SCUSI, QUANTO COSTA UN FEGATO?

Nel maggio 2020 il rapporto Il prelievo forzato di organi in Cina e le sue implicazioni globali dell’ONG Doctors Against Forced Organ Harvesting ha denunciato l’espianto forzato di organi come «aberrante pratica omicida» praticata dal regime cinese. In Cina l’espianto forzato di organi dai prigionieri è permesso dal 1984. Com’è noto, nel grande Paese asiatico alle famiglie dei detenuti deceduti non è consentito reclamarne i corpi – specialmente se si tratta di prigionieri politici, o comunque riconosciuti come tali dal regime.

Dal colpo di fucile alla nuca del malcapitato all’invio del suo cadavere ai centri di trapianto, e dall’espianto degli organi al loro trapianto nei malati passa troppo poco tempo, per non suggerirci l’idea che si tratti di una perfetta (pianificata) organizzazione industriale-commerciale. Una sorta di trapianto a chilometro zero e in tempo reale. Detto in altri e crudi termini, il capitalismo con caratteristiche cinesi batte la concorrenza mondiale anche nel comparto industriale-commerciale degli organi umani.

Da quando, nel 1999, il Partito Capitalista Cinese ha iniziato a perseguitare i praticanti del Falun Gong, il numero annuo dei trapianti di organi in Cina è aumentato del 300 % e si stimano oltre 60.000 operazioni di trapianto annue. Nonostante la Cina affermi di aver interrotto nel 2015 il prelievo forzato degli organi, dopo che nel 2010 si era impegnata a introdurre un sistema di approvvigionamento di organi su base esclusivamente volontaria, i tassi di “donazione” continuano ad essere esageratamente fuori scala, anche tenendo conto del gigantismo demografico del Paese. Secondo diverse ONG specializzate nel contrasto al traffico internazionale di organi, una vasta platea di detenuti nelle carceri cinesi è sottoposta a esami forzati del sangue e degli organi, e i dati registrati in referti, ecografie e radiografie alimentano una Banca degli organi dai contorni a dir poco opachi. Da tempo il Giappone denuncia il «turismo dei trapianti» in Cina, arrivando a parlare di «genocidio clinico».

Ecco adesso giungere dal grande Paese asiatico una notizia, ancora tutta da verificare (ma molto plausubile), che getta una sinistra e particolarmente inquietante luce sul mitico “modello cinese” venduto al mondo intero dal Presidente Xi Jinping come «il socialismo con caratteristiche cinesi nella nuova era» (e qui la risata è obbligatoria!): la formalizzazione di un tariffario degli organi espiantati – ufficialmente solo ai carcerati puniti con la pena di morte, mentre il cosiddetto mercato nero può contare su una materia prima molto più cospicua. Qui di seguito il prezzo di alcuni articoli particolarmente apprezzati sul mercato interno e internazionale:

Un fegato: 260mila yuan (40.700 dollari).

Un rene: 160mila yuan (25.000 dollari).

Un cuore: 100mila yuan (15.600 dollari).

Un polmone: 80mila yuan (12.500 dollari).

Un pancreas: 50mila yuan (7.800 dollari).

Un intestino tenue: 50mila yuan

Una cornea: 10mila yuan (1.600 dollari).

Ovviamente molti altri Paesi (asiatici, come l’India e il Bangladesh, Africani, e qui l’elenco da fare sarebbe troppo lungo, latinoamericani, come il Brasile, ecc.) alimentano il mercato internazionale degli organi. «A gestire il traffico illecito è in genere la mafia internazionale con la complicità di agenzie di viaggio, società di trasporto ed enti sanitari. I guadagni ammontano a 15-20 volte il capitale investito. Al momento dell’espianto un organo vale 5-10 mila dollari, ma al trapianto il prezzo raggiunge i 70-100 mila dollari, fino a 250 mila, a seconda dell’organo e soprattutto della lunghezza della lista di attesa» (La Stampa). Secondo il Global Financial Integrity di Washington, fondazione no-profit considerata uno dei più importanti centri di analisi sui flussi finanziari illeciti, il mercato nero internazionale di organi genera fino a 1,7 miliardi di dollari l’anno (nel 2017 i miliardi erano 1,4) e ha provocato un aumento del 500 per cento del prezzo di un trapianto illegale.

Scrive Germana Vinciguerra: La «tratta di esseri umani per rimozione di organi riguarda principalmente migranti sub-Sahariani. È un fenomeno di cui si parla poco nei tumultuosi dibattiti sulle condizioni inumane di chi segue le rotte migratorie interne all’Africa. Il caso dell’Egitto è emblematico. Qui centinaia di migranti, compresi i bambini, vengono rapiti per il prelevamento degli organi. Spesso drogati per l’intervento e poi lasciati andare sotto minaccia di non parlare con nessuno. Nel peggiore dei casi, il rapimento presuppone il prelevamento di più organi possibili, si spiega così il ritrovamento di corpi straziati per le strade periferiche del Cairo. In Libia, chi non ha i soldi per pagare il viaggio viene ucciso e i suoi organi vengono venduti ai trafficanti egiziani. È quanto emerso in seno all’operazione “Glauco 3” condotta dalla Polizia di Stato di Palermo e Agrigento» (Ecointernazionale). Sostenendo finanziariamente, militarmente e politicamente gli aguzzini libici che sequestrano, minacciano e torturano i migranti nei lager libici, anche lo Stato italiano collabora alla lucrosa impresa “organica”.

Il sito Antimafia Duemila conferma ciò che è fin troppo facile supporre: «La categoria di persone che questo mercato sfrutta per ottenere gli organi necessari sono i migranti provenienti prevalentemente dall’Africa e dal Medio Oriente, in fuga da guerra, povertà, dittature e disastri ambientali o sociali.
E purtroppo non sono esclusi i bambini, molti dei quali una volta giunti sulle coste Europee spariscono nel nulla, oppure vengono ritrovati a distanza di alcune settimane senza un organo come ad esempio un rene». Signori, meno indignazione e più coscienza (“di classe”)! A proposito: «Ennesima strage di migranti nel Mediterraneo. Oltre 75 migranti sono annegati mercoledì dopo essere partiti dalla Libia. Dall’inizio dell’anno almeno 1.300 persone sono annegate» (TGCom24). Che spreco di organi umani! Che sciupio di prezioso capitale umano! Sono cinico? Forse. Di sicuro cinica è questa disumana società.

Scrive la già citata Vinciguerra: «Se oggi ci troviamo di fronte a una crisi, certamente non è quella migratoria. C’è altro che dovrebbe preoccuparci. Il sistema economico di stampo neoliberale ci ha talmente assorbiti che abbiamo trasformato la nostra stessa esistenza in un’impresa capitalista. Chi non riesce a stare al passo a queste turpi logiche concorrenziali, chi non sa produrre quanto dovrebbe non è altro che una vita superflua e sacrificabile, uno “scarto umano” direbbe Bauman. L’ultimo segno di questo sistema marcio è il traffico di organi» (Ecointernazionale). Mi permetto una piccolissima correzione: non si tratta del «sistema economico di stampo neoliberale», si tratta piuttosto del sistema capitalistico in quanto tale, del capitalismo tout court. È nella natura del capitalismo, e non solo in una delle sue diverse fenomenologie economico-istituzionali (le quali spesso esistono solo nella testa di chi ne fa dei feticci ideologici), cercare di trasformare ogni cosa che esiste tra terra e cielo in una risorsa economica, in una occasione di profitto, in un oggetto da sfruttare. Non a caso Il Capitale di Marx si apre con il passo che segue: «La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una immane raccolta di merci». A confronto con il capitalismo del XXI secolo, l’«immane raccolta di merci» di cui parlava il barbuto di Treviri impallidisce, e appare come un mercatino rionale.

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