LA COMPLESSA DINAMICA DELLA GUERRA

Le guerre si sa come cominciano, ma la loro conclusione è tutt’altro che scontata o deterministicamente prevedibile, e scrivendo questo non credo affatto di affermare chissà quale mirabolante verità, chissà quale perla di originalità, ma mi limito a una mera constatazione storica che a mio avviso vale anche per la guerra (militare, economica, ideologica, propagandistica: sistemica) in corso in Ucraina. Quello che si può dire invece con certezza, almeno per chi scrive, è che questa guerra iniziata “ufficialmente” il 24 febbraio scorso non ha mutato nel corso di questi due mesi la sua natura sociale, ma l’ha piuttosto radicalizzata ed espansa. Alludo naturalmente alla natura imperialista di questo conflitto; anche il nazionalismo (o patriottismo) ucraino partecipa di questa natura, è cioè parte del problema che divora vite e genera sofferenze d’ogni tipo. Per questo personalmente “condanno” tanto la guerra di aggressione pianificata (non si sa con quanta intelligenza) dal sanguinario regime putiniano, tanto la guerra di resistenza organizzata dal regime ucraino.

Dire come mi comporterei, politicamente parlando, se io fossi in Ucraina, sarebbe ozioso (oltre che inutile, comodo e, soprattutto, inverificabile), mentre quale sia la mia posizione politica si evince dai modesti post che scrivo dall’Italia (che dista migliaia di chilometri dalla carneficina) contro tutti gli “attori” del massacro allestito da ciò che chiamo imperialismo unitario. Essendo un anticapitalista di nazionalità italiana, è chiaro che il mio nemico principale è, anche in questo conflitto, l’imperialismo italiano. Penso che sabotare la guerra economica, che è parte integrante della guerra sistemica che ha nell’Ucraina la sua manifestazione militare, sia la sola strada percorribile per l’anticapitalista; una strada oltremodo difficile, a giudicare dall’assoluto silenzio emesso dalle classi subalterne di questo Paese sui sacrifici imposti dall’economia di guerra organizzata dal governo italiano. Bisogna spedire al mittente l’accusa di voler aiutare il nemico (la Russia, nella fattispecie), un classico della propaganda di tutti gli Stati coinvolti in una guerra.

In un precedente post ho scritto che le posizioni pacifiste, “complessiste” e antiamericane (da non confondere con l’autentico antimperialismo) si prestano molto bene come fertilizzanti e acceleratori di processi geopolitici ostili alle classi subalterne; queste posizioni, infatti, possono portare molta acqua al mulino dell’imperialismo europeo – che alcuni vedrebbero bene in alleanza con la Russia e la Cina, altri come “seconda gamba” dell’Alleanza Atlantica. Non a caso molti intellettuali critici con il “pensiero unico” sulla guerra accusano il governo italiano e l’Unione Europea di essere servi sciocchi degli angloamericani. Il “sovranismo”, nazionale o continentale che sia, promette ai lavoratori solo sciagure, lacrime e sangue. Scrive Carlo De Benedetti: «La Nato è stata istituita durante la guerra fredda e aveva una ragione validissima di nascere. Oggi penso che l’alleanza atlantica dovrebbe essere sostituita dall’esercito europeo. La Nato non dovrebbe includere gli Stati Uniti, perche questo è un retaggio della Seconda Guerra Mondiale e della guerra fredda. Per quale motivo gli Stati Uniti devono comandare sulle decisioni dell’unica arma comune che abbiamo con molti Paesi europei, cioè la Nato? Mi sembra che faccia parte del passato» (The Post Internazionale). Sono più che convinto che molti pacifisti, neutralisti, antiamericani, complessisti e neutralisti del nostro Paese sottoscriverebbero immediatamente le parole appena riportate.

Per il Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, armando l’Ucraina la Nato «entra in una guerra per procura contro la Russia»: ha un fondamento questa tesi? «Abbiamo la sensazione – ha concluso Lavrov – che l’Occidente voglia che l’Ucraina continui a combattere per logorare l’esercito russo e il complesso militare-industriale russo. Questa è un’illusione». A mio avviso la “sensazione” di Lavrov non solo è giusta, ma è confermata dalle dichiarazioni che vengono da Washington e da Londra – Parigi e Berlino esibiscono una postura più prudente perché gli interessi strategici della Francia e della Germania non sempre e non necessariamente (tutt’altro!) coincidono con quelli dell’asse angloamericano. Soprattutto la Germania teme di perdere molto terreno nella relazione speciale che da sempre la lega alla Russia – al punto che qualche geopolitico ha coniato il termine GeRussia.

Questa relazione inquieta soprattutto quei Paesi che si trovano geograficamente tra la Germania e la Russia e che non a caso sono i più leali sostenitori in Europa dell’Alleanza Atlantica. Donald Rumsfeld parlava di quei Paesi nei termini di «una nuova Europa», riprendendo le tesi di Robert Kagan (Paradiso e potere. America ed Europa nel nuovo ordine mondiale, Mondadori, 2003), uno dei più importanti geopolitici neoconservatori.

Scrive il professor Salvatore Santangelo (autore di GeRussia. L’orizzonte infranto della geopolitica europea, Castelvecchi, 2016) «Paesi come la Polonia accusano l’Europa e la Germania in particolare di essere troppo accomodanti con Putin e sono arrivati a paragonare al patto Molotov-Ribbentrop le strategie energetiche di convergenza su North Stream. E non a caso tra le nazioni più dinamiche in questa critica c’è la Polonia. Varsavia pensa l’Est Europa come lo spazio dell’Intermarium, l’area compresa tra Mar Baltico, Mar Adriatico e Mar Nero intesa come spazio geopolitico integrato di cui l’attuale governo polacco aspira ad essere il magnete e l’aggregatore. A dimostrazione di come lo spazio tra la Germania e la Russia sia in continua evoluzione, e non siano solo Mosca e Berlino a plasmarne l’evoluzione: e la Polonia segue la vecchia strategia di contare su un vincolo esterno per non restare schiacciata. Ai tempi di Napoleone, era la Francia l’alleata prescelta; nel 1921, quando Pilsudski fermò sulla Vistola l’Armata Rossa, Parigi e Londra erano indicati come gli alleati di riferimento; nel 1939, il sogno di contenere la Wehrmacht in attesa della mobilitazione di inglesi e francesi si infranse di fronte alla guerra lampo tedesca/sovietica, mentre ora Varsavia vede in Washington il punto di riferimento» (Osservatorio Globalizzazione, 3/3/2021).

Secondo l’europeista radicale Olivier Dupuis, «Dopo l’invasione dell’Ucraina in febbraio, molte posizioni sono state scosse e certezze frantumate. Ma la compiacenza dell’Europa nei confronti del regime di Putin non è stata spazzata via, soprattutto in quei paesi per i quali l’Unione è soprattutto uno strumento al servizio di un progetto nazionale: Germania e Francia. Due paesi che erano – vale la pena ricordare – i più contrari all’adesione dell’Ucraina alla NATO, con la motivazione che avrebbe potuto provocare Mosca. Il loro atteggiamento rimane a dir poco ambiguo. Al punto che è lecito ritenere che a Parigi e Berlino non credano veramente in una vittoria dell’aggredito, né a fortiori nell’assoluta necessità di questa vittoria per l’Ucraina, per l’Europa e per il mondo libero. Di conseguenze pensano sia necessario pensare alle future relazioni con l’aggressore» (Voxeurop, 20/4/2022). Il riarmo tedesco non è certo l’ultima delle conseguenze impreviste di questa guerra quanto a significato storico e geopolitico; si tratterà di vedere come questo riarmo peserà anche nella relazione franco-tedesca.

Già solo questo breve schizzo “geopolitico” ci fa capire quanto sia riduttivo parlare di una semplice «guerra per procura» riferendoci al conflitto che ci occupa. A cominciare dal fatto che, come ricorda Francesco Cundari, «i primi a non aspettarsi una simile resistenza erano proprio gli americani, i quali all’indomani dell’invasione, com’è noto, avevano subito offerto a Zelensky la possibilità di fuggire, convinti che i russi sarebbero arrivati a Kiev in un baleno. […] Eppure è stato Zelensky a lasciare di sasso gli americani che gli offrivano una via di fuga replicando con la celebre battuta: “Ho bisogno di munizioni, non di un passaggio”» (Linkiesta, 10/4/2022). Non dimentichiamo inoltre che nelle prime settimane della guerra anche Washington cercò di raffreddare i bollori bellicisti del Presidente Zelensky, fulmineamente trasformatosi nel Churchill dei nostri tempi e ossessivo nella richiesta di una No Fly Zone assicurata dalla Nato.

Probabilmente sia Mosca che Washington hanno sottovalutato l’inimicizia che gli ucraini hanno coltivato nel corso degli ultimi 90 anni nei confronti della Russia, e la loro volontà di voltare definitivamente le spalle a un Paese che dal 2014 ha mostrato ai loro danni di non aver affatto abbandonato la sua vecchia vocazione imperiale/imperialista. È un fatto che questo conflitto sta realizzando quella coesione nazionale che il popolo ucraino non aveva mai avuto, nemmeno dopo le due rivoluzioni del 1917 – e di fatti le vicende che seguirono «segnarono la bancarotta finale del nazionalismo borghese ucraino» (E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica, 1917-1923, Einaudi). Oggi il nazionalismo ucraino mostra più che mai forti tratti di russofobia, ma anche questo non deve stupirci – come non stupisce affatto la simpatia coltivata dagli ucraini che avevano sperimentato l’Holomodor nei confronti dei nazisti “liberatori”.

L’imprevisto non solo fa parte della vita, di quella dei singoli individui come di quella delle nazioni, ma spesso ne segna il destino, innescando dinamiche prima nemmeno ipotizzate. Ovviamente anche l’imprevisto non si dà nel vuoto pneumatico, in un nulla storico e sociale, ma accade sempre all’interno di una peculiare situazione storico-sociale che ne restringe il campo di possibilità – il risultato di questa complessa dialettica è comunque comprensibile solo post festum, a cose fatte, in sede di analisi e di bilanci politici.

È vero che è dal 2014 che la Nato arma e addestra l’esercito ucraino, ma evidentemente lo ha fatto non in vista di un’invasione militare russa su una scala così vasta, evento che nessun analista politico e geopolitico del mondo aveva previsto, e che tutti (tranne l’intelligence angloamericana) davano come impossibile fino al giorno prima dell’inizio della cosiddetta Operazione Militare Speciale – con lo spavaldo Putin che prendeva in giro gli allarmi lanciati dai servizi segreti angloamericani, i quali avevano dato quasi per certa l’invasione dopo la chiusura dei Giochi Olimpici invernali di Pechino: fatto! L’inaspettata resistenza dell’esercito ucraino e della stessa popolazione ucraina, tutt’altro che disposta a farsi “denazificare” dall’Armata Russa, ha messo in crisi i piani militari impostati dal Cremlino e ha ingolosito gli angloamericani, che con il passare delle settimane hanno intravisto la possibilità di assestare un durissimo colpo alle velleità di potenza della Russia putiniana. Kiev crede possibile ricacciare l’esercito russo oltre i confini dell’Ucraina e riprendersi il “maltolto” (Donbass e Crimea), o comunque di poter trattare con Mosca su un piano di parità. Il tutto sulla pelle della popolazione e dei militari (ucraini e russi) costretti a combattere. Come ho scritto altrove, chi muore per la patria muore per difendere le catene che lo tengono legato al carro della propria schiavitù sociale.

Il Patto Olimpico tacitamente sottoscritto da Mosca e Pochino ha probabilmente convinto Washington che almeno in questa fase storica non è possibile per gli Stati Uniti usare la Russia contro la Cina, soprattutto in previsione del confronto armato con il Celeste Imperialismo a proposito della “sovranità nazionale” di Taiwan. Ma anche Pechino, al di là delle quotidiane dichiarazioni di “incrollabile vicinanza”  alla Russia, adegua la sua posizione sul conflitto ucraino sulla base di ciò che avviene sul campo, ben consapevole che anche per la Cina la posta in gioco in Europa è molto alta. La verità è che a oggi tutti i giochi sono aperti, e che non è affatto escluso che qualcuno degli “attori” stia barando, molto probabilmente solo per prendere tempo o in attesa di qualche evento risolutivo, in un senso o nell’altro. In ogni caso le reiterate (inflazionate?) minacce “atomiche” di Mosca non sono certo una manifestazione di forza: attenzione alla sindrome nordcoreana!

Il concetto di guerra per procura (proxy war nella versione inglese) coglie a mio avviso solo un aspetto di quel conflitto, e quindi non lo definisce nella sua reale sostanza e dinamica. Per Dario Fabbri, ad esempio, «Il conflitto in corso è al contempo un’aggressione russa, una lotta per l’indipendenza ucraina, un’azione per procura degli Stati Uniti» (Domani). Ma come abbiamo visto, c’è un’altra partita, molto importante, che si gioca in questo conflitto: il destino della relazione russo-tedesca in rapporto agli Stati Uniti e alla formazione di un polo imperialista unitario nel Vecchio Continente – prospettiva che chiama in causa la Francia, per il suo peso politico-militare.

Quanto sia problematico, per usare un eufemismo, il concetto di «lotta di indipendenza» applicato nel XXI secolo, lo testimonia il fatto che per sottrarsi dall’influenza russa l’Ucraina è costretta a cadere sotto l’influenza europea e statunitense. Analogo discorso si può fare, mutatis mutandis, per la Finlandia e per la Svezia, che a quanto pare si sentono più al sicuro sotto il “democratico” ombrello della NATO – come a suo tempo il “compagno” Enrico Berlinguer…

Già gli anticapitalisti di inizio Novecento denunciarono il contenuto ideologico e menzognero dell’autodeterminazione dei popoli e delle nazioni nel contesto del capitalismo giunto nella sua epoca imperialista, nonostante ne sostenessero “tatticamente” la rivendicazione nel tentativo di favorire la solidarietà tra le classi subalterne di tutto il mondo, soprattutto tra il proletariato dei Paesi colonialisti, che usufruivano, per così dire, delle briciole che cadevano dal grasso bottino dei padroni colonialisti, e quello dei Paesi che ne subivano l’occupazione politico-militare. L’impotenza dell’ONU, al cui vertice non si muove foglia che l’imperialismo non voglia, va anche letta alla luce della menzogna evocata appena sopra a proposito della  mitica «autodeterminazione dei popoli e delle nazioni», la cui sovranità è appunto subordinata agli interessi di questa o quell’altra Potenza – regionale o mondiale.  

Il già citato Cundari sostiene che «Accreditare la teoria della “proxy war” significa cancellare gli ucraini dal quadro e irridere il loro sacrificio, descrivendoli come pupazzi di qualcun altro», e individua nel direttore di Limes Lucio Caracciolo il più illustre teorico di quella teoria che annulla o cosifica gli individui. In effetti, la concezione geopolitica del mondo, se così vogliamo chiamarla, vede solo la dinamica interna allo scontro interimperialistico, riconducendola agli interessi strategici che fanno capo agli Stati, in generale, e alle Potenze (regionali e mondiali) in particolare. A questa concezione non interessa la dinamica dei conflitti sociali, se non nella misura in cui questa dinamica può influire in qualche modo sui rapporti tra gli Stati, né, tanto meno, essa è interessata alle sorti dei singoli individui, se non come atomi di un aggregato collettivo esposto alle “intemperie” delle relazioni internazionali. Quando denuncio il carattere necessariamente, inevitabilmente violento e disumano della guerra non lo faccio certo in ossequio alla realpolitik o solo in polemica con l’impotente piagnisteo dei pacifisti e delle anime belle: lo faccio in primo luogo per sottolineare l’urgenza di liberarsi di una società che produce sempre di nuovo, con assoluta necessità, ogni tipo di catastrofe. Il punto di vista geopolitico assume invece questa Società-Mondo come la sola realtà possibile, e già solo per questo esso è da considerarsi apologetico nei confronti dello status quo sociale. Detto questo, non condivido affatto le illusioni “umanitarie” di Cundari, al quale sfugge la natura sociale del conflitto in corso.

 

 

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8 pensieri su “LA COMPLESSA DINAMICA DELLA GUERRA

  1. PROCEDE LA “DENAZIFICAZIONE” – sul fronte esterno come su quello interno

    Russia
    Mentre in Italia negazionisti di Bucha e propagandisti del Cremlino sono in tv a «dire la loro», in Russia si arrestano e si processano, con il rischio di decine di anni di galera, giornalisti ormai eroici che dicono il vero sulla guerra. Dopo il caso del politico Vladimir Kara-Murza, tocca adesso alla reporter Maria Ponomarenko finire in carcere (fino al 22 giugno) con l’accusa di aver «diffuso disinformazione sull’esercito russo», ossia aver riferito che era stato bombardato dai russi il teatro drammatico di Mariupol mentre era pieno di civili, con centinaia di morti (alla fine il bilancio è stato di 300 morti). Ria Novosti, l’agenzia del Cremlino, ha raccontato così la cosa, giusto per farvi un’idea dei livelli di falsità a cui è ormai giunto il regime: «Maria Ponomarenko ha diffuso un falso su un presunto attacco delle forze aerospaziali russe a un teatro drammatico a Mariupol. Secondo il dipartimento militare russo, il teatro è stato fatto saltare in aria dai nazionalisti Azov». Chi dice il contrario va in cella (La Stampa).

    Bielorussia
    Il 20 aprile scorso le forze speciali bielorusse hanno fatto irruzione nell’abitazione di Aksana Kolb, caporedattrice del giornale indipendente Novy Čas. Come per l’arresto di un criminale, in tenuta antisommossa e con tanto di scudi, hanno poi scortato la giornalista (53 anni) a un interrogatorio. Oggi, in Bielorussia, chi lavora in un media indipendente è considerato un terrorista, e trattato come tale. Il 22 aprile Aksana Kolb è stata accusata, sulla base dell’articolo 342 del codice penale (organizzazione e preparazione di azioni che violano gravemente l’ordine pubblico, o partecipazione attiva ad esse) e trasferita in una prigione del KGB, il servizio di sicurezza bielorusso (Voxeurop).

  2. Ernesto Galli della Loggia e la sinistra dei ricordi perduti

    Dal Corriere della Sera:

    Ha quasi dell’incredibile l’olimpica facilità con cui in occasione dell’attacco all’Ucraina una parte della sinistra italiana è caduta preda dell’oblio. Dell’oblio del passato in generale — di come è andata la storia del mondo — e del proprio passato in particolare — cioè di quanto negli anni o nei decenni trascorsi essa stessa si è trovata a pensare e a dire, spesso a gridare a squarciagola. Sono specialmente tre [io ne riporto solo due], mi sembra, i nodi del passato intorno a cui questo comodo oblio attuale si addensa. Ad ognuno dei quali rinvia una di queste tre affermazioni che da due mesi ascoltiamo di continuo.
    1): «Putin avrà pure sbagliato, ma la Nato e gli Usa hanno la loro parte di colpa quando hanno fatto entrare nell’alleanza i Paesi ex comunisti dell’Europa orientale: infatti così la Russia si è sentita sotto assedio». L’affermazione lascia intendere che quei Paesi non sono entrati nell’alleanza per loro desiderio, perché avevano una paura storica della Russia, ma in sostanza perché spinti dalle mire aggressive degli americani. Insomma: uno come Enrico Berlinguer, pur vivendo a qualche migliaio di chilometri da Mosca ed essendo segretario di un partito che si chiamava comunista, aveva il diritto — come lui stesso dichiarò a suo tempo — di sentirsi «più sicuro» sapendo di essere protetto dalla Nato, e invece, chissà perché, Polonia, Ungheria e tutti gli altri Stati dell’est non avrebbero avuto lo stesso diritto.
    E questo nonostante fossero a ridosso della Russia e avessero provato per mezzo secolo il suo tallone di ferro.

    Non solo, ma se tanto mi dà tanto, dovremmo allora forse dedurne che è sempre per qualche oscura e maligna ragione made in Usa — certo non per timore della Russia, figuriamoci! — se oggi, ad esempio, anche Svezia e Finlandia sono sul punto di chiedere di far parte anche loro dell’Alleanza atlantica? È questo che dovremmo pensare? E dove sta scritto poi che l’Europa si divide in Paesi, come l’Italia l’Olanda e il Portogallo, i quali, beati loro hanno il diritto di sentirsi protetti da una forte alleanza militare e altri invece che non potrebbero godere di tale diritto per non far arrabbiare il re del Cremlino? Da quando la sinistra si è convertita a questa Realpolitik a spese dei più piccoli e dei più deboli? Da quando?
    2) «Guardiamo la realtà — Putin avrà pure attaccato per primo ma ormai questa è diventata una guerra per procura che gli Stati Uniti combattono contro la Russia fino all’ultimo ucraino». È l’affermazione introduttiva al più generale capitolo di cui dirò tra poco, che tende a cancellare l’esistenza degli ucraini in quanto esseri dotati di un cervello e di una volontà. Gli ucraini sarebbero in sostanza dei fantocci pronti ad essere — a scelta — manovrati, illusi, raggirati, o magari comprati dal burattinaio yankee. Ma come mai, mi chiedo, a suo tempo a anche dopo, a nessuno è venuto mai in mente, che so, di dire che in Indocina l’Unione Sovietica e la Cina combattevano gli Stati Uniti «fino all’ultimo vietnamita»? E ancora oggi una frase del genere, immagino, sarebbe accolta da una sonora risata? Eppure non fu anche in quei casi determinante l’appoggio ad Hanoi delle due grandi potenze comuniste dell’epoca? Anche allora l’Urss e la Cina non volevano indebolire gli Stati Uniti?
    https://www.corriere.it/opinioni/22_aprile_29/ucraina-sinistra-ricordi-perduti-cddf9e30-c7e6-11ec-8e7f-1a021a80175d.shtml

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  8. SUL CONCETTO DI “GUERRA PER PROCURA”

    Mario Del Pero (Treccani.it):

    Guerra di aggressione; guerra di resistenza; guerra di attrito e di logoramento; guerra economica; guerra di propaganda; guerra cyber; guerra per procura. Come sempre, e come è inevitabile che sia, sono tante e plurime le guerre in corso in Ucraina. In questa essenziale tassonomia, convergono forme di conflitto antiche e moderne, perché la guerra – le sue forme, le sue pratiche, i suoi strumenti – muta inevitabilmente al mutare della tecnologia ad essa applicata così come all’evoluzione di un ordine internazionale dove vi ricorrono sempre più anche attori non statuali e transnazionali. La guerra rimane però anche ancestrale nei suoi tratti fondamentali: nel suo basarsi sul dispiego della violenza come strumento di coercizione per piegare il nemico alla propria volontà e ottenere gli obiettivi politici prefissati, siano essi l’ingrandimento territoriale, il cambiamento di regime, la creazione di condizioni negoziali più vantaggiose o l’accrescimento del capitale simbolico, ad esempio in termini di credibilità di un dato impegno, che una vittoria militare può generare.
    Obiettivi tutt’altro che esclusivi, questi, soprattutto in conflitti che hanno riverberi internazionali e che coinvolgono, sia pure indirettamente, attori dal raggio di azione e dagli interessi globali, come nel caso appunto della guerra in Ucraina. Che è anche – anche, non solo – una “guerra per procura”, una proxy war, come rimarcano ormai molti commentatori e hanno cercato da subito di affermare gli stessi leader ucraini, dal presidente Zelenskij al sindaco di Kiev, Vitalij Kličko. I quali, per ovvie ragioni, hanno a più riprese sottolineato come l’Ucraina stia combattendo per una causa e per degli interessi che vanno ben oltre quelli della sua semplice indipendenza e sovranità: per l’Occidente e la democrazia, in una declinazione a forte contenuto ideologico; per evitare che un successo russo possa dare il là a un inarrestabile domino revisionista, in Europa centro-orientale e, magari, in Estremo Oriente, in una lettura forse più concreta e sostanziale.
    La caratterizzazione di questo conflitto come guerra per procura pare generare polemiche immotivate, che riflettono in una certa misura la polarizzazione del dibattito pubblico. Chi la fa propria vi ritrova l’evidenza di come a muovere le fila sarebbero una volta ancora attori esterni, e nel caso specifico gli Stati Uniti, cinicamente impegnati a usare questa guerra – e il sacrificio della popolazione ucraina – per ottenere l’obiettivo di indebolire la Russia e magari generare un cambiamento di regime a Mosca. Chi la rigetta, spesso in diretta reazione a queste interpretazioni, enfatizza ovviamente la natura autonoma della difesa ucraina denunciando la propensione dei teorizzatori della guerra per procura a minimizzare o addirittura negare l’aggressione russa, e il disegno revisionista che vi sottostà, come matrice originaria del conflitto.
    La storia delle guerre per procura – così comuni e diffuse durante la guerra fredda – ci indica la necessità di uscire da questa polarità e dagli schematismi che essa genera. E ci ricorda come queste “procure” siano quasi sempre state il prodotto di un’interazione dialettica tra le due parti, chi la procura la conferisce e chi la riceve. Che esse certo riflettono la natura di un sistema gerarchizzato, ma non possono in alcun modo essere lette come la conseguenza di un’imposizione esterna o di un’assenza di autonomia ‒ di agency ‒ politica e operativa del soggetto/alleato minore che combatte (anche) per conto di quello maggiore. Quali sono allora le condizioni di una “guerra per procura” e in che modo le vediamo all’opera in Ucraina?
    La prima è di natura sistemica. Rimanda cioè a un contesto – oggi come durante la guerra fredda – dove esiste una soglia oltre la quale un’escalation militare non può spingersi: quella di uno scontro militare diretto tra una grande potenza nucleare impegnata in un conflitto e un suo antagonista anch’esso dotato di armi atomiche. A quest’ultimo, se lo ritiene nei suoi interessi, non restano quindi che strumenti indiretti tra i quali il sostegno allo sforzo militare degli altri attori (non nucleari) che partecipano al conflitto, come nel caso dell’Ucraina. Tra la “procura” e l’impossibilità di una guerra nucleare esiste insomma una stretta interdipendenza.
    La seconda condizione è invece legata alla contingenza ossia allo specifico andamento del conflitto. Non vi potrebbe essere procura se questa non promettesse un ritorno militare e politico. Chi ottiene questa procura deve cioè dimostrare di meritarsela: di poterne essere un beneficiario credibile. Di nuovo, tanti sono gli esempi che la storia internazionale contemporanea ci offre, si pensi solo ai casi del Vietnam del Nord e del crescente impegno sovietico e cinese a sostenerne la campagna militare per la riunificazione del Paese o all’appoggio statunitense alla resistenza afghana negli anni Ottanta. Questo elemento pare essere patentemente visibile anche nel conflitto ucraino. Dove la precondizione fondamentale della “procura” è stata appunto l’inattesa – e per certi aspetti straordinaria – capacità di resistenza ucraina di fronte all’aggressione di una potenza in teoria di molto superiore. Se è corretto parlare di proxy war, lo si deve insomma fare ribaltando la causalità spesso utilizzata: non è il sostegno europeo e statunitense che ha determinato la procura, ma la resistenza ucraina che l’ha in ultimo permessa.
    Il terzo e ultimo aspetto è che le guerre per procura tendono a determinare non solo l’internazionalizzazione di un conflitto, ma anche la sua radicalizzazione e il suo contestuale prolungamento. L’era nucleare e la guerra fredda, tra loro strettamente sovrapposte, hanno offerto una condizione ambientale estremamente favorevole alle proxy wars. Guerre che, fuori dall’Europa dove la deterrenza nucleare operava in modo cogente garantendo una sorta di oppressiva ma stabile “Lunga Pace”, hanno finito per agire spesso come moltiplicatore di violenza. È un rischio che vediamo bene anche in Ucraina, acuito da uno stallo militare e da una crescita dei sacrifici sostenuti da entrambe le parti che rende oggi estremamente difficile negoziare o trovare una qualche via d’uscita dal conflitto.

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