SULLA CHIUSURA DI MEMORIAL INTERNATIONAL

Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato (G. Orwell, 1984).

La Corte Suprema di Mosca ha emesso la sentenza che dispone la chiusura dell’organizzazione Memorial International. Quanto a Repressione & Controllo sociale la Russia di Vladimir Putin cerca di non sfigurare agli occhi della Cina del “caro amico” Xi Jinping (*).

«L’Ong Memorial è stata fondata nel 1989 da un gruppo di dissidenti, fra cui il premio Nobel per la Pace, Andrej Sakharov. È l’unica organizzazione a possedere un archivio che documenta i crimini commessi durante il periodo sovietico, raccolti grazie a un capillare lavoro portato avanti su tutto il territorio dell’ex Urss da decine di volontari che appoggiano l’associazione. Grazie a Memorial è stato possibile fare luce sulle persecuzioni contro milioni di persone e l’ubicazione di alcune fosse comuni nelle quali sono stati fatti scomparire i “nemici del popolo”. Memorial International è la più importante organizzazione di denuncia dei crimini del comunismo (sic!). In particolare, Memorial è stata accusata di aver “denigrato la memoria dell’Unione Sovietica” e delle sue vittorie, e di aver riabilitato i “criminali nazisti”. Durante l’udienza di ieri un pubblico ministero ha affermato che Memorial “crea una falsa immagine dell’Urss come stato terrorista e denigra la memoria della Seconda guerra mondiale”. Quella di Mosca come potenza vincitrice sul nazismo e liberatrice di Berlino è un’immagine alla quale decine di milioni di russi sono molto affezionati e sulla quale si basa buona parte della retorica nazionalista» (Avvenire).

Se non puoi dare pane e felicità, dona almeno l’orgoglio nazionale! «Fra tutte le forme di superbia quella più a buon mercato è l’orgoglio nazionale. […] Ogni povero diavolo, che non ha niente di cui andare superbo, si afferra all’unico pretesto che gli è offerto: essere orgoglioso della nazione alla quale ha la ventura di appartenere. Ciò lo conforta; e in segno di gratitudine egli è pronto a difendere a pugni e calci, con le unghie e coi denti tutti i suoi difetti e tutte le sue stoltezze» (A. Schopenhauer). Naturalmente questa riflessione va estesa ai “poveri diavoli” che hanno la ventura di appartenere a questo capitalistico mondo.

Da quando l’Unione Sovietica ha chiuso i battenti, in Russia si scontrano due diverse “scuole di pensiero” su dove collocare l’esperienza stalinista nella storia della Russia moderna: l’una che esclude l’ex Unione Sovietica dall’autentica tradizione patriottica russa, e l’altra che invece la include a pieno titolo come parte importante, e per molti aspetti decisiva, di quella tradizione. Com’è noto, il Presidente Vladimir Putin è un acceso sostenitore della scuola che sostiene l’assoluta continuità storica tra la Russia “sovietica” e la Federazione Russa che ne ha ereditate le spoglie imperiali. Non solo, ma Putin non fa mistero di voler restaurare quella grandezza imperiale (vedi l’annessione della Crimea) e geopolitica (cioè imperialista), nonché quel prestigio politico-ideologico che ebbero nella Russia di Stalin e dei suoi successori (fino al “disgraziato” Gorbaciov) un’indubbia incarnazione. Non c’è dubbio che la chiusura di Memorial risponda a questo ambizioso progetto che ovviamente non si spiega solo con la “virile” figura dell’attuale Presidente della Federazione Russa, il quale peraltro avverte la necessità di rafforzarsi sul piano politico e ideologico anche per rispondere con efficacia alle sfide che la società russa, attraversata da una crisi economica di lungo periodo, lancia al regime.  

A prescindere da come finirà la contesa tra le due scuole patriottiche, due facce della stessa capitalistica medaglia, personalmente ritengo che la ragione storica stia tutta dalla parte della scuola “continuista”: rinvio a tal proposito al post che proprio su questo tema ho scritto qualche giorno fa. Come mi è capitato di scrivere altre volte, la storia del cosiddetto “socialismo reale” (ossia del capitalismo “con caratteristiche russe”) non è che un capitolo particolarmente oscuro del Libro nero del Capitalismo:è da questa peculiare prospettiva politica e concettuale, che so essere estremamente minoritaria sul piano sia politico che storiografico, che invito chi legge a guardare il filo nero che legga strettamente insieme la Russia zarista, quella cosiddetta sovietica e quella attuale che aspira a rimettere insieme i cocci “del bel tempo che fu”. Solo il brevissimo periodo rivoluzionario, l’unico che merita la qualifica di Sovietico (Potere dei Soviet), si colloca a mio avviso fuori e contro quella linea di continuità storica organica al processo sociale capitalistico, e non a caso il Potere Sovietico fu considerato soprattutto da Lenin e da Trotsky come l’avanguardia della rivoluzione proletaria mondiale, ossia in termini radicalmente antipatriottici. Com’è noto, quella salvifica rivoluzione non arrivò (i bolscevichi commisero molti e gravi errori nell’illusione di poterla fomentare con qualche espediente “tattico”), con ciò che necessariamente ne seguì sul piano politico e sociale – e non solo in Russia: vedi la stalinizzazione del “comunismo” internazionale. Ma questa è tutta un’altra storia – forse.

(*) Sotto questo punto di vista, il regime cinese produce esempi da emulare a ritmi industriali: «Dopo aver preso di mira attivisti, esponenti dell’opposizione e gruppi sociali, il governo di Hong Kong ha individuato un altro ramo del dissenso da colpire: le università. Gli atenei dell’ex colonia britannica sono sempre stati i luoghi in cui si coltivava il pensiero critico, offrendo a studenti e docenti lo spazio per deliberare apertamente su questioni politiche e morali, anche controverse, e per esaminare iniziative e leggi approvate dal governo locale. Ma ciò è stato possibile fino all’introduzione della legge sulla sicurezza nazionale. La norma ha infatti comportato una stretta negli atenei dell’ex colonia britannica anche sui programmi di studio e sulle attività, al fine di sradicare le voci dell’opposizione. L’ultima dimostrazione di forza è arrivata nella notte tra il 22 e il 23 dicembre nel campus dell’Università di Hong Kong, uno dei teatri delle proteste del 2019, con la rimozione del Pilastro della Vergogna, l’opera dell’artista danese Jens Galschiøt che commemora le vittime del massacro di piazza Tiananmen del 1989. Nel buio della notte, la statua alta 8 metri e pesante due tonnellate che raffigura 50 volti angosciati e corpi torturati accatastati l’uno sull’altro, è stata smantellata dopo 24 anni di permanenza» (Il Manifesto).

«La retata è cominciata alle sei del mattino. Più di 200 agenti della nuova “Sezione sicurezza nazionale” di Hong Kong sono entrati nella sede di Stand News , un sito di informazione che con i suoi 60 redattori e commentatori ancora osava criticare il governo del territorio e quello centrale di Pechino. […] Una alla volta, le voci del dissenso a Hong Kong si spengono, perché secondo la legge della Cina criticare l’azione del Partito-Stato e del governo è “sedizione”. E con l’opposizione ridotta al silenzio, la parola passa ai tribunali: martedì Jimmy Lai, l’ex editore di Apple Daily in prigione per aver partecipato alle proteste del 2019 e alla veglia in memoria di Tienanmen nel 2020, già condannato a 20 mesi, ha ricevuto in carcere un’altra incriminazione, sempre per sedizione» (Il Corriere della Sera). Come anticapitalista non posso che augurarmi che quanto prima il proletariato cinese dia una forte dimostrazione di sedizione – magari organizzandosi in associazioni rivendicative indipendenti dal Partito-Stato. Analogo auspicio estendo al proletariato di tutto il mondo – a cominciare da quello italiano.

2 pensieri su “SULLA CHIUSURA DI MEMORIAL INTERNATIONAL

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