GIORNI DISTOPICI IN CINA

Pare che la Cina si stia misurando con l’ondata epidemica di Covid-19 peggiore dal 2020, con gravi ripercussioni sull’economia e sulla tenuta sociale del Paese. « Due anni dopo Wuhan, nuovi lockdown con milioni di persone bloccate. Il controllo orwelliano, la burocratizzazione e la politica “zero Covid”. Segnali di fallimento. In una sorta di diario molto popolare online, Zhang Wenmin, giornalista ex reporter del giornale cinese Caixin, conosciuta con lo pseudonimo di Jiang Xue, si domanda: “Quelli che premono il ‘pulsante pausa’ per questa città, quelli che detengono il potere, hanno mai pensato a come influenzeranno il destino di 13 milioni di persone che vivono qui?”. Xi aveva promesso la vittoria contro la pandemia grazie ai vaccini cinesi. E invece i vaccini cinesi servono a poco, soprattutto contro la variante Omicron» (Il Foglio).

«Hong Kong, Jilin, Shenzhen e Shangai sono in ginocchio per l’aumento dei contagi Covid. Ferme le fabbriche dei fornitori di Apple, Toyota e Volkswagen. Nuovo rischio per la catena di approvvigionamento globale e crollo dei mercati finanziari. Ma Pechino non abbandona la sua rigida strategia di contenimento per motivi di leadership» (Formiche). Gli stessi motivi che all’inizio della prima ondata epidemica di Covid-19 portarono il regime cinese a negare qualsiasi rischio pandemico e a reprimere le prime voci che diedero l’allarme. Scrivevo su un post del 16 marzo 2020: «Qui vale la pena di ricordare la vicenda di Li Wenliang, il medico di Wuhan  che già alla fine di dicembre denunciò la presenza del coronavirus in quella popolosissima città della provincia dell’Hubei, e che per questo venne “attenzionato” dal regime, che lo ammonì come segue: “Stai diffondendo parole non veritiere in rete. Il tuo comportamento ha gravemente disturbato l’ordine sociale. Hai violato il regolamento dell’amministrazione della pubblica sicurezza”. Solo il 20 gennaio Pechino dichiarò l’emergenza sanitaria e mobilitò l’esercito con quel piglio “decisionista”, tipico dei regimi autoritari a partito unico, a cui molti politici e intellettuali occidentali guardano con ammirazione e invidia; cinque giorni dopo il Comitato Centrale del fantomatico Partito Comunista Cinese ammise l’esistenza di un’epidemia che a quel punto rischiava di diventare incontrollabile. Ammalatosi l’11 gennaio dopo aver curato una donna affetta da glaucoma poi risultata positiva al virus, il 7 febbraio il dottor Li Wenliang morì di polmonite. Il regime ne fece subito un eroe nazionale, dopo averlo trattato come un potenziale “criminale sociale”».

«La Cina è un Paese nel quale il governo stabilisce dall’alto quello che la popolazione deve credere, ergo ciò che è vero. […] Se in Cina lo Stato non teme alcuna concorrenza, in fatto di propaganda e opacità, altrove Covid Zero è stata proposta e difesa da esperti o sedicenti tali che non hanno capito che i virus sono macchine biologiche, dove l’enfasi è su biologiche, e non cose simili a nanodroni. Quindi vanno incontro a dinamiche evolutive che rendono alcuni di loro (nel senso di specie) di particolare successo. In qualche modo siamo sempre nella sfera del whishful thinking e dell’autoinganno, per cui si applicano alla realtà e ai fatti aspettative che non sono modificate se i fatti le confutano, ma sono usate come modelli ideali entro i quali ingabbiare solo quegli elementi della complessità del mondo che validano i pregiudizi propri e di chi marcia nella stessa direzione. Una interessante intervista con scienziati e medici cinesi specialisti di Covid-19, pubblicata dalla BBC il 15 novembre (2021), riporta le loro preoccupazioni e perplessità, perché il virus è comunque endemico anche in quel Paese e non si hanno informazioni sull’efficacia protettiva dei vaccini o sulle strategie industriali in merito alla loro produzione. Uno di loro afferma che la strategia Zero Covid ha lo stesso senso che avrebbe “Zero Influenza”» (G. Corbellini, A. Mingardi, Linkiesta). Evidentemente il lungimirante Partito-Stato non la pensa così e crede che le «allucinazioni epistemologiche» possono essere utili alla causa.

Abbandonare improvvisamente la strategia Covid Zero significherebbe per il regime ammetterne il fallimento, dopo averlo presentato all’opinione pubblica interna e internazionale come la prova della superiorità del sistema cinese su quello occidentale. Tanto più che si avvicina il XX Congresso nazionale del PCC, che dovrebbe confermare Xi alla guida del Paese per il terzo mandato, quello che lo dovrebbe incoronare come secondo Padre della Patria – dopo Mao.  A quanto pare dentro il Partito Capitalista Cinese non tutte le fazioni guardano con simpatia a questa prospettiva; è soprattutto il gruppo di Shangai, vicino all’ex presidente Jiang Zemin, che guida la fronda anti-Xi. Anche dall’andamento del conflitto in Ucraina potrebbero arrivare cattive sorprese per il Caro Leader. Insomma, la ripresa in grande stile della pandemia potrebbe incrociare altri “cigni neri”.

Naturalmente gli esperti cinesi in campo medico appoggiano il governo nella sua testardaggine, ben sapendo qual è il prezzo da pagare sull’altare della verità. E allora bisogna insistere e negare l’evidenza, soprattutto l’evidenza: «Senza questa luminosa strategia le cose andrebbero molto peggio». E come potrebbero andare peggio di come stanno andando?  «Il quotidiano The New York Times conferma che la strategia del governo cinese continua ad essere il contenimento: “In risposta anche a un singolo caso di Covid, i funzionari possono sigillare tutti gli ingressi di un negozio, un edificio per uffici o persino un centro congressi. Tutti all’interno devono rimanere lì anche per diversi giorni poiché vengono testati per il Covid e mandati in isolamento se sono infetti”» (Formiche). Ma è tutto il sistema sanitario cinese a mostrare i suoi gravi limiti, soprattutto negli ospedali delle zone rurali.

Va bene l’etica confuciana, va bene il proverbiale spirito di sacrificio dei cinesi, ma c’è un limite a tutto! Detto altrimenti, il malcontento della popolazione sottoposta alle rigide (trattasi di eufemismo!) misure di contenimento adottate dal regime è palpabile e si manifesta in molti modi, purtroppo anche con episodi di autolesionismo. «Il PCC fonda la sua legittimità sul controllo della società, ma anche, che ci piaccia o no, sul credito acquisito negli ultimi decenni. In soli quarant’anni ha trasformato un paese povero e rurale nella seconda potenza del pianeta, sollevando dalla soglia di povertà seicento milioni di persone e migliorando giorno per giorno la vita dei suoi cittadini. La maggior parte dei cinesi tende a essere pragmatica quando si tratta di rapportarsi con il potere. Il benessere materiale, il progresso nelle condizioni di vita, la stabilità, il rispetto guadagnato dalla nazione compensano la censura di Internet, la durezza contro chi dissente, il divieto di affrontare in pubblico determinati temi politici. A Shanghai questo meccanismo sembra essersi inceppato: dopo decenni di sviluppo, si è sperimentata nuovamente la fame (i cinesi di una certa età ricordano le carestie durante le quali ci si cibava delle cortecce degli alberi per non morire di stenti) e si è toccato con mano il peso dell’autoritarismo del Partito. Il malcontento è palpabile, la tensione è evidente, eppure, il governo non dà segno di voler abbandonare la politica “zero covid”, anzi. I media e gli esperti la rilanciano in continuazione e le voci dissonanti vengono silenziate, proprio nelle ore in cui Omicron bussa alle porte di Pechino» (G. Messetti, La Stampa). E la lotta di classe, quella non bussa mai? E non parlo solo del Celeste Imperialismo, beninteso!

Leggi:

LA PANDEMIA COME CRISI SOCIALE CAPITALISTICA

SOCIAL CONTAGION

6 pensieri su “GIORNI DISTOPICI IN CINA

  1. OPERAZIONE SPECIALE SANITARIA DINAMICA

    Quotidiano del Popolo Online, venerdì 29 aprile 2022:

    «La Cina manterrà una politica dinamica zero-COVID per frenare la diffusione del virus l’intera Cina, dovrà continuare ad attenersi alla politica dinamica zero-COVID per contenere risolutamente la diffusione del virus, ha affermato il 29 aprile Li Bin, viceministro della Commissione Sanitaria Nazionale. Il Paese adotterà un approccio esteso a tutta la nazione per combattere l’epidemia. Se alcuni luoghi applicano politiche flessibili, ciò potrebbe causare rapide trasmissioni locali del virus e persino portare a una trasmissione transregionale, minacciando la vita delle persone e causando grandi perdite per lo sviluppo economico sociale, ha affermato Li Bin in una conferenza stampa organizzata dall’Ufficio di Informazione del Consiglio di Stato.

    Li ha fatto le osservazioni in risposta a una domanda dei media, secondo cui, essendo la Cina un grande Paese con varie regioni dalle condizioni diverse, la politica dinamica zero-COVID dovrebbe essere adattata alla situazione specifica delle diverse regioni. “Solo persistendo nella politica di eliminazione dinamica e tenendo sotto controllo l’epidemia locale, tutte le località potranno vincere la guerra della prevenzione e del controllo dell’epidemia”, ha affermato. Tuttavia, con la premessa di rispettare la politica di eliminazione dinamica, le diverse regioni sono incoraggiate a esplorare misure più mirate per contenere il virus al minimo costo, ha aggiunto Li».
    http://www.italian.people.cn/n3/2022/0429/c416708-10091241.html

  2. L’OMBRA DEL LOCKDOWN SU PECHINO

    Guardian:

    «Pechino ha chiuso le scuole e sospeso matrimoni e funerali nella città di 22 milioni di persone in uno sforzo vorticoso per evitare di far precipitare la capitale cinese in un blocco Covid in stile Shanghai. I timori che Pechino possa presto essere bloccata hanno già provocato un diffuso accumulo di scorte, che ha portato a carenze in alcuni supermercati.
    Il governo cerca disperatamente di evitare le misure radicali imposte a Shanghai nell’ultimo mese, che hanno causato frustrazione per la carenza di cibo e forniture di base. In tutta la Cina, le autorità hanno affermato che stanno reprimendo l’aumento dei prezzi.
    «Le persone si trovano in una zona senza l’epidemia e oggi sono tornate al mercato ortofrutticolo. Il prezzo delle uova è aumentato e il prezzo della carne è aumentato e le patate sono ancora lì, ma il loro valore è raddoppiato», ha detto un residente di Pechino su Weibo. «Non mi sono fatto prendere dal panico, ma questo mi sta spingendo a farmi prendere dal panico».
    Le autorità hanno ordinato test di massa su oltre 20 milioni di persone in tutta Pechino questa settimana. Oltre alle scuole cittadine, sono state poste restrizioni su alcuni singoli edifici residenziali, edifici per uffici e un’università e sono stati chiusi alcuni spazi e luoghi pubblici. Gli analisti stimano che più di 340 milioni di persone in Cina siano in blocco totale o parziale in 46 città».

  3. GROSSI GUAI PER XI JINPING

    «Tra l’esasperazione per la chiusura in casa che va avanti da un mese e le difficoltà nell’ottenere le provviste di cibo, a Shanghai sono andate in scena la notte scorsa nuove proteste: a migliaia hanno battuto su pentole e padelle creando suoni assordanti, secondo le immagini condivise sui social media e finite nelle maglie della censura cinese» (Il Messaggero). È la stessa forma di protesta praticata dai detenuti nelle carceri di tutto il mondo.

    «L’attività manifatturiera in Cina è scivolata ad aprile scontando i lockdown draconiani per fermare l’ondata di Covid-19 e scivolando al livello più basso da febbraio 2020, quando il Paese fu colpito proprio dall’epidemia di nuovo coronavirus diventata poi pandemia. L’indice Pmi manifatturiero ufficiale, infatti, si è fermato a 47,4 contro 49,5 di marzo e sotto le attese dei mercati di 48.0. Secondo i dati dell’Ufficio nazionale di statistica, si tratta della frenata più marcata da febbraio 2020, quando i lockdown di contenimento contro il virus portarono al blocco della produzione e alla rottura della supply chain.
    L’attività manifatturiera sconta la peggiore ondata di Covid degli ultimi due anni e la politica della ‘tolleranza zero’ perseguita dalle autorità cinesi per tenere sotto controllo il virus che però non ha dato risultati positivi con la variante Omicron, mettendo seriamente a rischio la crescita economica.
    L’indice dei responsabili degli acquisti (Pmi) si è contratto per il secondo mese di fila finendo sotto quota 50 a causa di un “declino della produzione e della domanda che si è ampliato”, ha affermato il portavoce dell’Ufficio nazionale di statistica, Zhao Qinghe. Il sottoindice della produzione è calato ad aprile a 44,4 (da 49,5 di marzo), quello dei nuovi ordini a 42,6% (da 48,8) e quello sui nuovi ordini per l’export a 41,6 (da 47,2). Male anche il Pmi non manifatturiero, precipitato a 41,9 da 48,4 e per il secondo mese di calo consecutivo, con la stretta anti-Covid che ha bloccato viaggi e spostamenti e messo sotto pressione anche la capitale Pechino, a rischio lockdown.
    I dati, attentamente monitorati dalla leadership comunista, sono arrivati mentre Pechino sta attuando una strategia zero-Covid che prevede l’eliminazione dei focolai man mano che emergono attraverso blocchi mirati e test di massa. Le restrizioni, tuttavia, hanno lasciato decine di città grandi e medie completamente o parzialmente bloccate negli ultimi mesi, almeno 46 secondo Nomura» (ANSA).

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