LO STATO DI ECCEZIONE SECONDO AGAMBEN – E SECONDO ME

Scrive Giorgio Agamben a proposito della «trasformazione surrettizia, ma non per questo meno radicale, che sta avvenendo sotto i nostri occhi»:

«La prima conseguenza è il venir meno di quel principio fondamentale che è la certezza del diritto. Se lo Stato, invece di dare disciplina normativa ad un fenomeno, interviene grazie all’emergenza, sul quel fenomeno ogni 15 giorni o ogni mese, quel fenomeno non risponde più ad un principio di legalità, poiché il principio di legalità consiste nel fatto che lo Stato dà la legge e i cittadini confidano su quella legge e sulla sua stabilità. Questa cancellazione della certezza del diritto è il primo fatto che vorrei sottoporre alla vostra attenzione, perché esso implica una mutazione radicale non solo del nostro rapporto con l’ordine giuridico, ma nel nostro stesso modo di vivere, perché si tratta di vivere in uno stato di illegalità normalizzata. Al paradigma della legge si sostituisce quello di clausole e formule vaghe, come “stato di necessità”, “sicurezza”, “ordine pubblico”, che essendo in sé indeterminate hanno bisogno che qualcuno intervenga a determinarle. Noi non abbiamo più a che fare con una legge o con una costituzione, ma con una forza-di-legge fluttuante che può essere assunta, come vediamo oggi, da commissioni e individui, medici o esperti del tutto estranei all’ordinamento».

Il problema, per l’anticapitalista, sta proprio «nel fatto che lo Stato dà la legge e i cittadini confidano su quella legge e sulla sua stabilità». Infatti, non stiamo parlando di uno Stato astrattamente considerato, cosa che dal mio punto di vista non ha alcun senso, ma di uno Stato con precise connotazioni storiche e sociali. Insomma, e per farla breve, stiamo parlando dello Stato capitalistico, ossia del cane da guardia dei rapporti sociali di dominio e di sfruttamento (due concetti intimamente e necessariamente correlati tra loro) peculiari della nostra epoca storica e vigenti su scala planetaria: dagli Stati Uniti alla Cina, dall’Europa all’Africa: tutto sotto il plumbeo cielo del Capitale. Stiamo insomma parlando della Legge del Capitale – qui intesa in un’accezione non meramente economicista ma radicalmente sociale.

Il problema, sempre per l’anticapitalista e non certo per il filosofo di professione, per il giurista e per il politologo, sta a monte, come si dice, dello «stato di eccezione», ossia nella normalità dell’ordine giuridico, nella stabilità della legge garantita dallo Stato borghese (per usare termini ormai desueti), nel «principio di legalità» che secondo Agamben sostanzia lo Stato di diritto. Parafrasando Marx osservo che i filosofi di professione «dimenticano soltanto che anche il diritto del più forte è un diritto, e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma nel loro Stato di diritto» (Grundrisse). Posto lo Stato di diritto, ossia lo Stato borghese (tanto per rimanere nella “vetusta” fraseologia marxiana), ciò che chiamiamo stato di eccezione è una delle forme che il diritto del più forte (cioè delle classi dominanti) assume per far fronte a determinate contraddizioni sociali non gestibili altrimenti. Il fascismo e il nazismo, per fare due esempi storici, non hanno affatto spezzato la legalità capitalistica (o borghese), ma l’hanno piuttosto incarnata e resa operativa in situazioni storiche particolari. Sempre che si abbia della legalità una concezione profondamente critica, fondata su un’analisi del processo storico-sociale ostile allo status quo, e non un’idea superficiale, formalistica, apologetica.

Stesso discorso vale per la Costituzione, la quale dichiara apertamente la sua natura classista già nel suo Articolo di apertura: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro» (salariato, cioè sfruttato, mercificato, presupposto e fondamento di peculiari rapporti sociali). Ricordato che la democrazia ha sempre (storicamente) avuto una natura classista, mi limito a osservare che la democrazia occidentale di questa epoca storica ha dimostrato di saper ben usare, all’occorrenza, tanto la carota quanto il bastone, e di certo Cossiga non sbagliò nel sostenere che la Costituzione era “elastica” abbastanza da garantire l’ordine sociale in ogni circostanza. L’ex “picconatore” aveva alle spalle l’esperienza delle leggi speciali varate nei cosiddetti “anni di piombo”.

Nel concetto di società classista è immanente quello del Diritto come oppressione sociale, come violenza di classe, come forza “sistemica” esercitata dai dominanti sui subalterni. Altro che “dittatura sanitaria”! La concezione formalistica (borghese) del Diritto appare ai miei occhi squisitamente ideologica (nell’accezione marxiana del concetto: pensare e rappresentare il mondo “a testa in giù”) e apologetica nei confronti del cattivo (disumano) presente. Insomma, il problema per chi scrive, è in primo luogo il «paradigma della legge» che Agamben vuole difendere, e quindi le «clausole e formule vaghe, come “stato di necessità”, “sicurezza”, “ordine pubblico”» con cui tale paradigma si dà nelle concrete situazioni create dal processo sociale. 

Ecco perché centrare l’opposizione all’attuale situazione sociale e politica del Paese sulla difesa dello «Stato di diritto» e della Costituzione, non solo rivela il carattere ultrareazionario dell’ideologia che sostiene una simile posizione, ma si mostra perdente anche sul terreno dell’iniziativa politica. Usare tatticamente (strumentalmente) anche la legalità borghese per mettere in luce le contraddizioni del nemico o comunque per indebolirlo politicamente, può avere un senso per l’anticapitalista solo a patto che si colga il senso politico di questa operazione, che se ne abbiano ben chiari i limiti e anche i pericoli. Per l’anticapitalista è la lotta di classe che deve conquistare il centro della scena. Inutile dire che oggi le cose stanno in tutt’altro modo. E mentre la lotta di classe («Ma è roba d’altri tempi!») continua a latitare, il centro della scena è occupato dalla miserabile lotta di tutti contro tutti: ancorché “interessanti” i tempi sono oltremodo calamitosi. Proprio in questo istante qualcuno alla televisione raglia quanto segue: «Chi non si vaccina commette un peccato contro la comunità»; della serie: Come Volevasi Dimostrare!

Leggi: LA PANDEMIA COME CRISI SOCIALE CAPITALISTICA

COME STABILIZZARE LO STATO DI EMERGENZA FACENDO DI ESSO LA “NUOVA NORMALITÀ”

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