LA CATTIVA EREDITÀ DELL’UNIONE SOVIETICA

Per Sergej Lebedev «L’Unione sovietica non è mai crollata davvero»:

[…] La politica nazionale del Partito comunista, lunga settant’anni, ha lasciato un’eredità esplosiva. Basta pensare alle deportazioni di interi popoli sotto la dittatura di Stalin (ceceni, ingusci, tartari di Crimea, carachi e molti altri) e al loro successivo ritorno in una patria distrutta, nelle case occupate e nei santuari devastati: questo generò un’esigenza di giustizia e autonomia che si sarebbe manifestata anni dopo, un salato conto da pagare per Mosca. Inoltre, quando le autorità sovietiche hanno agilmente ridisegnato i confini storici in funzione del momento, quando hanno creato, abolito, risubordinato entità quasi-politiche come le repubbliche autonome dell’Urss, di rango inferiore rispetto alle repubbliche dell’Unione, non hanno fatto altro che generare future dispute territoriali e speranze di autonomia.

Proprio per questo la storia post-sovietica è una storia di guerre, scontri etnici, conquiste territoriali, massacri di civili. La guerra civile in Georgia (1991-1993); la guerra civile in Tagikistan (1992-1993); le guerre in Nagorno-Karabakh tra Armenia e Azerbaigian (1992-1994, 2020), il conflitto osseto-inguscio nel 1992 e due guerre in Cecenia (1994-1996, 1999-2009) avvenute direttamente sul territorio della Federazione Russa; le guerre in Abkhazia (1992-1993) e Ossezia del Sud (1991-1992, 2008), e la guerra in Transnistria (1991-1992) sono avvenute con l’ingerenza della Russia; l’annessione armata della Crimea (2014) e l’aggressione russa nell’Ucraina orientale (del 2014 e ancora in corso) sono solo un elenco incompleto dei conflitti armati post-sovietici.

[…] Memorial disturba l’attuale regime autoritario russo non in quanto potenziale protagonista di cambiamenti politici, ma perché al governo russo oggi serve una visione completamente diversa del passato sovietico: una visione idealizzata, uno strumento di legittimazione del regime di Vladimir Putin.Non è esagerato dire che il passato nella Russia di oggi è una questione politica. L’eredità simbolica del passato viene strumentalizzata per consolidare la nazione, per creare non una maggioranza politica (non ci sono libere elezioni in Russia), ma una nazione ideologizzata, indottrinata e, in questo senso, apolitica.

Pertanto, torniamo alla frase principale dell’accordo di Belaveža [sottoscritto l’8 dicembre 1991 dalle Repubbliche Sovietiche di Russia, dall’Ucraina e dalla Bielorussia]: “L’Unione Sovietica come soggetto del diritto internazionale e della realtà geopolitica ha cessato di esistere”. Questa definizione ammette una terza realtà dell’Urss, non legale o geopolitica, ma simbolica, costituita da oggetti culturali ideologicamente sacralizzati. Una realtà non regolamentata.

L’Unione Sovietica è stata un’incredibile produttrice di simboli, probabilmente l’unico settore in cui è sempre riuscita a superare gli obiettivi di produzione. Monumenti, strutture architettoniche, canzoni, film, libri, cerimonie solenni: l’Unione Sovietica li ha prodotti in massa, creando un orizzonte culturale chiuso, composto di culti che si completavano a vicenda. Il culto della rivoluzione, il culto del socialismo, il culto della vittoria nella Seconda guerra mondiale: la religione sovietica era politeista, composta da molti altari e pantheon di eroi. Verso la fine degli anni Ottanta tutto questo complesso non venne più nutrito, andava scarnificandosi sempre più, fino a crollare,  morente.

Si può anche supporre che l’Urss sia caduta non semplicemente a causa dell’erosione politica. È crollata sotto il peso eccessivo di un carico simbolico che gravava sulla coscienza individuale e generale; l’esperienza viva dei simboli come risorsa psichica si era ormai esaurita e si era trasformata nel suo contrario, in cinismo: gli eroi dei testi un tempo considerati sacri diventavano protagonisti delle barzellette, l’ultima fede nel futuristico progetto socialista era morta nelle lunghe file fuori dai negozi, che negli anni Ottanta erano all’ordine del giorno in ogni città sovietica.

Adesso, trent’anni dopo, l’apparato simbolico sovietico sta vivendo una seconda nascita, postmoderna. Sugli scaffali dei negozi russi sono apparsi prodotti pseudosovietici a giudicare dalle confezioni: nostalgia della fantomatica qualità del cibo sovietico. Il culto della “grande guerra patriottica” è diventato la principale giustificazione della politica estera aggressiva e militarista attuale, una fonte di perversa morale pubblica che glorifica il diritto dei forti. Viene nuovamente creato il pantheon degli eroi sovietici, le cui gesta, avvenute nella realtà o inventate dagli agenti della propaganda, dovrebbero sacralizzare il passato, renderlo immutabile e indiscutibile. Allo stesso tempo, le discussioni storiche sul passato sono criminalizzate, alcuni argomenti, come la Seconda guerra mondiale, stanno gradualmente diventando tabù, dominio commemorativo dello stato. […]

La Russia di Putin ha un approccio completamente diverso con il tempo. La Russia di Putin è un progetto conservatore. Del futuro fondamentalmente non si parla con chiarezza, esso non è definito e non è desiderato. Il futuro è un insieme di cose che non dovrebbero venire; porta la corruzione, l’epidemia del liberalismo, il virus dei diritti umani. Il futuro manca totalmente di tratti positivi e non lo si vuole raggiungere, non si vuole vivere nel tempo. Al contrario, l’era sovietica acquisisce sempre di più le fattezze di un’età dell’oro, di un periodo di grandi vittorie, un periodo in cui l’Unione Sovietica, per così dire, aveva ottime carte da giocare negli equilibri geopolitici; e non è un caso che Vladimir Putin una volta abbia definito il crollo dell’Urss come “la più grande catastrofe geopolitica del Ventesimo secolo”.

In questa logica, qualsiasi repubblica dell’ex Urss che costruisce un discorso storico a parte, che parla di occupazione sovietica, di crimini, che ha condotto o conduce un processo di decomunistizzazione, come l’Ucraina, dove sono stati abbattuti migliaia di monumenti di Lenin, si ritrova inevitabilmente ad essere considerata nemica della Russia. Ma non si tratta di rispetto per Lenin in quanto tale, ai politici russi non importa niente di Lenin, il punto è un altro: l’aspirazione all’unità dello spazio simbolico, all’assenza di ogni critica storica che rischia di indebolire o minacciare l’impostazione del discorso storico sull’autoritarismo, che è diventato uno strumento politico interno ed esterno. Probabilmente, avremo a che fare ancora per decenni con la post-esistenza dell’Urss, con il lungo crollo dell’impero nelle nostre teste e non solo sulla mappa.

A proposito della società russa di oggi Sergej Lebedev parla di «persistente eredità della politica comunista del Ventesimo secolo»; in realtà, come provo ad argomentare nei miei scritti dedicati alla storia della Russia Sovietica (*), si tratta di un’eredità totalmente  interna alla dimensione capitalista/imperialista. Il «Partito comunista» di cui egli parla di “comunista” aveva solo il nome, esattamente come il sedicente Partito-Regime che governa oggi la Cina. Del resto il “comunismo” cinese nato dal bagno di sangue del 1927 ebbe come suo fondamentale punto di vista “teorico” lo stalinismo, la cui caratteristica più peculiare fu quella di appiccicare l’etichetta “socialista” a tutte le categorie economiche capitalistiche: capitale, lavoro salariato, denaro, mercato, ecc. «In questo viaggio lungo e tortuoso, il marxismo si è adattato al contesto cinese per soddisfare le esigenze del tempo attraverso gli sforzi del Partito. La teoria marxista non è un dogma, ma una guida all’azione; deve svilupparsi con l’evoluzione della pratica» (Xi Jinping). Frasi genuinamente staliniste.

La cattiva eredità dell’Unione Sovietica va individuata, dal mio punto di vista, soprattutto nel discredito in cui la sua esistenza ha seppellito parole come “socialismo” e “comunismo”, parole che un tempo evocavano presso le classi subalterne di tutto il mondo la speranza in un mondo senza sfruttati e senza sfruttatori, un mondo fatto di uomini e di donne felici di vivere in una Comunità governata dal principio della piena soddisfazione dei molteplici bisogni umani: «Ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni!» (K. Marx).

(*) Lo scoglio e il mareLenin e la profezia smenaviekhistaIl Grande AzzardoDialettica del dominio capitalistico

2 pensieri su “LA CATTIVA EREDITÀ DELL’UNIONE SOVIETICA

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