GULAG E ACCUMULAZIONE CAPITALISTICA

Il crollo dell’Unione Sovietica secondo lo scrittore bielorusso Viktar Martinovič, già Pioniere (altrove si chiamavano Balilla) poco prima della caduta dell’Urss:

«Fu il risultato del crollo dei prezzi del petrolio e dei problemi economici, con l’inizio della fase del “deficit” (allora poter metter in tavola una polenta di grano saraceno, uno degli alimenti di base della nostra cucina, era talmente difficile che per tutta la vita serberò una vera e propria devozione per questo cibo tanto semplice). Fu il risultato delle file che bisognava fare letteralmente per acquistare qualsiasi cosa. Fu il risultato della guerra in Afghanistan, che aveva generosamente fornito “ragazzi di zinco” alla repubblica: migliaia di giovani coscritti uccisi combattendo dio sa perché e che tornarono a casa in casse di zinco sigillate. Fu il risultato di Černobyl e dell’inadeguata reazione della nomenklatura del Partito, che cercò di nascondere le conseguenze del disastro. Ma se chiedete a me quale sia la ragione principale del declino di uno stato un tempo temibile, io la penso così: non fu per via del petrolio, né di Černobyl, né dell’Afghanistan. Non fu a causa del rock russo o dei jeans. Tutto questo, molto più probabilmente, ne fu una conseguenza. Ciò che aveva reso l’economia pianificata dipendente dal petrolio e l’ideologia sovietica vulnerabile agli errori del partito – che per farla franca li ha sempre insabbiati (come in occasione del massacro di Novočerkassk nel 1962) – è stata l’abolizione del sistema schiavistico, che in Urss era rappresentato dall’onnipotente Gulag. Fu l’esercito di prigionieri reclutati da Stalin, che estraevano carbone, nichel e stagno e costruivano città sul permafrost senza essere pagati a dare l’impulso alla crescita in un paese che altrimenti avrebbe fabbricato solo missili atomici. Quando, nel 1957, scomparvero i Gulag, scomparve anche la principale fonte di prosperità per l’Urss, la potenza che occupava un sesto delle terre emerse» (VoxEurop).

Una tesi molto interessante, quella appena riportata, che merita di essere approfondita, e che certamente porta molta acqua al mulino di chi ha sempre sostenuto la completa estraneità della Russia stalinista a rapporti sociali di produzione socialisti. La Russia cosiddetta sovietica non fu mai socialista, né in senso “ideale”, ovviamente, né in senso “reale”. Per il Partito di Lenin e di Trotsky si trattava di resistere al potere in attesa che la tanto sospirata rivoluzione in Occidente (soprattutto in Germania) venisse a salvare la Russia dei Soviet dall’isolamento e dalla miseria sociale che rischiavano di precipitarla nel baratro della controrivoluzione, cosa che infatti avvenne sotto il miserabile velo del “socialismo in un solo Paese”; per  il Partito di Stalin si trattò invece di costruire un moderno capitalismo a tappe forzate e accelerate, anche per fondare nel più breve tempo possibile l’imperialismo russo su solide basi, dopo il disastroso crollo dell’Impero zarista. Lo stakhanovismo fu solo uno degli aspetti, quello “ufficiale”, che assunse a quei tempi lo sfruttamento intensivo dei lavoratori russi da parte del Capitale. Il capitalismo con caratteristiche sovietiche non fu certo un pranzo di gala – soprattutto per i lavoratori e per i “dissidenti politici”.

Su un post di qualche giorno fa scrivevo: «A chi si stupisce per l’impressionante continuità geopolitica tra la Russia zarista, quella sovietica e l’attuale Federazione sfugge evidentemente la continuità storica che lega quelle tre esperienze sociali/nazionali, e questo si spiega soprattutto con il presunto carattere “socialista” dell’ex Unione Sovietica, la cui natura radicalmente (esclusivamente) capitalistica stenta ancora a farsi spazio nella testa degli economisti, dei sociologi e dei politologi che studiano l’”eterna” Russia».

Scrive Martinovič: «I princìpi e i valori che la scuola sovietica mi aveva inculcato con tanta cura si rivoltavano contro sé stessi. Il nero si rivelava bianco». Tuttavia la scoperta del sistema concentrazionario stalinista, delle purghe staliniste («durante le grandi purghe staliniane furono uccise decine di migliaia di persone») e degli altri crimini del regime sovietico, nonché la dura esperienza della miseria sociale (economica ed “esistenziale”) non hanno condotto l’intellettuale bielorusso a mettere in discussione la vecchia menzogna del “socialismo reale” (copertura ideologica del reale capitalismo). Egli si limita a denunciare la persistenza del regime sovietico in Bielorussia, soprattutto dopo che il dittatore Alexander Lukashenko ha stretto fortemente le viti del controllo sociale:  «È tornata alla ribalta, in tutto il suo splendore, la cultura della Repubblica Sovietica Socialista Bielorussa: liste di proscrizione, permessi per suonare, concerti cancellati, compreso quello del vecchio rocker Boris Grebenščikov, che aveva espresso il proprio sostegno ai manifestanti. Io a 44 anni non ho più successo come scrittore bielorusso. Sono diventato il fuochista della canzone di Grebenščikov sulla “generazione di portinai e custodi”: Accendo la stufa. Leggo un libro. Aspetto la primavera. Spero… Quand’è che si ricorderanno di te, ti toglieranno dalle liste nere, cominceranno a consentire l’allestimento dei tuoi spettacoli in teatro, ti permetteranno di girare un film, di pubblicare un libro? Succederà, vero?». Mi auguro di sì. Spero

Scrivevo qualche tempo fa: «Come ho già chiarito, il giudizio sullo stalinismo e sul maoismo è fondamentale, almeno per chi scrive, non in chiave di polemica storiografica, o per una critica politico-ideologica svolta con il viso rivolto al passato e avente l’obiettivo di individuare quale corrente politico-ideologica attiva nel passato ha avuto ragione alla luce del presente: non si tratta affatto di questo. Personalmente non faccio nemmeno parte di nessuna corrente politica più o meno organizzata. Si tratta piuttosto di capire, e mi scuso per la ripetizione, che cosa intendiamo oggi per lotta di classe, rivoluzione sociale, socialismo, comunismo. Ad esempio, il “socialismo” e il “comunismo” di cui parla la stragrande maggioranza di quelli che si definiscono “socialisti” e “comunisti” non mi piace nemmeno un poco e mi appare come la bruttissima copia del capitalismo. Moltissimi cosiddetti “comunisti” non sono che dei miserabili tifosi del Capitalismo di Stato. Non si tratta dunque di schierarsi su “questioni storiche”, ma di far comprendere il più possibile agli interlocutori il significato che attribuiamo alle parole, capire a quali concetti esse rimandano. In vista di questo sforzo tutt’altro che dottrinario e intellettualistico personalmente mi sono occupato, ad esempio, della storia del cosiddetto Partito Comunista Italiano di Togliatti, un Partito borghese al cento per cento. “Allo stesso tempo, l’URSS era considerata un esempio emblematico, anche se profondamente imperfetto, di un sistema non capitalista che era stato in grado di sopravvivere in relativo isolamento, scongiurando sia l’invasione militare che l’embargo economico. La burocrazia e la brutalità che accompagnavano i cambiamenti interni di potere all’interno dell’URSS non erano affatto invisibili ai comunisti cinesi. […] Tuttavia, l’URSS era l’unico esempio mondano di una società moderna che era anche sostanzialmente non capitalista”. La formula “sostanzialmente non capitalista” appare quantomeno ambigua e fumosa, soprattutto alla luce del capitalismo mondiale del XX secolo e della stessa storia russa. L’Unione Sovietica era, a mio modo di vedere, sostanzialmente capitalista. L’economia russa considerata nel suo complesso si distanziava enormemente dal modello di capitalismo di Stato “puro” o integrale possibile in linea teorica. Solo il settore industriale (industria pesante) e una piccola parte dell’economia agraria (i Sovchos, le fattorie statali) possono infatti essere inclusi senza forzature nel concetto di capitalismo di Stato (*); per il resto siamo alla presenza di forme miste e ibride di rapporti proprietari (tutte rigorosamente capitalistiche): dalla proprietà privata, più o meno mascherata sul piano politico e giuridico, a quella cooperativistica, con tutti i gradi intermedi tra le due forme. Senza parlare della cosiddetta economia informale (o “nera”), molto diffusa soprattutto nella campagna russa come luogo di produzione – con sbocchi mercantili nelle città del Paese. Il Kolchoz non era una forma di capitalismo di Stato; era piuttosto una forma “mista” che metteva insieme la proprietà statale e quella individuale (sotto forma di un pezzo di terra e qualche capo di bestiame), il lavoro salariato e il piccolo azionariato, visto che il piccolo produttore rurale russo riceveva oltre al salario una piccola parte del profitto generato dall’impresa kolchoziana. Per questa sua peculiare condizione sociale il kolchoziano sviluppò una coscienza e una psicologia tutt’altro che inclini alla rivoluzione. Tuttavia sbaglieremmo a dipingere a tinte rosee la vita dei kolchoziani, che infatti fu sempre dura, anche a causa della scarsa produttività del sistema kolchoziano» (Chuang e il “regime di sviluppo socialista”).

Cercherò nei prossimi giorni di ritornare sull’importante questione qui solo sfiorata.

(*) Com’è noto, già Engels parlava dello Stato capitalista come l’ideale capitalista complessivo (o collettivo): «Recentemente, da che Bismarck si è gettato alla statizzazione, si è presentato un certo falso socialismo, il quale ogni monopolio, anche quello di Bismarck, dichiarò senz’altro socialista. […] Né la trasformazione in società per azioni né quella in proprietà dello Stato sopprime l’appropriazione capitalistica delle forze produttive. […] Lo Stato moderno, qualunque ne sia la forma, è una macchina essenzialmente capitalistica, uno Stato dei capitalisti, l’ideale capitalista complessivo. Quanto più si appropria di forze produttive tanto più esso diventa realmente il capitalista generale, tanto più sfrutta i cittadini dello Stato borghese. I lavoratori restano operai salariati, proletari. La categoria del capitale non è abolita, ma è spinta al contrario al più alto grado» (F. Engels, La scienza sovvertita dal signor Eugenio Dühring, p. 238, Società Editrice Avanti, 1925). Per Engels, a un certo grado di sviluppo delle forze produttive capitalistiche «il rappresentante ufficiale della società capitalistica, lo Stato, deve assumerne la direzione» Come si vede, Engels sembra addirittura dare come deterministicamente certo il realizzarsi della tendenza al capitalismo di Stato. «Definire “socialismo” le intromissioni dello Stato nella libera concorrenza – ovvero dazi protettivi, corporazioni, monopolio del tabacco, statalizzazioni di rami dell’industria, commercio marittimo, regia manifattura di porcellane – è una mera falsificazione voluta dalla borghesia di Manchester. Noi non dobbiamo credere a tutto ciò, ma criticarlo. Se ci crediamo e intorno a essa costruiamo una teoria, quest’ultima crollerà insieme alle sue premesse […] quando si dimostrerà che questo presunto socialismo non è altro che, da un lato, una reazione feudale e, dall’altro, un pretesto per estorcere denaro, con il secondo fine di trasformare il maggior numero possibile di proletari in funzionari e stipendiati dallo Stato, così da organizzare, a fianco dell’esercito disciplinato di funzionari e di militari, un analogo esercito di operai. Il suffragio obbligatorio imposto dai superiori statali invece che dai sorveglianti di fabbrica… che bel socialismo!» (Lettera di F. Engels a E. Bernstein, 12 marzo 1881, in Marx-Engels, Lettere 1880-1883, p. 60, Lotta Comunista, 2008).  «Secondo Marx, ad accomunare tutte queste figure di pseudo-socialisti vi era l’intento di “lasciare il lavoro salariato, e quindi anche la produzione capitalistica, volendo far credere a se stessi e al mondo che, con la trasformazione della rendita fondiaria in imposta pagata allo Stato, scompariranno automaticamente tutte le ingiustizie della produzione capitalistica”» (lettera di Marx a F. A. Sorge del 20 giugno 1881, in M. Musto, L’ultimo Marx, pp. 38-39, Donzelli, 2016).

Leggi:

Lo scoglio e il mare; Lenin e la profezia smenaviekhista; Il Grande Azzardo; Dialettica del dominio capitalistico

2 pensieri su “GULAG E ACCUMULAZIONE CAPITALISTICA

  1. Pingback: SULLA CHIUSURA DI MEMORIAL INTERNATIONAL | Sebastiano Isaia

  2. Pingback: KAZAKHSTAN. ANCHE IN ITALIA C’È CHI TIFA PER IL FRATERNO INTERVENTO DI MOSCA (E MAGARI DI PECHINO)? | Sebastiano Isaia

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