IL CAPITALISMO COSTRUISCE LA GUERRA NEL CUORE DELLA SUA “PACE”

Per la definizione di una “politica estera” anticapitalista

No! Vuie ve sbagliate…’A guerra nun è fernuta… E nun è fernuto niente! (E. De Filippo).

Il capitalismo costruisce oggi la guerra nel cuore della sua “pace”. Anche dove non è combattuta, la guerra vive già oggi nella logica dei sacrifici, nello stato di emergenza, nella irreggimentazione patriottica, nella repressione e militarizzazione sociale, nell’aumento della produzione di strumenti di morte nucleari e “convenzionali”. Per questo non ha alcun senso indovinare la data della prossima carneficina mondiale, né se essa avrà natura nucleare o convenzionale, né, tanto meno, se davvero il conflitto armato generalizzato avrà luogo, se esso sarà cioè possibile alla luce dell’attuale potenziale distruttivo degli armamenti di cui dispongono le maggiori potenze mondiali. La preparazione al conflitto armato si dà a tutti gli effetti come una guerra sociale capitalistica che le classi dominanti combattono contro il loro autentico nemico storico: il proletariato.

La realtà della contesa interimperialistica riduce a brandelli ogni pia illusione circa l’intangibilità dell’autodeterminazione dei popoli e delle nazioni.

Nella mia ormai non brevissima vita mi è capitato di vivere diversi episodi di crisi internazionali rubricabili giornalisticamente come “venti di guerra”. Negli anni Ottanta del secolo scorso ho pure scritto qualcosa sulla «preparazione della Terza guerra imperialista mondiale»; erano gli anni dell’intervento militare italiano in Libano, dell’installazione dei missili americani (Comiso) e “sovietici”, delle “Guerre Stellari” e di altri eventi internazionali associabili in qualche modo alla contesa tra le due Super Potenze di allora. La guerra mondiale non è poi “scoppiata”, com’è noto, ma al Dio della Guerra e degli Eserciti non è certo mancata carne umana con cui nutrirsi né sangue umano con cui dissetarsi. Le vittime di guerre più o meno locali, molte delle quali combattute “per procura” (ossia per conto delle potenze mondiali), si contano a decine di milioni dalla fine dell’ultimo massacro mondiale, senza contare i “danni collaterali” di lungo periodo prodotti da quelle guerre che oltre a morti e feriti hanno innescato imponenti ondate migratorie che a loro volta non hanno fatto mancare il loro macabro contributo in termini di morti e di indicibile sofferenza. Tuttavia, i Paesi capitalisticamente più avanzati del mondo non si sono scannati direttamente tra loro in una guerra mondiale, e questo fatto cade nella definizione borghese di “pace”: gli anticapitalisti sanno bene che in regime capitalistico parlare di “pace” è sempre una odiosa menzogna anche quando tacciono le armi, perché il dominio di classe (e con esso la guerra di classe) continua. L’ideologia pacifista sorvola su questo fatto fondamentale che sta alla base dei conflitti armati; concepire la “pace” in una società classista è una pura assurdità che trova puntuale conferma in conflitti piccoli e grandi, sociali e militari. Detto in altri termini, nella vigente società mondiale viviamo in una condizione di guerra permanente, e il conflitto armato è una delle fenomenologie di quella condizione: lungi dal negare la pace capitalistica, la guerra ne conferma piuttosto l’intima e più vera natura.

Penso che la crisi sociale capitalistica ancora in corso che  chiamiamo Pandemia illustri molto bene il concetto qui sommariamente abbozzato.

In realtà le maggiori potenze mondiali si preparano sempre al conflitto armato, il quale è una possibilità che nessun Paese e nessun governo sono oggi in grado di escludere in linea di principio, nonostante la dotazione atomica dovrebbe agire come deterrente – «La guerra atomica non contempla vincitori ma solo vinti», dicono i politici. D’altra parte, lo strumento militare “convenzionale” è talmente distruttivo, ancorché “intelligente”, da garantire al metaforico Dio di cui sopra milioni di morti nell’arco di poco tempo: in ogni caso esso non rimarrebbe deluso, questo è sicuro come… la morte!

La galoppante sequenza di eventi mondiali degli ultimi anni e degli ultimi mesi (Taiwan, Bielorussia, Ucraina)ci dice che oggi stiamo assistendo all’ennesimo salto di qualità nello scontro interimperialistico, il quale si dà all’interno di uno scenario mondiale per molti aspetti assai diverso non solo da quello cristallizzatosi con la Seconda guerra mondiale (bipolarismo Stati Uniti-Unione Sovietica), ma anche da quello venuto fuori trent’anni fa dal crollo del polo “sovietico”. Non c’è dubbio che l’elemento di maggiore novità sia oggi rappresentato dall’ascesa della Cina al rango di Potenza imperialista globale in grado di minacciare assai da vicino il primato statunitense; l’altro indiscutibile elemento di novità è costituito dalla Russia di Putin, la cui aggressività (o “assertività”) non investe solo l’ex spazio “sovietico” (dall’Ucraina al Kazakhstan), ma ha modo di mostrarsi in tutta la sua creatività anche in Africa e in Medio Oriente (non raramente sotto mentite spoglie: vedi il famigerato gruppo paramilitare Wagner), a volere smentire la spocchiosa sentenza dell’ex Presidente americano Obama: «La Russia è una potenza regionale». Oggi la Russia si sente forte abbastanza da esigere dagli Stati Uniti una «nuova Yalta»; rimane da vedere fino a che punto questa ambizione sia fondata – la struttura capitalistica della Federazione Russa appare per molti versi molto simile a quella dell’Unione Sovietica. Il (relativo) declino della Potenza Americana e la difficile e contraddittoria formazione di un unitario polo imperialista europeo sono gli altri due fondamentali elementi che compongono il quadro della situazione mondiale.

È difficile negare che dall’Europa al Pacifico, passando per il continente africano e il solito Medio Oriente, spirino nuovamente forti “venti di guerra”. Guerra stricto sensu, la guerra combattuta con lo strumento militare, per intenderci; perché la guerra sistemica (economica, tecnologica, scientifica, politica, ideologica) non ha mai cessato un solo secondo di tormentare l’umanità e la natura. E come sempre, il conflitto militare è la continuazione della guerra sistemica (o competizione imperialistica) con altri mezzi – i quali sono prodotti, con l’ausilio della tecnoscienza più avanzata, durante il periodo di “pace” (1). In questo peculiare senso la “politica estera” praticata dagli anticapitalisti non si distingue in nulla dalla loro politica “interna” – sociale, politica, ideale.

Sul «carattere internazionale del dominio di classe» Karl Marx scrisse quanto segue: «Il dominio di classe non è capace di travestirsi con una uniforme nazionale; contro il proletariato i governi nazionali sono uniti» (2). I passi del comunista di Treviri qui citati appaiono tanto più significati agli occhi degli anticapitalisti che hanno la sventura di vivere in questa epoca storica caratterizzata dal dominio totalitario e mondiale dei rapporti sociali capitalistici in quanto egli li scrisse nel lontanissimo1871, cioè in un epoca in cui il dominio di classe sopra di cui egli parlava non aveva ancora una dimensione sociale e geosociale nemmeno lontanamente paragonabile a quella che sperimentiamo nel XXI secolo. Paesi come l’Italia e la Germania, tanto per fare un esempio, erano di fresca formazione nazionale, mentre la Russia rimaneva ampiamente impantanata in rapporti sociali ostili all’accumulazione capitalistica e alla formazione della moderna “società civile”, anche se «perfino in Russia vulcaniche forze sociali minacciano di scuotere le basi stesse dell’autocrazia» (3).

La “politica estera” degli anticapitalisti ovunque operanti nel mondo può essere a mio avviso compendiata come segue (adopero il format sloganistico per costringermi alla sintesi): Contro la società capitalistica mondiale realizzare l’alleanza delle classi subalterne sfruttate e oppresse in ogni Paese del mondo. Solidarietà con le lotte dei lavoratori di tutto il mondo. Solidarietà con i migranti. Contro gli interessi degli Stati e delle nazioni, a cominciare dagli interessi del proprio Paese. Contro il punto di vista della nazione, della patria, anche in caso di “aggressione” da parte del “nemico”: il nemico del mio Paese non è il mio nemico. Contro l’Articolo 52 della Costituzione Italiana: «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino». Contro «L’ordinamento delle Forze armate» (Art. 52) comunque “informate” (da uno “spirito” autoritario piuttosto che da uno “spirito” democratico). Contro tutte le alleanze imperialistiche, a cominciare da quelle che vedono la partecipazione del proprio Paese (nel caso che mi riguarda la Nato e le organizzazioni militari europee più o meno autonome dalla prima). Contro l’Imperialismo Unitario (4) costruire l’unità del proletariato mondiale. Contro il Sistema Mondiale del Terrore realizzare la fraterna solidarietà tra i nullatenenti di tutto il mondo. Contro l’Onu in quanto «covo di briganti» al servizio delle Potenze mondiali egemoni – Stati Uniti, Cina, Russia, Unione Europea. Trasformare la preparazione della guerra imperialista mondiale in preparazione della guerra di classe mondiale. Proletari di tutto il mondo, unitevi!

(1) «Il sistema borghese rivela lo stato e la posizione sua in questa singolare contraddizione, che, cioè, il pacifico mondo dell’industria è diventato un immane accampamento, entro il quale vegeta il militarismo. L’epoca dell’industria pacifica è diventata, per l’ironia delle cose, l’epoca del continuo ritrovamento di nuovi e più potenti mezzi di guerra e di distruzione» (A. Labriola, In memoria del Manifesto dei comunisti, 1895, p. 67, newton, 1978). Questo scriveva il comunista critico Antonio Labriola 127 anni fa: e ho detto tutto!

(2) K. Marx, La guerra civile in Francia, 1871, p. 141, Newton C., 1973. «L’epoca capitalista è l’epoca in cui il capitalismo ha raggiunto la sua maturità, è stramaturo e si trova alla vigilia del crollo. […] Il periodo che va dal 1789 al 1871 fu l’epoca di un capitalismo progressivo, in cui l’abbattimento del feudalesimo e dell’assolutismo, la liberazione dal giogo straniero erano all’ordine del giorno della storia. Su questa base, e su questa unica base, si poteva ammettere la “difesa della patria”, cioè la lotta contro l’oppressione» (Lenin, L’opportunismo e il fallimento della Seconda Internazionale, dicembre 1915 – luglio 1916, in Opere Complete, XXII, p. 114, Editori Riuniti, 1966). Per Lenin il capitalismo era «stramaturo […] a tal punto da dover cedere il posto al socialismo» già un secolo fa: e ho detto tutto!

(3) Secondo indirizzo del Consiglio generale sulla guerra franco-prussiana, 9 settembre 1870, Ibidem, p. 81; l’indirizzo fu scritto da Marx per conto dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, passata alla storia come I Internazionale. Costituita a Londra il 28 settembre 1864, la I Internazionale si sciolse di fatto con il congresso di Ginevra dell’8-13 settembre 1873. Contro «i campioni del patriottismo teutonico» Marx scrive: «Se la campagna attuale ha dimostrato qualche cosa, ha dimostrato la facilità con la quale la Francia può essere invasa dalla Germania. Ma, onestamente, non è un assurdo e un anacronismo completo far delle considerazioni militari il principio secondo il quale si devono stabilire i confini delle nazioni? […] Se i confini devono essere determinati da interessi militari, le pretese non avranno mai termine, perché ogni linea militare è necessariamente difettosa e può venir migliorata con l’annessione di un territorio più avanzato; e oltre a ciò non potrebbe mai essere stabilita in un modo giusto e definitivo, perché verrebbe sempre imposta dal vincitore al vinto, e quindi porterebbe sempre in sé il germe di nuove guerre. Tale è la lezione di tutta la storia per le nazioni come per gli individui» (pp. 78-79). Fin dove arrivano le invalicabili “linee rosse” tracciate oggi dalle Potenze mondiali? Marx considerava già un secolo e mezzo fa «un assurdo e un anacronismo» fondare la sicurezza tra le nazioni su «considerazioni militari», le quali peraltro rispondono a considerazioni d’ordine generale, a cominciare da quelle di natura squisitamente economica, come si vedrà chiaramente con l’ingresso del capitalismo nella sua fase imperialista negli anni Novanta del XIX secolo.

(4) Unitario ma non unico. Questo concetto cerca di esprimere una realtà (l’imperialismo mondiale del XXI secolo) altamente complessa, composita e conflittuale. Esso non ha dunque nulla a che vedere con il Super Imperialismo di kautskiana memoria, tutt’altro. Necessariamente conflittuale al suo interno, l’Imperialismo Unitario è radicato in un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che domina l’intero pianeta, e si rapporta con le classi subalterne come un solo Moloch sociale. Per approfondire la conoscenza del mio punto di vista “geopolitico” rinvio a tre scritti: Geopolitica del Dominio, Il mondo è rotondo, Sul concetto di imperialismo unitario. Il concetto di Sistema Mondiale del Terrore è stato invece da me “elaborato” anni fa con un preciso intento polemico nei confronti della cosiddetta guerra al terrorismo (per chi scrive terrorizzante e terroristica è la società mondiale presa nella sua disumana totalità): rimando al PDF intitolato La radicalizzazione del male. Ovvero: il Sistema Mondiale del Terrore.

16 pensieri su “IL CAPITALISMO COSTRUISCE LA GUERRA NEL CUORE DELLA SUA “PACE”

  1. Da Usni News:

    La Marina Usa vuole che la sua prossima nave da guerra lanci missili ipersonici e laser dieci volte più potenti delle armi laser esistenti, secondo le prospettive più dettagliate fino ad oggi della nave da guerra DDG(X) di prossima generazione emesse dal servizio. La nave da guerra, la più grande tentata dalla Marina in più di 20 anni, è progettata per fornire il potere di guidare una nuova generazione di armi a energia diretta e sensori ad alta potenza che seguiranno l’attuale flotta della Marina. Si stima che la costruzione della nave da guerra inizierà nel 2028, ha detto la Marina a USNI News l’anno scorso. «Le capacità di cui avremo bisogno nel 21° secolo per continuare a combattere la minaccia sono una maggiore crescita dei sensori della capacità missilistica, armi a energia diretta, che in realtà richiedono molta potenza, maggiore sopravvivenza e maggiore disponibilità di energia», ha detto Katherine Connelly, vicedirettore del programma in un briefing di mercoledì al simposio della Surface Navy Association.
    La Marina sta sviluppando il DDG(X) utilizzando il sistema di combattimento sviluppato dal Flight III Arleigh Burkes che incorporava il nuovo radar di ricerca aerea SPY-6 e il sistema di combattimento Baseline 10 Aegis.

    «Per capire il DDG(X) e la sua necessità, devi davvero parlare del grande combattente di superficie nel suo insieme», ha detto Connelly. «Flight III sarà nella flotta negli [anni 2060]. Quindi, la minaccia continuerà ad evolversi. E ci saranno nuove minacce là fuori. Noi della Marina continueremo ad evolvere le nostre capacità di combattimento e altre capacità per scoraggiare la minaccia. E avremo bisogno di una piattaforma in grado di ospitare queste nuove tecnologie».

    Come sempre, ci si arma perché costretti dalle altrui minacce. «Noi siamo buonissimi, sono gli altri che sono cattivissimi!» Beninteso, questa escrementizia musica è suonata in tutto il mondo. Come si dice, tutto il mondo è paese (leggi: capitalismo)!

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