LA “MISTICA DELLA RESISTENZA”

Sul Corriere della Sera di oggi, Ernesto Galli della Loggia pone l’impegnativa domanda che segue: «Che cosa sarebbe successo se invece di rispondere con le armi all’invasione russa gli ucraini non avessero mosso un dito e avessero lasciato che l’esercito di Putin occupasse tranquillamente Kiev determinando ovviamente la caduta, e magari anche la cattura, di Zelensky? È questa la domanda che bisogna porre a coloro che continuano a esprimere dubbi sull’opportunità e sul senso della resistenza del popolo di quel Paese agli invasori. Che bisogna porre a coloro che con sussiegoso disprezzo hanno parlato addirittura di “mistica della resistenza” di cui sarebbero affetti quegli sciocchi di ucraini». Pur non sentendomi in nessun modo chiamato in causa dal Professore militarizzato, perché non faccio parte dei “pacifisti terzisti” (quelli del Né/Né, tanto per intenderci) a cui egli si rivolge, intendo tuttavia rispondere alla sua domanda: se invece di rispondere con le armi all’invasione russa gli ucraini non avessero mosso un dito e avessero lasciato che l’esercito di Putin occupasse tranquillamente Kiev ci sarebbero stati migliaia di morti e di feriti, ucraini e russi, in meno; assai meno profughi e sfollati (oggi si parla di più di 3 milioni di profughi e oltre 6 milioni di sfollati interni, ai quali bisogna aggiungere circa 10 milioni di persone sequestrate nelle città d’Ucraina), meno sofferenze, un futuro meno duro per le classi subalterne ucraine.

Ma, obietta il Nostro, così avremmo assistito certamente alla «vittoria totale di Putin nel giro di 48 ore e quindi la sorte dell’Ucraina alla sua mercé»: non c’è dubbio! La mia risposta può sorprendere solo (ma stiamo parlando della stragrande maggioranza delle persone in ogni parte del mondo) chi assume come criterio di valutazione il punto di vista delle classi dominanti, degli Stati, delle Nazioni, delle Potenze. Io invece ragione su questa guerra mondiale dal punto di vista anticapitalista, antimperialista, internazionalista, e quindi non sostengo nessuna ragione che faccia capo agli attori in campo: sono contro l’imperialismo russo, contro il nazionalismo ucraino e contro l’imperialismo occidentale. Altro che Né/Né: piuttosto Contro/Contro!

Per come la vedo io, ucraini e russi sono entrambi vittime del sistema capitalistico mondiale che comprende ovviamente, sebbene a diverso titolo geopolitico, anche l’Ucraina e la Russia. Il cosiddetto diritto di autodeterminazione dei popoli deve fare i conti con una realtà che nega alle piccole e alle medie nazioni un’autentica sovranità politica, economica, militare, e questo già nell’epoca in cui, oltre un secolo fa, apparvero in Europa i primi saggi dedicati all’Imperialismo.

Ovviamente sono anche contro il Celeste Imperialismo cinese, il quale in queste ore sta dando a tutto il mondo una magistrale lezione di ambiguità politica che la dice lunga sul numero straordinario alto di carte che Pechino può giocare in questa sanguinosissima partita. «Il 16 marzo, il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Zhao Lijian ha tenuto una conferenza stampa ordinaria durante la quale un giornalista ha chiesto di conoscere la posizione della Cina sulle recenti esternazioni del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, secondo cui l’Ucraina ha capito che non può aderire alla NATO. A questo proposito, Zhao Lijian ha affermato che la Cina incoraggia tutte le parti interessate a condurre un dialogo equo, a superare le contraddizioni e i problemi accumulati negli anni e a prestare attenzione alle conseguenze negative sulla sicurezza della Russia a causa della continua espansione della NATO verso est, cercando di costituire un meccanismo di sicurezza europeo equilibrato, efficace e sostenibile» (Quotidiano del Popolo Online). Tradotto: la Cina sostiene la politica delle sfere di influenza (con un occhio rivolto a Taiwan) e vuole preservare quelle condizioni di ordine e stabilità mondiali che negli ultimi quattro decenni hanno permesso al capitalismo cinese di raggiungere la cima del Potere mondiale, a un passo dal primato esclusivo. «A Pechino sicuramente stanno facendo i conti: l’interscambio commerciale con la Russia vale 147 miliardi di dollari; quello con gli Stati Uniti è intorno ai 750 miliardi; con l’Unione europea è arrivato oltre gli 820. La Cina non può permettersi di farsi isolare, neanche per tener fede all’alleanza “senza limiti” promessa da Xi a Putin quando probabilmente il leader di Pechino non pensava che l’operazione in Ucraina sarebbe diventata una guerra (che dal punto di vista economico è già quasi mondiale) e non un’incursione limitata» (Corriere della Sera). Non c’è dubbio; ma il regime cinese deve tener conto di molti fattori che non hanno un legame così diretto e stringente con i suoi immediati interessi economici.

La NATO fa paura alla Russia non tanto in chiave difensiva, di “sicurezza”, ma perché la sua presenza non le permette di praticare la politica dell’invasione dei “Paesi fratelli” tutte le volte che i suoi interessi lo richiedono: vi ricordate i “bei tempi” (per gli stalinisti di tutto il mondo, beninteso) dell’Unione Sovietica? Come ho scritto altrove, il regime di Putin, che esprime gli interessi della Potenza Russa come si esprimono oggi sul piano “sovrastrutturale”, teme sopra ogni altra cosa la forza attrattiva della società occidentale, dell’Unione Europea, in primis; in questa paura si mostra tutta la debolezza strutturale dell’imperialismo russo, gigante politico-militare (afflitto da qualche insospettabile magagna) ma nano economico. Questa debolezza che si trascina ormai da quasi un secolo, viene mistificata e narrata dal regime russo (da Stalin a Putin) come un complotto occidentale teso ad accerchiare la Madre Russia e soffocarne la cultura, lo spirito Slavo, ciò che insomma caratterizza da sempre quel Paese. In realtà oggi la Russia porta fuori, erutta in maniera violenta una crisi sistemica che ha appunto le sue fondamenta nella sua struttura sociale, la quale non sembra aver tratto benefici dal passaggio dal capitalismo di Stato con caratteristiche sovietiche, al capitalismo politico/clientelare/gangsteristico (insomma “oligarchico”) realizzato dalla sfascio degli anni Novanta del secolo scorso. Ma su questi temi rinvio ai miei precedenti post raccolti in un PDF.

«L’Occidente con le sanzioni vuole dividere la società russa e distruggerci. Ma il popolo russo sarà sempre in grado di distinguere i veri patrioti dai traditori e saprà sputare via questi ultimi come moscerini finiti accidentalmente nella bocca»: in questa volgare retorica, che affascina molto i tifosi occidentali del Virile Vladimir, si esprime tutta la violenza e tutta la debolezza di un sistema che cerca di reagire come sa e come può (cioè rovesciando il tavolo) a una situazione di grave sofferenza.

I sostenitori della “resistenza del popolo ucraino” valutano positivamente questa resistenza non perché essa consenta una vittoria militare, cosa impossibile considerate le forze in campo, ma perché rende possibile una vittoria politica da far valere quando si tratterà di stipulare un “accordo di pace”: «Anche la Resistenza italiana nella Seconda guerra mondiale ha avuto questo significato». Verissimo! Infatti, grazie alla Resistenza l’Italia, sconfitta e umiliata oltremodo sul piano militare e politico, ha successivamente potuto accreditarsi come Paese “amico” delle Potenze vincitrici, dando peraltro prova di quella abilità nel saltare sul carro dei vincitori tanto giustamente disprezzata all’estero. Come sempre, il presente aiuta – diciamo, meglio, può aiutare – a capire meglio il passato.

Per chi scrive la Resistenza altro non fu che la continuazione della guerra imperialista sotto altre condizioni storiche determinate dalle bombe angloamericane sganciate con generoso slancio democratico e antifascista sulle città italiane. Scrive Giulio Sapelli: «La partecipazione delle forze partigiane e delle forze armate regolari al fianco dei vincitori dà all’Italia uno statuto particolare nel contesto della ricostruzione del secondo dopoguerra. La Resistenza consentirà alla classe politica emersa dalle prime elezioni democratiche del dopoguerra di trattare su un piede di maggiore dignità e di autonomia dinanzi alle potenze inglese e nordamericana» (*). Esatto!

Scrive Galli della Loggia: «Non intendo turbare la beata sicurezza dei critici della “mistica della resistenza” così preoccupati di scongiurare le luttuose conseguenze che essa comporta. Forse farebbero bene a ricordare però che la loro libertà odierna di pensare e di scrivere ciò che vogliono non è dipesa da nessuna “trattativa”, da nessuna sollecitudine per morti e feriti. La loro libertà è stata pagata anche dal sangue di migliaia di bambini tedeschi massacrati dai bombardieri alleati, è stata pagata anche dal dolore di migliaia di donne tedesche stuprate dai soldati dall’Armata Rossa. Perché la storia è fatta di queste cose terribili: non delle chiacchiere di chi parla per compiacersi dei propri buoni sentimenti». Si tratta, beninteso, della storia delle società classiste in generale, e della società capitalistica in particolare, la quale ha perfezionato con l’uso della tecnoscienza più sofisticata la pratica del massacro messa al servizio delle classi dominanti, delle Patrie, delle Civiltà, delle Nazioni, degli Stati.

Ernesto giustamente disprezza l’oblio della storia del Dominio che si riscontra nei cultori di «un’irrealtà moralista dove regna l’algida ragionevolezza del rifiuto della forza»; ma lo disprezza per fare l’apologia di quella storia disumana, mentre per l’anticapitalista si tratta di ricordarla, di averla bene in mente, per tutt’altri scopi.

(*) G. Sapelli, Storia economica dell’Italia contemporanea, p. 1, Bruno Mondadori, 2008.

Aggiunta del 21 marzo 2022

Massimo Cacciari prende atto del definitivo fallimento del “sogno europeo”, trasformato dalla «sciagurata guerra scatenata da Putin in un vuoto sogno», e sulla Stampa detta da par suo la linea al Sistema Imperialistico Mondiale. Niente di meno!

Ecco la premessa, rivolta all’Occidente, dell’auspicato futuro accordo che dovrebbe mettere fine alla carneficina ucraina: «La Russia non è finita con gli zar, né con l’URSS e non finirà con Putin. Essa durerà, e durerà con la forza della sua storia, dei suoi interessi e del suo ruolo geopolitico. Non ci sarà mai pace se questi non saranno apertamente e definitivamente riconosciuti». Ovviamente il riconoscimento di cui parla Cacciari, con evidente allusione alle responsabilità occidentali nell’attuale crisi internazionale, postula una serie di importanti conseguenze nella politica delle sfere di influenza su cui adesso è bene sorvolare.

Ecco la proposta di accordo pensata dal noto filosofo: «Le sue linee generali non possono realisticamente che essere le seguenti: riconoscimento pieno della sovranità ucraina e ritiro dell’esercito di invasione, parallelamente a un progressivo ritiro delle sanzioni e al riconoscimento delle repubbliche autonome di Crimea e del Donbass. Nessuna condizione può essere posta invece sulla politica di sicurezza che l’Ucraina vorrà decidere per sé. Uno Stato sovrano può chiedere di far parte delle alleanze che vuole, e questo sarà motivo di trattativa soltanto tra esso e gli altri Stati o gli altri organismi con cui vorrà stringere rapporti, di qualsiasi natura questi siano. Saranno Russia e Stati Uniti a definire, per loro conto e su altro tavolo, le proprie relazioni in merito a politiche militari e di sicurezza riguardanti in particolare la Nato e la sua azione».

Il Nostro conclude con un monito: «Questa è la linea per una pace che risulti dall’arte politico-diplomatica; l’altra sarà il risultato dell’arte della guerra». Ma l’arte della guerra non rappresenta la continuazione dell’arte politico-diplomatica con altri mezzi, come scriveva il celebre teorico della guerra? Lo strumento militare non è forse subordinato alla politica come espressione della forza, della storia, degli interessi e del ruolo geopolitico delle Potenze?

Leggi anche: MARX E LA RUSSIA IMPERIALE

3 pensieri su “LA “MISTICA DELLA RESISTENZA”

  1. Solidarietà d’ogni genere contro la guerra!

    Dal Corriere della Sera:

    «Si sentono donne, hanno un aspetto del tutto femminile e la loro comunità le riconosce come tali, ma non il loro passaporto, dove in grassetto risulta ancora il nome maschile, e accanto alla voce genere è incisa ancora la “M”.
    Due parole che in queste settimane pesano molto a centinaia di donne transgender in fuga dalla guerra in Ucraina.
    Secondo la legge marziale in vigore, i cittadini maschi tra i 18 e i 60 anni sono costretti a restare per prestare servizio militare e difendere l’Ucraina. E tra questi quindi, anche uomini trans certificati o donne trans senza alcun attestato che confermi il cambiamento.
    Qualcuno nei primi giorni del conflitto è riuscito a scappare, anche senza documenti d’identità, ora invece i controlli si sono intensificati, e con loro anche i tentativi estremi per attraversare il confine, come la corruzione che potrebbe costare loro il carcere. Una paura non troppo grande paragonata a quella di trovarsi sotto il regime omofobo della Russia».

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