel Paese erano beni di consumo: tutto il resto era una militarizzazione senza precedenti» (Russia Beyond). Putin ha definito la dissoluzione dell’Unione Sovietica «la catastrofe geopolitica più grande del XX secolo», e come abbiamo visto si è impegnato a fondo nel recuperare il terreno perduto dalla Madre Russia. Forse è anche per questo che a molti neo/vetero stalinisti italiani il virile Vladimir sta molto simpatico. Nostalgia canaglia! 

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