GUERRA DI CIVILTÀ E LOGICA BINARIA

Scrive Pietro Di Muccio de Quattro: «La guerra questo fa: costringe a scegliere, ma riduce la scala delle opzioni ad un’alternativa secca». Qui è evocata la «logica binaria» tanto invisa ai “complessisti”. Io invece concordo, probabilmente a causa di una mia congenita indigenza di dialettica storico-politica, con l’«alternativa secca»: o di qua, o di là! Si tratta ovviamente di declinare i termini politici di questa «logica binaria». Vediamo i termini proposti da Di Muccio:

«Il quarto punto, da ultimo ma non l’ultimo, coinvolge l’essenza della guerra, cioè lo scontro di civiltà. Sì, civiltà! Parola grossa ma indispensabile. La cultura russa appartiene all’Occidente libero. La politica russa appartiene invece al dispotismo asiatico. Questa stupefacente divaricazione secolare tra cultura e politica mostra una delle più potenti aporie della storia mondiale. Noi Occidentali, mentre dobbiamo vergognarci in eterno di aver figliato le abiezioni del nazismo e del comunismo, possiamo vantarci per sempre di aver generato pure la civiltà liberale, Atene e la Repubblica romana, la Gloriosa Rivoluzione britannica, la Costituzione americana, la Costituzione francese del 1789: tutti pilastri della società aperta fondata sul diritto. Per quanti misfatti ed errori possiamo aver commesso noi Occidentali nel corso degli avvenimenti, resta inoppugnabile che la nostra vita è migliore, più libera e più prospera. Stare oggi con l’Ucraina contro la Russia significa perciò stare dalla nostra parte, la parte migliore della storia umana, la società libera e democratica. E soprattutto significa stare dalla parte della vera pace. “Pax est tranquilla Libertas”, insegna Cicerone. Difendendo le ragioni dell’Ucraina e il popolo ucraino difendiamo le nostre ragioni e noi stessi. Perciò, lettori e giornalisti dell’Opinione, non diffondete dubbi, neppure per liberarvi da incertezze politiche ed assilli personali. È tempo di retta coscienza e fede certa nella giusta battaglia. Anche il vostro individuale contributo aiuta a vincere la “nostra guerra”. Come disse Winston Churchill, “nessuno può garantire il successo in guerra, può solo meritarlo”» (L’Opinione).

A mio modesto avviso, qui ci troviamo a che fare con una riflessione politico-ideologica non solo ultrareazionaria, perché porta acqua al mulino dell’imperialismo cosiddetto occidentale, e perché si dispiega interamente sul terreno delle ragioni che fanno capo agli Stati, alle nazioni, ai “popoli” astrattamente considerati (e quindi funzionale al discorso delle classi dominanti); la riflessione qui proposta appare ai miei occhi anche completamente priva di senso storico.  In primo luogo perché non coglie le abissali differenze che passano tra «Atene e la Repubblica romana, la Gloriosa Rivoluzione britannica, la Costituzione americana, la Costituzione francese del 1789» e la nostra epoca storica, l’epoca caratterizzata dal dominio totalitario e mondiale del Capitale, l’epoca giustamente definita imperialista già da John Atkinson Hobson nel 1902.

«La cultura russa appartiene all’Occidente libero. La politica russa appartiene invece al dispotismo asiatico»: questa considerazione aveva un senso storico e una precisa ragione politica negli scritti che Marx scrisse contro la Russia imperiale del suo tempo, oppure in quelli del Lenin del gennaio 1905 che accolse con entusiasmo la vittoria del Giappone ai danni della Russia autocratica: «La guerra di un paese avanzato contro un paese arretrato assume anche oggi, come già parecchie volte nella storia, una grande funzione rivoluzionaria. e il proletariato cosciente, nemico implacabile della guerra, che inevitabilmente , ineluttabilmente accompagna ogni dominio di classe in generale, non può chiudere gli occhi dinanzi al fatto che la borghesia giapponese sconfiggendo l’autocrazia ha adempiuto un compito rivoluzionario. […[ Non il popolo russo, ma l’autocrazia ha cominciato questa guerra coloniale, trasformatasi in una guerra fra il vecchio e il nuovo mondo borghese. Non il popolo russo, ma l’autocrazia è giunta a una vergognosa disfatta. Il popolo russo ha tratto giovamento dalla disfatta dell’autocrazia. La capitolazione di Port-Arthur è il prologo della capitolazione dello zarismo. Sì, l’autocrazia è indebolita. I più increduli incominciano a credere nella rivoluzione. e la fede generale nella rivoluzione è già il principio della rivoluzione» (1). Qualche giorno dopo Lenin poteva salutare con centuplicato entusiasmo «l’inizio della rivoluzione in Russia».

Ma Lenin poteva scrivere quelle cose perché nella Russia di inizio novecento l’ordine del giorno storico prevedeva, per così dire, una rivoluzione borghese, e difatti egli parla di popolo quando fa riferimento a quel tipo di rivoluzione, e di proletariato quando riflette sui compiti che il proletariato d’avanguardia doveva avere nell’ambito di essa. Mettendo in grave crisi l’autocrazia zarista, il giovane e rampante capitalismo giapponese, precocemente avviato sulla strada della politica imperialista, svolgeva per Lenin una funzione oggettivamente e storicamente rivoluzionaria non solo perché rendeva possibile una rivoluzione borghese in Russia, aprendo nuove prospettive allo stesso «proletariato cosciente», ma indeboliva quella funzione di gendarme della reazione che quel Paese aveva da molto tempo svolto per conto dell’Occidente, e qui Lenin si ricollega a Marx: «Il sicuro istinto di classe della borghesia del vecchio mondo – scriveva Lenin – la fa preoccupare per i successi del nuovo mondo borghese; [essa] è allarmata per il crollo della forza militare russa, che a lungo era stata considerata il più sicuro baluardo della reazione europea. Non sorprende che persino la borghesia europea, che non partecipa alla guerra, si senta tuttavia umiliata e avvilita. Era così abituata a identificare la forza morale della Russia con la forza militare del gendarme d’Europa!» (2). Eppure l’Europa del 1905 aveva alle spalle, se non erro, l’«Atene e la Repubblica romana, la Gloriosa Rivoluzione britannica, la Costituzione americana, la Costituzione francese del 1789».  Quella stessa bella e progressista Europa dieci anni dopo produrrà la Prima carneficina mondiale, e poi i totalitarismi novecenteschi e il Secondo macello imperialistico mondiale – con lo sterminio scientificamente pianificato degli individui praticato con “armi convenzionali” e “armi non convenzionali”. Sempre il vincitore chiama “guerra di liberazione” la propria guerra, e “guerra di aggressione e oppressione” la guerra del nemico sconfitto: questo anche a proposito di certe liturgie patriottiche che si celebrano tutti gli anni proprio di questi tempi.

Nonostante tutte le sue magagne e contraddizioni economico-sociali, riconducibili in ogni caso ai rapporti sociali capitalistici che oggi dominano su scala planetaria, la Russia di Putin ha poco a che fare con la Russia degli Zar, mentre ha molto a che fare con la Russia di Stalin soprattutto a causa della natura capitalistica di entrambe le “Russie”. Detto altrimenti, lo scontro non è tra le civiltà, come da sempre sostengono soprattutto i liberali che difendono le ragioni dell’imperialismo statunitense ed europeo, ma nel seno di una stessa civiltà: quella capitalistica. Si tratta di un concetto, quello appena formulato, che all’anticapitalista del XXI secolo appare di un’evidenza solare. Posta questa disumana civiltà, tutto il male, anche quello che oggi non riusciamo nemmeno a immaginare sulla scorta del passato, è possibile e molto probabile. Questo a mio avviso significa ragionare storicamente e criticamente.

La mia “logica binaria” ha insomma un contenuto radicalmente classista, ossia anticapitalista, e quindi essa non ha nulla a che fare né con i “complessisti”, né con chi fa una netta scelta di campo – pro o contro la Russia di Putin (alle cui spalle si erge la possente sagoma della Cina); pro o contro l’Ucraina di Zelensky (foraggiata dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea). Questo significa, sempre a mio avviso, ragionare storicamente e criticamente sul conflitto armato in corso, il quale è parte di una ben più generale guerra sistemica tra imprese, nazioni, Stati, potenze. Il mio nemico è quindi il sistema capitalistico mondiale preso nella sua compatta, violenta, contraddittoria e disumana totalità, ed è per questo che non mi esalto neanche un po’ quando vedo le classi subalterne ucraine difendere la loro patria, la loro nazione, il loro Stato, ossia le loro catene. Lo stesso discorso vale ovviamente per i soldati dell’Armata Russa, carne da macello al servizio dell’imperialismo russo che oggi è “incarnato” politicamente dal regime putiniano. A proposito di Vladimir Putin, personalmente ne parlo come di un macellaio dai tempi della Seconda guerra cecena (1999-2009); giudizio confermato negli anni soprattutto dai massacri consumati dall’esercito russo ad Aleppo.

Il «comunismo» di cui parla il Nostro, associandolo giustamente al «nazismo» (non a caso l’Unione Sovietica di Stalin e la Germania di Hitler si presentarono come alleati all’inizio della Seconda guerra mondiale), non aveva nulla a che fare con l’autentico comunismo, ma ne era piuttosto non la tragica caricatura, ma la sua più radicale negazione – e la stessa cosa si deve dire, mutatis mutandis, a proposito della Cina, da Mao Tse-tung a Xi Jinping. «Anche la Cina fa dunque parte della civiltà capitalistica?» Senza alcun dubbio!

Scriveva ieri Le Monde (in vista delle elezioni presidenziali di domani): «Al ripiegamento nazionalista dentro le proprie frontiere opponiamo l’idea che nulla è possibile in un solo Paese» (Le Mande). Giustissimo! Ma non ditelo all’animaccia di Baffone!

La mia “logica binaria” conosce dunque solo l’alternativa secca capitalismo/anticapitalismo; è servendomi (come so, come posso) di questa logica che cerco di orientarmi nella complessa e contraddittoria matassa del dominio sociale capitalistico.

(1) Lenin, La caduta di Port-Arthur, Opere, VIII, pp. 42-45, Editori Riuniti, 1961.

(2) Ibidem, pp. 37-38.

Leggi: APPUNTI SULLA NATURA DELLA “GUERRA CALDA”;  La dimensione mondiale del conflitto Russo-Ucraino

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