ALCUNE RIFLESSIONI SULLA GUERRA IN CORSO IN EUROPA

Il Presidente degli Stati Uniti ha dichiarato ieri che l’Occidente ha dinanzi a sé due sole opzioni: o la Terza guerra mondiale o le sanzioni contro la Russia. Dal suo punto di vista, che poi è il punto di vista di tutti gli attori in campo, il leader di quella che rimane la prima potenza capitalista/imperialista del mondo (incalzata sempre più da vicino dalla Cina) ha perfettamente ragione, ma solo se con «Terza guerra mondiale» si vuole intendere il coinvolgimento militare diretto della NATO nel conflitto ucraino (1). In realtà siamo nel bel mezzo di un conflitto europeo che potrebbe allargarsi al resto del mondo – soprattutto se il Celeste Imperialismo decidesse di affrettare i tempi dell’annessione di Taiwan (2). Come ricorda Anna Zafesova, Mosca ha dichiarato vietate l’uso in Russia delle parole “guerra” e “invasione” e parla di Operazione Militare Speciale e – ovviamente – di Operazione di Pace. Per comprendere questa decisione è anche utile rileggere il grande Orwell. Beninteso, la cosa non riguarda solo la Federazione Russa ma anche la concorrenza occidentale, molto avvezza alle cosiddette “guerre umanitarie”.

Intanto l’autocrate di Mosca incassa la solidarietà, non so quanto per lui imbarazzante, del Carissimo Leader della Corea del Nord Kim Jong-un, secondo il quale «I giorni in cui gli Stati Uniti regnavano sono finiti». E per sottolineare il concetto il simpatico dittatore ha fatto testare questa mattina un missile balistico lanciato verso il mar del Giappone, l’ottava “dimostrazione di forza” da inizio 2022. «Il ministro degli Esteri nipponico Yoshimasa Hayashi ha osservato che l’impatto dell’invasione russa “non sarà limitato all’Europa e potrebbe interessare anche l’’Asia orientale”, spiegando che il governo deve ancora analizzare se esista una connessione tra l’ultimo lancio di missili della Corea del Nord e la crisi in Ucraina» (ANSA).

Le sanzioni economiche non rappresentano affatto un’alternativa al conflitto armato, ma sono parte di una guerra sistemica che si dispiega usando tutti gli strumenti idonei a cagionare al nemico le maggiori perdite (non solo e non necessariamente in termini di vite umane) nel modo più efficace, rapido e indolore per chi li usa. Più che di una guerra “ibrida”, si tratta di una guerra combinata, articolata, globale, in una sola parola: sistemica; una guerra fatta appunto di attacchi militari, attacchi economici, incursioni tecnologiche e propagandistiche, e così via. In questo scenario il conflitto militare totale (la Terza guerra mondiale propriamente detta) non solo non è escluso, ma è uno dei possibili esiti della guerra sistemica, sulla cui natura squisitamente capitalistica non è qui il caso di ritornare – rimando ai miei precedenti post.

In realtà le opzioni in campo non sono solo due, ma tre, e ovviamente tocca all’anticapitalista evocarla: la guerra di classe (la sola guerra giusta che riseco a concepire), il conflitto sociale, la rivoluzione sociale. Oggi questa opzione non appare nemmeno all’orizzonte, ma è una possibilità che vive al cuore stesso della società che prepara disastri e sofferenze d’ogni tipo: ogni allusione alla Pandemia è voluta. Abbiamo visto come le manifestazioni di ostilità alla guerra (3) che si sono tenute in Russia abbiano messo in serio imbarazzo il regime putiniano, che evidentemente teme la piazza e che anche per questo farà di tutto per chiudere i conti con Kiev nel modo più rapido possibile – con il rischio di aprire nuove e più profonde crepe sul fronte interno. Sotto questo peculiare aspetto, il “fattore umano” continua ad avere un peso nella politica degli Stati.

La guerra intanto continua sempre più sanguinosa tra ultimatum russi, richieste/offerte di “negoziati diplomatici seri” da ambo le parti ed esibizioni muscolari di “stampo atomico” anche nei confronti della NATO: «Putin ordina l’allerta del sistema difensivo nucleare russo» (ANSA). Bisogna ridere o piangere?

L’aggressione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo non ha niente a che fare con il principio di autodeterminazione dei popoli di cui blaterano i suoi ultrareazionari quanto escrementizi sostenitori italiani (fascisti o stalinisti che siano: facce della stessa medaglia). Putin usa la questione nazionale (o etnica) esattamente come la usò a suo tempo Hitler per rivendicare la costruzione di un legittimo spazio germanico fondato sulla razza, sul sangue, sulla cultura, sulla tradizione tedesca. Detto questo, dell’integrità nazionale dell’Ucraina (come di quella di ogni altra nazione, a cominciare da quella che mi riguarda direttamente) non m’importa nulla: sono per l’unità fraterna degli esseri umani, a cominciare oggi da quelli che per vivere sono costretti a vendere una capacità lavorativa di qualche tipo.

Detto per inciso e a scanso di equivoci, parlare di guerra di aggressione da parte della Russia ai danni dell’Ucraina non significa per chi scrive sostenere le ragioni di quest’ultima, ma semplicemente registrare un dato di fatto, e farlo dal punto di vista anticapitalista e internazionalista. Infatti, io sostengo politicamente e umanamente solo la lotta (auspicata e oggi drammaticamente assente) delle classi subalterne della Russia e dell’Ucraina contro questa guerra imperialista, la quale non vale un solo goccio di sangue umano, una sola lacrima di bambino, la più piccola sofferenza e qualsivoglia disagio da parte di uomini e donne. E questo, mutatis mutandis, vale anche per i sacrifici a cui siamo chiamati noi proletari italiani. Posto il Sistema Imperialista Mondiale, non ha alcun senso, se non quello puramente ideologico e propagandistico, discriminare politicamente tra l’aggressore e l’aggredito, tra chi ha sferrato il primo colpo (magari solo per “difendersi” dal nemico cattivo, per prevenirne le pessime intenzioni) e chi lo ha subito, e così via. Ma anche su questo punto rimando ai miei precedenti post dedicati alla questione.

Dice Mario Draghi: «Gli eventi in Ucraina ci portano a ribadire che le prevaricazioni e i soprusi non devono essere tollerati». È esattamente quello che ho sempre detto io ai miei “colleghi” proletari! Con quali risultati? Sorvoliamo…

L’apparizione della bandiera della Russia zarista accanto a Vladimir Putin nell’ormai celebre discorso del 21 febbraio, ha molto suggestionato non solo l’opinione pubblica occidentale politicamente sensibile, ma anche diversi analisti geopolitici e storici, i quali hanno subito parlato di una folle corsa verso il passato del Presidente russo. Putin intenderebbe riportare la Russia non solo ai tempi dell’imperialismo sovietico, come peraltro auspicano i nipotini di Stalin che infatti sostengono la guerra di aggressione russa contro l’Ucraina («Il tessuto economico e sociale dell’Ucraina non esiste più», ha dichiarato Mario Draghi qualche giorno fa), ma ancora più indietro, addirittura ai tempi dell’impero zarista. Putin sarebbe insomma in pieno delirio passatista. Ma stanno davvero così le cose? Io non credo, e questa mia convinzione prescinde in parte anche da ciò che ha in testa lo stesso Putin, delle cui intenzioni e intime convinzioni ideologiche e religiose (nonché delle ipotizzate ossessioni e magagne cognitive, diciamo così) naturalmente nulla so (4). Se è vero, come sostengono molti “putinologi”, che Putin identifica il destino della Russia con quello suo personale, è di tutta evidenza che egli ha ben chiaro di giocarsi in questa partita non solo la leadership politica del regime consolidatosi negli ultimi venti anni, ma la sua stessa “nuda vita”.

A mio avviso non si tratta affatto di un “ritorno indietro”, anche perché questo sarebbe oggettivamente (altri avrebbero detto “materialisticamente”) impossibile, quanto di un complesso e contraddittorio intreccio di costanti storiche (che derivano alla Russia dalla sua stessa collocazione geopolitica e da un lungo retaggio storico-sociale), interessi politici (del regime putiniano, in primis), interessi economici (che spesso si intrecciano con quelli politici) e dinamiche interimperialistiche. In effetti, non si tratta del passato, ma piuttosto del presente e del futuro, il quale come sempre e per qualsiasi Paese ha le sue fondamenta nel passato e nel presente. La stessa presenza della Cina al vertice della piramide capitalistica mondiale renderebbe impossibile, anche solo concettualmente, la restaurazione dei vecchi equilibri geopolitici, sia che si pensi all’Ottocento, sia che si pensi al Novecento.

Molti esperti della politica estera russa parlano, riferendosi alla geopolitica promossa da Putin, di «distruzione costruttiva», ossia di una strategia orientata a smantellare l’assetto imperialistico determinatosi con il crollo dell’Unione Sovietica e la creazione di un nuovo ordine mondiale certamente multipolare ma sempre più sbilanciato verso l’Est europeo e l’Asia. Ovviamente non si tratta più dell’Asia oscurantista e incapace di progresso storico tanto deprecata da Karl Marx, ma della regione capitalisticamente più forte e dinamica del pianeta.

Per la Russia la Cina rappresenta, al contempo, un punto di (relativa) forza, nel breve periodo, e un punto di estrema debolezza nel medio e lungo periodo. Se oggi Mosca può appoggiarsi al colosso cinese in funzione antioccidentale, già domani la Russia rischierà di diventare il vassallo povero del Celeste Imperialismo, il quale non aspetta altro che di poterla usare come semplice serbatoio di preziosissime  materie prime, inchiodando il capitalismo russo ai suoi storici limiti strutturali – quelli che hanno determinato il fallimento dell’Unione Sovietica. Personaggi che sostengono il regime di Putin, come Sergey Karaganov, presidente onorario del Consiglio russo per la politica estera e di difesa, pensano che «le capacità militari della Russia, il ritorno del senso di rettitudine morale, le lezioni apprese dagli errori del passato e una stretta alleanza con la Cina» possano fare entrare il Paese in una nuova e assai promettente era della sua politica estera, mentre altri intellettuali e politici russi, che oggi preferiscono mantenere un bassissimo profilo per ragioni intuibili, non sono affatto d’accordo con questa tesi e anzi la ritengono foriera di future sciagure per la Russia e per ilo mondo.

Ieri come oggi la Russia coltiva ambizioni di Potenza a dir poco esagerate, ossia irrealistiche sulla base del suo attuale peso specifico capitalistico (il Pil russo, soprattutto quello procapite, è più piccolo di quello italiano) (5), e il suo iper attivismo militare e commerciale in diversi quadranti del mondo (Europa, Asia Minore, Africa) va considerato come un sintomo di questa debolezza e, allo stesso tempo, come un tentativo di innescare dinamiche virtuose in grado di superarla. Questo tentativo include anche operazioni belliche più o meno “ufficiali” (vedi la famigerata Compagnia Wagner).  

Ciò che davvero teme la Russia di Putin non è l’accerchiamento da parte della Nato (non è ritardando di qualche minuto l’arrivo dei missili a testata atomica che Mosca può risolvere i suoi problemi di sicurezza), ma l’ingresso dell’Ucraina nell’area dell’euro, con ciò che comporta in termini di equilibri (politici, economici, sociali) interni alla nazione russa. Nel 1961 il Muro di Berlino fu pensato e costruito per non far scappare i tedeschi intrappolati nel sistema “sovietico” in direzione del capitalismo concorrente, evidentemente ritenuto da molti tedeschi orientali meno schifoso, non certo per difendere il “socialismo” dall’Occidente.

Da parte sua il “fronte occidentale” egemonizzato dagli Stati Uniti reagisce non per difendere la libertà del popolo ucraino, la sua democrazia e indipendenza nazionale, ma perché teme la destabilizzazione del quadro geopolitico ricercato dalla Russia; teme che possa saldarsi definitivamente l’alleanza sino-russa, con ciò che ne seguirebbe nella cosiddetta bilancia del potere mondiale.  Quando il Cancelliere tedesco Olaf Scholz dichiara, per giustificare il sostegno militare ed economico all’Ucraina e i sacrifici che ne derivano già oggi alla popolazione europea, che «siamo dalla parte giusta della storia», egli per un verso conferma la natura sistemica del conflitto che si svolge in Europa, e per altro verso dichiara che la «parte giusta della storia» rimane per i Paesi dell’Unione Europea quella creata a suo tempo con la forza delle armi (e poi cementata con la forza del dollaro) dagli Stati Uniti. Il carattere politico-ideologico delle opposte “narrative” ci dice della magnitudine del conflitto. In ogni caso, l’unità di intenti oggi esibita dal “blocco occidentale”, che si ripropone al mondo come il polo della libertà e della democrazia in guerra contro il polo del totalitarismo e della violenza, è tutta da verificare. Certamente la guerra in corso in Europa non passerà senza produrre importanti conseguenze nelle tendenze in atto da molto tempo nel seno dell’Unione Europea e nei suoi rapporti con gli Stati Uniti; essa potrà accelerarle, o frenarle oppure addirittura ribaltarle. Vedremo.   

(1) «Il governo italiano, come annunciato venerdì 25 febbraio dal presidente del Consiglio Mario Draghi in una informativa al Parlamento, di fronte alla guerra lanciata dalla Russia contro l’Ucraina ha approvato un decreto che prevede uno stato di preallerta dei militari italiani per essere a disposizione della Nato.

L’Italia ha attualmente circa 240 uomini schierati in Lettonia, insieme a forze navali, e a velivoli in Romania.
Il governo italiano mette a disposizione altri 1.400 uomini e donne dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica, e con ulteriori 2.000 militari disponibili. I loro compiti rappresentano la prosecuzione della partecipazione di personale militare al potenziamento dei seguenti dispositivi della NATO: a) dispositivo per la sorveglianza dello spazio aereo dell’Alleanza; b) dispositivo per la sorveglianza navale nell’area sud dell’Alleanza;  c) presenza in Lettonia (Enhanced Forward Presence); d) Air Policing per la sorveglianza dello spazio aereo dell’Alleanza» (Corriere della Sera).

«In molti sul sito Flightradar24 si sono imbattuti sull’immagine che riprende sui cieli dell’ucraina un solo aereo. E si tratta di un aereo senza pilota americano, i famosi Global Hawk, i droni militari da ricognizione.  È partito da Sigonella, vicino Catania e ha raggiunto lo scenario di guerra. Dalle immagini si vede che il velivolo ha acceso il suo “risponditore radar” – e quindi è stato intercettato anche dal sito Flightradar24 e da tutti i radar civili – una volta giunto sul mare di fronte a Catania. Qui è salito in quota (a 17mila metri). Poi si è diretto verso l’Ucraina: una volta sul territorio ucraino ha fatto una missione di sorveglianza. Sigonella è una base operativa a tutti gli effetti, ha un ruolo strategico. Non credo sia cambiata la situazione. Ha un ruolo centrale, L’aeroporto è gestito dall’aeronautica militare italiana e ospita anche la Naval air station (Nas) Sigonella dell’aviazione della marina degli Stati Uniti ed è utilizzato anche per operazioni della Nato. Da giorni da Sigonella decollano droni Global Hawk anche per la sorveglianza dell’aria interessata dall’attuale crisi internazionale» (La Sicilia). Qui riaffermo la mia radicale ostilità nei confronti dell’imperialismo italiano e dell’Alleanza imperialista di cui esso è parte. La mia ostilità alla NATO non ha nulla a che fare né con il pacifismo di chi non comprende che è la “pace” capitalistica che prepara i conflitti armati, che il capitalismo è guerra (tra le classi, tra gli individui, tra le aziende, tra le nazioni, tra i blocchi imperialistici); né con chi combatte la NATO nel nome di un sovranismo nazionale che personalmente trovo odioso, ancorché ridicolo, sia quando è declinato da “destra”, sia quando viene declinato da “sinistra”.

(2) «Non credo. Xi Jinping non ha fretta come Putin: il tempo gioca a suo favore, lui è più attento alla reputazione della Cina, non vuole rompere con l’Occidente. L’altra sera noi docenti di Yale ci siamo incontrati su Zoom coi colleghi di una grande università cinese, alla presenza anche di due membri del Politburo, per celebrare i 50 anni della visita di Richard Nixon a Pechino che aprì alla Cina le porte del mondo. I cinesi, compresi i membri del Politburo, sono stati fermi nel condannare quello russo come l’attacco ingiustificato a un Paese sovrano. Poi, certo, hanno anche sottolineato che quello di Taiwan è un caso diverso perché giuridicamente l’isola fa parte della Cina, non è un’altra nazione. Ma senza toni minacciosi. Non credo che la Cina voglia rendere ancora più esplosiva questa crisi» (Paul Kennedy, Il Corriere della Sera). Staremo a vedere. Nel frattempo Pechino non smette di ricordarci che per la Cina la questione taiwanese è sempre all’ordine del giorno: «Grazie agli sforzi congiunti dei connazionali su entrambe le sponde dello Stretto di Taiwan, la riunificazione nazionale della Cina deve essere e sarà sicuramente realizzata, ha osservato mercoledì un portavoce della Cina continentale. Ma Xiaoguang, portavoce dell’Ufficio per gli affari di Taiwan del Consiglio di Stato, ha espresso tali osservazioni in una conferenza stampa, in risposta a una domanda dei media sulla promozione della riunificazione nazionale espressa di recente dagli studiosi. […] La legge anti-secessione ha efficacemente scoraggiato le forze separatiste che mirano all’indipendenza di Taiwan e ha contribuito a garantire pace e stabilità tra le due sponde dello Stretto, ha affermato Ma; la terraferma lavorerà con la massima sincerità ed eserciterà i massimi sforzi per ottenere la riunificazione pacifica. “Tuttavia, se le forze separatiste continuano a provocarci, forzarci la mano o addirittura oltrepassare il limite, dovremo prendere misure risolute”, ha aggiunto Ma» (Quotidiano del Popolo). 

(3) Proteste si sono svolte il 24 febbraio 2022, giorno dell’invasione dell’Ucraina, in 54 città della Russa per chiedere la pace. I giovani protestano a Mosca e San Pietroburgo, e molti vengono arrestati dalla polizia in assetto antisommossa. Si contano anche numerosi «picchetti solitari», di singoli attivisti che vanno in piazza con cartelli pacifisti. Vengono rapidamente arrestati. Inutile aggiungere che in Russia oggi – ma anche ieri, per la verità – manifestare il proprio dissenso è un’attività estremamente rischiosa, e chi finisce in galera deve vedersela con un sistema carcerario che fa spavento: «I detenuti vengono tenuti fermi mentre vengono stuprati, le urla spaccano i timpani, i tentativi di resistenza sono futili. Si vede l’immagine di un detenuto tenuto fermo sulla branda, completamente nudo. Un agente penitenziario lo stupra con una lunga sbarra rossa. Si tratta di uno dei filmati pubblicati su Gulagu.net, un progetto contro la corruzione e la tortura in Russia che riunisce oltre 19mila difensori e volontari. Video inediti girati di nascosto all’interno delle carceri russe che per la crudeltà di immagini, bisogna avere uno stomaco forte vederli fino alla fine. Avviso ai lettori: le immagini delle violenze subite dai detenuti sono davvero molto forti e disturbanti» (Il Dubbio).

(4) Scrive Franco Cardini: «La bandiera dietro Putin, durante il discorso, era quella della Russia zarista. In più, vale a Mosca una interpretazione quasi sacrale del potere del capo, che incarna lo Stato e la nazione. Noi occidentali ci siamo abituati a un super potere invisibile in cui la politica è prassi delle élite. La Russia ha attraversato una lunga fase di rapporto profondo, bizantino, sacrale tra il potere regale e quello sacerdotale, noi una altrettanto lunga secolarizzazione del potere. La stessa Unione Sovietica non si era allontanata dai vecchi schemi, se si guardano i solenni funerali del Maresciallo Stalin. Il Potere russo, quello di Putin e degli Zar, travalica la sfera materiale, è meta-storico e meta-naturale. È di fronte a questa immagine di un Potere antico e assoluto, nel quale Putin invita a riconoscersi tutti i russi (compresi quelli dell’Ucraina), che la platea occidentale si è trovata spiazzata e forse priva degli strumenti per comprendere» (Il Messaggero). Ed è anche in questa presunta sfera metafisica e «meta-storica» che occorre cercare i motivi del fascino che il virile Vladimir ha esercitato su non pochi occidentali alla ricerca dell’identità perduta.

(5) «Putin ci sembra forte perché ha speso il 70 per cento del bilancio del suo Paese per costruire nuovi missili, navi e aerei. Ma l’economia russa ha basi molto fragili. Oggi questo non appare con evidenza perché Mosca vive sui suoi sterminati giacimenti di petrolio e gas, oltre che sulle riserve di grano. È difficile, quindi, varare sanzioni di efficacia immediata. Quelle decise, comunque, morderanno nei prossimi mesi. Per ora l’attacco all’Ucraina continua, ma in esso Putin sta probabilmente gettando l’80 per cento delle sue forze militari effettive. Non so per quanto sia sostenibile e le sanzioni, col tempo, cominceranno a mordere. Invadendo un Paese sovrano, lui, in realtà, sta dando nuovo vigore alla Nato e alla Ue: le fa ringiovanire» (Paul Kennedy, Il Corriere della Sera).

Post Scriptum

«Quando annuncia i 450 milioni di euro in armi che l’Unione europea sta inviando all’’Ucraina Joseph Borrel, l’Alto rappresentante dell’Unione europea, si commuove. Pare non crederci nemmeno lui. Nel giro di una settimana l’Europa è diventata potenza geopolitica. Si sta armando e sta armando. All’unanimità sta imponendo imponenti sanzioni che sarebbero apparse assurde solo lunedì scorso. “L’Europa si fa nelle crisi”, Borrel pare dire a se stesso domenica sera quando parla alla stampa: “Questa è una grande crisi”» (L’Espresso). Nel mio infinitamente piccolo, mi permetto di commuovermi anch’io.

Leggi: L’UCRAINA DI LENINTANTO TUONÒ…FATTI COMPIUTI E “TRATTATIVE DI PACE”AGGRESSORI E AGGREDITI…E IL PACIFISMO? NON PERVENUTO!DEI TORTI E DELLE RAGIONI. MA DI CHI?TRASFORMARE LA PREPARAZIONE DEL CONFLITTO ARMATO IN CONFLITTO SOCIALE GENERALIZZATO!L’IMPERIALISMO VIENE DA OVEST E DA ESTIL CAPITALISMO COSTRUISCE LA GUERRA NEL CUORE DELLA SUA “PACE”PENSARE LA RIVOLUZIONE OLTRE LE IDEOLOGIE NOVECENTESCHELA SINDROME DI MONACOESSERE VLADIMIR PUTINL’IMPERIALISMO ENERGETICO DELLA RUSSIA

8 pensieri su “ALCUNE RIFLESSIONI SULLA GUERRA IN CORSO IN EUROPA

  1. È ufficiale: trattasi di guerra… Ovvero un’emergenza scaccia l’altra.

    «Il Consiglio dei Ministri ha approvato all’unanimità un decreto legge che introduce ulteriori misure urgenti in relazione agli sviluppi della crisi in Ucraina. L’invio “in deroga di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari” al governo ucraino potrà avvenire “fino al 31 dicembre”. … Per questo motivo ha deliberato la dichiarazione dello stato di emergenza, fino al 31 dicembre 2022, rivolto ad assicurare soccorso e assistenza alla popolazione ucraina sul territorio nazionale in conseguenza della grave crisi internazionale in atto”. E’ quanto approvato dal Cdm all’unanimità, secondo quanto riferisce una nota di Palazzo Chigi. Il nuovo decreto “si occupa del livello di rischio imprevisto” rispetto al funzionamento del sistema nazionale gas. Palazzo Chigi spiega che “si autorizza, anche a scopo preventivo, di anticipare l’adozione di misure per l’aumento dell’offerta e/o riduzione della domanda di gas previste in casi di emergenza, una eventualità che al momento non corrisponde a quella in cui si trova il nostro Paese”. In più “si rende immediatamente attuabile” il razionamento del gas utilizzato “dalle centrali elettriche” e “nel settore termoelettrico”» (ANSA).

  2. REAZIONARI A CONFRONTO

    Federico Fubini (Corriere della Sera):

    «Noi occidentali stiamo perdendo la potenza delle armi perché non sopportiamo più di subire perdite in una guerra convenzionale. All’epoca dei nostri nonni un caduto era motivo d’orgoglio in famiglia, oggi è considerato inaccettabile. Lo è persino più che perdere la vita praticando uno sport insensato, guidando nel traffico o semplicemente perché qualcuno era no vax. Ma se stiamo perdendo la forza militare, adesso dobbiamo difenderci con tutto quello che abbiamo».

    Maurizio Belpietro (La Verità):

    «Sul Corriere della Sera, Federico Fubini ha scritto, con evidente rimpianto, che all’epoca dei nostri nonni ogni caduto era motivo di orgoglio in famiglia. Non so quali famiglie egli abbia frequentato e quali nonni abbia conosciuto, però posso assicurare per conoscenza diretta che ogni caduto in guerra non è mai stato motivo di orgoglio, ma solo di lacrime, ricompensate quasi sempre dallo Stato con una magra pensione. Si fa presto infatti a fare l’eroe con la vita degli altri e ancor prima ci si può trasformare in un artigliere da salotto (copyright Dagospia), impugnando la stilografica invece del fucile. […] La mia opinione è la seguente: se questa guerra folle non si ferma, se non si riesce a disinnescare il conflitto riuscendo a ottenere una tregua, il numero dei morti sarà spaventoso e, purtroppo, anche noi europei vi avremo contribuito. Anzi, anche noi italiani».

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