MARX E LA RUSSIA IMPERIALE

Lo spudorato consenso, l’ipocrita simpatia o la stupida indifferenza con cui le classi dominanti europee hanno assistito alla conquista della fortezza montana del Caucaso, all’assassinio dell’eroica Polonia per mano dei Russi che mai sono stati contrastati nei loro vasti sconfinamenti, di questa potenza barbara la cui testa si trova a Pietroburgo ma le cui mani agiscono presso tutti i governi europei – tutto ciò ha insegnato ai lavoratori che essi hanno il dovere di penetrare i misteri della politica internazionale (k. Marx, F. Engels, 1878).

È lei, questa Russia militaresca, che vuole con le baionette metter fine alle questioni che agitano il mondo. È lei che mugge e brama come il mare alle porte del mondo civile, sempre pronta a sconfinare, sempre fremente dal desiderio di invadere, come se non avesse niente da fare in casa sua (H. Herzen, 1853).

Scriveva Andrea Sceresini nel suo interessante articolo apparso sul Manifesto del 17 marzo: «Un giorno, dovendo trascorrere una mezza mattinata con un leader locale del Partito comunista [sic!] del Donbass – e parlando io poche parole di russo e lui nessuna d’inglese – volli provare a fare un gioco. Gli elencai alcuni personaggi storici, chiedendogli di farmi capire chi gli piacesse e chi no. I nomi di Stalin e dell’ultimo zar furono accolti con un sonoro “karasciò”. Più moderato fu l’entusiasmo per Mussolini – che in fondo li aveva invasi ma era pur sempre un nazionalista – mentre Lenin fu salutato con una mezza storta di naso. I più strapazzati furono Marx ed Engels, che il mio interlocutore bollò con un lapidario aggettivo – “Pederàst, finocchi”. Ma in fondo è l’ironia delle parole, che una volta svuotate del concetto possono voler dire qualunque cosa». Esattamente come l’aggettivo “comunista” attribuito al citato Partito del Donbass. Qui è solo il caso di ricordare che il “comunismo” con caratteristiche russe non solo non aveva niente a che fare con il comunismo di Marx ed Engels, ma ne fu piuttosto la più radicale negazione – esattamente come lo è il “comunismo” con caratteristiche cinesi. Per questo mi appare francamente risibile la gara degli opinionisti, dei saggisti e degli analisti geopolitici a incasellare lo “Zar” Putin a “destra” («Somiglia a Hitler») piuttosto che a “sinistra” («Somiglia a Stalin»), come se “destra” e “sinistra” (Hitler e Stalin) non fossero facce della stessa escrementizia (capitalistica) medaglia. Questo solo per amor di precisione.

A proposito dei «Pederàst, finocchi» di cui parla  Sceresini, c’è da dire che i reazionari russi hanno un motivo particolare per odiare Marx ed Engels: la posizione radicalmente antirussa che i due comunisti tedeschi elaborarono e difesero al loro tempo. Per Marx, in particolare, si trattava di un vero e proprio scontro di civiltà: «Lo scontro in atto in Europa è in realtà per Marx, uno scontro tra la civiltà borghese (ed anche proletaria) e l’oscurantismo asiatico-medioevale, tra il telaio meccanico e l’Orda d’Oro. Molti aspetti del pensiero di Marx, visti a questa luce, si chiarificano: e quando verrà detto che il proletariato è l’erede della filosofia classica tedesca non sarà questa fin troppo celebre espressione una trovatina teoretica da citare nei manuali di filosofia e in quelli di partito, ma sarà una difesa dell’insostituibile primato borghese-europeo-occidentale e del solco pretracciato che dovrà necessariamente seguire l’emancipazione rivoluzionaria dell’uomo dal dominio e dallo sfruttamento. Per quanto paradossale ciò possa sembrare, non vi è mai stata un’apologia dell’Europa borghese così aperta come in certi scritti di Marx (pieni di rancore semmai perché la borghesia non è abbastanza borghese), non nel senso rozzamente implicito in alcuni “nouveaux philosophes“ che pretenderebbero smascherarne l’occulto logos del dominio, ma nel senso clamorosamente esplicito di una difesa costante e confessata di certi valori. La barbarie russa è il costante termine di confronto atto a valorizzare la irrinunciabilità di questi stessi valori. Certo, negli anni Cinquanta dell’Ottocento i barlumi di progresso capitalistico-borghese erano diventati un solido modo di produzione – e sofferenza quotidiana per milioni di salariati – ma l’abisso del regresso si palesava ancora, inconsciamente ed anche in modo conscio, nel pensiero di Marx. La Russia era la cifra simbolica, geografica, politica, sociale e militare di questo abisso dove l’Europa rischiava di essere risucchiata, di riprecipitare» (1).

Difendendo la civiltà borghese del loro tempo, Marx ed Engels difendevano la prospettiva della rivoluzione sociale anticapitalista in un’epoca storica in cui non tutto il Vecchio Continente era stato assoggettato alla modernità capitalistica e che inoltre vedeva all’opera un terribile strumento di reazione e di conservazione sociale: l’Impero Russo, appunto. Il terremoto rivoluzionario europeo degli anni 1848-1850 avevano ulteriormente chiarito i termini della questione riguardante il ruolo politico e sociale che l’Impero zarista giocava nella politica internazionale e nel processo storico-sociale della Vecchia Europa.

Per Marx l’ascesa di «un Paese semiasiatico nella Nazione più importante del Baltico», e poi la sua trasformazione nel bastione della reazione europea trovava la sua più importante spiegazione nel sostegno che quantomeno una parte della classe dirigente britannica aveva accordato – e continuava a dare – al dispotismo zarista avido di espansione territoriale; questo sostegno per Marx cozzava con gli stessi interessi vitali dell’Inghilterra. «Resta assodato che il governo inglese, non pago di aver fatto della Russia una Potenza baltica, si adoperò perché diventasse anche una Potenza mediterranea. […] I pamphlet che abbiamo riportato, benché scritti da inglesi contemporanei di Pietro il Grande, non sono certamente tali da giustificare le illusioni degli storici attuali. Essi denunciano in modo esplicito l’Inghilterra come il più potente strumento al servizio della Russia» (2).  

Per tutta la sua vita Marx seguì molto da vicino la politica estera di quella che allora era di gran lunga la prima Potenza mondiale, come dimostrano anche i suoi articoli dedicati al ruolo che l’Imperialismo britannico ebbe nella guerra civile statunitense (1861-1865). In particolare, a questo proposito, egli mise in luce l’ipocrita argomentazione dei politici inglesi (i quali sostenevano che il Nord non combatteva per affrancare gli schiavi ma per rafforzare la sua supremazia economica e politica) intesa a mascherare la paura per il fatto che «gli Yankees vogliono crearsi uno spazio enorme sulla scena mondiale»: «Ciò che si giudica, in fondo, più favorevolmente nel grande conflitto attuale, il quale potrebbe ristabilire una nuova e più potente unità politica, è l’alternativa di un gran numero di piccoli conflitti e di un continente diviso ed indebolito che l’Inghilterra non dovrebbe più temere» (3). Marx ironizza soprattutto sull’«umanitarismo britannico» affettato da uomini di Stato come Lord Palmerston, il quale in tempi passati non aveva mostrato di coltivare sentimenti umanitari: «Come la libertà in francia, l’umanitarismo è diventato adesso in Inghilterra un articolo di esportazione per gli affaristi della politica. Ricordiamo i tempi in cui lo zar Nicola fece frustare alcune gentildonne polacche dai suoi soldati e Lord Palmerston trovò “non politica” l’indignazione espressa da alcuni parlamentari. Ricordiamo una rivolta delle isole Ionie, una decina di anni fa, che diede al locale governo inglese l’opportunità di fare frustare un numero abbastanza notevole di donne greche. “Approviamo questa misura” dissero Palmerston ed i suoi colleghi whigs,  allora al governo. Appena pochi anni fa, fu dimostrato in Parlamento che gli esattori di imposte usavano contro le donne dei contadini indiani sistemi coercitivi così infami che non se ne possono narrare i dettagli. Certo, Palmerston che ed i suoi colleghi non ebbero il coraggio di giustificare queste atrocità, ma quali grida avrebbero lanciate se un governo straniero si fosse permesso di proclamare pubblicamente la propria indignazione davanti alle infamie inglesi e avesse manifestato con chiarezza la propria volontà di intervenire nel caso in cui Palmerston ed i suoi colleghi non avessero sconfessato immediatamente i funzionari del fisco indiano. […] Comunque sia, l’Europa nulla spera con maggior forza di un colpo di Stato allo scopo di “restaurare l’ordine negli Stati Uniti” e di salvare, anche lì, la civiltà» (4).

Marx si convinse che il Primo Ministro Lord Palmerston e il Ministro degli Esteri Lord John Russell brigassero affinché la Russia potesse ricavare importanti benefici dal conflitto americano: «Durante tutto questo baccano la russia ha mantenuto il massimo riserbo ed è rimasta immobile con le braccia incrociate tra le quinte. Ecco però che si precipita sul proscenio e dichiara che, finalmente, è venuto il momento di regolare in modo definitivo la questione dei diritti marittimi degli stati neutrali. Come si sa, la Russia ritiene che la sua missione consista nel mettere all’ordine del giorno della storia mondiale le questioni urgenti della civiltà a tempo e luogo opportuni [notare l’ironia marxiana]. In verità la russia è al riparo da qualunque attacco di una potenza marittima, non appena questa, rinunziando ai suoi diritti di belligeranza nei confronti degli stati neutrali, si priva dello strumento per dominare il commercio estero russo. […] Quale ironia del destino se la vertenza anglo-americana terminasse con la ratifica, da parte del Parlamento e della Corona inglesi, di una concessione che due ministri inglesi hanno fatto, di propria iniziativa, alla Russia alla fine della guerra anglo-russa del 1853!» (5).

La digressione americana ha due scopi: illustrare, sebbene assai sommariamente, il modo in cui Marx impostava la sua “politica estera”; introdurre la figura di Lord Palmerston (1784-1865), inizialmente tory e poi capo dei whigs, segretario di Stato per gli affari di guerra dal 1809 al 1828, poi, in anni successivi, Ministro degli Esteri, Ministro degli Interni e Primo Ministro.

Marx individua proprio in Lord Palmerston il perno centrale attorno a cui ruotava l’occulta strategia diplomatica russa intesa ad assicurare la benevolenza o comunque la non opposizione della Gran Bretagna alle mire espansionistiche dell’Impero Russo. Scriveva Marx ad Engels il 2 novembre 1853: «Per quanto la cosa possa apparirti curiosa, a forza di seguire esattamente, passo dopo passo, da venti anni in qua, le orme del noble viscount [cioè di Lord Palmerston], sono arrivato alla stessa conclusione di quel monomane Urquhart che Palmerston sia venduto alla Russia da parecchi decenni» (6).

Una lettura superficiale (non storico-materialistica nell’accezione marxiana del concetto) degli scritti che Marx ed Engels dedicarono alla Russia zarista del loro tempo, potrebbe portare il lettore privo di prospettiva storica alla seguente conclusione: se fossero in vita, i due comunisti tedeschi starebbero senz’altro dalla parte dell’Ucraina e condannerebbero nel modo più radicale l’aggressione russa di quel Paese. Com’è noto, soprattutto sul terreno del processo storico-sociale tutti i ragionamenti basati sul “se” non hanno alcun valore, né politico né “scientifico”, e si prestano a operazioni ideologiche strumentali, ossia orientate a rafforzare con l’autorità di qualcuno (Marx ed Engels, nel caso di specie) una convinzione appiccicata alla verità con lo sputo. Il tempo trascorso da quanto Marx ed Engels scrivevano i loro articoli antirussi ha completamente cambiato il volto non solo dell’Europa ma del mondo intero, il quale è oggi interamente dominato dal rapporto sociale capitalistico di dominio e di sfruttamento. Già nel 1871, dopo che la Comune di Parigi venne soffocata nel sangue, Marx considerò definitivamente chiusa l’epoca storicamente progressista per ciò che riguardava l’Europa occidentale (7). In ogni caso, parlare di difesa della civiltà borghese nel XXI secolo per me ha un solo significato: difesa di un dominio sociale che non può che arrecare sofferenze e disastri all’umanità e alla natura.

Scriveva Anna Zafesova il 21 febbraio, alla vigilia dell’aggressione russa dell’Ucraina: «Chi si chiedeva in queste ore, questi mesi, questi anni, cosa avesse in mente Vladimir Putin, è stato finalmente accontentato. Il presidente russo non ha risparmiato tempo, ieri, a esporre la sua visione del mondo, della storia e delle relazioni internazionali, che va ben oltre due lembi di territorio che vuole strappare a Kiev, tornando indietro al 1991, e perfino al 1917” (La Stampa). Sul revanscismo coltivato dal regime russo ho scritto in diversi post, ai quali rimando. Qui è sufficiente ricordare che lo sciovinismo sovietico inglobava anche il passato zarista – al punto che le Rivelazioni sulla storia diplomatica del XVII secolo di Marx non fu mai inclusa nelle opere “canoniche” del comunista tedesco curate dall’istituto Marx-Engels di Mosca. «L’espulsione dalle opere complete degli scritti antirussi di Marx significa in realtà che in questi scritti i sovietici si sono specchiati e si sono riconosciuti: hanno riconosciuto le fattezze del proprio “socialismo” ed hanno reagito come la strega di Biancaneve, buttando via lo specchio. Il Marx antirusso non è mummificabile nel Mausoleo del Pensiero» (8).  C’è da dire che gli scritti antirussi marxiani verranno a più riprese pubblicate durante la Guerra Fredda dagli antisovietici filooccidentali, i quali ebbero in risposta da Mosca la pubblicazione dei testi marxiani ed engelsiani che condannavano il colonialismo occidentale – soprattutto quello di marca inglese. Questo semplicemente per dire che la storia si presta bene a ogni sorta di manipolazione, falsificazione e strumentalizzazione da parte di chi sostiene gli interessi di questo o quell’altro imperialismo.

All’inizio della storia che riguarda lo spazio geopolitico occupato oggi dall’Ucraina e dalla Russia non incontriamo né l’Ucraina né la Russia, ma gli Slavi del sud e gli Slavi del Nord. Come realtà storiche sufficientemente consolidate l’Ucraina e la Russia prenderanno corpo alla fine del XIII secolo, in un conteso storico che qui non provo nemmeno a riassumere per la sua complessità e vastità geopolitica. Studiare la genesi e lo sviluppo dell’imperialismo russo, dagli Zar a Putin; cogliere il robusto filo nero che lo attraverso lungo i secoli, respingendo forzature analogiche e anacronistici parallelismi, è importante per chi voglia comprendere la storia della Russia moderna, la quale conserva ancora, come dimostra la tragica attualità, anche una notevole carica politico-ideologica.   

Qui di seguito riporto i capitoli Quinto e Sesto delle Rivelazioni marxiane, con qualche taglio. I primi quattro capitoli del testo consistono perlopiù dei pamphlet che Marx riprese per esteso riservandosi solo poche annotazioni. Come si vedrà, la genesi e lo sviluppo dell’Impero zarista ne escono tutt’altro che bene, cosa che spiega l’odio che i nazionalisti grandi russi coltivano, giustamente dal loro ultrareazionario punto di vista, nei confronti del comunista di Treviri e del suo grande “amico di merende” Engels. Buona lettura!

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Capitolo quinto (pp. 149-173)

L’influenza preponderante che la Russia si è assicurata in Europa a poco a poco e di soppiatto non cessa di stupire i popoli dell’Occidente che vi si sono sottomessi quasi come per una fatalità o tutt’al più hanno reagito con qualche isterico sussulto. Tuttavia, a fianco del fascino esercitato da quella Nazione, esiste e cresce costantemente una specie di scetticismo che lo sovrasta nell’ombra, alimentato dalla nota leggera dell’ironia e dalle forti grida lanciate da popoli agonizzanti; uno scetticismo che si fa gioco della sete di grandezza palesata dalla Potenza russa e la considera come l’atteggiamento assunto da un istrione per disorientarci e ingannarci. Altri Imperi hanno suscitato analoghe perplessità, durante la loro infanzia, ma la Russia soltanto è diventata un colosso senza averle dissipate. Essa offre, nella storia, l’unico esempio di un immenso Impero che, pur avendo realizzato imprese di portata mondiale, continua a essere riguardato come “materia di fede” e non sulla base dei fatti concreti. Dall’inizio del XVIII secolo a oggi, nessuno degli scrittori che hanno esaltato o biasimato la Russia si è preoccupato di esaminarne preliminarmente le vicende storiche dalle origini ai giorni nostri.

Ma, tanto se si adotta un criterio materialista per valutare la Russia, quanto se la si giudica da un punto di vista idealista (ossia se si considera la sua potenza come un fatto palpabile oppure conformemente alla visione che se ne fa la cattiva coscienza dei popoli europei), il problema resta lo stesso: in quale modo questa potenza – o fantasma di potenza – ha potuto raggiungere tali dimensioni, suscitando da un lato la appassionata denuncia, e dall’altro il furibondi diniego, del pericolo che essa costituiva per il mondo intero con la sua aspirazione a ricreare le basi per una “monarchia universale”? All’inizio del XVIII secolo, la Russia veniva ritenuta una effimera costruzione dovuta unicamente al genio di Pietro il Grande. Schloezer è stato il primo ad accorgersi che essa aveva alle sue spalle un lungo passato; nei tempi nostri alcuni scrittori, come ad esempio Fallmerayer, si sono lanciati sulle orme degli storici russi e affermano perentoriamente che lo spettro ora incombente sull’Europa ha fatto la sua minacciosa apparizione già nel IX secolo. Da allora l’espansione della Russia, iniziata da Rurik (9) e proseguita dai suoi successori, si è sviluppata – salva la parentesi mongola – con continuità sistematica fino ai giorni nostri. […]

Questo smisurato, incongruo e precoce Impero fondato da Rurik, come altri Imperi di crescita analoga, è stato diviso e suddiviso tra i discendenti dei conquistatori iniziali, dilaniato dalle guerre feudali e smembrato a seguito dell’intervento di popoli stranieri. … La stessa vecchia capitale – Kiev – ebbe il destino segnato e, da centro di un grande principato, decadde al rango di città di provincia. Così, la Russia dei normanni scomparve completamente dalla scena e le poche tracce che ne sopravvivevano furono poi cancellate dalla tremenda comparsa di Gengis Khan. È nel fango sanguinoso della schiavitù mongola, e non già nella rude gloria dell’epoca normanna (10), che ha affondato le proprie radici la Moscovia, di cui la Russia moderna appare l’ultima metamorfosi. Il giogo tartarico oppresse la Russia per più di due secoli, dal 1237 al 1462: un giogo non soltanto gravoso, ma disonorante oltre ogni limite, e tale da prostrare l’anima del popolo caduto in sua preda. I tartari della Mongolia istituirono un regime di terrorismo sistematico; il loro governo si sosteneva sulle devastazioni e sui massacri collettivi. Siccome erano poco numerosi per presidiare l’enorme territorio conquistato, si trovarono costretti a crearsi un alone di terrore per apparire una forza irresistibile; a tale scopo, si affrettavano a compiere vere e proprie carneficine tra le popolazioni che soggiogavano e che avrebbero potuto altrimenti insorgere nelle retrovie mentre essi continuavano la loro avanzata. Del resto, questa tattica della “terra bruciata” obbediva alla stessa legge economica che ha spopolato l’altopiano scozzese e l’agro romano, vale a dire quella della convenienza politica di sostituire le greggi agli uomini e di trasformare regioni fertili in zone prive di ogni risorsa all’infuori della pastorizia. Quando la Moscovia emerse dall’oscurità, l’oppressione dei tartari durava già da un secolo. […]

La politica tradizionale dei tartari era quella di mettere i principi russi l’uno contro l’altro, alimentando i loro dissensi e sostenendo i più deboli, affinché tutti si mantenessero di pari forza e nessuno riuscisse a prendere il sopravvento. Ivan Kalita (11) seppe fare del Khan un suo strumento che gli permise di sbarazzarsi di ogni temibile rivale e di abbattere tutti gli ostacoli incontrati lungo il cammino della usurpazione. … Così egli divenne il fondatore della potenza moscovita, e non si deve al caso se il suo popolo lo ha chiamato Kalita – che vuol dire “borsa” – giacchè con l’oro, e non con la spada, si aprì la strada. … Tutta la sua prassi di governo si può compendiare in poche parole: il machiavellismo di uno schiavo usurpatore. Della propria debolezza – il servaggio – egli seppe fare la sua principale forza. I successori di Kalita non hanno fatto altro che continuare su questa direttrice; si sono soltanto adoperati per allargarne il campo di manovra, indefessamente, per gradi e con inflessibilità. […]

Ivan riscattò la Moscovia dal giogo mongolo non con un decisivo colpo di forza, ma attraverso un paziente lavoro durato quasi un ventennio. Egli non spezzò le catene del servaggio, ma le logorò insensibilmente e con tale cautela da indurre i posteri a credere che esse si siano consumate non tanto per l’azione di un singolo uomo quanto per un fenomeno di lenta usura naturale. Quando l’immane mostro tartarico esalò l’ultimo respiro, Ivan apparve al suo capezzale più come medico incaricato di accettarne il decesso che come guerriero responsabile della morte. Di solito, un popolo che si affranca dalla dominazione di uno straniero rafforza il proprio carattere; invece quello dei moscoviti, sotto il regno di Ivan, non dette segno di mutamento (12). […] Quando Ivan salì al trono, l’Orda d’Oro appariva ormai minata da un travaglio che durava da molti anni e che veniva alimentato all’interno da dalle furiose contese tra fazioni rivali e all’esterno dalla secessione dei mongoli Nogay, dalla irruzione di Timur il Tamerlano, dalla ostilità dei tartari di Crimea e dalla sollevazione dei cosacchi. Al contrario, la Moscovia, sempre ligia all’insegnamento impartito da Ivan I Kalita, aveva proseguito nel suo processo di espansione, pur restando avvinta alle catene della dominazione mongola (che la opprimeva ma al tempo stesso ne cementavano la compattezza). I tartari, quasi per un una sorta di maleficio, continuarono a essere lo strumento della sua unificazione e della sue crescita territoriale; per calcolo politico essi consolidarono il potere di quella Chiesa greco-ortodossa che, nelle mani della dinastia moscovita, si sarebbe poi palesata un’arma mortale contro di loro (13). […]

Si deva inoltre rilevare che il metodo usato dalla Moscovia per soggiogare, una dopo l’altra, le repubbliche allora esistenti appare del tutto simile a quello della Russia moderna, e non meno atroce. Aprono la fila Novgorod e le sue colonie, viene poi la libera comunità dei cosacchi e segue, infine, la Polonia. […] Ivan si presenta ai nostri occhi come colui che ha tolto le catene avvinghiate dai mongoli attorno alla Moscovia e se ne è servito per incatenare le repubbliche russe; come colui che ha costretto al servaggio queste repubbliche. […] L’aperto ricorso alla forza assumeva anch’esso la forma di un intrigo che si intrecciava in una vasta trama di intrighi, corruzioni e usurpazioni sotterranee. Ivan Kalita non osava colpire se prima non aveva corrotto: l’obiettivo dei suoi disegni era unico, ma esigeva un’azione fondata sulla doppiezza. Le caratteristiche peculiari della razza mongola e quelle della popolazione russa da essa soggiogata gli furono di aiuto prezioso nella scelta della linea da seguire: vale a dire il proprio rafforzamento servendosi dell’uso fraudolento del potere. [… ]

Se Pietro il Grande appare come l’inventore della politica russa contemporanea, ciò si deve soltanto al fatto che ha saputo spogliarla degli attributi meramente locali e liberarla dagli elementi anomali che vi si erano accidentalmente introdotti per ridurla alla sua quintessenza, condensandola in una teoria ben precisa es esaltandone gli obiettivi, che non costituiscono più la conquista di un potere prestabilito e circoscritto, ma quella di una supremazia illimitata. È stato attraverso la generalizzazione di questo programma politico, e non mediante l’acquisizione di qualche nuova provincia, che egli ha trasformato la Moscovia nella Russia di oggi.

Per concludere: la potenza moscovita nacque e crebbe a quella scuola di abiezione che fu la terribile schiavitù imposta dai mongoli. Questa forza venne accumulata da principi che diedero prova di virtuosismo nell’arte del servaggio. Anche dopo l’emancipazione, la Moscovia seguitò a giocare il proprio ruolo di schiava-padrona. Alla fine, Pietro il Grande ha cementato insieme l’acume politico del vecchio schiavo al servizio dei mongoli con le orgogliose aspirazioni del capo tartaro al quale Gengis Khan aveva trasmesso il compito di conquistare il mondo (14).

Capitolo sesto (pp. 174-181)

[…] Prima di Pietro il Grande, i russi non sono mai riusciti ad assicurarsi il possesso di un apprdo navale, se si escludono i pochi esistenti nel Mar Bianco, che peraltro restano bloccati dai ghiacci e non consentono alcuna possibilità di traffico per tre quarti dell’anno. L’insediamento attuale di Pietroburgo ha costituito per più di un millennio il pomo della discordia tra i finlandesi, gli svedesi e i russi. […] Per di più – a conferma della idiosincrasia slava nei confronti del mare – neppure una piccola parte delle popolazioni che vivono sulle sponde del Baltico risulta appartenere alla nazionalità russa, e altrettanto si può dire di coloro che hanno preso dimora sulla fascia litoranea circassa e mingreliana, nel Mar Nero orientale. Soltanto una zona litorale del Mar Bianco particolarmente favorevole per introdurvi l’agricoltura, nonché un’altra situata nella parte settentrionale del Mar Nero e una terza ai bordi del Mare di Azov, sono state popolate in modo stabile dai russi, i quali peraltro, nonostante le nuove condizioni in cui venivano a trovarsi, non hanno mai mostrato alcuna propensione per la vita marinara e sono rimasti tenacemente fedeli al retaggio di “marinai d’acqua dolce” ereditato dai loro avi. Pietro il Grande ha infranto questa secolare tradizione della razza slava. Ben si possono porre a suggello dell’opera da lui compiuta le famose parole che figurano in un suo messaggio di rimprovero al principe Cantemiro: “È del mare che la Russia ha bisogno”. Nell’intraprendere la sua prima guerra contro la Turchia, Pietro il grande vagheggiava la conquista del Mare di Azov; nel conflitto con la Svezia era mosso dal desiderio di mettere piede nel Baltico; nella seconda guerra contro la Porta si proponeva di acquisire un assoluto predominio nel Mar Nero, e, infine, l’intervento proditorio da lui perpetrato ai danni della pervia aveva per obiettivo l’appropriazione fraudolenta del Caspio.

Ai fini di una semplice espansione territoriale, gli sarebbe bastata l’acquisizione di qualche nuova provincia da aggiungere al Regno moscovita, ma soltanto il dominio sul mare gli appariva indispensabile per realizzare il suo progetto di aggressione universale; e soltanto la trasformazione di una potenza esclusivamente continentale come la Moscovia in un Impero attestato saldamente sui mari gli offriva l’opportunità di superare i limiti tradizionali della politica russa e imporre al mondo quella audace sintesi elaborata mediante la fusione della atavica perizia nell’arte dell’intrigo ereditata dagli schiavi dei mongoli con la tendenza del padrone mongolo alla conquista del mondo che costituisce tuttora la linfa vitale della diplomazia russa. Qualcuno ha detto che non è mai esistita, né avrebbe potuto sussistere, nessun’altra grande Nazione in una posizione simile a quella in cui si trovava inizialmente l’Impero di Pietro il Grande; che nessun sovrano ha mai sopportato che altri gli sottraessero le sue coste e gli sbocchi dei suoi fiumi sul mare. Pertanto la Russia in nessun caso avrebbe dovuto consentire che l’estuario della Neva (indispensabile per l’esportazione dei prodotti provenienti dalle sue regioni settentrionali) restassero nelle mani degli svedesi, così come non era disposto a tollerare che i tartari nomadi e predoni mettessero piede nelle foci del Don, del dnieper e del Bug o nello Stretto di kerch. […] In altre parole, Pietro Il grande non avrebbe fatto, in questa regione, nient’altro che assicurarsi un punto d’approdo assolutamente necessario allo sviluppo del Paese. dal suo legittimo punto di vista, nella guerra contro la Svezia egli sarebbe stato mosso soltanto dalla prospettiva di edificare una Liverpool russa e di dotarla del tratto di costa che le occorreva.

Ma coloro che ragionano in tal modo trascurano un fatto importante: il tour de force compiuto dal sovrano moscovita per trasferire la capitale dal cuore dell’Impero all’estremo suo confine marittimo, l’ardimento singolare che egli mostrò nell’erigere questa nuova capitale sul primo lembo di costa baltica da lui conquistato, ad appena un tiro di fucile dalla frontiera, con il deliberato proposito di far gravitare tutta la Russia su di un centro eccentrico. Con il trasferimento da Mosca a Pietroburgo, il trono restava esposto a qualsiasi minaccia, dato che tutta la fascia costiera circostante, da Libau a Tornea, era ancora in mani straniere (e divenne territorio russo soltanto nel 1809, dopo l’occupazione della Finlandia). “San Pietroburgo – come disse Algarotti (15) – è la finestra della Russia sull’Europa”. E infatti, fin dall’esordio, essa non ha cessato di apparire una sfida lanciata all’Occidente e uno sprone per incitare i russi a nuove conquiste (16). Le opere di fortificazione che vediamo oggi sorgere nella Polonia soggetta allo Zar non sono che l’ultima fase di realizzazione d’uno stesso piano: Modlin, Varsavia e Ivangorod appaiono ben più che delle cittadelle destinate a tenere in sacco un Paese ribelle, e costituiscono per l’Occidente la stessa minaccia che rappresentò per il Nord cent’anni fa la fondazione di Pietroburgo. Esse sono sorte per consentire alla Russia di diventare la Panslavia, così come le province baltiche permisero alla Moscovia di trasformarsi in Russia. Pietroburgo, il centro eccentrico dell’Impero, ha posto fin dalla sua nascita le premesse per l’acquisizione di una periferia della quale tuttora si ignorano i confini.

Non è, dunque, tanto la conquista delle province baltiche che differenzia la politica di Pietro il Grande da quella dei suoi antenati, quanto il trasferimento della capitale (che rivela il vero significato di quelle conquiste). Al contrario di Mosca, Pietroburgo non rappresentava la culla di una razza, ma la sede burocratica di un governo, il frutto dell’improvvisazione di un uomo; non un centro di stimolo e d’irradiamento delle attività di un popolo, ma l’estremo sbocco marittimo del Paese, nel quale quelle attività andavano a perdersi; non la leva secolare dello sviluppo nazionale, ma la sede deliberatamente prescelta per tessere la trama dell’intrigo cosmopolita. Con il trasferimento della capitale, Pietro il Grande spezzò ogni legame naturale che prima di lui era esistito tra il sistema di governo dei vecchi Zar e le aspirazioni espresse dalla grande razza russa; erigere la capitale ai bordi del Baltico, egli sfidò apertamente la ripugnanza istintiva dei suoi sudditi per il mare, mostrando nel modo più evidente di considerarli non più che una massa inerte da utilizzare e far passare nel suo gioco politico. Dalla fine del xv secolo in poi l’espansione territoriale della Moscovia si è sviluppata quasi esclusivamente un direzione della Siberia. […]

D’altro canto, mentre lo sviluppo delle relazioni con l’est trovava un forte ostacolo nel carattere chiuso e impenetrabile dei popoli asiatici, i contatti con l’ovest apparivano assai agevoli e promettenti, data la natura dei rapporti e la disponibilità per ogni specie di trattativa esistenti tra le Nazioni europee. La conquista delle province baltiche offriva il destro per questo cambiamento di indirizzo politico, poiché assicurava la supremazia russa sugli Stati scandinavi limitrofi e la poneva a diretto confronto con le altre Nazioni, soprattutto quelle marittime che erano tributarie dell’estero per l’allestimento delle loro flotte. Questa esigenza presentava un’opportunità quanto mai favorevole per la Russia che era in grado di fornire un enorme quantitativo di materie prime per il settore navale (17), né doveva, al contrario della Svezia, tenerle per sé e destinarle a una marina che ancora non aveva.

Se gli Zar moscoviti che accrebbero il loro potere grazie all’aiuto involontario dei Khan tartari si erano trovati nella necessità di mongolizzare la Moscovia, Pietro il Grande, deciso a trarre profitto dall’Occidente, fu costretto ad europeizzare la Moscovia. Impadronendosi delle province baltiche, egli si procurò gli strumenti che gli servivano per questo scopo. Quelle regioni gli fornirono non soltanto i diplomatici, i generali – vale a dire i cervelli che avrebbero provveduto alla realizzazione dei suoi disegni politici e militari – ma anche una massa di burocrati, maestri elementari e di sergenti destinata a dare una vernice di civilizzazione al popolo russo, facendogli apprendere le nozioni tecniche necessarie, ma impedendo che assimilasse le idee progressiste occidentali. […]

La carriera militare di Pietro il Grande si riassume in quattro guerre. La prima, combattuta contro la Turchia, costituiva in un certo senso la prosecuzione della tradizionale lotta con i tartari, come del resto anche la seconda, a seguito della quale i Turchi recuperarono quello che avevano perduto in precedenza. Essa fu anche il preludio al successivo conflitto con la Svezia, del quale l’ultima guerra sostenuta dallo Zar contro la Persia può essere considerata nient’altro che l’epilogo. Il conflitto con la Svezia assorbì per ben ventun’anni l’attività militare del Sovrano moscovita. Se ne consideriamo la durata, gli obiettivi e i risultati possiamo ben chiamarla la guerra di Pietro il Grande. E l’opera di quel Re trova le sue solide fondamenta nella conquista della costa baltica.

Supponiamo ora di essere all’oscuro di ogni particolare diplomatico o militare in merito a questa vicenda. Il semplice fatto che la trasformazione della Moscovia nella Russia di Pietro il Grande, vale a dire di un Paese semiasiatico nella Nazione più importante del Baltico, non induce a trarre la conclusione che l’Inghilterra, la più forte Potenza marittima dell’epoca, ha senza dubbio contribuito in qualche misura a tale importante mutamento? Tanto più se si tiene presente che essa era attestata sulle porte del Baltico, dove, dalla metà del XVII secolo in poi, copriva il ruolo di arbitra suprema. L’Inghilterra non avrebbe potuto essere che il principale sostegno dei piani zaristi oppure un ostacolo insormontabile per la loro realizzazione. Durante la lotta a morte tra la Svezia e la Russia, soltanto la Gran Bretagna era in grado di far pendere la bilancia da una parte o dall’altra. Dal momento che non ha mai dato segno di voler impegnare le sue forze per la salvezza della Svezia, possiamo essere certi che essa si è valsa di ogni mezzo a propria disposizione per assecondare i moscoviti. Pertanto, nel contesto di ciò che viene comunemente chiamato “storia”, l’Inghilterra continua ad apparire poco visibile in questo conflitto ed è presentata nelle vesti di uno spettatore anziché come un protagonista; ma la storia vera, se mai sarà scritta, mostrerà che l’Orda d’Oro non ha servito meglio i piani di Ivan III e dei suoi predecessori di quanto non sono riusciti a fare gli uomini di Stato britannici per favorire quelli di Pietro I e dei suoi successori.

I pamphlet che abbiamo riportato, benché scritti da inglesi contemporanei di Pietro il Grande, non sono certamente tali da giustificare le illusioni degli storici attuali. Essi denunciano in modo esplicito l’Inghilterra come il più potente strumento al servizio della Russia.   

(1) B. Bongiovanni, Introduzione alle marxiane Rivelazioni sulla storia diplomatica segreta del XVIII secolo, 1856-1857, p. 15, L’erba voglio, 1978.

(2) K. Marx, Rivelazioni sulla storia diplomatica segreta del XVIII secolo, pp. 64-181. I pamphlet di cui parla Marx sono quelli che egli pubblica nelle Rivelazioni. Scrive Bongiovanni nella sua Introduzione: «La parte più “scandalosa” e meno “marxista” del testo, di notevole violenza verbale, è l’excursus storico sulla Russia: sembra quasi che con le sue parole Marx voglia risospingere in Asia questo colosso che invece continua a dilagare in Europa», (p. 26).

(3) K. Marx, La questione americana in Inghilterra, New York Daily Tribune, 11/10/1861, in Marx-Engels, La guerra civile negli Stati Uniti d’America, p. 35, Del Bosco, 1973

(4) K. Marx, L’umanitarismo britannico e l’America, New York Daily Tribune 20/6/1862, ibidem, pp. 147-150. Per quanto riguarda i riferimenti di Marx: nel 1831 la Russia zarista represse nel sangue la rivolta polacca; tra il 1858 e il 1859 si verificò la ribellione delle isole Ionie contro l’Inghilterra, che terminò nel 1864 con il congiungimento di esse alla Grecia.

(5) K. Marx, Un colpo di stato di Lord John Russell, Die Presse, 21/1/1862, ibidem, pp. 153-154.

(6) Marx-Engels, Opere, XXXIX, p. 322, Editori Riuniti, 1972. «Il nemico di questi anni è [per Marx] Lord Palmerston, attaccato non come ministro borghese, ma soprattutto come fiacco e imbelle difensore dell’Inghilterra e dell’Occidente e come succube delle mene dell’autocrazia zarista. […] Marx riteneva che di proposito sabotasse le azioni militari antirusse e che fosse in realtà complice dello zar. […]  David Urquhart, filoturco ed antirusso in modo esasperato, tory della vecchia scuola, ultraconservatore in politica interna e sulla questione sociale, ossessionato dall’idea che i russi intrighino per impadronirsi della culla della civiltà, Costantinopoli» (B. Bongiovanni, Introduzione alle Rivelazioni, pp. 13-16).

(7) «Il dominio di classe non è più capace di travestirsi con una uniforme nazionale; contro il proletariato i governi nazionali sono uniti» (K. Marx, La guerra civile in Francia, 1871, p. 141).

(8) B. Bongiovanni, Introduzione alle Rivelazioni, p. 44.

(9) O Rjurik, rimaneggiamento dello svedese Hroerekr. Regnò su Novgorod fra l’865 e l’873.

(10) «I normanni (Variaghi), ai quali la Russia deve la sua stirpe principesca che regnò senza interruzione fino alla fine del XVI secolo, erano organizzatori più che conquistatori. Chiamati dai novgorodiani, presero il potere, e presto l’estesero fino a Kiev» (A. Herzen, Breve storia dei russi, 1853, p. 58, Tea, 1996).

«La più antica cronaca kieviana conosciuta, il Racconto dei tempi passati, al principio del secolo XII, racconta come le tribù slave della regione di Novgorod, trovandosi in disaccordo, chiesero ai Variaghi di venire, o meglio ritornare, a governarle. […] Era l’attività “professionale” a segnare la linea di demarcazione fra i Variaghi “russi” [Rus è il nome assegnato alla Svezia da tutti i popoli finnici raggruppati intorno al golfo di Botnia e al Baltico: in finlandese la Svezia è chiamata Ruotsi] e gli Slavi, almeno fino agli inizi del secolo X. Mercenari e guerrieri mercanti i primi, essenzialmente agricoltori i secondi, gli uni e gli altri dediti alle occupazioni che ci si aspetta svolgessero i Vichinghi da un lato e quei popoli definiti “coltivatori” già in epoca scita, dall’altro. Si ammette dunque generalmente che la maggioranza degli ambasciatori e dei mercanti “russi” che si recavano a Costantinopoli nel secolo X fosse di origine scandinava. […] Si rammenta che ancora all’inizio del secolo XIII Snorri Sturluson, signore e poeta islandese, chiamava la Russia “Grande Svezia”, un po’ come i Greci parlavano di “Magna Graecia”» (F. Conte, Gli Slavi. Le civiltà dell’Europa centrale e orientale, pp. 96-99, Einaudi, 1991).

A proposito di Aleksandr Herzen! Dopo la chiusura del ciclo rivoluzionario 1848-1850, Herzen considera esaurita la spinta propulsiva democratica e socialista occidentale, e individua nell’arretrata e pur vitale e comunitaria campagna russa il nuovo deposito di energie rivoluzionarie in grado di insufflare nuovo sangue «a questo decadente vampiro». Egli teorizzò la possibilità che lo spirito comunitario che caratterizzava la vita nella comune rurale russa (Obščina) potesse sposarsi con i valori occidentali che esaltavano la libertà e la dignità di ogni singolo individuo, così da sciogliere la millenaria contraddizione tra diritto individuale e diritto sociale. Marx non condivideva affatto questa prospettiva, come si evince ad esempio da questi passi: «Non voglio figurare in nessun luogo e in nessun momento insieme a Herzen, non essendo del parere di veder rinnovata l’old Europe col sangue russo» (Lettera di Marx ad Engels del 13 febbraio 1855, Marx-Engels Opere, XXXIX, p. 454  Editori Riuniti, 1972).

Come ricorda Bruno Bongiovanni, «Marx in molte occasioni, sino al 1861 e anche oltre, aveva fatto della comune rurale e dello zarismo autocratico due facce di una medesima medaglia» (Populismo, Enciclopedia delle scienze sociali Treccani, 1996); tuttavia, a partire dagli anni Settanta del XIX secolo il suo giudizio sulla comune russa si approfondisce e si precisa in tutta la sua complessità, non scevra peraltro di incertezze e contraddizioni. Per capire meglio la società russa, Marx impara a leggere il russo, e si tiene «costantemente aggiornato sull’evoluzione delle vicende in corso tramite la consultazione delle statistiche, dei testi più approfonditi e aggiornati dedicati alle trasformazioni economico-sociali del paese e corrispondendo, inoltre, con studiosi russi di rilievo» (M. Musto, L’ultimo Marx. 1881-1883, p.50, Donzelli, 2016). Su questo tema rinvio a due scritti: Essere senza coscienza – di classe; Sulla campagna cinese. C’è da dire che comunque Marx non abbandonò mai il giudizio complessivo della Russia zarista come bastione della reazione europea.

(11) Ivan I, Danilovic, detto Kalita (borsa), granduca di Vladimir e di Mosca, figlio di Danili Nevskij, 1304-1340.

(12) «Il giogo mongolo fu terribile per il paese. […] Quell’epoca di sventura durata due secoli, frenò lo sviluppo della Russia rispetto all’Europa. Il popolo perseguitato e rovinato, tenuto sempre nel terrore, apprese la scaltrezza e il servilismo degli oppressi. […] La Russia meridionale si staccò progressivamente dal centro, in parte attratta dalla sfera polacca, in parte da quella lituana. I granduchi di Mosca non si curavano più di Kiev. L’Ucraina fu invasa da cosacchi indipendenti, da orde armate che formavano repubbliche autonome, reclutavano disertori ed emigranti di ogni parte della Russia e non riconoscevano alcuna sovranità» (A. Herzen, Breve storia dei russi, pp. 64-65.

(13) «Gli Slavi della regione di Kiev avevano a lungo pagato un tributo ai Chazari [che praticavano il culto mosaico], ma non per questo ne giudicavano intollerabile il dominio. La situazione mutò tuttavia allo scorcio del secolo IX allorché, nell884, il variago Oleg intimò alla popolazione locale di versare i tributi a lui e ai suoi uomini. Al vigoroso influsso orientale cui soggiacevano da tempi immemorabili gli Slavi dell’Est era venuta repentinamente contrapponendosi la ventata nordica: nella Russia meridionale il dominio dei vichinghi sostituiva ora la “pace chazara”. Nel 984 troviamo gli emissari chazari a Kiev, a colloquio con Vladimiro che ha appena licenziato i missionari islamici e il legato pontificio con il suo seguito. […] Vladimiro era innanzitutto un uomo politico e badava sopra ogni cosa all’equilibrio strategico fra le “grandi potenze”. Alla fine furono gli inviati del potente Impero bizantino a convincere Vladimiro al battesimo suo personale e a quello ufficiale della Rus’ kieviana, al volgere del X secolo. D’altro canto la conversione russa rispondeva alle speranze dell’Impero d’Oriente, che da un secolo e più non aveva perduto alcuna occasione per sollecitare Kiev alla scelta cristiana» (F. Conte, Gli Slavi, pp. 413-416).

(14) «Altro aspetto essenziale della strategia messa a punto dai Mongoli, l’utilizzo di mezzi di propaganda e di dissuasione psicologica. Basti dire che essi erano parte integrante di una vera e propria filosofia del potere, a dimostrazione di come i Mongoli si fossero dati una certa forma di civiltà tale da poter risultare totalmente distruttiva, basata com’era sull’idea di un Impero di dimensione planetaria. “In cielo c’è Dio, Unico, Eterno, Immortale, l’Altissimo; in terra Genghiz Khan è l’unico e supremo Signore”»  (F. Conte, Gli Slavi, pp. 374 377). Tutto sotto il cielo dei Mongoli…

(15) Francesco Algarotti, nato a Venezia nel 1712, fece un viaggio in Russia nel 1739, che descrisse poi in Viaggi in Russia, raccolta di lettere scritte tra il 1739 e il 1751. Morì a Pisa nel 1764.

(16) «Pietro il Grande fu il primo individuo emancipato della Russia, e, per questo, un rivoluzionario incoronato. […]  Per rompere ogni legame con l’antica Russia, Pietro I abbandonò Mosca e il titolo di zar, di origine orientale, scegliendo di vivere in un porto del Baltico e di assumere il titolo di imperatore. Il periodo pietroburghese che prese allora avvio non fu dunque la continuazione della monarchia storica, ma l’inizio di un dispotismo nuovo, attivo, senza freni, aperto a grandi gesta così come a grandi delitti. Non vi fu che un unico tratto comune tra il periodo pietroburghese e quello moscovita, l’intento di ingrandire lo stato. A esso ogni cosa fu sacrificata: la dignità dei sovrani, il sangue dei sudditi, la giustizia nei confronti dei popoli vicini, il benessere dell’intero paese» (A.  Herzen, Breve storia dei russi, pp. 77-80).

(17) Già nel XVIII secolo l’esportazione delle materie prime rappresentò dunque un importante punto di forza della Russia, la cui specializzazione in questa particolare sfera commerciale non tarderà però a capovolgersi in un punto di debolezza, perché ostacolò, insieme ad altri fattori, lo sviluppo di una moderna manifattura.

7 pensieri su “MARX E LA RUSSIA IMPERIALE

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  2. KARL, FATTI DUE RISATE!

    Prima risata

    Scrive Davide Turrini sul Fatto Quotidiano: «L’aula studio non si chiamerà più Karl Marx. Arriva dall’università della Florida una posizione censoria “antirussa” che nel marasma di missili, bombe, morti e profughi appare quantomeno grottesca. In un articolo pubblicato online dal sito Campusreform viene spiegato che l’aula studio dell’università della Florida numero 229 non si chiamerà più aula Karl Marx e non avrà più l’effige del filosofo che nel 1848 scrisse, assieme a Friedrich Engels, Il manifesto del partito comunista, e nel 1867, Il Capitale. Campusreform si autodefinisce il “cane da guardia” conservatore di tutto ciò che accade di illiberale nei college statunitensi. E proprio grazie a un loro puntuale report sul nome storicamente “ingombrante” di quell’aula l’ateneo della Florida ha attuato la cancellazione. “Dati gli eventi attuali in Ucraina e in altre parti del mondo, abbiamo deciso che fosse appropriato rimuovere il nome di Karl Marx che era stato collocato in una stanza di studio di gruppo presso l’Università della Florida nel 2014″, ha spiegato Hessy Fernandez, direttore delle comunicazioni strategiche dell’ateneo. Solo che basta fare due più due, con le oramai ridotte nozioni storiche rimaste dagli insegnamenti scolastici in tempi di pace, per ricordare come Marx fosse tedesco, vissuto a Bonn, Berlino, Parigi, infine a Londra, dove morì e fu sepolto nel 1883. Insomma, nulla a che fare con i russi, con Putin, e nemmeno con l’Ucraina. Eppure in certi angoli del pianeta, proprio come gli Stati Uniti, sembra essere partita pure la damnatio memorie di uno dei più importanti ed emancipatori fatti storico filosofici della storia del mondo, solo perché i principi da lui teorizzati diedero la stura alla Rivoluzione d’Ottobre in Russia nel 1917. Insomma, mala tempora currunt».
    Non c’è dubbio: mala tempora currunt; ma personalmente non mi dispiace affatto che un’aula di studio di una qualsiasi Università di questo capitalistico mondo non sia associata al nome del comunista di Treviri: che c’entra Marx con le istituzioni capitalistiche (che peraltro voleva abbattere sostituendole con la «dittatura rivoluzionaria del proletariato»)? Chissà, forse se avesse letto il post da me dedicato al Marx antirusso, il direttore delle comunicazioni strategiche dell’ateneo della Florida non avrebbe preso quella decisione, frutto di ignoranza storica e di pregiudizio ideologico. Scherzo!

    Seconda risata

    Per Aleksandr Dugin, filosofo e politologo russo ormai famoso nel mondo, «L’Occidente globale ha puntato sull’Ucraina come Anti-Russia. Se tutto il male del mondo è contro la Russia, allora la Russia è dalla parte di Dio e della verità. E più decisamente rompiamo con l’Occidente, meglio è. L’Occidente moderno è semplicemente il mondo dell’Anticristo. La Russia è l’eredità della Beata Vergine Maria, era e sarà». Per la gioia dei dei tifosi, di “destra” e di “sinistra”, del Virile Putin. La prima volta come tragedia, la seconda come macchietta!

  3. Marx non russa!

    Scrive Massimo Gramellini sul Corriere della Sera di oggi:

    La guerra fa strage anche di cervelli, o forse si limita a certificarne la mancanza. Nel caso vi fossero sfuggite, segnalo due notizie da ascrivere all’epidemia di anacronistica imbecillità che va sotto il nome di «cancel culture». La prima è che il festival di Colorado Springs dedicato alle avventure spaziali ha annullato la serata su Yuri Gagarin. Benché sia morto da quasi mezzo secolo, il vecchio Yuri deve avere fatto ultimamente qualcosa di molto grave, se persino nel pacifico Lussemburgo un suo busto commemorativo è stato coperto dalle autorità. Quantomeno, Gagarin era russo.

    Ma Karl Marx? No, perché in un’università della Florida hanno tolto il nome del filosofo comunista dall’aula a lui intitolata, ritenendolo «non appropriato». Qui l’espressione «cancel culture» va intesa in senso letterale: solo una testa da cui è stata cancellata qualunque forma di cultura, compreso il sussidiario delle medie, può collegare Marx alla Russia attuale. Tanto per cominciare Marx era tedesco e morì a Londra con la convinzione che il comunismo avrebbe attecchito ovunque tranne che a Mosca. E poi la Russia reazionaria e baciapile incarnata da Putin non è più l’Urss, di cui condivide solo la volontà di potenza e la tragica visione totalitaria dello Stato.

    ***

    Detto che il barbuto di Treviri non aveva nulla a che fare nemmeno con la Russia di Stalin, e non solo per ovvie ragioni cronologiche, ecco un altro breve esempio di come Marx si relazionò alla Russia.

    Interrogato da Vera Zasulič circa i destini della comune agricola russa (Obščina) nel contesto dello sviluppo economico-sociale della Russia, Marx rispose che la sua analisi esposta nel Capitale non poteva venir semplicemente generalizzata in guisa di schema valido per tutte le situazioni storico-sociali: la sua analisi era da lui «espressamente limitata ai paesi dell’Europa occidentale. […] L’analisi presente nel Capitale non offre dunque ragioni né pro né contro la vitalità della comune rurale». Tuttavia, ciò che a Marx appariva chiaro e incontestabile era che, al punto in cui si trovava il processo sociale capitalistico considerato da una prospettiva mondiale, la sola dimensione geosociale adeguata alla natura di quel processo, l’Obščina avrebbe dovuto comunque, in ogni caso, conoscere una sua radicale trasformazione: si trattava di vedere sotto quali condizioni storico-sociali sarebbe potuta avvenire questa trasformazione: sotto il capitalismo o sotto il socialismo? Marx chiarì la sua posizione nel gennaio del 1882, nella Prefazione alla nuova edizione russa del Manifesto del partito comunista: «In Russia, accanto all’ordinamento capitalistico, che febbrilmente si va sviluppando, e assieme alla proprietà fondiaria borghese, che si sta formando solo ora, oltre la metà del suolo si trova sotto forma di proprietà comune dei contadini. Si presenta, quindi, il problema: la comunità rurale russa, questa forma – è vero – in gran parte già dissolta dell’originaria proprietà comune della terra, potrà passare direttamente a una più alta forma comunistica di proprietà terriera? O dovrà attraversare, prima, lo stesso processo di dissoluzione che ha costituito lo sviluppo storico dell’Occidente? La sola risposta oggi possibile è questa: se la rivoluzione russa servirà come segnale a una rivoluzione operaia in Occidente, in modo che entrambe si completino, allora l’odierna proprietà comune rurale russa potrà servire da punto di partenza per un’evoluzione comunista».

    Come si vede, il retroterra concettuale delle strategie rivoluzionarie da applicare alla Russia elaborate da Lenin («doppia rivoluzione») e da Trotsky («rivoluzione permanente») nei primi anni del Novecento, si trova in Marx. È proprio vero: Marx non russa!

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