L’INSIDIA UCRAINA NELLA GRANDE GUERRA

Per puro caso mi è capitato tra le mani un saggio che avevo letto diversi anni fa: La Germania alla conquista della Russia (Zanichelli, 1918), scritto da Franco Caburi nell’estate del 1918, a Grande Guerra ancora in corso. L’ho riletto con avidità, forse stimolato anche dal vento bellicista che soffia sul mondo. E in effetti le analogie con il presente si sprecano – spesso è sufficiente cambiare la parola Germania con la parola Russia, e l’analogia è servita. L’importante è, come sempre, ricordare che le analogie storiche hanno un senso solo se non si sostituiscono alla puntuale analisi della situazione, ma aiutano il pensiero a portare l’analisi del presente su una più vasta prospettiva storica.

Il titolo del libro è, come si vede, molto eloquente: l’autore analizza le mire espansionistiche della Germania ricollegandole al vecchio programma pangermanista, soprattutto come esso fu ripreso e aggiornato da Friedrich Naumann nel 1915 nel suo celebre libro Mitteleuropa. «Noi dobbiamo anzitutto aver di mira la costituzione di un’Europa centrale, che si estenda dal Mare del Nord e dal Baltico alle Alpi e all’Adriatico, nonchè al limite meridionale della pianura danubiana. Prendete la carta geografica ed esaminate il territorio situato tra la Vistola e i Vosgi, tra la Galizia e il lago di Costanza. È questo il paese che deve formare un’unità, una Confederazione di Stati, un’unione difensiva, un territorio economico. Quivi, sotto la pressione della guerra mondiale, ogni particolarismo storico deve sparire nella misura resa necessaria dall’idea di unità. È questa l’esigenza dell’ora che volge; è questo lo sforzo dei mesi che dovranno seguire» (Mitteleuropa). Com’è noto, non seguirono mesi ma anni di guerra, una carneficina inimmaginabile solo qualche mese prima dell’agosto 1914, prima che la cosiddetta Bella Epoque fosse fatta annegare nel sangue. Ed è altresì noto come il piano pangermanista sia stato ripreso, con centuplicato zelo, dalla Germania nazista – la cui genesi peraltro è da ricercarsi anche nell’esito della Prima carneficina mondiale.

Nel 1916 Ernesto Bertarelli definì «gli scritti di Federico Naumann, l’autore di quella trovata della Mittel-Europa, nient’altro che la ricostruzione del sacro romano impero traslato dalle mistiche e scaltre mani di Carlo Magno a quelle poco graziose di Guglielmo II. […] Tutto il pensiero tedesco mi è apparso fasciato di acciaio e pronto all’incendio. […] L’imperialismo che pone la guerra come base tecnica per la realizzazione dei sogni teutonici è maturata prima nella mente dei teorici della guerra» (1). Naturalmente Bertarelli vedeva l’imperialismo solo dalla parte dei tedeschi, soprattutto nella «scienza tedesca pasciuta di esaltamento e di forza», né egli coglieva la natura radicalmente capitalistica di quel complesso fenomeno sociale che abbracciava tutte le Potenze mondiali del tempo.

L’editore Aragno ha ripubblica nel 2018 il saggio dello studioso tedesco, nonché esponente di punta del cosiddetto imperialismo liberale, e allora Claudio Magris lo definì, in una breve recensione, «ancora drammaticamente e paradossalmente attuale»: «È sconcertante — pure inquietante — che il libro di Naumann riemerga ora non quale maestoso monumento della cultura del passato bensì, cosa che sarebbe stata impensabile per lo stesso autore, quale inquietante ritratto del presente» (2). Mi si creda sulla parola: ancora più sconcertante e inquietante è leggere o rileggere proprio in questi giorni il libro di Franco Caburi, soprattutto le pagine dedicate all’«Insidia ucraina» (3), alcune delle quali intendo appunto riportare in questo post.

Caburi presenta al lettore la guerra condotta dai Paesi dell’Intesa contro gli Imperi Centrali nei termini di un vero e proprio scontro di civiltà: a un polo troviamo i Paesi democratici e al polo opposto i Paesi autocratici. «Siccome non possono annientare tutti i loro nemici, i tedeschi contano sul loro abbattimento morale e sono convinti che i loro avversari perderanno la pazienza, prima che il popolo tedesco abbia cominciato a morire di fame. Nuove privazioni non sarebbero oggi sufficienti a provocare il desiderio di una pace prematura fra i tedeschi. […] Oggi la democrazia non soccomberà più. Forti ancora sono gli eserciti del re di Prussia; ma tutte le settimane arrivano a migliaia dall’America i nuovi alleati, ingrossando le file degli eserciti della libertà. […] Il giorno in cui il primo esercito americano sbarcò sul suolo francese si sarebbe potuto ripetere, forse con maggiore esattezza che a Valmy, la frase di Goethe: Da questo luogo, in questo momento incomincia per il mondo la nuova storia!». Il 30 settembre 1818 Ludendorff e Hindenburg comunicarono al Kaiser che la guerra era perduta; l’armistizio fu firmato a Compiégne l’11 novembre, una data che segna l’inizio in Germania del mito della Patria tradita.

«Lo zarismo – scriveva Caburi – è crollato più per merito nostro che in virtù dei colpi di maglio di Hindenburg. Difatti i reazionari russi ebbero più paura delle nostre idee che delle minacce teutoniche; tanto è vero che, mentre erano nostri alleati, ordirono intrighi coi sostenitori del militarismo prussiano per combattere la democrazia occidentale e salvare il principio autocratico in Europa, sicuri che la Germania degli Hohenzollern li avrebbe poi ricompensati ristabilendo il loro dominio in Russia».

Militare dalla parte della civiltà e della democrazia contro la barbarie autocratica non impedì a Caburi di scrivere la perla di saggezza storica e politica che segue: «La follia del militarismo germanico sarebbe rimasta una sciocca utopia, se il Kaiser per soddisfare queste ambizioni sue e dei suoi compari non avesse potuto fare pieno assegnamento sull’appoggio del capitalismo ebraico e se quest’ultimo non si fosse assunta anche questa volta la parte di Mefistofele nell’orribile tragedia, che da quattro anni insanguina l’Europa» (). Com’è noto, i nazionalisti tedeschi addosseranno la colpa della sconfitta tedesca nella Grande Guerra agli ebrei: questo solo per ricordare quanto poco, per così dire, questi ultimi fossero amati in Europa tanto dai democratici quanto dagli autocrati.

Il movimento nazionalista ucraino fu utilizzato dalla Germania in funzione antirussa e antipolacca, e soprattutto per questo la questione ucraina nei termini in cui si presentò durante la Grande Guerra ebbe uno spiccato carattere internazionale. Dopo il collasso militare tedesco del novembre 1918, il nazionalismo ucraino invocò l’aiuto della Francia, peraltro con scarso successo. Nel febbraio del 1919 l’Armata rossa fu accolta con entusiasmo dalla popolazione di Kiev – come furono costretti ad ammettere gli stessi nazionalisti ucraini, i quali continueranno inutilmente a cercare un sostegno politico a Parigi, interessata più alle sorti della Polonia e della guerra civile in Russia che a quelle del nazionalismo ucraino. Scrive Edward H. Carr: «Nel dicembre 1919 lo sconfitto Petljura, sbaragliato dai bolscevichi, ignorato dagli Alleati a Parigi, sprezzato da Denikin, s’era rivolto al solo paese da cui potesse ormai sperare un appoggio morale e materiale: la Polonia. E la Polonia, contraria alla riannessione dell’Ucraina alla Russia sia sotto i bolscevichi che sotto Denikin, trovò in Petljura l’ultimo disponibile campione di separatismo ucraino: un campione subito disposto, peraltro, ad abbandonare le rivendicazioni ucraine sulla Galizia orientale, in cambio d’una nuova Ucraina, satellite d’un nuovo impero polacco. L’accordo concluso in questo senso, il 2 dicembre 1919, tra Petljura e il governo polacco, segnò la bancarotta finale del nazionalismo borghese ucraino, dato che i rudimentali sentimenti nazionalistici dei contadini ucraini si fondavano principalmente sull’avversione ai grandi proprietari polacchi. Esso costò però all’Ucraina una nuova invasione: da parte, questa volta, di armate polacche, che nel maggio-giugno 1920 occuparono Kiev per circa sei settimane. […] La borghesia ucraina s’era dimostrata ancora più incapace di quella gran-russa sul piano della rivoluzione borghese» (5).

Non deve quindi meravigliare se gran parte del Partito Bolscevico non comprese l’atteggiamento che Lenin assunse nei confronti dell’autodeterminazione e poi dell’ampia autonomia nazionale dell’Ucraina, problema che il processo rivoluzionario in Russia sembrava aver risolto nel senso di una sua radicale trasformazione storico-sociale: da questione nazionale a questione squisitamente sociale. Ma Lenin, a cui si rimproverava appunto di sopravvalutare l’importanza del nazionalismo ucraino (6), ben comprendeva come la natura sostanzialmente contadina del nazionalismo ucraino investisse il destino  della delicata alleanza sociale su cui si reggeva il potere sovietico, come apparirà chiaro nel 1921, quando l’insofferenza dei contadini nei confronti delle requisizioni forzate intese a sfamare i centri urbani del Paese costringerà il Partito a varare la Nuova Politica Economica proprio per depotenziare il contenuto sociale ed economico del nazionalismo ucraino. Più tardi, la collettivizzazione forzata della campagna russa attuata dallo stalinismo con particolare ferocia in Ucraina (vedi l’Holodomor) attribuirà al nazionalismo ucraino un carattere fortemente antirusso – e antisemita, come si vide quando l’esercito tedesco invase l’Unione Sovietica il 22 giugno 1941, con grande stupore di Stalin, che non si aspettava un simile tradimento da parte dei camerati tedeschi: «Voi vedrete che in casa nostra i padroni saremo noi» (Stalin, 21 giugno 1941) (7).

Ecco adesso alcuni passi tratti dal libro di Franco Caburi.

Da noi, fino ad un’epoca recentissima nessuno sapeva che a questo mondo esistesse anche un’Ucraina. Il nome stesso di questo paese era sconosciuto ai più. […] Si deve in prima linea all’anarchia subentrata in Russia negli ultimi mesi, il fatto che nella cosiddetta Ucraina potè avverarsi il fenomeno inverso a quello che la logica delle cose avrebbe fatto supporre. […] Abbiamo detto più sopra che prima della guerra da noi, come del resto anche negli altri paesi dell’Intesa, persino la parola “Ucraina” era sconosciuta. Ucraina significa veramente “frontiera” e con questa denominazione venne indicata a suo tempo il paese, che fu oggetto di rivalità e di lotte sanguinose fra la Turchia, la Polonia e la Moscovia [o Grande Russia, la Russia centrata su Mosca]. Oggi il territorio che gli ucraini vogliono comprendere nel nuovo Stato è molto più ampio. Tutto sommato la nuova repubblica dovrebbe estendersi dal Dniepr al Mare di Azov e dovrebbe contare da 20 a 25 milioni di abitanti.

Non occorre aggiungere che questo territorio non rappresenta un tutto omogeneo dal punto di vista nazionale. Soltanto pochi intellettuali aspirano ad essere una grande nazione indipendente e divisa dalle altre, con le quali in realtà gli ucraini vivono mescolati. Le città dell’Ucraina sono popolate da ebrei, da polacchi, da russi e da tartari, che non hanno alcun desiderio e alcun interesse di appoggiare le aspirazioni dei nazionalisti ucraini e dei loro protettori di Berlino. I contadini, che formano la stragrande maggioranza della popolazione, costituiscono una massa amorfa, priva di coscienza politica. si aggiunga che anche tra i contadini manca nell’Ucraina l’unità nazionale, della quale menano vanto i propagandisti ruteni. […] La più antica formazione statale degli ucraini fu quella di Kieff, che accettò il cristianesimo sotto Vladimiro nel X secolo. L’indipendenza di Kieff fu distrutta dalla terribile invasione mongola del 1239. Nel 1385 le due corone di Polonia e Lituania si unirono e da allora la coltura più evoluta dei polacchi incominciò ad imporsi a quella dei piccoli russi [ucraini e russi bianchi].

Nel secolo XVIII la Polonia dovette lottare faticosamente per difendere le sue conquiste contro le orde degli invasori tartari ad oriente e contro la minaccia turca a mezzogiorno e quindi la Russia meridionale cadde in preda alla più completa anarchia. Fu allora che i cosacchi riuscirono ad affermarsi per la prima volta come fattore politico, costituendo – come le esigenze dei tempi richiedevano – una repubblica guerriera, ribelle ad ogni sovranità straniera. A lei ricorsero un po’ alla volta tutte le popolazioni vicine per essere protette dalle continue incursioni dei barbari. In questa guisa tutto il territorio fra il Dniepr e il Don si staccò mani mano dalla Polonia, finchè nel 1654 la regione oggi definita col nome di Ucraina si unì sotto il famoso hetman (così era definita l’autorità suprema dei cosacchi) Bohdan Chmielnitzky alla Moscovia mediante il trattato di Perejaslav.

Questo avvenimento segna una delle fasi più importanti nello sviluppo della Russia moderna ed è anche uno dei fenomeni più stravaganti nella storia dell’Oriente europeo. La sua stravaganza è data dallo stridente contrasto fra le due parti contraenti in questa ibrida unione. Da un lato stava la vecchia Moscovia, in cui l’autocrazia, già forte quando aveva ancora un aspetto semi-tartaro, si era fatta molto più potente con le abitudini e i metodi appresi dall’Occidente; dall’atro c’era una organizzazione repubblicana di carattere primitivo, slegata nelle sue parti diverse e fondata quasi esclusivamente su locali istituzioni democratiche. “Precisamente come il fuoco non può essere mescolato all’acqua – osserva a questo proposito uno scrittore inglese – uno di questi opposti tipi di Governo era condannato ad essere soppresso dall’altro e nelle condizioni del secolo XVIII la vittoria dello zarismo era quasi inevitabile”.

Il Governo moscovita mostrò subito di voler dare al trattato di Perejslav, redatto del resto in termini molto ambigui, un’interpretazione arbitraria, calpestando i diritti e i privilegi dell’Ucraina, che perciò riprese a fare ogni tanto gli occhi di triglia alla Polonia, senza tuttavia il coraggio di romperla completamente con la Moscovia. La conseguenza di questa condotta fu che i piccoli russi si videro trattati con diffidenza dagli uni e dagli altri. Più tardi, per salvare la loro dipendenza, essi cercarono di stringere altrove delle alleanze e quindi si unirono alla Turchia e alla Svezia; ma in ambedue i casi ebbero la peggio, finchè la battaglia di Poltava (1709) pose fine a tutte le loro speranze.

Pietro il Grande fu molto intollerante verso i piccoli russi e, basandosi sul punto di vista che tutti gli hetman erano traditori si diede a perseguitarli, emanando provvedimenti diretti a restringere sempre più le loro prerogative. La sua opera centralizzatrice venne completata da Caterina ii, che nel 1764 depose l’ultimo hetman, Cirillo Rasumovsky, vinse nel 1775 la resistenza dei cosacchi, introdusse nel 1780 in tutta la Russia meridionale una amministrazione russa e tre anni dopo vi abolì anche gli antichi privilegi dei contadini, che furono ridotti come in tutta la Russia alle condizioni di veri schiavi. La Chiesa ucraina venne sottoposta alla giurisdizione del patriarca di Mosca, venne applicata una rigorosa censura su tutta la produzione letteraria e tutte le scuole furono chiuse oppure venne loro imposto l’insegnamento in lingua russa. […]

Come avrebbero potuto tollerare gli Imperatori moscoviti che la strada di Costantinopoli fosse loro tagliata dall’Ucraina e che kiev, l’antica rivale e succursale di Bisanzio, potesse contendere di nuovo a Mosca il primato religioso e politico nel mondo orientale? Gli zar moscoviti si consideravano sempre come eredi degli imperatori bizantini e il loro sogno, negli ultimi due secoli, fu di riuscire a rimettere la croce greca al posto della mezza luna sulla cattedrale di Santa Sofia. … Riconoscere e rispettare i privilegi degli hetman ucraini e proteggere l’esistenza nazionale dei piccoli russi voleva dire dunque per mondo moscovita tollerare che nella Russia meridionale potesse ridestarsi l’antica concorrente, la quale sarebbe potuta diventare col tempo il vero centro di attrazione dell’Oriente ortodosso.

Per eliminare questo pericolo non c’era che un’unica via: distruggere la nazionalità ucraina, riducendo i piccoli russi completamente sotto il dominio della Chiesa moscovita e costringendoli con la violenza ad abbracciare la coltura russa e ad accettare le istituzioni politiche dell’Impero russo. Questo fu il movente principale della spietata politica di repressione, condotta talvolta col più sfrenato fanatismo dai governanti russi. Sotto lo Zar Nicola I l’intolleranza si manifestò con una crudeltà particolarmente feroce e nel 1863 il ministro russo dell’interno Valujeff arrivò a dichiarare che “la lingua ucraina non era mai esistita, non esisteva e non doveva esistere”. Basandosi su questo principio, egli soffocò con estremo rigore ogni più innocente tentativo dei circoli intellettuali ucraini di coltivare il loro linguaggio e non tollerò nemmeno gli studi puramente letterari e scientifici sull’idioma dei piccoli russi. Nel 1876 le autorità spinsero le loro persecuzioni a tal segno da ordinare il sequestro e la distruzione di tutti i libri e le pubblicazioni in lingua ucraina. […]

Sarebbe un insulto [alla cultura ucraina] voler far credere che l’Ucraina, sorta oggi per volontà degli Imperi centrali [*], ha realizzato il suo sogno. Riguardo agli intrighi tedeschi nell’Ucraina, per debito di giustizia, bisogna riconoscere che furono sempre largamente favoriti dall’assurda politica del Governo di Pietrogrado. I circoli dirigenti russi avrebbero dovuto comprendere che i capi del movimento ucraino erano quasi tutti venduti alla Germania e quest’ultima se ne serviva non solo per schiacciare i polacchi e rendere impossibile il conseguimento delle loro aspirazioni nazionali, ma anche per abbattere la Russia e soprattutto per trovare il modo di tagliare la strada di Costantinopoli, cercando di dar vita alla sua frontiera meridionale a un nuovo Stato, a lei ostile e legato al carro degli Imperi centrali. […] la Russia per questo motivo non ha mai voluto riconoscere l’esistenza di una nazionalità ucraina e tutta la sua propaganda, fino allo scoppio della rivoluzione, è stata diretta a indurre gli ucraini ad abbracciare la fede ortodossa e a considerare la propria lingua come un dialetto della lingua russa. [….]

Gli ucraini comprendono nel loro territorio non solo le province sud-orientali della Russia, ma anche una gran parte della Galizia orientale, dell’Ungheria e della Bucovina e si lasciano trascinare a fare il giuoco degli Imperi centrali nell’illusione di riuscire così a compiere la loro unità nazionale non più con l’aiuto della russia, ma con quello dell’Austria. … I nazionalisti ucraini domandano un territorio che si estende a settentrione fino al governatorato di Kursk e di Voronetz e ad oriente fino al bacino del Donetz, invadendo così il territorio dei cosacchi, che sono gente dello stampo degli ucraini. La propaganda ucraina all’estero si è occupata soltanto dell’aspetto nazionale del problema ed ha proclamato che nella Russia meridionale vive una nazione di 30 milioni di abitanti, perfettamente consci della loro individualità nazionale e in lotta continua coi loro oppressori. Ciò può essere più o meno vero; sta il fatto però che le manifestazioni ucraine in Russia durante la rivoluzione erano troppo complicate per poter essere giudicate sopra un’unica base.

Certo in tutto il territorio reclamato dall’Ucraina sorse in quest’ultimo tempo un forte movimento contrario ai massimalisti [bolscevichi]. Questo movimento aveva ad ogni modo un fondo economico e riguardava solo la ripartizione del suolo. L’interesse della grande massa dei contadini nella Russia meridionale non era la formazione di uno Stato indipendente sotto la protezione dei tedeschi e in lotta col resto del mondo slavo e, quando si ribellarono ai bolsceviki, i contadini ucraini chiesero semplicemente che il suolo che essi coltivavano non fosse loro tolto, come pretendevano i nuovi governanti di Pietrogrado, ma continuasse ad essere coltivato da loro, secondo il loro antico sistema. Di questo fermento seppero approfittare abilmente i propagandisti al servizio della Germania e questo fatto e non già la coscienza nazionale, che non è mai stata molto sviluppata nei piccoli russi, e ancora meno il desiderio di tradire le nazioni sorelle e fare da gendarme alle conquiste austro-tedesche ha trascinato il popolo ucraino a cedere alle lusinghe degli agenti degli Imperi centrali.

Se i bolsceviki, quando riuscirono ad arraffare a Pietrogrado il governo della cosa pubblica, si fossero proposti di fare soltanto gli affari dei tedeschi, non avrebbero potuto adottare nel problema ucraino, come in tutto il resto, una condotta più conforme agli interessi dell’imperialismo germanico. […] Dopo l’esito delle conferenze di Brest Litovsk si sono delineati chiaramente i piani di conquista degli imperi centrali al fronte russo (8). Lo sfacelo della Russia ha raddoppiato il pericolo per noi, rendendo molto più dura la lotta per gli eserciti alleati; ma non per questo la nostra resistenza deve lasciarsi abbattere. Ogni compromesso con gli attuali governanti tedeschi racchiuderebbe un’insidia alla pace futura. Non bisogna dimenticare che la Germania, ingrandita a spese della russia e governata anche in avvenire dalla casta militare, che ha scatenato l’immane conflitto, sarebbe capace di riprendere in seguito la lotta per sottomettere anche il resto dell’Europa alla sua volontà, riducendo anche gli altri popoli del nostro continente sotto la sua influenza.

Nella Russia settentrionale i tedeschi, fingendo di voler proteggere i lituani, i lettoni e gli estoni dal pericolo di un assorbimento da parte dei russi o dei polacchi, mirano a conti fatti a distruggere l’individualità nazionale di quelle popolazioni e ad estendere il proprio dominio su tutte le provincie baltiche della Russia. Per questa politica si servono anche ora, come in passato, dei baroni tedeschi, che in questi paesi sono quasi completamente padroni del suolo e sfruttano in modo indegno le popolazioni autoctone, rendendosi strumento della più nera reazione. […]

Le tradizioni democratiche, che innegabilmente esistono nel popolo ucraino, sono dovute ai suoi contatti con i cosacchi, dai quali ha assorbito in parte l’attaccamento alla forma repubblicana di governo e l’insofferenza di ogni despotismo. La parola “cosacco” è di origine tartara e significa in realtà “filibustiere”. Difatti con questa definizione poco lusinghiera vennero indicati a suo tempo le tribù che nel XV secolo invasero la Russia meridionale, commettendovi saccheggi e spargendo il terrore fra quelle popolazioni. Intorno alla loro provenienza si hanno veramente scarse notizie; però tutti gli storici propendono a credere che queste tribù nomadi erano formate da schiavi della Russia centrale, emigrati per desiderio di avventure o anche – ciò che è più probabile – per sottrarsi alle persecuzioni dei loro padroni, dai quali tutti i contadini in Russia furono trattati fino ad un’epoca abbastanza recente con orribile brutalità. Una parte dei cosacchi si spinse fino al Don, occupando la fertile pianura, che oggi si chiama appunto la provincia del Don. Quivi si fermarono e costituirono, secondo la loro abitudine, una comunità di carattere militare, chiamata nel loro gergo ovisko, ottenendo poi il riconoscimento della loro autonomia da parte degli zar moscoviti. Costoro, comprendendo l’inopportunità di combattere quelle tribù, preferirono averle amiche e servirsi di loro per proteggere i confini meridionali della Moscovia dalle continue invasioni dei tartari e dei turchi.

Altri cosacchi si insediarono invece nell’odierna Ucraina, dove ebbero a sostenere lotte disperate coi moscoviti da un lato e coi polacchi dall’altro e dove occupano una grande quantità di piccole isole formate dallo straripamento del Dniepr . Nelle steppe sconfinate dell’Ucraina riparavano anche tutti coloro che intendevano sottrarsi alla pena di morte o a qualche condanna. Tutta questa gente, ruteni, russi, romeni, polacchi e persino tartari, vivevano liberamente in questa regione.  Le guerre dei cosacchi si sono sempre distinte per l’odio di razza e di religione. Difatti fra le vittime figuravano in prima linea i cattolici e gli ebrei. In questo modo l’Ucraina divenne il paese classico dei famosi pogrom (9).

(1) E. Bertarelli, Il pensiero scientifico tedesco, la civiltà e la guerra, p. 18-25, Fratelli Treves, 1916.

(2) Corriere della Sera, 1/7/2018.

(3) Capitolo III, p. 61.

(4) Il programma della “Mittel-Europa” ha avuto un impulso straordinario dall’atteggiamento degli ebrei, che sulla politica degli Imperi centrali possono esercitare un’influenza decisiva in virtù della loro prevalente posizione economica. Oggi fra gli ammiratori più convinti delle idee di Federico Naumann e dei suoi seguaci vanno annoverati gli ebrei di Berlino, di Amburgo, di Francoforte, di Vienna, di Budapest, di Lodz, di Varsavia, di Kieff, di Odessa, di Bucarest, insomma di tutti i centri maggiori compresi nel territorio assegnato dai pangermanisti alla “Mittel-Europa”. […] Apparentemente almeno, lo spirito delle classi dominanti tanto in Germania, quanto in Austria non è molto favorevole agli ebrei. L’antisemitismo è un movimento che si è manifestato con maggiore intensità proprio negli Imperi centrali, […] ma la razza ebraica ha potuto sviluppare indisturbata nell’Europa centrale tutte le sue particolari inclinazioni, sfruttando abilmente nel campo economico certi pregiudizî e le tendenze imperialistiche delle classi dominanti» (F. Caburi, La Germania…, pp. 35-36).  Dominare l’Europa Centrale in attesa di dominare l’intero mondo: Tutto sotto il cielo dell’ebraismo! Com’è noto, il nazionalismo tedesco interpretò il “bolscevismo mondiale” negli stessi termini, ossia come uno strumento al servizio delle demoniache aspirazioni di dominio mondiale della “razza giudaica”. Sulla “specializzazione professionale” rinvio a un mio post: Carlo Cattaneo e le interdizioni imposte agli ebrei. Negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso girava negli Stati Uniti questa battuta: «Insegniamo ai negri solo come si lustrano le scarpe, e poi li critichiamo perché sanno solo lustrare le scarpe». Mutatis mutandis…

(5) E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica. 1917-1923, pp. 295-297, Einaudi, 1964.

(6) «Lenin, nei suoi scritti e discorsi del 1917, accomunò frequentemente l’Ucraina alla Polonia e alla Finlandia, parlandone come d’un paese le cui rivendicazioni indipendentiste erano state accettate dai bolscevichi senza alcuna riserva. Ma l’analogia era tutt’altro che perfetta. La particolare composizione e la storia particolare della popolazione ucraina – contadini, proletariato intelligencija – erano fonte in quel movimento di ambiguità e di controcorrenti che mancavano nei movimenti finlandese e polacco. In Ucraina i contadini costituivano non soltanto la vasta maggioranza della popolazione, ma anche la sola classe che avesse dietro di sé una lunga tradizione. Le loro rivendicazioni sociali ed economiche – base costante di ogni nazionalismo contadino – erano dirette contro i proprietari terrieri (polacchi, per la maggior parte, ad ovest del Dnepr, e russi altrove) e contro i mercanti e gli usurai (quasi esclusivamente ebrei). Il nazionalismo ucraino era perciò, in sostanza, più antisemita e antipolacco che antirusso. […] I contadini ucraini, o piccoli-russi, erano consapevoli di ciò che li distingueva dai grandi-russi, ma si riconoscevano russi in senso lato, anche per l’evidente affinità della lingua. La supremazia politica di Mosca o di Pietrogrado poteva dar luogo a risentimenti in una nazione la cui capitale era più antica di Mosca e di Pietrogrado. Ma questa capitale Kiev, era essa stessa una capitale russa. Un nazionalismo ucraino che si fosse fondato anzitutto e soprattutto su un sentimento di ostilità alla Russia non avrebbe incontrato molto favore tra i contadini. Per quanto riguarda il proletariato, la situazione era complicata dal fatto che un proletariato propriamente ucraino non esisteva. I nuovi centri industriali, la cui importanza era venuta rapidamente crescendo alla svolta del secolo, erano popolati per la maggior parte da immigrati venuti dal Nord. […] industria da una parte, amministrazione e libere professioni dall’altra, contribuivano a conferire una fisionomia prevalentemente gran-russa alla cultura urbana dell’Ucraina. Il movimento nazionale ucraino, fino alla rivoluzione, non aveva incontrato molto favore né tra i contadini né tra gli operai delle industrie: i suoi aderenti si reclutavano in una ristretta cerchia di intellettuali – professori universitari, preti, maestri di scuola – e i suoi promotori risiedevano per la maggior parte oltre la frontiera austriaca, tra la popolazione ucraina della Galizia orientale» (Ibidem, pp. 282-283). Rinvio al post L’Ucraina di Lenin.

(7) «Durante la Seconda guerra mondiale, alla guida del movimento nazionalista ucraino Oun, Stepan Bandera fondò l’esercito partigiano Upa, che combatté prima contro i polacchi, poi contro l’Armata rossa al fianco dei nazisti, e poi contro gli stessi tedeschi. Polacchi e sovietici rappresentavano la minaccia principale al nazionalismo ucraino, e l’avanzata nazista fu vista con opportunismo come un’occasione per sconfiggerli. Quando poi l’occupazione tedesca si mostrò un ostacolo per la creazione dell’Ucraina indipendente cui mirava l’Oun, Bandera non ci pensò due volte e organizzò una rivolta. Fu arrestato e richiuso nel campo di concentramento di Sachsenhausen. Quando l’Armata rossa cominciò la riconquista dell’Ucraina, fu liberato e usato per animare la resistenza antisovietica. I tedeschi rappresentavano pur sempre il male minore rispetto ai sovietici. Gli uomini di Bandera, in nome del nazionalismo ucraino, hanno portato avanti una pianificata pulizia etnica in Galizia e Volinia uccidendo, secondo le stime più prudenti, 60mila polacchi. Durante l’alleanza con i nazisti hanno certamente contribuito, almeno indirettamente, allo sterminio della popolazione ebraica di quelle regioni, anche se non c’è accordo tra gli storici circa una loro attiva partecipazione al massacro degli ebrei. L’Oun non era un’organizzazione antisemita, eppure Bandera non esitò a disporre lo sterminio degli ebrei insieme a polacchi e russi, ma anche ad accoglierli nella propria organizzazione e a proteggerli dai tedeschi quando questo faceva comodo alla causa nazionale. Bandera e i suoi hanno combattuto una guerra partigiana, cinica e spietata, non preoccupandosi di eliminare chiunque costituisse un ostacolo al predominio degli ucraini a ovest del Dnipro. […] “Non abbiamo ancora fatto i conti per bene con la nostra storia recente”. Aleksandr vuole essere chiamato Alessandro. È uno dei “bambini di Černobyl”. Ha trascorso molte estati sul litorale romano e parla italiano come se fosse sempre vissuto a Ostia, anche se oggi abita a Kiev e in Italia non ci viene più. “Che vuoi, con l’isolamento sovietico la storia era solo quella dei libri scritti a Mosca. E poi dopo è stato un po’ un fai da te. Ognuno ha ripescato eventi e personaggi che facevano comodo, senza passare per una seria analisi storica. Certo, ora sarebbe il caso di farlo, ma questo non vuol dire che tutti quelli che ricordano Bandera come un eroe nazionale siano razzisti e antisemiti”» (D. Elia, Balcanicaucaso.org, 8/7/2014). Il conflitto odierno di certo conferirà una più spiccata identità nazionale alla popolazione ucraina che sta respingendo il “fraterno aiuto” della Russia.

(8) «Durante i negoziati di Brest-Litovsk i tedeschi avevano la Russia in loro balia, e non lasciavano ai russi alcun dubbio su ciò. Essi avevano gran fretta di sbrigarsi con la guerra su uno dei due fronti, e di trarre dal granaio dell’Ucraina delle provviste di cui avevano estremo bisogno. […] I termini dettati dai tedeschi alla Russia comportavano la perdita di quasi tutto il territorio europeo acquistato dalla Russia sin da Pietro il Grande. Anche Lenin, con il suo immenso prestigio personale sul suo partito, s’accorse ch’era ardua impresa indurlo ad accettare tali condizioni; ed ancora più grande fu la mortificazione per il resto della popolazione. Ma Lenin non si curava del territorio russo, mirando alla rivoluzione mondiale» (B. Pares, Russia, p. 136, Mascali, 1947). Per Lenin si trattava di perdere territorio per conquistare tempo alla rivoluzione sociale in Russia e in Europa: com’è noto, l’eccezionale impresa non gli riuscì.

(9) In Ucraina, come del resto in tutta la Russia zarista, l’antisemitismo era molto diffuso anche nelle organizzazioni rivoluzionarie di fine XIX secolo, come attesta inconfutabilmente l’appello che il 30 agosto 1881 il comitato esecutivo del Narodnaia Volia indirizzò «Al popolo ucraino»: «Vivere in Ucraina è difficile e lo diventa sempre di più col passare del tempo. Il popolo dell’Ucraina è quello che maggiormente subisce la presenza degli ebrei. Chi è che vi porta via la terra, i boschi, i locali pubblici? Gli ebrei.  A chi deve chiedere il permesso il muzhik, spesso con le lacrime agli occhi, per entrare nel suo campo, nel suo orticello? Agli ebrei. Dovunque guardiate, dovunque andiate, dappertutto trovate ebrei. L’ebreo vi umilia, vi inganna, vi dissangua. Ma non è stato sempre così in Ucraina. […] Voi avete incominciato a ribellarvi agli ebrei. Avete fatto bene. Presto la rivolta dilagherà per tutta la Russia, contro lo zar e gli ebrei» (J. Frankel, Gli ebrei russi, p. 157, Einaudi, 1990). I pogrom ai danni degli ebrei venivano considerati tutt’altro che negativamente dai populisti e da non pochi socialisti russi. «L’antisemitismo di cui Israele ha immediatamente accusato il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov per la sua dichiarazione alla rete televisiva italiana Rete 4, “anche Hitler aveva sangue ebraico”, è stato una macchia costante nella storia della Russia. Dall’impero degli zar all’Unione Sovietica comunista, per finire con la Russia nazionalista di Putin, gli ebrei sono stati perseguitati, discriminati e guardati con sospetto nel Paese più grande del mondo. […] Ma è sotto Stalin che l’antisemitismo raggiunse l’apice in Unione Sovietica. Il dittatore ricorse al pregiudizio contro gli ebrei nella sua lotta contro Trotskij, che era di origine ebraica. Fu Stalin a creare una regione per gli ebrei, un po’ come aveva fatto Caterina la Grande, situata però nell’Estremo Oriente russo, al confine con la Cina. […]  Dopo il 1948 l’antisemitismo riprese in Russia con rinnovato vigore, durante la cosiddetta campagna contro “il cosmopolitismo senza radici”, in cui furono uccisi o imprigionati numerosi scrittori, pittori e intellettuali di origine ebraica, una campagna culminata nel 1952 nel presunto “complotto dei medici”, in cui un gruppo di medici, quasi tutti ebrei, furono sottoposti a un processo farsa con l’accusa di avere tentato di assassinare Stalin» (E. Franceschini, La Repubblica).

Leggi: La dimensione mondiale del conflitto Russo-Ucraino 2013-2022

 

2 pensieri su “L’INSIDIA UCRAINA NELLA GRANDE GUERRA

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