UN 25 APRILE DI GUERRA (IMPERIALISTA). ESATTAMENTE COME ALLORA!

Per Massimo Cacciari, la “sanguinosa” polemica che si è aperta “a sinistra” sul significato che bisogna attribuire al 25 Aprile che si festeggia quest’anno, alla luce di quanto avviene in Ucraina, «vale meno che zero, non ho neanche la lingua per parlare di stupidaggini simili». Figuriamoci se ne può parlare con un minimo di interesse uno che, ed è il caso di chi scrive, non solo non ha mai fatto parte della “sinistra” (più o meno “estrema”, più o meno “radicale”), ma l’ha sempre combattuta ritenendola una soggettività politico-ideologica ultrareazionaria, in quanto organica alla classe dirigente di questo Paese. Qui alludo soprattutto al PCI e ai “gruppi” che nacquero nel tempo alla sua “sinistra” (su posizioni staliniste o maoiste), e poi alle formazioni politiche che ne hanno ereditato il patrimonio ideologico e politico. Peraltro è stata soprattutto la “sinistra” di matrice stalinista a creare il mito, ripreso negli anni Settanta anche dalle nuove formazioni “partigiane” (tipo Brigate Rosse), della Resistenza come «Rivoluzione tradita». «Solo Stalin e le sue truppe invincibili ci libereranno. Compagno Stalin, noi attendiamo a Roma il glorioso esercito rosso!» (Spartaco, 1944). Com’è noto, le «truppe invincibili» dell’Armata Russa non misero mai piede a Roma, e oggi incontrano qualche difficoltà a prendere Kiev: la “denazificazione” dell’Ucraina (domani a chi toccherà?) procede a rilento…  

Ma cosa si festeggia, esattamente, il 25 Aprile di ogni anno in Italia? Ma è ovvio, si dirà: si celebra e si festeggia la liberazione del nostro Paese dall’oppressione nazifascista. Ebbene, a me la cosa appare tutt’altro che ovvia, anche alla luce del fatto che, in quanto festa nazionale, quella del 25 Aprile è per me una scadenza di regime, e già la cosa non mi aggrada affatto. Purtroppo anche il Primo Maggio ha fatto la stessa fine, soprattutto grazie al sindacalismo collaborazionista – CGIL in testa. Con il 25 Aprile l’Italia celebra il passaggio dal Fascismo al  post-fascismo: una discontinuità politico-istituzionale funzionale alla conservazione del regime capitalistico. Cambiare – quasi – tutto per non cambiare niente. Si trattò peraltro di una discontinuità nemmeno tanto radicale anche sul piano politico-istituzionale, soprattutto per quanto riguardò l’apparato preposto al controllo e alla repressione (Magistratura, con tanto di Codice Penale fascista ancora vigente, forze armate, polizia, servizi segreti) e nella struttura del capitalismo italiano. I partiti antifascisti, alcuni legati all’imperialismo angloamericano e altri all’imperialismo russo (amorevolmente intruppati nel Comitato di Liberazione Nazionale dal 9 settembre 1943), proclamarono il 25 Aprile festa nazionale «a celebrazione della totale liberazione del territorio italiano», come si legge nel Decreto firmato da Umberto II il 22 aprile 1946.

Si tratta dunque di una festa molto patriottica, e si dà il caso che chi scrive sia da sempre un convinto sostenitore dell’internazionalismo proletario che vede nel patriottismo il veleno ideologico più potente che le classi dominanti iniettano sempre di nuovo nelle vene delle classi subalterne per spezzarne la resistenza di classe. Capite bene che uno come me ha poco da festeggiare il 25 Aprile – piuttosto si augura di trascorrere una bella giornata di sole in piacevole compagnia: viva la Scampagnata!

Come ho scritto altre volte, la Resistenza rappresentò a tutti gli effetti per l’Italia la continuazione della guerra imperialista nel mutato scenario interno (crollo “ufficiale” del regime fascista il 25 luglio 1943) e internazionale – con il tradizionale “salto della quaglia” nelle alleanze politico-militari del Paese. Gli episodi di lotta di classe (scioperi operai nei centri industriali del Nord, lotte contadine in Sicilia e in Puglia) e di autodifesa armata di soldati italiani sbandati (dall’8 settembre 1943 in poi) staccati dal movimento “ufficiale” resistenziale guidato dai partiti borghesi antifascisti riuniti nel CLN, episodi che naturalmente sono ben lungi dal negare o, credo, dal sottovalutare, non furono tuttavia tali da poter mutare nemmeno in minima parte la sostanza storico-sociale di quel fenomeno. Non nego, e anzi so bene, che allora, nel fuoco degli avvenimenti bellici, più di un comunista antistalinista (detto per inciso, è il solo modo di essere comunista che riesco a concepire) pensò che vi fosse quantomeno la possibilità di trasformare la Resistenza imperialista in una Resistenza di classe, per mutuare la celebre parola d’ordine internazionalista del 1914, e si mosse in quel senso, scontando naturalmente i limiti imposti dalla situazione. Nulla da dire, se non per esternare dell’ammirazione nei confronti di compagni rivoluzionari disposti a sacrificare la loro vita nella lotta di emancipazione. Bisogna d’altra parte aggiungere, per completezza “storiografica”, che tutte le volte che qualcuno cercò allora di praticare l’internazionalismo proletario, si trovò a fare i conti con gli sgherri di Togliatti e di Stalin, non raramente lasciandoci la pelle. Lungi quindi dal negare contraddizioni, speranze più o meno fondate e quant’altro, cerco piuttosto di restituire appunto l’essenza di un fatto storico, di coglierne il senso generale. E il senso generale della Resistenza, in Italia e altrove, fu quello, ripeto, che le impresse la guerra imperialista, definita dai vincitori Guerra di liberazione – è difficile trovare nella storia un vincitore che non si sia presentato al mondo in guisa di “liberatore”.

Scrive Giulio Sapelli: «La partecipazione delle forze partigiane e delle forze armate regolari al fianco dei vincitori dà all’Italia uno statuto particolare nel contesto della ricostruzione del secondo dopoguerra. La Resistenza consentirà alla classe politica emersa dalle prime elezioni democratiche del dopoguerra di trattare su un piede di maggiore dignità e di autonomia dinanzi alle potenze inglese e nordamericana» (1). Nulla da aggiungere.

A proposito della mitologia resistenzialista, in un articolo pubblicato su una modesta rivista (Filo Rosso) della mia città nel gennaio 1992, intitolato – un po’ pomposamente – Per una critica marxista della Costituzione italiana, riportavo la citazione che segue, tratta da un breve saggio storico di Elena De Paolis: «Sono la monarchia, il capitale finanziario e la burocrazia che decidono la caduta di Mussolini e, soprattutto, le sorti disastrose della guerra, e non “l’insurrezione spontanea” della popolazione» (2). Poco oltre citavo un articolo di Luciano Canfora pubblicato sul Manifesto del 18 luglio ’91, che allora suscitò molto scandalo presso i corifei della leggenda resistenzialista perché criticava appunto i miti e le forzature storiografiche riguardanti la Resistenza. In particolare egli definiva «schematica» la lettura che gli intellettuali legati “organicamente” alla sinistra ufficiale avevano fatto del conflitto sviluppatosi nell’Italia centro-settentrionale nel periodo 1943-45 al solo scopo di «legittimare la sinistra, in particolare i comunisti», nonché per «restituire dignità al Paese che aveva saputo “liberarsi da sé” e che dunque non andava trattato come un vinto». Per la verità anche la DC di De Gasperi cavalcò la patriottica balla speculativa della sconfitta solo a metà, in grazia dell’epopea rosso-bianca resistenzialista, meritandosi la giusta e sarcastica ironia degli angloamericani che avevano preso a calci sul deretano il Bel Paese appena qualche anno prima.

E difatti, la più grossolana delle forzature nella memorialistica resistenzialista Canfora la individuava «nell’attribuire alla lotta partigiana il ruolo decisivo nella “liberazione”, sebbene in realtà il ruolo decisivo dovesse attribuirsi piuttosto all’evoluzione bellica complessiva». Come si vede, nulla che uno storico o un politico non assoggettato alla dittatura ideologica resistenzialista non sapesse già. Ma allora il “popolo di sinistra” lapidò il povero Canfora sull’altare del “revisionismo storico”.

Qualche anno fa il Professor Ernesto Galli della Loggia impartì ai suoi lettori una lezione di storia dell’antifascismo tutt’altro che banale. È vero, sostenne il noto intellettuale, che la nostra Repubblica è «nata dalla Resistenza», e «che la nostra Costituzione è antifascista», ma storicamente e politicamente parlando c’è antifascismo e antifascismo. «C’è stato l’antifascismo dei sinceri democratici e quello di chi non predicava né praticava la democrazia ma un sistema di valori autoritari almeno quanto lo erano quelli che facevano capo al Fascismo e al Nazismo. […] Erano antifascisti quelli che nel 1939 pensavano che l’Unione sovietica avesse fatto benissimo ad annettersi i Paesi baltici e mezza Polonia dopo essersi messa d’accordo con Hitler, così come lo erano quelli che sul nostro confine orientale dal ’43 al ’45 gettarono qualche migliaia di italiani nelle foibe? […] Ancora: antifascisti a diciotto carati erano pure quelli che negli anni ‘50 non esitavano a definire “nazisti” gli Stati Uniti mentre non riservavano una sola parola di solidarietà, neppure una, agli antifascisti cecoslovacchi o ungheresi, solo pochi anni prima loro compagni nella Resistenza e ora mandati sulla forca con le accuse più inverosimili e infamanti dai regimi comunisti stabilitisi nei loro Paesi?» (Il Corriere della Sera). Come sa chi mi conosce, i «regimi comunisti» di cui parla Galli della Loggia sono da me rubricati come regimi capitalisti che hanno contribuito a scrivere il Libro nero del capitalismo mondiale. Ed è per questo che la distinzione qui proposta tra antifascismo “buono” (liberaldemocratico) e antifascismo “cattivo” (“comunista”) non mi irrita neanche un po’ né, per la verità, mi sfiora.

Tra l’altro sono i nostalgici dello stalinismo, che oggi hanno trovato riparo e conforto nel Celeste Imperialismo Cinese, che tifano a favore del macellaio di Mosca, e ne sostengono le ragioni geopolitiche, peraltro in armoniosa e tutt’altro che paradossale alleanza politica con nazisti e fascisti.   

Per Slavoj Žižek, «Il pacifismo non è un’opzione in questo conflitto. L’unico modo per resistere a Putin è con la forza. Gli invasori dicono sempre di volere la pace, perché è il modo per sovrastare le vittime. Anche Hitler diceva di volere la pace nella Francia occupata dai nazisti» (La Repubblica). Abbiamo capito che il noto intellettuale di Lubiana sostiene il nazionalismo ucraino e l’imperialismo occidentale, a cominciare da quello che cerca di darsi una consistenza come Unione Europea. Su questo punto rinvio ai miei diversi post dedicati al conflitto in corso. «Qualche anno fa – continua Žižek – Putin disse che il modello della democrazia liberale è in declino. In un certo senso aveva ragione. Naturalmente Putin lo diceva per rivendicare la sua autocrazia come modello vincente. Tuttavia lo scontento che si avverte in gran parte del mondo industrializzato è reale, indica che nelle democrazie liberali bisogna cambiare qualcosa. Esagerando direi che bisogna fare come nel comunismo di guerra, i provvedimenti economici e sociali presi da Lenin dopo la rivoluzione bolscevica. Non per realizzare il comunismo, beninteso, ma per ristrutturare la democrazia, che ha bisogno di più socializzazione, più pianificazione, più cooperazione internazionale, più sforzi globali per affrontare problemi come sanità, cambiamento climatico e immigrazione». Più che «perversa», per riprendere il titolo del suo ultimo saggio (Guida perversa alla politica globale), la posizione di Žižek mi sembra molto… confusa, diciamo così, soprattutto sul piano storico. Su Lenin e sul comunismo di guerra rinvio a un mio scritto di qualche giorno fa.

Scrive Gianfranco Pasquino sul Domani: «È in atto da qualche settimana una discussione intensa e, inevitabilmente, anche acrimoniosa, sull’aggressione russa all’Ucraina, su quello che possiamo fare per gli aggrediti, su quello che dobbiamo o no consigliare agli ucraini che intendono continuare a combattere. Anche ai partigiani italiani il Generale inglese Alexander consigliò di abbandonare la lotta armata nell’autunno-inverno 1944-45. I partigiani italiani decisero di non deporre le armi. Non era soltanto una questione militare. Ne andava della dignità loro e della visione di un paese che volevano riscattare dopo vent’anni di fascismo. È in nome di quella dignità di popolo e di patria che gli ucraini non si arrendono e chiedono armi per respingere l’invasore».  La politologa ucraina Tatiana Zhurzhenko la pensa allo stesso modo: «Questa, per gli ucraini, è una lotta impari per la sopravvivenza della loro nazione, che Putin ha ripetutamente definito “inesistente”. Si tratta, anche, della difesa dei valori liberaldemocratici e del diritto di decidere dove si vuole che il proprio paese stia, in questo caso nell’Unione europea» (VoxEurop). «Dignità di popolo e di patria», Difesa della nazione, «difesa dei valori liberaldemocratici», adesione al progetto (capitalista/imperialista) europeo: è esattamente per questo che non parteggio per la resistenza nazionale ucraina – né, ovviamente, per l’imperialismo russo: due facce della stessa disumana medaglia che porta il nome di Sistema Capitalistico Mondiale. È della logica del «proprio Paese» (leggi società capitalista) che le classi subalterne di tutto il mondo devono sbarazzarsi, se non vogliono continuare a essere un’informe massa umana da sfruttare e opprimere (si dice “governare”), in “pace” come in guerra, sotto i regimi «liberaldemocratici» o sotto i regimi autocratici e totalitari. È questa Festa di Liberazione che mi piacerebbe tanto festeggiare! Lo so, non ne avrò la possibilità. Pazienza!

Per il Presidente della Repubblica Mattarella «La pretesa di dominare un altro popolo, di invadere uno Stato indipendente, ci riporta alle pagine più buie dell’imperialismo e del colonialismo». Qui mi limito ad osservare che sono le pagine più “luminose” «dell’imperialismo e del colonialismo» che hanno reso possibile le «pagine più buie» scritte dal processo sociale capitalistico, il quale procede tra periodi di cosiddetta “pace” e periodi di conflitti armati più o meno estesi – magari combattuti dalle nazioni più piccole su mandato (“per procura”) di quelle più grandi. Come ho scritto altrove, il conflitto armato non è che la continuazione della guerra sistemica (economica, tecnologica, scientifica, geopolitica, ideologica) che ha come obiettivo la conquista, la difesa e l’espansione del Potere sistemico – o imperialista che dir si voglia. È soprattutto per questo che non ha alcun senso parlare di “pacifismo” nella Società-Mondo del XXI secolo.  

(1) G. Sapelli, Storia economica dell’Italia contemporanea, p. 1, Bruno Mondadori, 2008.

(2) Testo pubblicato in Tesi e Antitesi, G. D’Anna editore, 1979.

3 pensieri su “UN 25 APRILE DI GUERRA (IMPERIALISTA). ESATTAMENTE COME ALLORA!

  1. NOTIZIE DAL FRONTE UCRAINO

    Aleggia la puzza di imbalsamazione eroica

    Domenico Quirico, La Stampa:

    Attendo, invano, ogni giorno, da settimane la notizia della resa dei difensori della acciaieria Azovstal a Mariupol dove la battaglia divora vite tra le rovine di una città che ha gli edifici rotti come gusci. Invece loro sembrano decisi a immolarsi, temo purtroppo trascinando nel proprio destino anche i civili rinchiusi nei sotterranei del complesso industriale e che non hanno più alcuna possibilità di modificare il corso della battaglia o di ricevere aiuti dagli ucraini.
    Questo fazzoletto di undici chilometri quadrati sporchi di tutti i sudiciumi della guerra si abbranca alla grandezza della volontà di non alzare bandiera bianca. Aleggia la puzza di imbalsamazione eroica, di sepolcri che rimettono in piedi i vecchi miti dei combattenti martiri. I difensori di Mariupol, nazisti o non nazisti che siano, sono in preda alla chimera della eternità, della bella morte.
    Nei diari dei soldati anche di eserciti molto disciplinati come inglesi e americani in Iraq non mancano certo i casi in cui non si sono fatti prigionieri. Perché un minuto prima quelli che ora ti guardano con le braccia alzate e sono nelle tue mani, hanno ucciso il tuo miglior amico o hanno tentato di ucciderti. Perché non vendicarsi, subito mentre è ancora possibile? Tutto finirà nel calderone della guerra.

    Putin manda al macello le minoranze che si arruolano per evitare la miseria

    Selvaggia Lucarelli, Domani:

    La questione del massiccio arruolamento di soldati tra le minoranze etniche del paese da parte della Russia è stata discussa fin dalle prime fasi della guerra, tanto da ispirare battute sarcastiche da parte di account ucraini sui social, quali «Sembra quasi che la prima pulizia etnica Putin la stia facendo nel suo paese». In realtà, i motivi per cui si attinge da queste regioni per infoltire le fila dell’esercito sono cinicamente semplici: sono aree in cui la situazione socio-economica è disastrosa, dove si registrano i peggiori tassi di povertà e disoccupazione. Quei soldati russi, nello specifico, provengono dalla Buriazia, dalla Calmucchia e da Tuva, tre regioni buddiste della Federazione russa.
    Gli abitanti vivono sotto la soglia della povertà e la carriera militare è l’unico modo per affrancarsi dalla miseria. Inoltre, in Russia, le persone che hanno conoscenze e mezzi (possibilità di procurarsi falsi certificati medici, di svolgere studi all’estero) riescono a evitare il servizio militare, i più poveri non hanno scampo. E se moriranno in battaglia, le modeste famiglie di villaggi sperduti a cinquemila chilometri da Mosca non protesteranno facendo rumore.

  2. MA INSOMMA, CHI FU IL “LIBERATORE”?

    Giampiero Mughini (Dagospia):

    Caro Dago, stavo ascoltando alla tv le parole dette in occasione delle celebrazioni del 25 aprile. Ascolto, e allibisco. Sembrerebbe da quelle parole e dall’ossessiva retorica “resistenziale” di cui si fa forte l’Anpi – ossia l’associazione di cui fanno parte quelli che non erano ancora nati mentre gli italiani si ammazzavano tra loro – che la Liberazione sia avvenuta per merito della Resistenza, e uso non a caso la maiuscola perché le due parole eccome se lo strameritano. […]
    Detto questo la Resistenza romana, a cominciare dall’agguato di via Rasella, non ha cambiato di un’ora l’esito della battaglia per la conquista di Roma. Nemmeno di un’ora.
    Quella battaglia la vinsero i soldati americani, inglesi, neozelandesi, quelli della Brigata ebraica (più volte bersagliati da insulti durante i cortei antifascisti del terzo millennio, di quando del fascismo non c’è più l’ombra), marocchini (ivi compreso lo stupro della “Ciociara”).
    Quelli che erano sbarcati prima in Sicilia e poi ad Anzio e che ci misero dei mesi a conquistare Monte Cassino, dove arrivarono per primi i soldati polacchi e scoppiarono a piangere. Mussolini è andato giù il 25 luglio non per una qualche mossa audace dei gappisti comunisti, ma perché un bombardamento alleato aveva fatto morti a centinaia nel Quartiere San Lorenzo. E’ semplice, ma è così.
    La guerra contro il nazifascismo non l’hanno vinta né quelli che andarono sulle montagne né quelli che ammazzavano più o meno a caso un tedesco o un repubblichino di passaggio nelle grandi città.
    La guerra l’hanno vinta i milioni di uomini che gli Alleati mobilitarono pur di piantare gli stivali sulle spiagge della Normandia e liberare palmo a palmo l’Europa almeno fin dove erano arrivati i russi, i quali non “liberarono” nulla di nulla ma solo sostituirono un regime dittatoriale con un altro.
    Quella partita spaventevole la giocarono i carri armati e i bombardieri degli Alleati, non i gap dell’eroico Giovanni Pesce che agirono prima a Torino e poi a Milano. Quella partita la giocò e la vinse il soldato Ryan, a prendere il titolo del famoso film di Steven Spielberg il cui protagonista è uno che negli Usa faceva il professore. Gli americani di soldati Ryan ne mandarono a milioni contro le mitragliatrici e i cannoni manovrati dal più agguerrito esercito al mondo, quello tedesco.
    Quella partita la vinse l’America, per dire del Paese contro il quale il mio amico Massimo Fini scaraventa carrettate di sterco tutte le volte che può. Ossia un giorno sì e un giorno no. E’ semplice, semplicissimo, e non c’è null’altro da aggiungere a meno di non volere usare parole che gonfiano le gote ma che insozzano la verità delle tragedie del Novecento.

  3. ANCHE LA FRANCIA VIVE DI MITI “LIBERATORI”

    Olivier Dupuis (Voxeuropo):

    «In Francia la presa dei miti rimane forte. Il mito di essere uno dei vincitori della seconda guerra mondiale, basato sulla sostituzione nella coscienza e nell’inconscio collettivo francese degli inglesi e degli americani, liberatori dell’Europa occidentale, con Charles de Gaulle, redentore del petainismo. La convinzione che durante la guerra fredda, il deterrente nucleare francese avrebbe potuto garantire l’indipendenza della Francia, mentre al massimo avrebbe garantito le condizioni di una sua vassallizzazione. L’illusione che l’appartenenza al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite segni il riconoscimento dell’eccezionalismo francese e non sia il risultato della scelta degli inglesi e degli americani di non ripetere le umiliazioni del Trattato di Versailles e, ancor più, il risultato di un calcolo pragmatico da parte dei sovietici e degli americani di accompagnare un paese chiamato a smantellare il proprio impero».

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