TRASFORMARE LA PREPARAZIONE DEL CONFLITTO ARMATO IN CONFLITTO SOCIALE GENERALIZZATO!

Immagine warSia il capitalismo che l’imperialismo, come dimostrano i fatti, si sviluppano sotto  qualsiasi forma politica, sottomettendole tutte (Lenin, Risultati della discussione sull’autodecisione).

Scrive ieri Paolo Brera: «“Bum Bum”, lo sballo della techno.  Bum bum, il rinculo del kalashnikov. I ragazzi di Kiev non si fermano mai: vivono a trecento all’ora, karaoke e guerriglia, ufficio e poligono, patria e “prosecco”. Il governo addestra ragazzi e ragazze alla resistenza: contro i russi guerriglia in stile afgano. La notte però è un susseguirsi di party per scordare la paura» (La Repubblica). Di qui, la breve – e, lo ammetto, caotica – riflessione che segue, la quale dev’essere letta alla luce dei miei precedenti post dedicati allo stesso tema e concepita come una presa di posizione di principio che prescinde dagli sviluppi della crisi ucraina in corso (1). Anche l’enfatico titolo di questo post va letto in questa chiave.

Nell’epoca del dominio totalitario e mondiale dei rapporti sociali capitalistici, che ha nell’imperialismo la sua massima e verace espressione, la guerra di difesa nazionale è una menzogna sia per le grandi nazioni sia per quelle piccole. Ovunque, difendere la patria significa difendere gli interessi delle classi dominanti e rafforzare lo Stato, ossia il cane da guardia delle cause che stanno a fondamento dello sfruttamento, dell’oppressione politica, della competizione interimperialistica e dei conflitti armati. Solo il superamento del dominio di classe potrà far scomparire quelle cause, le quali sono appunto radicate nel vigente dominio di classe avente nel XXI secolo una dimensione planetaria. In questo peculiare senso parlo di imperialismo unitario – ma non unico (2).

Scriveva Rosa Luxemburg nel 1916: «Nell’era dell’imperialismo scatenato non c’è più posto per guerre nazionali. Gli interessi nazionali servono soltanto di pretesto per porre le masse lavoratrici al servizio del loro mortale nemico, l’imperialismo. […] Le piccole nazioni, le cui classi dirigenti sono appendici e conniventi dei loro compagni di classe dei grandi Stati costituiscono soltanto delle pedine nel gioco imperialistico delle grandi potenze. […] La pace mondiale non può essere assicurata da piani utopici o fondamentalmente reazionari come l’arbitrato di tribunali internazionali di diplomatici capitalisti, accordi diplomatici su “disarmo”, “libertà dei mari”, “abolizione del diritto di preda marittima”, “Confederazione di Stati europei “, “Unioni doganali centro-europee”, Stati nazionali cuscinetto e simili. Imperialismo, militarismo e guerre non sono eliminabili o limitabili, finché le classi capitalistiche esercitino incontrastate il loro dominio di classe. L’imperialismo, come ultima fase ed estremo sviluppo dell’egemonia politica mondiale del capitale, è il comune nemico mortale del proletariato di tutti i paesi. L’unico mezzo di offrire loro una resistenza vittoriosa, e l’unica garanzia della pace mondiale, sono la capacità di azione politica e la volontà rivoluzionaria del proletariato internazionale di far pesare sulla bilancia la propria forza. […] Il compito più immediato del socialismo è la liberazione spirituale del proletariato dalla tutela della borghesia, quale si esprime nell’influenza dell’ideologia nazionalistica. I socialisti devono denunciare la tradizionale fraseologia nazionalista come strumento borghese di egemonia» (3).

Le obiezioni, in parte fondate (basti pensare alla Questione Polacca nell’ambito della Russia zarista), che Lenin avanzò alle posizioni di Rosa Luxemburg sulla questione dell’autodecisione (in primis, «l’errata negazione di tutte le guerre nazionali») (4) oggi non trovano alcuna base nella realtà del processo sociale oggettivo, né negli interessi delle classi subalterne che hanno la ventura di vivere in Paesi grandi e piccoli, e tanto meno nella tattica che gli anticapitalisti (posta la loro esistenza in vita) sono chiamati a “implementare”. Per Marx ed Engels l’epoca del capitalismo progressivo nel cuore del continente europeo finisce nel 1871, con la cesura storica determinata dalla Comune di Parigi (una tesi rivendicata peraltro dallo stesso Lenin): «Il dominio di classe non è più capace di travestirsi con una uniforme nazionale; contro il proletariato i governi nazionali sono uniti. […] I governi europei attestano così, davanti a Parigi, il carattere internazionale del dominio di classe» (5). Salvo rarissime eccezioni (mi viene in mente la solita Questione Palestinese), l’epoca delle guerre nazionali rivoluzionarie (storicamente “progressive”: vedi la Francia di fine XVIII secolo inizio XIX e la Cina della Lunga Marcia) ha chiuso i battenti, per così dire, su scala mondiale. Questo non significa affatto per gli anticapitalisti essere indifferenti di fronte all’annessione di piccole nazioni, o di parti di esse, da parte delle grandi nazioni, o dinanzi alla negazione dell’autodeterminazione da parte di uno Stato nazionale: è il caso catalano. In ogni caso essi si schierano sempre contro il potere centrale che annette un Paese o che reprime il movimento separatista; ma lo fanno non in sostegno dei piccoli Paesi che finiscono nel mirino delle grandi Potenze, né in sostegno dei movimenti separatisti (ai quali gli anticapitalisti oppongono l’unione dei lavoratori comunque collocati nazionalmente), ma sempre e solo per sostenere gli interessi delle classi subalterne di tutti i Paesi (grandi e piccoli) e della massa della popolazione che rischia di finire nel tritacarne del conflitto armato. Che il proletariato subisca l’egemonia politica, culturale e psicologica delle classi dominanti soprattutto nei momenti critici dello scontro interimperialistico, è cosa che l’anticapitalista dà per scontata, non per teoria ma per esperienza storica (perfino la Socialdemocrazia dei tempi di Rosa Luxemburg e di Lenin fallì miseramente proprio quando giunse il momento fatidico della prova suprema!); ma proprio per questo lavora, per come sa e per come può, per «denunciare la tradizionale fraseologia nazionalista», ossia per «la liberazione spirituale del proletariato dalla tutela della borghesia, quale si esprime nell’influenza dell’ideologia nazionalistica».

Come mi è capitato di scrivere negli ultimi mesi, le crisi che imperversano nell’ex spazio “sovietico” (che coincide con lo spazio russo tout court, dagli zar a Putin, passando per l’Unione Sovietica di Stalin & C.) sono solo l’ultima dimostrazione di quanto sia risibile, per non dire di peggio, l’illusione sovranista nella società capitalistica del XXI secolo. Paesi come l’Ucraina, la Bielorussia e il Kazakistan si trovano sotto la morsa delle grandi Potenze: Stati Uniti, Russia e Unione Europea, in primis. I regimi autoritari di Bielorussia e Tagikistan sono ancora in piedi solo grazie all’aiuto “fraterno” di Mosca, mentre l’Ucraina teme la Russia, soprattutto dopo i fatti del 2014 (6), ma sa di non potersi fidare completamente degli americani e degli europei per difendere l’integrità del suo territorio. Più di ogni cosa Kiev teme un accordo tra le grandi Potenze che preveda un ulteriore e forse definitivo restringimento delle sue prerogative politiche (geopolitiche) e financo delle sue stesse dimensioni territoriali.

La stessa cosa si può dire, mutatis mutandis, per Taiwan, la cui annessione, “pacifica” o manu militari, alla Cina è ormai una questione di tempo: Pechino lo ricorda al mondo (soprattutto al Giappone e agli Stati Uniti) praticamente tutti i giorni (7).

Ma gli stessi Paesi europei riuniti nell’Unione Europea non orbitano forse nella sfera di influenza americana realizzata durante la Seconda guerra mondiale (ossia non attraverso una pacifica e democratica consultazione)? E la realizzazione di un polo imperialista autonomo europeo, non presuppone forse la leadership economica della Germania e quella militare della Francia? Oggi l’assetto interimperialista disegnato dal Secondo macello mondiale è quasi del tutto saltato (e non solo per l’evaporazione del Patto di Varsavia), ma le cause che lo realizzarono operano anche oggi, come e più di ieri: alludo ovviamente all’Imperialismo come modo di essere del Capitalismo altamente sviluppato. Chi concepisce l’imperialismo solo in termini di militarismo e di competizione geopolitica tra le grandi Potenze non comprende, tra l’altro, che «caratteristica dell’imperialismo è l’esportazione del capitale» (Lenin). Il generale Fabio Mini, curatore del saggio L’arco dell’impero scritto da Qiao Liang, ex generale maggiore dell’aviazione dell’Esercito cinese, ci offre un’eccellente esemplificazione del concetto di Imperialismo: «Qiao Liang ha ragione nel dire che il dollaro si appropria della ricchezza prodotta dal sudore della gente in cambio di un pezzo di pane. Sostiene che il dollaro non fluttua solo in relazione alla situazione economica o geopolitica, ma segue un modello ciclico che influenza l’economia e la geopolitica. Questa brillante intuizione di Qiao è ora un fenomeno verificato da ricercatori giapponesi e cinesi. […] Ma non dobbiamo farci illusioni, l’appropriazione della ricchezza altrui non è una caratteristica esclusiva del dollaro americano. Le grandi imprese cinesi seguono da vicino o forse hanno già superato le multinazionali statunitensi nell’accaparramento delle risorse e del lavoro altrui. Ma, anche accettando la proposta di Qiao Liang di stabilire un regime globale basato su tre valute di riferimento: dollaro, euro e yuan, il saccheggio economico non sarebbe ridotto o eliminato» (Sinistrainrete).

Detto en passant, il fatto che tutti gli analisti geopolitici e tutti i leader mondiali stiano cercando in modo particolare di capire – o quantomeno intuire – le intenzioni e i “sentimenti” che in queste ore ispirano la politica estera di Berlino, questo semplice fatto dimostra come ancora oggi sia la fatidica Questione Tedesca il cuore pulsante della Questione Europea, con i suoi legami con l’Ovest transatlantico e con l’Est rappresentato dallo spazio russo.

Allontanare la NATO dai confini russi; allontanare i missili russi dai confini ucraini (ed europei): si tratta di due facce della stessa imperialistica medaglia (8). Per questo, e si tratta di un atteggiamento di principio che va al di là del caso specifico, gli anticapitalisti non entrano nemmeno nel merito, per confutarle o per suffragarle, delle opposte rivendicazioni che fanno capo alle Potenze e alle nazioni (grandi o piccole che siano) che si confrontano e si scontrano per affermare le loro ragioni. Anche per la banale considerazione che dal loro peculiare punto di vista ogni Potenza e ogni nazione (grande o piccola che sia) ha ragioni da vendere, come si suole dire, e da opporre con piena legittimità alle altrui ragioni. Gli anticapitalisti respingono per principio il punto di vista delle classi dominanti, degli Stati e delle nazioni, piccole o grandi che esse siano.

Intanto, anche l’imperialismo italiano nel suo piccolo…: «Per quello che riguarda l’Italia, siamo già sul campo, con uomini, navi e aerei in punti cruciali dell’Est Europa. Entro certi limiti, l’impegno militare del nostro paese è persino amplificabile senza passaggi parlamentari. Ecco le forze già sullo scacchiere, e fino a che punto è possibile implementarle immediatamente. La premessa è che con il governo di Mario Draghi le spese militari nel loro complesso stanno raggiungendo cifre da record. Per la Difesa, il sostegno all’industria militare, nuove armi, missioni, spendiamo per il 2022 circa 26 miliardi, oltre il tre per cento in più rispetto all’anno prima. Non una eccezione ma una tendenza: rispetto a prima della pandemia, le spese militari dell’Italia sono in grande aumento: il 20 per cento in più negli ultimi tre anni; se ci si limita all’acquisto di nuove armi, l’aumento negli ultimi tre anni è di quasi il 74 per cento (4,7 miliardi nel 2019e oltre otto ora, cifra inedita). L’osservatorio sulle spese militari italiane, Milex, ha ricostruito che, nell’eventualità che le tensioni sfocino in conflitto aperto, “l’Italia si ritrova in prima linea coi suoi assetti militari, terrestri ma soprattutto aerei e navali, che partecipano a missioni Nato a presidio dei confini orientali dell’alleanza tlantica a un costo complessivo attuale di circa 78 milioni di euro”. Le missioni in questione sono in Romania, nel Mediterraneo orientale e in Lettonia. Sono già previste e già finanziate, finora sono state considerate di routine “ma ora possono diventare altro, anche perché possono essere potenziate e c’è margine per farlo senza ulteriori passaggi parlamentari”, dice Enrico Piovesana di Milex. “Già oggi, con i documenti approvati la scorsa estate, c’è una soglia entro la quale gli assetti militari possono essere ampliati”. Da subito, quindi» (F. De Benedetti, Il Domani) (9).

Come sempre Lucio Caracciolo rimprovera all’Italia uno scarso attivismo geopolitico, tanto più inspiegabile alla luce della posta in gioco nella crisi ucraina: «Il nostro paese è uscito dalla seconda guerra mondiale come parte dell’impero europeo dell’America, codificato nella Nato. Una crisi dell’Alleanza Atlantica investirebbe in profondità non solo la nostra collocazione geopolitica, ma la nostra sicurezza e la nostra economia. L’elezione del presidente della Repubblica è un alibi che non giustifica la nostra latitanza. La nostra interdipendenza energetica con Mosca – abbiamo necessità del suo gas come Putin ha bisogno del nostro mercato – e la ripresa del commercio italo-russo malgrado sanzioni e controsanzioni ancora in vigore ci rendono molto vulnerabili su questo fronte. Se poi, come minaccia Biden, si dovesse arrivare a estromettere la Russia dal sistema degli scambi basato sul dollaro, il contraccolpo globale sarebbe ben percepibile anche a casa nostra» (Limes). L’imperialismo italiano è avvisato!

Contro la politica delle sfere di influenza e delle annessioni! Nemmeno un goccio di sangue va versato per la difesa della patria! Per la solidarietà internazionale del proletariato! Guerra alla guerra! Trasformare la preparazione del conflitto armato in conflitto sociale generalizzato! Contro la preparazione della guerra preparare lo sciopero generale permanente! Si tratta, a ben vedere, del minimo sindacale dell’anticapitalismo che agisce (se agisce) nel XXI secolo.

Leggi: L’IMPERIALISMO VIENE DA OVEST E DA EST; IL CAPITALISMO COSTRUISCE LA GUERRA NEL CUORE DELLA SUA “PACE”

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(1) Ultime notizie dal fronte ucraino: «L’Ucraina ha affermato di avere smantellato un “gruppo criminale” sostenuto dalla Russia che preparava un attacco. […] Una minaccia di invasione dell’Ucraina da parte della Russia al momento “non esiste”. Lo ha detto il ministro della Difesa ucraino, Alexei Reznikov in un’intervista alla televisione Ictv di Kiev, ripresa dall’agenzia Interfax. “Ci sono scenari rischiosi, sono possibili in termini di probabilità in futuro”, ha aggiunto Reznikov, “ma ad oggi una tale minaccia non esiste”. “Fino ad oggi – ha insistito – le forze armate russe non hanno creato unità d’attacco tali da mostrare che siano pronte ad un’offensiva domani”» (Ansa).

(2) Lenin parlava di «Fronte unico livellato delle potenze imperialiste, della borghesia imperialista, dei socialimperialisti» (Risultati della discussione sull’autodecisione, 1916, Opere, XXII, p. 340 XXII, Editori Riuniti, 1966). Questo concetto cerca di esprimere una realtà (l’imperialismo mondiale del XXI secolo) altamente complessa, composita e conflittualeEsso non ha dunque nulla a che vedere con il Super Imperialismo di kautskiana memoria, tutt’altro. Necessariamente conflittuale al suo interno, l’Imperialismo Unitario è radicato in un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che domina l’intero pianeta, e si rapporta con le classi subalterne come un solo Moloch sociale. Per approfondire la conoscenza del mio punto di vista “geopolitico” rinvio a tre scritti: Geopolitica del DominioIl mondo è rotondoSul concetto di imperialismo unitario

(3) R. Luxemburg,  Appendice a La crisi della socialdemocrazia,  in Scritti politici, pp. 548-551, Editori Riuniti, 1967.

(4) Lenin, Risultati della discussione sull’autodecisione, p. 307.

(5) K. Marx, La guerra civile in Francia, pp. 140-141, Newton, 1973.

(6) «Il conflitto è scoppiato nel 2014, quando la Russia ha risposto militarmente al cambio di governo a Kiev. Le proteste contro la decisione dell’allora presidente, il filorusso Viktor Yanukovych, di sospendere la firma di un accordo di associazione con l’UE e rafforzare invece i legami con Mosca – e lo sdegno per una brutale repressione – hanno portato alla caduta del leader» (El Paìs). Il separatismo filorusso nella regione del Donbass ha alimentato un conflitto armato che ha causato circa 14.000 morti dal suo inizio.

(7) «Un funzionario della Difesa degli Stati Uniti ha dichiarato al Financial Times che da almeno sei mesi la Marina della Repubblica Popolare Cinese pattuglia in maniera costante le acque che separano l’arcipelago giapponese Nansei da Taiwan. Inoltre, Taipei ha annunciato che il 23 gennaio Pechino ha inviato 39 caccia nella zona d’identificazione per la difesa aerea taiwanese. È il numero più alto di incursioni a base giornaliera registrato dallo scorso ottobre. […] L’aumento delle incursioni aeree rappresenta la diretta reazione di Pechino alle attività condotte congiuntamente da Washington e Tokyo. La Cina vuole mostrare i muscoli ai rivali, sconfessare la sovranità marittima taiwanese e chiarire al governo di Tsai Ing-wen che l’invasione è possibile. Così da indurlo ad accettare l’unificazione senza l’uso della forza» (G. Cuscito, Limes).

(8) «Gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno ordinato il rientro in patria dei familiari dei membri delle rispettive ambasciate a Kiev e suggerito lo stesso per il personale non strettamente necessario. Il governo britannico, con l’assenso americano, ha inoltre divulgato un piano della Russia di installare un governo fantoccio in Ucraina. Infine, il Pentagono ha presentato al presidente Joe Biden opzioni per l’invio di truppe e armamenti (fino a 5 mila militari, con la possibilità di decuplicarli) nei paesi del fianco orientale della Nato. Non sono preparativi di guerra, bensì tentativi di mettere pressione sulla Russia, di dissuadere un’eventuale volontà di saggiare il terreno. Gli Usa drammatizzano per tre motivi. Primo, corroborare la loro posizione, finora sin troppo debole e prevedibile (escludere di usare la forza è solitamente un favore all’avversario). Secondo, avvisare Mosca di avere capacità d’intelligence superiori, che gli permettono di penetrare i suoi segreti. Terzo, segnalarle che rischia con le sue provocazioni alla frontiera ucraina di avverare lo scenario che vuole evitare, cioè l’ulteriore avvicinamento della Nato ai confini russi. Tutto ciò ovviamente non riduce la possibilità di un conflitto, anzi l’aumenta» (F. Petroni, Limes).

(9) «La Russia considera l’Italia come “uno dei suoi principali partner economici”. Lo ha detto il presidente Vladimir Putin, che oggi incontra online una delegazione di grandi gruppi industriali italiani. Parlando all’incontro con gli imprenditori italiani, Putin ha sottolineato che l’Italia è il terzo Paese europeo per interscambio commerciale con la Russia. Le compagnie energetiche italiane stanno ricevendo gas russo a “prezzi molto più bassi di quelli di mercato” grazie ai contratti a lunga scadenza con Gazprom» (Ansa). «L’Italia figura tra i principali partner commerciali della Russia: nei primi 9 mesi del 2021 l’interscambio tra i due Paesi è aumentato di oltre il 43% rispetto allo stesso periodo del 2020, arrivando a 17 miliardi di euro, e i dati annualizzati ipotizzano un ritorno ai dati pre-crisi. Le importazioni russe dall’Italia sono state pari a 8,7 miliardi di dollari, con un aumento del 26,48% sempre riferito ai primi 9 mesi del 2021. L’Italia è all’8° posto tra tutti i partner commerciali della Russia» (F. Bisozzi, Il Messaggero).

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