ANACRONISMI MAL CONCEPITI

«Nel mondo del XXI secolo questo conflitto appare tragicamente anacronistico»: quante volte abbiamo letto o ascoltato in questi tormentati giorni questa o simili frasi apparentemente piene di buon senso e di “spirito critico”? Personalmente molte, troppe volte. A mio avviso queste frasi tradiscono una disarmante assenza di profondità analitica e critica in chi le formula, e non suonerebbero bene nemmeno in bocca a un bambino. Perché di un pensiero ingenuo e infantile, nell’accezione negativa del termine, a mio avviso si tratta.  È lo stesso pensiero che dopo ogni “incidente sul lavoro”, dopo ogni catastrofe ecologica, dopo ogni avvenimento inspiegabile facendo ricorso alla piatta razionalità messa al servizio dello status quo, suggerisce al soggetto che pensa di essere socialmente responsabile di profferire la seguente perla concettuale: «Queste cose nel mondo di oggi non dovrebbero più accadere». E perché mai? Sarebbe invece strano che certe cose non accadessero, posto il mondo che ci ospita. E ancora meno sopporto quello che, a tragedia avvenuta, se ne esce dicendo: «Questo non può succedere!» Non può succedere? Ma se la tragedia si è appena consumata!

Scriveva il grande Fëdor Dostoevskij ne L’idiota: «Il denaro è la cosa più volgare e odiosa che ci sia perché può tutto, perfino conferire il talento. E avrà questo potere fino alla fine del mondo». Del mondo capitalistico, mi permetto di precisare per pura pignoleria, ma anche per dire che anacronistica non è la guerra; non è l’incidente sul lavoro, non è la Pandemia e altre catastrofi, piccole e grandi, che questa società ci regala sempre di nuovo: anacronistico, dal punto di vista umano, dal punto di vista di ciò che potremmo diventare come umanità, è il rapporto sociale capitalistico di dominio e di sfruttamento che governa l’intero mondo con un piglio sempre più autoritario e disumano. Sul fondamento oscuro ma tutt’altro che incomprensibile di questa Società-Mondo, ogni male e ogni genere di comportamento e avvenimento irrazionali non solo sono possibili e plausibili, ma sono anche molto probabili. La ripetizione nel XXI secolo di qualcosa di simile a ciò che abbiamo chiamato Olocausto, non sarebbe affatto un evento tragicamente anacronistico (*), ma una catastrofe che avrebbe le robuste radici piantate nell’attualità. Si tratterebbe piuttosto di far diventare anacronistica l’attualità del Dominio.

Guardata da questa prospettiva, la società altamente tecnologizzata e traboccante di “merci & servizi” appare davvero in tutta la sua mostruosa e grottesca senescenza. E in tal orrida guisa appaiono anche quelli che Antonio Labriola chiamava «i farmacisti della questione sociale» – e ambientale…

(*) In scala ridotta, lo sterminio pianificato degli individui ha avuto molte repliche, e in molte parti del mondo, negli ultimi settantasette anni.

5 pensieri su “ANACRONISMI MAL CONCEPITI

  1. Hey Sebastiano! Condivido la tua repulsione per questo atteggiamento di sgomento davanti alle terribili cose che accadono. Eppure, provo una certa simpatia per quelle anime candide che si stupiscono per la violenza, sono vittime mesmerizzate di questa bella società avanzata e democratica. Altra forma di stupore che mi fa sorridere è quando si dice che il livello della cultura è scaduto. Ma in una società dove la forma più alta di espressione è il marketing, cosa si può chiedere ancora? Certamente queste fazioni Ucraina vs Russia stanno dando un bello spettacolo. Credo che anche tu sappia quanto può essere imbarazzante per molte persone quando ti chiedono la tua opinione e rispondi che sei contro entrambe le fazioni e contro ogni “stato sovrano” e interesse geopolitico. Per non parlare della questione London Calling/Kyiv Calling, veramente patetica. Ti saluto fraternamente e buon mondo assurdo!! In rock we trust!

  2. Grazie Bob! Non ci crederai, ma dopo aver ascoltato la versione ucraina del “mitico” pezzo dei Clash , ho strimpellato dopo tanto tempo London Calling! In rock we trust! Un forte abbraccio!

  3. Pingback: CANI SCHIFOSI, SOGNI INFRANTI E REALTÀ DELL’IMPERIALISMO | Sebastiano Isaia

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