SUL TRATTATO DEL QUIRINALE

Leggendo i 12 articoli di cui si compone il cosiddetto Trattato del Quirinale stipulato il 26 novembre da Italia e Francia non si può fare a meno di cogliere la vastità dei temi da esso toccati e l’ambizione “sistemica” (politica, geopolitica, economica, tecnologica) che ha spinto i due Paesi a sottoscriverlo. Si va dagli «Affari esteri» (Articolo 1) alla «Sicurezza e difesa» (Articolo 2), dagli «Affari europei» (Articolo 3) alle «Politiche migratorie, giustizia e affari interni» (4), dalla «Cooperazione economica, industriale e digitale» (Articolo 5) allo «Sviluppo sociale, sostenibile e inclusivo» [sic!] (Articolo 6), dallo «Spazio» (Articolo 7) all’«Istruzione e formazione, ricerca e innovazione» (Articolo 8), dalla «Cultura, giovani e società civile» (Articolo 9) alla «Cooperazione transfrontaliera».Gli ultimi due articoli («Organizzazione» e «Disposizioni finali») fissano i termini politici, diplomatici e burocratici circa la verifica dell’applicazione del Trattato.

Pare che soprattutto Mario Draghi abbia spinto in direzione di una maggiore integrazione politica tra Roma e Parigi, tanto da mettere in allarme l’italico schieramento “sovranista”. A Draghi importa una più credibile e forte sovranità: quella europea; una sovranità in grado di competere con le grandi Potenze mondiali, o quantomeno di non far perdere ai Paesi europei altro terreno nei loro confronti. Anche nelle ambizioni bisogna essere realisti! «Il senso più profondo di questo Trattato è che la nostra sovranità, intesa come la nostra capacità di indirizzare il futuro, può rafforzarsi solo attraverso una gestione condivisa delle sfide comuni. Oltre a consolidare le nostre relazioni bilaterali, l’accordo vuole infatti favorire e accelerare il processo di integrazione europea. Penso al rilancio degli investimenti, soprattutto in ambiti strategici e innovativi come i semi-conduttori; alla transizione digitale ed energetica; alla costruzione di una vera difesa europea. Dobbiamo dotare l’Unione Europea di strumenti che siano compatibili con le nostre ambizioni e con le aspettative dei nostri cittadini» (Mario Draghi). Io, ovviamente, mi chiamo fuori da queste pur legittime (capitalistiche) ambizioni e aspettative. Mi correggo: mi dichiaro contro.

Inutile dire che il Trattato va letto in primo luogo alla luce del ruolo centrale che la Germania gioca nel cuore dell’Europa, e per Parigi, che da molto tempo ha un rapporto speciale con Berlino, l’accordo con Roma ha un significato ancora più pregnante e particolare. Si tratta intanto di vedere fino a che punto Francia e Italia potranno collaborare per rafforzare le loro posizioni in Africa e in Medio Oriente, oggi minacciate da molti e aggressivi competitori internazionali e regionali (Cina, Russia, Turchia, Egitto, Arabia Saudita), per un verso, e, per altro verso, fare fronte comune, magari portandosi dietro la Spagna (molto legata a Berlino) e la Grecia, nel tentativo di indebolire l’area di influenza tedesca – o area del marco virtuale, tradizionalmente ostile alle “cicale” del Mezzogiorno europeo. Si tratta di posizionarsi il meglio possibile in vista della ritrovata “normalità” post-pandemica e della corsa alla “Transizione Ecologica”, la quale mette in gioco una gigantesca quantità di capitali e di profitti.

Scrive Lucio Caracciolo: «Il cosiddetto “trattato del Quirinale” (definizione non apprezzata al Quirinale) tra Roma e Parigi rappresenta l’occasione di responsabilizzarci, di raggiungere un’intesa sui numerosi dossier che ci dividono, di fare fronte comune contro il temuto ritorno dell’austerità. Non possiamo fare a meno della Germania» (Limes). La Francia cercherà di servirsi dell’Italia in funzione antitedesca, e viceversa; il tempo ci dirà qual è il bilancio delle astuzie (tutti credono di saperla più lunga degli altri, soprattutto Roma e Parigi!) e delle velleità – e qui la Francia è imbattibile!     

Dal Trattato del Quirinale: «La Repubblica Italiana e la Repubblica Francese, tenendo in considerazione la portata e la profondità dell’amicizia che le unisce, ancorata nella storia e nella geografia; riaffermando in questo spirito il loro legame comune al Mediterraneo quale crocevia di civiltà e punto di congiunzione tra i popoli d’Oriente e d’Occidente, dell’Europa e dell’Africa…». Il «Mediterraneo quale crocevia di civiltà»: chissà cosa ne pensa il Popolo degli abissi…

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