E IL PACIFISMO? NON PERVENUTO!

Nel brillante articolo pubblicato ieri su La Stampa, Domenico Quirico segnala un fenomeno che gli appare tanto “bizzarro” quanto inspiegabile: l’inesistenza di un movimento pacifista in Italia e in Europa proprio quando sembra prepararsi ai confini orientali dell’Unione Europea un conflitto armato senza precedenti negli ultimi 77 anni e potenzialmente in grado di annichilire in pochissimo tempo milioni di vite umane, sia per mezzo di armi “convenzionali” («Il machete recentemente ha dimostrato di essere sufficiente per battere tutti i record di genocidio»), sia ad opera di missili nucleari in grado di accendere «i mille soli dell’ultima alba nucleare e [farci] palpare l’Assoluto».

«Ma dove sono finiti i pacifisti, i fustigatori, sacrosanti, delle fandonie di politici e stati maggiori (e non si può dire che nel caso Ucraina siano mancate, anzi), le grida e i furori e le elevazioni giustamente evangeliche di quelli che proclamavano all’infinito che la pace è bene e la guerra è male, così il problema è risolto ancor prima di porlo? Spariti, liquefatti, scomparsi, impalpabili questi ingenui, meravigliosi e indispensabili. Eppure nel congelato scacchiere del Donbass si affrontano e minacciano non i soliti trabiccoli meccanici e tecnologici delle piccole guerre, che pure bastano a ben pianificate apocalissi. Sono in campo, abbaianti, i due maggiori detentori della Bomba e dei missili che la trasportano, i due fuoriclasse dell’arte di annientare, Stati Uniti e Russia».

Proviamo a cercare una risposta alla domanda posta da Quirico: «dove sono finiti i pacifisti?», e per facilitarci il compito semplifichiamo la scena e trattiamo il pacifismo alla stregua di un soggetto politico e sociale unitario.

In primo luogo prendiamo in considerazione i pacifisti che sentono il bisogno di schierarsi da che parte stare nella crisi che si è venuta a determinare: chi ha (più) ragione? chi ha (più) torto? L’esperienza ci dice che il “pacifista medio” non può certo schierarsi con l’imperialismo Amerikano, né può dar credito alle informazioni confezionate (con una certa imperizia, bisogna dirlo) dagli Stati Uniti, da sempre considerati, soprattutto dal pacifismo di matrice sinistrorsa (erede del “pacifismo” filosovietico), la Potenza del Male per definizione. Osserva con apprezzabile ironia Quirico: «Con un po’ di malizia si potrebbe dire che hanno dichiarato forfait nel frattempo gli annunciatori di apocalissi, gli ayatollah della pace che scendevano in strada soprattutto se aggressioni e missili capaci di lanciare megatoni all’ingrosso si potevano metter sul conto del “grande satana americano”, gli altri erano “difensivi” e “rivoluzionari”. Si viveva insomma con una morale di rendita: “Usa go home”». Insomma, pare che contro gli americani il pacifismo venga meglio, per così dire.

Si può forse stare dalla parte dell’Ucraina? Nemmeno! Si tratta infatti di un Paese fortemente attratto dal modo di vivere occidentale e che in più non esclude affatto di entrare nell’Unione Europea e addirittura nella Nato in un prossimo futuro. Senza dimenticare le sue simpatie naziste al tempo dell’Operazione Barbarossa – quando l’ex “caro amico” Hitler decise di tradire la fiducia del camerata Stalin, il cui regime aveva peraltro causato non poche sofferenze al popolo ucraino nell’opera di industrializzazione forzata dell’Unione Sovietica. Rinvio ai post Holodomor! e Holodomor. Il genocidio dimenticato. Com’è noto, la propaganda russa ripresa puntualmente dai suoi tifosi italiani non cessa di denunciare vere o presunte attività “provocatorie” poste in essere da gruppi neonazisti ucraini nel Donbass. Della serie, il passato non passa mai e ti trapassa…  

E sostenere la posizione “terzista” dell’Unione Europea? Nient’affatto, anche perché tale posizione sarebbe, sempre dal punto di vista degli ipotetici pacifisti, tutt’altro che “terzista”, vale a dire autonoma nei confronti degli Stati Uniti. A certi “pacifisti” piacerebbe tanto vedere l’UE passare dall’altra parte della barricata, accomodarsi insomma nel campo imperialista che si oppone agli Stati Uniti, che taluni considerano, secondo i vecchi schemi mutuati dal maoismo, il “nemico principale”.

Ma nemmeno ci si può schierare a cuor leggero, senza provare un qualche imbarazzo, diciamo così, a fianco del regime autocratico di Putin, salvo che non si militi nell’escrementizio partito che raduna quelli che non hanno ancora elaborato il lutto del crollo del Muro di Berlino, dell’evaporazione del Patto di Varsavia e dell’ingloriosa fine dell’Unione Sovietica. Insomma, «quelli che trovano affascinante il sogghigno enigmatico di Putin», il quale non fa mistero di voler rimettere in piedi il vecchio colosso sovietico, la Super Potenza che per un lungo periodo fu in grado di competere con gli Stati Uniti – ma solo sul piano militare, almeno dagli anni Settanta del secolo scorso in poi. Ma per diventare un colosso imperialista dai piedi d’acciaio non basta essere forti sul piano militare: in primo luogo occorre essere forti sul piano economico (industria, commercio, finanza, tecnologia, scienza). E qui spunta la gigantesca sagoma della Cina, potenza capitalistica di primissimo piano che, al contempo, rassicura (nel breve periodo) e inquieta (sul piano strategico) la Russia.

A proposito dell’escrementizio partito evocato sopra, ecco quanto segue: «La NATO è sopravvissuta al nemico comunista e al momento tiene insieme due schieramenti diversi: anticinese e russofobo. La tattica imperiale americana è quella di spingere i due schieramenti in prima linea, manovrando entrambi» (Sinistrainrete). L’autore qui citato appoggia ovviamente le legittime ragioni della Russia e della Cina, mentre condanna come torti le ragioni, altrettanto legittime, degli Stati Uniti. Si tratta beninteso di una legittimità che si dispiega interamente sul terreno del “diritto imperialistico”. Sul concetto di ragioni e torti nel contesto della competizione interimperialistica rimando al mio precedente post.  In primo luogo osservo che parlare di «nemico comunista» ha senso solo per chi accredita come “comunista” l’imperialismo russo ai tempi del regime stalinista; in secondo luogo, tirare in ballo la russofobia dei Paesi che hanno subito l’oppressione nazionale da parte dell’Unione Sovietica (e prim’ancora da parte dell’Impero zarista), significa fare della bassa propaganda a favore di Mosca.

C’è modo e modo di essere contro la NATO. Un modo è battersi contro il polo imperialista centrato sugli Stati Uniti dal punto di vista anticapitalista, antimperialista e internazionalista (tre diversi modi di declinare lo stesso concetto); un altro modo, affatto – diciamo pure abissalmente – diverso è battersi contro quel polo sul terreno dello scontro interimperialistico, prendendo cioè le parti per il polo imperialista concorrente, sostenendone gli interessi e amplificandone la propaganda. La mia avversione alla NATO e, soprattutto, all’imperialismo italiano non mi fa perdere di vista la realtà dell’imperialismo unitario. Questo semplicemente per dire che avversare Washington e la NATO non fa automaticamente del “pacifista” un amico dell’umanità e del pensiero critico.

Faccio notare che in passato il movimento pacifista era in grado di mobilitare milioni di persone in tutto il Paese tutte le volte che i partiti di sinistra e il loro sindacato di riferimento decidevano di usare quel movimento contro il governo e i partiti che lo sostenevano, e questo la dice lunga sulla “spontaneità” e sull’orientamento politico-ideologico di un certo pacifismo. Personalmente ricordo benissimo le manifestazioni oceaniche degli anni Ottanta, il cui tasso di antagonismo sociale era inversamente proporzionale al numero dei manifestanti che gridavano slogan contro l’imperialismo americano: «Yankee go home!» Oppure: «Fuori l’Italia dalla NATO, fuori la NATO dall’Italia». Da quando i “progressisti” sono entrati nell’orbita governativa e filoamericana, a partire dagli anni Novanta, il movimento pacifista si è progressivamente asciugato. C’è oggi in Italia un “partito di massa” in grado di portare in strada milioni di persone amanti della “pace”?

Mentre scrivo «Il presidente russo Vladimir Putin ha denunciato un “deterioramento” della situazione nel Donbass, la regione dell’est dell’Ucraina principale oggetto delle tensioni. Lo riferisce l’agenzia Interfax. Intanto i leader dei separatisti di Donetsk hanno ordinato l’evacuazione dei civili verso la Russia, parlando di 30 bombardamenti avvenuti in giornata da parte dell’esercito di Kiev. Un’auto di uno dei capi della milizia di Donetsk sarebbe esplosa a pochi passi dal palazzo del governo del Donbass. Secondo gli Usa, Mosca ha concentrato fino a 190mila militari “dentro e vicino” l’Ucraina» (Il Sole 24 Ore). Ovviamente Mosca accusa Washington di voler fare precipitare la situazione in modo da imporre durissime sanzioni alla Russia, comunque vadano le trattative, mentre Washington rigira la frittata e accusa Putin di “cinismo”: «È cinico e crudele usare gli esseri umani come pedine per distrarre il mondo dal fatto che la Russia sta preparando le sue truppe per un attacco», ha dichiarato un portavoce del Dipartimento di Stato americano a Monaco, dove si sta tenendo una “Conferenza sulla sicurezza”. Conferenza di Monaco: non suona un po’ inquietante? A proposito: e il “pacifismo”? Non ancora pervenuto.

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