UNIRE I PUNTI DELLA CRISI SISTEMICA MONDIALE

La vecchia Russia

Com’è noto, la politica estera di un Paese è la continuazione e la proiezione verso l’esterno della politica interna. Come sempre e per ogni aspetto del processo sociale, anche su questo suo fondamentale momento non sono ammesse concezioni deterministiche né semplificazioni che ne svuotano il significato. Detto questo, è indubitabile che mille robusti fili legano la politica estera a quella interna di un Paese, e la Russia ovviamente non fa eccezione.

Gli “esperti” della Russia concordano nel dire che intorno al 2010 si è chiuso il ciclo espansivo dell’economia russa iniziato grossomodo nel 2000, dopo i disastrosi anni seguiti al crollo dell’Unione Sovietica (anch’essa sfiancata da una lunga e profonda crisi economica) e alla cosiddetta privatizzazione dell’obsoleto capitalismo sovietico – con la formazione del famigerato “capitalismo oligarchico”. Dal 2010, anche in presenza di prezzi favorevoli delle materie prime (a cominciare dal petrolio e dal gas) sul mercato mondiale, l’economia russa si è come avvitata su se stessa, palesando gli storici limiti di una struttura economica basata sull’estrazione e la commercializzazione delle materie prime, con un apparato industriale e un “terziario” molto arretrati, quasi insignificanti se paragonati alle imprese industriali, commerciali e finanziarie dei Paesi capitalisticamente più avanzati. Come ho scritto altre volte, l’imperialismo energetico della Russia ha i piedi d’argilla, e questa strutturale condizione di debolezza si è tradotta negli ultimi anni in una postura particolarmente aggressiva della politica estera russa; lo strumento militare è chiamato sempre più spesso a surrogare in qualche modo una potenza sistemica (economica, tecnologica, scientifica) che questo gigantesco Paese non ha e che non sembra poter avere nel medio periodo.

Nel marzo del 2021 Putin definì «inquietanti» le dinamiche demografiche del suo Paese, peggiorate dal Coronavirus: «La popolazione della Russia è calata di circa mezzo milione di unità l’anno scorso, segnando la più netta contrazione da 15 anni a questa parte. Secondo l’ente statistico Rosstat, la Federazione è entrata nel 2021 con 146 milioni 238 mila abitanti, il minimo dal 2014, anno che ha visto un balzo di oltre 2 milioni grazie all’annessione della Crimea» (Limes). Sotto il profilo demografico quell’annessione è stata insomma un buon affare. Nel 2001, Nicholas Eberstadt, noto economista dell’American Enterprise Institute, affermava che«Le tendenze demografiche in Russia limitano il suo potenziale economico, il benessere sociale, limitano anche il potenziale di miglioramento della produttività e la capacità della Russia di avere influenza sulla scena internazionale. Queste tendenze suggeriscono la possibilità che l’odierna debolezza per la Russia possa solo prefigurare un continuo declino relativo». Alla luce della crisi demografica russa certe notizie appaiono particolarmente inquietanti, come quella che segue: «Secondo il governo di Kiev da inizio conflitto sono stati deportati in Russia “più di 210 mila bambini”. Se fosse confermata, sarebbe la più grande deportazione di minori dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Una notizia che ha fatto inorridire l’Ucraina» (La Stampa). Ovviamente potrebbe sempre trattarsi di una falsa notizia, di mera propaganda. Staremo a vedere!

Anche la demografia rema dunque contro le ambizioni di potenza della Russia, e non è certo rispolverando ultrareazionarie ideologie intorno a “Dio, Patria e Famiglia” che Mosca potrà invertire il declino demografico che punge in modo aggressivo anche il sistema pensionistico del Paese. Dopo la riforma pensionistica del 2018, con l’aumento dell’età pensionabile, Russia Unita, il partito di Vladimir Putin, ha subito un significativo scivolone nella fiducia della popolazione russa (dal 50% al 30%), e anche le quotazioni del Presidente sono calate di non poco: dallo stratosferico 85%  fatto segnare all’indomani dell’annessione della Crimea, a dimostrazione che il nazionalismo è una merce che si vende sempre bene alle masse (soprattutto a quelle più povere), si è passati a un più modesto, anche se non disprezzabile, 65%, ripristinando così i livelli del 2013. La base sociale/elettorale di Russia Unita è sempre più vecchia, ed è concentrata soprattutto alla periferia del Paese e nella campagna, mentre fatica ad attrarre l’elettorato più giovane e più istruito delle grandi città. Mosca e soprattutto Pietroburgo guardano sempre a Occidente, nonostante le suggestioni euroasiatiche che il Cremlino cerca di spargere su tutta la società russa come un gas velenoso. «Secondo un rapporto del Consiglio Atlantico illustra che dall’ascesa alla presidenza di Vladimir Putin tra 1,6 e 2 milioni di russi sono partiti per i Paesi occidentali, confermando i timori di una fuga di cervelli, così come appare preoccupante il dato secondo cui il 20% dei russi in età lavorativa si dichiara disposto a emigrare. Questo valore è in parte compensato dall’afflusso di immigrati dal Caucaso e dall’Asia Centrale, fenomeno che tuttavia rischia di andare incontro a un rovesciamento. Se è vero che la pandemia ha contribuito al calo degli arrivi, sempre più centroasiatici stanno comprendendo la necessità di cambiare destinazione, vista la crescente difficoltà dell’economia russa e la scarsa tutela da parte delle autorità locali» (Osservatorio Russia).

Nel frattempo il partito di Putin ha vinto diverse tornate elettorali, nazionali e locali, facendo massiccio ricorso a brogli, intimidazioni, repressioni e uccisioni di oppositori politici e di giornalisti indipendenti. È la democrazia con caratteristiche putiniane. Esauritasi l’onda alta della pandemia, e con un occhio puntato verso la scadenza presidenziale del 2024, il virile Vladimir ha ripreso a battere sul tamburo della propaganda sciovinista, e pare che il suo rating ne abbia tratto un certo beneficio, cosa che lo ha spinto mese dopo mese ad aumentare la dose di veleno revanscista, per poi passare, come si dice, dalle parole ai fatti il 24 febbraio del presente anno. Pare che il macellaio di Mosca, salito intanto all’83% nei consensi (secondo i sondaggisti prezzolati dal regime), stia lavorando alla propria successione: quando si dice la lungimiranza. Non è affatto escluso d’altra parte che nel 2024 Putin succeda a se stesso, salute permettendo e al netto di imprevisti velenosi sempre possibili in Russia.

Ma ritorniamo sulla questione demografica – la quale non è di esclusiva pertinenza russa: vedi il Giappone e l’Italia, ad esempio. Scriveva Marco Limburgo nell’aprile del 2021: «Secondo un preconcetto piuttosto comune, la Russia dispone di uno smisurato potenziale di risorse umane da impiegare per fini geopolitici. Nazione più popolosa tra quelle dell’Europa continentale, la Federazione sta vivendo però una vera e propria crisi demografica, che rischia di intaccare le prospettive future del Cremlino. Solo quest’anno la popolazione russa si è infatti ridotta di oltre 510.000 persone, la contrazione più significativa dalla metà degli anni 2000 secondo le statistiche pubblicate dall’Ente nazionale per le rilevazioni, Rosstat. Il Paese ha subito un eccesso di mortalità causato dalla pandemia di coronavirus, che con 229.700 decessi ha impattato sul già fragile sistema sanitario. Eppure il calo della popolazione ha fondamenti più profondi, quali il basso tasso di natalità e la speranza di vita, nonché le ondate di emigrazione. Gli scenari futuri sono da incubo e quello peggiore vede la popolazione russa contrarsi fino a raggiungere la cifra di 134,2 milioni già nel 2035. Il quadro esposto appare piuttosto fosco, intaccando tanto le discutibili prospettive economiche quanto le potenzialità geopolitiche di un Paese che si percepisce parte integrante dei processi di decision making su scala globale. Con un materiale umano che invecchia progressivamente e si spopola, può la Russia confermare la sua assertività globale o è destinata a un processo di irreversibile declino?» (Osservatorio Russia). Vediamo cosa risponde oggi Romano Prodi: «Il disegno che Putin persegue è la vecchia Russia imperiale, con un’unica differenza: che nell’ultimo anno degli zar, all’inizio della prima guerra mondiale, la Russia aveva 170 milioni di abitanti che erano un decimo dell’umanità. Oggi ne ha 146 milioni ma è un cinquantesimo dell’umanità: non dimentichiamoci che la Cina cresce di una Russia all’anno. Non mi sarei mai aspettato uno scenario del genere. Quando Putin ha cominciato l’invasione ho pensato si fermasse al Donbass, al limitare. Poi è accaduto l’impensabile e l’inverosimile» (ANSA). Capita.

A proposito del Donbass, e sempre per contribuire alla comprensione del conflitto armato in corso in Ucraina e alla difesa dall’odiosa guerra propagandistica che necessariamente l’accompagna, segnalo l’importante lavoro di Andrea Ferrario, pubblicato sul sito Crisi Globale, riguardante «Miti e realtà» circa la crisi ucraina come si è venuta sviluppando dal 2014. La punta della critica di Ferrario è soprattutto puntata contro «una serie di piccoli gruppi di una galassia stalinista che, per sua natura, è sempre pronta a schierarsi dalla parte degli stragisti». «Mentre in Italia ci si è sempre concentrati esclusivamente sui neofascisti ucraini, il problema macroscopico del nazifascismo nelle “repubbliche popolari” e in Russia è stato sistematicamente ignorato. La sinistra italiana, e la massima parte di quella internazionale, si è fatta passare sotto il naso senza pronunciare nemmeno un timido “ohibò” quella che probabilmente è stata la più ampia operazione politica e militare nazifascista in Europa dopo il 1945, la creazione nel 2014 delle “repubbliche popolari” separatiste di Donetsk e Lugansk e le loro azioni militari, condotte sotto l’egida di Mosca per ottenere il controllo del Donbass. […] Sappiamo benissimo tutti da sempre, e come minimo dal patto Hitler-Stalin del 1939, che non vi è alcuna stranezza nel nesso fascismo-stalinismo» (1).

Unire i punti di crisi

Se uniamo tutti i punti di crisi sparsi per il mondo, otteniamo un’immagine nitida quanto mostruosa: quella di un conflitto armato mondiale. Dicendo questo non intendo “profetizzare” un bel nulla; mi limito a registrare un dato di fatto che ha la natura di una tendenza, di un processo, il cui risultato è tutt’altro che deterministicamente scontato, tutt’altro che inevitabile. Qui ciò che ha importanza non è tanto l’epilogo di questo processo, peraltro solo ipotizzabile, quanto i risultati contingenti di esso verificabili sul piano dell’analisi dei fatti. D’altra parte la tendenza fondamentale agisce sempre in presenza di controtendenze che ne influenzano, e non poco, il divenire, e ciò che alla fine osserviamo come risultato finale è sempre il prodotto di una complessa interazione fra tendenze che spingono il processo sociale in diverse direzioni. Come diceva quello, è la somma che fa il totale.

Detto questo, la trasformazione della guerra sistemica mondiale in conflitto armato generalizzato è appunto l’immagine che otteniamo unendo idealmente i punti caldi della contesa interimperialistica. Per guerra sistemica intendo la competizione (economica, tecnologica, scientifica, ideologica, militare, geopolitica) tra i maggiori Paesi del mondo; qui il concetto fondamentale chiamato in causa è quello di imperialismo – che molti analisti e politici associano, sbagliando grossolanamente, al mero dispiegamento della forza militare di un Paese in vista di determinati obiettivi.

Quello in corso in Ucraina è dunque un conflitto armato locale (per adesso) che è parte di una guerra sistemica mondiale. Nell’ipotesi iniziale è lo stesso conflitto armato che verrebbe ad assumere una dimensione mondiale, e in questo modo momento bellico e momento sistemico verrebbero a coincidere, come nelle due “classiche” guerre mondiali del XX secolo. Di qui il gran parlare in questi mesi di una possibile, e più o meno  imminente, Terza guerra mondiale, naturalmente da scongiurare a ogni costo. Come ho scritto altrove, Terza o non Terza, abbiamo già a che fare con una guerra dalle dimensioni mondiale, perché coinvolge in modi diversi le più grandi Potenze mondiali – Cina compresa – e perché ridisegna la mappa geopolitica mondiale – o quantomeno rende obsoleta quella precedente. Le distinzioni giuridiche e politiche tra guerra di aggressione e guerra di difesa; tra conflitto armato e sanzioni economiche; tra coinvolgimento diretto nel conflitto e supporto militare indiretto a uno dei contendenti: tutte queste distinzioni formali non spostano di una virgola la realtà dei fatti compendiabile nel concetto di guerra mondiale sistemica – nell’accezione non meramente militare sopra declinata. Per approfondire i temi qui solamente sfiorati, rinvio ai miei diversi post dedicati al conflitto in corso.

In Europa i punti caldi cadono sull’intera frontiera Nord-Est dell’Unione Europea: dalla Finlandia alla Polonia. Punti caldi riscontriamo in effetti in tutto l’ex spazio sovietico: vedi Bielorussia e Kazakistan, due Paesi “commissariati” pesantemente da Mosca negli ultimi anni. Anche la penisola Balcanica è tutt’altro che pacificata, e le vecchie faglie di frizione sono ancora attive, come dimostra la tensione sempre crescente tra la Serbia e il Kosovo e tra la Bulgaria e la Macedonia del Nord – senza parlare del mai sopito confronto tra la Grecia e la Turchia. A proposito di Macedonia del Nord: «Dal 6 al 20 maggio oltre 500 paracadutisti della Brigata “Folgore”  dell’Esercito Italiano, oltre ad assetti aerei della Marina Militare e dell’Aeronautica Militare, sono impiegati in Macedonia del Nord nell’esercitazione multinazionale “SWIFT RESPONSE 2022” (SR22). La Brigata “Folgore” partecipa annualmente, di norma con unità del livello complesso minore (circa 200 unità), alla pianificazione e condotta di operazioni di Ingresso Forzato (c.d. Joint Forcible Entry Operations – JFEOs), congiuntamente alle aviotruppe dei principali Paesi dell’Alleanza Atlantica e dei paesi Partner (c.d. “Airborne Community”), quali forze ad elevatissima prontezza e rapidità di schieramento, capaci di operare non solo nei tre ambienti operativi classici (air, land, maritime), ma anche nei due emergenti ambiti di confronto (cyber e spazio). Le JFEO, in particolare, sono operazioni eseguite in territorio potenzialmente ostile, sfruttando la terza dimensione e proiettando forze, con brevissimo preavviso, per la conquista e successiva occupazione di una posizione solida e sicura, allo scopo di condurre una o più operazioni successive» (Analisi Difesa). Anche l’imperialismo italiano, nel suo piccolo, si fa rispettare, diciamo.

«La Finlandia ha annunciato oggi di volere l’adesione alla Nato “senza indugio”. “Il comportamento imprevedibile della Russia è un problema enorme. La Russia è pronta a eseguire delle operazioni che sono ad alto rischio e che porteranno anche da noi un elevato numero di vittime”. Lo afferma il ministro degli Esteri finlandese, Pekka Haavisto, in audizione alla commissione Esteri del Parlamento europeo, lamentando anche la possibilità da parte del Cremlino di “dispiegare forze e portare alle frontiere 100mila soldati”» (ANSA). Mosca naturalmente rigira la frittata e attribuisce la responsabilità dell’escalation politico-militare alla Nato, rea di aver convinto la Finlandia ad aderire all’Alleanza per «creare un nuovo fronte della minaccia militare alla Russia», secondo quanto ha dichiarato alla Tass il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, il quale ha aggiunto che «la Russia prenderà contromisure tecnico-militari e di altro tipo se la Finlandia aderirà alla Nato». Anche la Svezia sembra orientata a chiedere di far parte della Nato. Chi ha ragione: il Paese che chiede «senza indugio» la protezione di un’Alleanza interimperialista perché teme, a ragione, l’intraprendenza imperialistica del Paese confinante, oppure quest’ultimo, il quale deve subire la “marcatura stretta” da parte del nemico strategico numero uno nello spazio che considera il suo “estero vicino” (o cortile di casa che dir si voglia)? E ha ragione l’Alleanza quando concede la sua amorevole protezione a chi gliela chiede? Dal punto di vista squisitamente geopolitico qui esistono solo ragioni, ossia interessi, che si contrappongono o che si “sposano”. Si tratta di capire che il punto di vista geopolitico è il punto di vista delle classi dominanti, degli Stati, delle nazioni, delle patrie, e in quanto tale questa prospettiva politica si oppone radicalmente al bene dell’umanità, in generale, e al bene delle classi subalterne in particolare. Chi non comprende questo aspetto fondamentale del problema finisce per portare acqua al mulino di uno dei contendenti, i quali a mio modo di vedere vanno considerati come una cosa sola e quindi respinti in blocco.

«Mentre tutta l’attenzione dell’opinione pubblica e dell’informazione è sull’Ucraina e quindi sulla guerra “vicino alle nostre frontiere”, ancor più vicino a noi sta aumentando la tensione nei territori dove esattamente 30 anni fa è iniziata una guerra lunga e sanguinosa che ha visto morire 101.000 persone in 3 anni e mezzo: la Bosnia ed Erzegovina. A far alzare la tensione sono, ancora una volta, le richieste di indipendenza da parte delle zone a maggioranza serba, che dopo gli accordi di Dayton sono riunite nella Repubblica Serba di Bosnia (Srpska) che si estende dalle cittadine dell’Est come Visegrad e Srebrenica, a Sarajevo Est e nel Nord, a Banja Luka capitale de facto della Repubblica Srpska. Tensione quindi sempre più crescente ma in un’atmosfera apparentemente tranquilla, come nei giorni che hanno preceduto la guerra del 1992 quando sembrava si vivesse in una calma apparente, salvo poi far esplodere la rabbia con il referendum per l’indipendenza della parte serba. Analogia, quella del referendum, che preoccupa la comunità internazionale dopo l’annuncio di Dodik nel voler indire proprio una consultazione su questo tema, assieme a delle proposte che altererebbero i precari equilibri statali: il gettito fiscale proveniente dalla Repubblica Srpska dovrebbe restare nella disponibilità della stessa, senza andare al governo centrale. Così come la richiesta di autonomia per quanto riguarda servizi d’intelligence, giustizia e agenzia del farmaco. Di fatto una dichiarazione d’indipendenza. Una realtà complessa che con l’avvicinarsi delle elezioni rischia di portare la Bosnia verso una nuova guerra, stavolta ancora più vicina alle nostre frontiere» (V. Nicolosi, MicroMega, 2 maggio 2022). E una guerra nei Balcani non è mai di buon auspicio, diciamo.

Qualunque sia l’esito del conflitto armato in corso in Ucraina, l’Europa non sarà più, geopoliticamente parlando, quella di ieri (e sto parlando di mesi, non di anni fa), e soprattutto la Germania sarà costretta a ridefinire i suoi rapporti con la Russia, con gli Stati Uniti e con gli altri Paesi dell’Unione Europea. L’equilibrio geopolitico mondiale che le ha consentito di prosperare economicamente sotto la “protezione” dell’ombrello militare statunitense è definitivamente saltato, e Berlino si vedrà costretta a “sporcarsi le mani” in prima persona per difendere gli interessi strategici della Germania – che non sempre e non necessariamente coincidono con quelli degli Stati Uniti o della stessa Francia, ad esempio.  La Questione Tedesca rimane dunque un punto caldo posto al cuore dell’Europa.

L’Africa brulica, per così dire, di punti caldi, e in molti di essi il confronto sistemico tra la Cina, la Russia, gli Stati Uniti e l’Europa (Francia, Inghilterra e Italia) è palese e crescente. La Cina si sta rafforzando nel continente africano anche militarmente, mentre la sua supremazia economica in molti Paesi di questo continente necessariamente dovrà avere, e in parte ha già, un puntuale riscontro politico su essi. In quest’area ricchissima di materie prime minerarie e vegetali la Russia svolge soprattutto un’azione di interdizione militare e di disturbo (spesso servendosi di compagnie armate “private”, tipo la famigerata compagnia Wagner) nei confronti dei Paesi europei, per presidiare alcuni nodi energetici sensibili per la sua strategia economica e geopolitica centrata  sui combustibili fossili: gas e petrolio, in primis. Per la Russia la realizzazione di basi militari in prossimità dei mari caldi rimane poi una politica di vitale importanza, irrinunciabile se vuole conservare un minimo di status da potenza mondiale. In effetti, tutto il Medio Oriente (da Israele alla Penisola Arabica) è un gigantesco punto caldo – peraltro piuttosto maleodorante a causa della vetustà dei problemi che la caratterizzano: vedi, ad esempio, la questione palestinese, da decenni utilizzata strumentalmente dalle classi dominanti mediorientali in chiave di politica interna e di politica estera.

In Nord’Africa e in Medio Oriente i punti caldi vedono anche la presenza della Turchia come importante attore geopolitico. La Turchia confligge storicamente con la Russia nell’area che va dal Mar Nero alla Georgia e all’Azerbaigian. Oggi la contesa tra Mosca e Ankara tocca anche la Siria e la Libia. La Turchia non può certo vedere di buon occhio l’espansione della Russia su tutto il Mar Nero e il Mar d’Azov, da Odessa a Mariupol. Di qui il suo attivismo diplomatico inteso a promuovere una soluzione del conflitto russo-ucraino non troppo sfavorevole agli interessi turchi nell’estero vicino che Ankara condivide con Mosca. 

Nel pacifico il punto di crisi più importante e potenzialmente devastante è naturalmente quello di Taiwan. Qui la trasformazione della guerra sistemica mondiale in conflitto armato è più possibile che altrove, per l’enormità della posta in gioco. Inutile dire che l’esito del confronto Cina-Usa avrà un effetto di trascinamento non solo sull’intera area del Pacifico, a cominciare dalla Corea del Nord, ma anche sull’India, oggi impegnata in un delicato equilibrio geopolitico orientato a mantenere buoni rapporti con tutte le maggiori Potenze del mondo – ma avendo una faglia di attrito molto attiva ai suoi confini Nord-Orientali. Il fatto che Pechino non abbia prontamente condannato l’aggressione russa dell’Ucraina, che ha infranto il principio dell’integrità territoriale di un Paese che la Cina mostra di apprezzare tanto (ovviamente quando quel principio si sposa con i suoi interessi, cosa che vale per ogni altro Paese del mondo, soprattutto se esso ha spiccate ambizioni imperialistiche), ha colpito molto sfavorevolmente il Giappone e la Corea del Sud, che infatti hanno cominciato a prendere in seria considerazione un loro ancor più stretto legame politico-militare con gli Stati Uniti, intenzione che ha molto urtato, comprensibilmente, Pechino.

Ben si comprende anche il tentativo cinese di fomentare zizzania nel campo occidentale: «La continua espansione verso est della NATO, guidata dagli Stati Uniti, è una delle cause profonde del conflitto tra Russia e Ucraina. Tuttavia, è l’Europa che paga il prezzo del conflitto. Il 24 marzo di quest’anno, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha pronunciato un discorso dopo il vertice del G7 e ha sottolineato che “la NATO non è mai stata così unita come oggi”. Per via delle sanzioni su larga scala contro la Russia, molti indicatori economici in Europa si sono deteriorati. Il commissario per gli Affari economici della Commissione europea Paolo Gentiloni ha affermato che dopo lo scoppio del conflitto russo-ucraino, l’aumento dei prezzi delle materie prime ha spinto l’inflazione a nuovi massimi; la rottura dei legami commerciali ha intensificato la pressione sulle catene di approvvigionamento; e la fiducia dei consumatori è notevolmente diminuita. Il problema dei profughi, direttamente causato dal conflitto, ha creato enormi pressioni sui Paesi europei. L’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati ha dichiarato il 20 aprile che oltre 5 milioni di ucraini sono entrati nei Paesi europei vicini, causando una crisi di rifugiati senza precedenti. Catalizzatori del conflitto tra Russia e Ucraina, gli Stati Uniti stanno approfittando della situazione. Sui mercati finanziari, il prezzo delle azioni è calato bruscamente, l’euro si è drasticamente indebolito rispetto al dollaro e una grande quantità di fondi europei è affluita negli Stati Uniti. Per quanto riguarda i rifugiati, gli Stati Uniti hanno accolto solo 12 rifugiati ucraini nel mese di marzo, con un gran numero di rifugiati ucraini ancora bloccati al confine tra Stati Uniti e Messico. Nonostante colpevoli del conflitto Russia-Ucraina, gli Stati Uniti, stanno cogliendo benefici senza coinvolgersi militarmente. È ormai chiaro chi trae benefici dal conflitto russo-ucraino e chi, invece, ne subisce le perdite» (Quotidiano del Popolo, 9 maggio 2022).

Intanto il Ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov fa capire qual è il vero tormento del Cremlino: «Ci sono forti dubbi sul fatto che questo desiderio dell’Ucraina di entrare nell’Ue sia innocuo. L’Ue si è trasformata da una piattaforma economica costruttiva in un attore aggressivo e militante che ha dichiarato le proprie ambizioni ben oltre il continente europeo». Fin quando gli europei ci comprano le materie prime, niente da dire, anzi: gli facciamo ponti d’oro! Ma non si mettano in testa di diventare protagonisti politici a spese degli interessi strategici della Russia: le nostre testate nucleari ci mettono pochi minuti ad arrivare nelle capitali europee!

Il quadro delle alleanze interimperialistiche ipotizzabile a proposito della trasformazione della guerra sistemica mondiale in conflitto armato si presta a diverse ipotesi, e per quel che mi riguarda non ha molto senso parlarne adesso; piuttosto è importante capire che non bisogna disegnare quell’ipotetico quadro proiettando ciò che osserviamo nel presente o che possiamo ipotizzare per il breve o medio periodo: anche qui, non c’è niente di scontato, se non il fatto che ciò che accadrà (e come accadrà) risponderà agli interessi delle classi dominanti, degli Stati, delle nazioni, e non certo a quelli di una generica umanità, né tanto meno, avrà come causa la difesa dei soliti valori e diritti “inalienabili”: libertà, democrazia, pace, giustizia e quant’altro.

Leggo da qualche parte: «Io credo che vi sia davvero uno scontro di civiltà, ma questo scontro di civiltà non è tra l’Occidente e gli altri, ma all’interno dell’Occidente. È uno scontro tra un Occidente attardato, vecchio, settario, nostalgico del colonialismo, che crede di essere il possessore della verità, e un Occidente aperto agli altri. Tra un Occidente che pensa che gli altri debbano rinunciare alle proprie identità e diventare come noi e un Occidente che ama l’alterità culturale, russa, cinese, indiana, e che vede in essa una fonte di vita, culture da cui imparare, con cui dialogare e con cui costruire insieme un mondo migliore. Lo scontro di civiltà è tra un Occidente che mira alla propria sicurezza, a scapito della sicurezza degli altri, e un altro Occidente che, invece, sa che la sicurezza della Russia, della Cina, dell’India È LA NOSTRA SICUREZZA. Perché se gli altri si sentono minacciati si armeranno, faranno guerre preventive per impedire di essere attaccati. Se si sentono minacciati anche il loro sviluppo interno sarà bloccato. Lo scontro non è con gli altri: lo scontro è tra di noi, lo scontro è attorno all’identità dell’Occidente, è attorno a chi siamo e a quale ruolo vogliamo giocare nella storia del mondo. Lo scontro è tra chi pensa alla contaminazione tra culture che restano differenti e chi vorrebbe un’unica cultura e lo sterminio delle altre. Lo scontro è tra una cultura della guerra e una cultura del dialogo. È su questo che ognuno deve scegliere da che parte stare». I passi appena riportati, riconducibili al partito multipolarista che tanto piace alla Russia e alla Cina, stillano, per così dire, veleno capitalista/imperialista da tutti i pori. Il concetto metastorico di Occidente qui è chiamato a celare la natura capitalista/imperialista, appunto, dei Paesi occidentali, i quali si rapportano ai Paesi capitalisti/imperialisti dell’Oriente e del Sud del mondo secondo le modalità che osserviamo sul mercato mondiale – compreso quello delle idee e delle culture. Il «mondo migliore» che immaginano i multipolaristi non è certo più attraente, agli occhi dell’anticapitalista, del mondo che abbiamo la sventura di praticare oggi. Solo gli apologeti della società capitalistica mondiale, quale che sia la sua configurazione geopolitica, può rappresentare il mondo multipolare e multiculturale come il regno della pace e del dialogo. La posizione qui presa di mira è interna alla tendenza bellicista perché appoggia una fazione della classe dominante nazionale e internazionale contro altre fazioni – e ciò a prescindere dal loro travestimento ideologico. L’assetto geopolitico del mondo (monopolare, multipolare, ecc.) è per definizione una questione di potere sistemico (sociale), il quale si fonda, in ultima analisi, sul dominio e sullo sfruttamento degli uomini e della natura.

Dalla Stampa apprendo che «Yanis Varoufakis non ha intenzione di diventare un Alessandro Orsini qualsiasi». In che senso? Leggiamo cosa dice l’ex ministro greco alle Finanze, protagonista della “mitica” battaglia contro la famigerata Troika nel 2015: «È paradossale che venga etichettato come pro-Putin, proprio io che nel 2001 l’ho definito criminale di guerra per le atrocità commesse in Cecenia. […] Putin non è un nemico dei nazisti. Non gli interessa niente di chi parla russo in Ucraina e, anzi, gli interessa poco anche del suo popolo in patria.  […] Idealmente, dovremmo agire come Unione Europea a sostegno di un immediato cessate il fuoco. Ma realisticamente dovrebbero essere i singoli Paesi a farlo. La coraggiosa resistenza degli ucraini è già una vittoria: ora deve essere capitalizzata con una pace immediata, non serve un altro Afghanistan» (La Stampa). Esattamente come il suo amico Slavoj Žižek, Varoufakis sostiene dunque la necessità di un polo imperialista unico europeo (o Unione Europea che dir si voglia), cosa che peraltro li accomuna con il geocomico Alessandro Orsini. Anche questa posizione europeista (o “terzista”) dà conto delle tendenze che stanno plasmando e riplasmando le alleanze imperialistiche, con quale risultato oggi non è dato sapere.

E poi c’è il punto caldo par excellence, quello economico, ben rappresentato dalla moneta mondiale, anche per i suoi stretti legami con la politica e la geopolitica. Scrivono M. Lettieri e P. Raimondi: «La guerra in Ucraina, con le sue drammaticità, la disinformazione e i preponderanti elementi di psywar, tende a coprire il vero scontro, profondo, geopolitico e geoeconomico globale che si sta combattendo da anni. Chi avrà il ruolo egemone sull’economia, sulla moneta, sulla finanza, e non solo sulla sicurezza, a livello mondiale? La pretesa Usa di essere l’unica potenza capace, da sola, di determinare i processi economici e strategici e di gestire le relazioni internazionali viene oggettivamente meno di fronte alle nuove realtà emergenti. La domanda più inquietante è: la nuova egemonia sarà stabilita dal vincitore di una guerra globale, come in passato, oppure ci sarà un razionale e costruttivo confronto tra tutti gli attori che abitano il nostro pianeta? Al riguardo è importante notare che da qualche tempo anche negli Usa si sta riflettendo sull’opportunità di organizzare una nuova Bretton Woods. Nel 1944 in questa cittadina venne realizzato un accordo per un nuovo sistema monetario internazionale, centrato sul dollaro, per dare stabilità ai rapporti economici internazionali e per aiutare lo sviluppo e la ricostruzione del dopo guerra. L’accordo di Bretton Woods, però, fu fatto dai vincitori della guerra, senza l’Unione Sovietica, lasciando fuori anche tutti i grandi Paesi del cosiddetto terzo mondo, in particolare l’India e la Cina. […] Secondo la Fed il dollaro è ancora usato in vari settori per circa il 70%, l’euro per il 30% e lo yuan cinese soltanto per il 3%. Questo indice, però, non tiene conto del crescente utilizzo del baratto e delle monete nazionali nelle operazioni commerciali e finanziarie dei Paesi del Brics e di altre economie emergenti. Il ridimensionamento internazionale del dollaro è molto evidente nella composizione delle riserve monetarie mondiali, tanto che negli ultimi vent’anni è passato dal 71% al 59%. Nelle riserve monetarie di parecchie banche centrali il valore dell’oro supera quello dei dollari. Non stupisce, quindi, che questo ribaltamento fosse già avvenuto nel 2020 in Russia. […] Perciò, una nuova Bretton Woods non può essere la replica di quella passata, un accordo soltanto tra gli “amici” dell’America, dovrà coinvolgere la Cina, l’India, i Paesi emergenti del Sud del mondo e anche la Russia. In un tale accordo l’Unione europea dovrebbe avere un ruolo centrale di mediazione e di proposizione, che avrebbe già dovuto svolgere naturalmente in questa delicata fase della guerra in Ucraina, se fosse un soggetto politico, autonomo e davvero indipendente» (Notizie Geopolitiche).

È dal 1971, da quando si realizzò la transizione da un sistema di cambi fissi centrato sul dollaro convertibile in oro, a uno di cambi flessibili slegato dall’oro che si parla della necessità di una «nuova Bretton Woods», ossia di un sistema monetario in grado di rispecchiare la realtà del processo capitalistico mondiale. Il fatto che oggi gli Stati Uniti siano il più grande Paese debitore del mondo e la Cina il più grande Paese creditore del mondo realizza una tensione monetaria che cerca una qualche soluzione. Ormai da un decennio circa è in corso uno scontro di grandi proporzioni sulla configurazione del sistema monetario internazionale, e la guerra economica in corso, condotta a colpi di sanzioni e contro-sanzioni sta accelerando tendenze che agiscono già da tempo. Il quadro è naturalmente complicato dalla fitta rete di interdipendenze (di natura industriale, logistica, commerciale finanziaria, ecc.) che stringe insieme tutti i maggiori capitalismi mondiali, impegnati in un complessa e difficile ridefinizione di ciò che chiamiamo globalizzazione (2).

Un’ultima annotazione sul provincialismo, per usare un eufemismo, di chi accusa il governo italiano (o l’Unione Europea nel suo insieme) di comportarsi come un servo sciocco agli ordini degli Stati Uniti, una tesi peraltro che personalmente sento ripetere da 40 anni tanto “da sinistra” quanto “da destra”. Nelle relazioni internazionali tra gli Stati ciò che conta sono i rapporti di forza, mai definitivi e sempre relativi, che si vengono a stabilire tra Paesi legati da vincoli di varia natura. In linea di principio possiamo dire che nessun Paese al mondo, per quanto debole e umiliato da una sconfitta bellica, si lega alla Potenza egemone in una relazione di completa e servile sudditanza, ma per quanto può, nei limiti tracciati appunto dai rapporti di forza, questo Paese cercherà sempre di trarre vantaggio dalla sua posizione subordinata. È la storia della relazione strategica che dal 1945 lega l’Italia e l’Europa centro-occidentale (e il Giappone) agli Stati Uniti d’America. L’accusa di “servo sciocco” indirizzata ai governi italiani tradisce il fondamento ultrareazionario (nazionalista, sciovinista, “sovranista”) della concezione politica di chi la formula – il quale certamente ricorda con nostalgia la “mitica” Notte di Sigonella (10 ottobre 1985), quando il virile Bettino Craxi si rifiutò di ubbidire agli ordini di Washington.

(1) Apprendo dalla sezione Monti Prenestini Casilina del Pci (ma non era defunto?) che «La Grande Guerra Patriottica dell’Unione Sovietica ha portato alla Liberazione d’Europa dalla bestia fascista». Interessante. E la scelta grafica del manifesto per la «Festa della vittoria» da celebrarsi a Zagarolo domenica 8 maggio, che in molti hanno ricondotto alla Z utilizzata dall’esercito russo e diventata simbolo dell’invasione dell’Ucraina e delle violenze subite dalla popolazione (soprattutto da donne, vecchi e bambini) di quel Paese? «È il Nastro di San Giorgio per il quale sono morti 27 milioni di donne e uomini dell’Urss, che ti hanno fornito anche la libertà di criticarli. Senza di loro oggi parleremmo tutti tedesco, sotto la frusta del nazismo». Siamo sicuri che se non ci fosse stata l’Armata Russa a “liberarci” «oggi parleremmo tutti tedesco»? Certo qualcosa i bombardamenti degli angloamericani sulle inermi città italiane qualche contributo alla “liberazione” del nostro Paese avranno pure prodotto. O no?

Le farneticazioni sopra riportate mi permettono di ricordare a me stesso che la Seconda carneficina mondiale, di natura imperialista esattamente come la Prima, vide l’Unione Sovietica di Stalin e la Germania di Hitler associate in un “Patto di non aggressione” che prevedeva la spartizione della Polonia e del Nord’Europa a vantaggio dei due Paesi fratelli. Ricordo anche, sempre a me stesso, che solo gli aiuti giunti all’Unione Sovietica dagli Stati Uniti consentirono a Mosca di reggere la spinta della Wehrmacht nei primi mesi dell’Operazione Barbarossa e di organizzare una seria difesa.

Scriveva Michele Nobile il 10 aprile 2014 (Sinistrainrete): «Un diffuso mito giustificazionista è quello basato sul ruolo dell’Armata rossa nella liberazione dell’Europa dal nazismo. A questo proposito, dovrebbe bastare ricordare che, se è vero che fu l’Unione sovietica a sopportare l’urto maggiore delle armate naziste dopo il giugno 1941 e poi a liberare da esse gran parte dell’Europa, tuttavia fu il patto tra Hitler e Stalin (per interposti ministri) nel 1939 che segnò l’inizio alla Seconda guerra mondiale: ad esso seguì immediatamente l’invasione e la spartizione della Polonia di comune accordo tra la Germania nazista e l’Unione sovietica. Se si vuol ragionare in modo geopoliticamente o strategicamente onesto, allora non dovrebbe essere difficile comprendere che l’alleanza di fatto fra i due totalitarismi fu quanto permise a Hitler di conquistare quasi tutta l’Europa continentale, essendosi assicurato il confine orientale e venendo pure rifornito di materie prime essenziali per la guerra dall’Unione sovietica, fino all’ultimissimo momento prima di rivolgersi contro di essa. La solidarietà con le atroci sofferenze dei popoli sovietici sotto il tallone nazista non può far passare in secondo piano il fatto che l’Armata rossa fosse strumento al servizio del totalitarismo sovietico e che esso si sia imposto con la forza nell’Europa centrale e orientale. Le rivolte dei lavoratori e le conseguenti repressioni in Germania orientale, Ungheria, Cecoslovacchia, Polonia, sono lì a testimoniarlo. Questo è solo un esempio, ma storicamente e psicologicamente importante, per illustrare un concetto più generale: la politica estera sovietica e degli altri “socialismi” ha sempre avuto (ed ha) natura nazionalista e conservatrice» (citazione tratta dal mio post del 6 maggio 2014 Odessa e il mondo sempre più feroce).

Ridiamo la parola agli italici filorussi: «Siamo per un’Ucraina neutrale e antifascista [leggi: russificata], che funga da ponte tra Asia [capitalista/imperialista] e Europa [capitalista/imperialista], per una collaborazione con la Russia [capitalista/imperialista], per la pace [capitalista/imperialista] e la prosperità [capitalista/imperialista] del continente europeo [capitalista/imperialista] che deve liberarsi dal giogo degli Stati Uniti d’America [capitalista/imperialista]». Agli stalinisti di casa nostra il mondo capitalista/imperialista (possibilmente con caratteristiche cinesi) piace assai: cretino chi se ne stupisce!

Lo stalinismo: la prima volta come tragedia, la seconda come Zagarolo.

Scrivevo il 9 maggio 2014: «Russia. Finalmente una degna celebrazione della vittoria nel secondo macello mondiale! Putin gonfia il virile petto ricordando i fasti dell’ultimo conflitto imperialista mondiale, meglio noto come «Guerra di Liberazione dal nazifascismo». Com’è noto, sono i vincitori a dare un nome alle cose. “Sfilata oggi a Mosca nel 69mo anniversario della vittoria della Seconda guerra mondiale: nella storica Piazza Rossa sfilano, alla presenza delle autorità, 11mila militari e in prima fila il Corpo della Flotta del Mar nero con le bandiere di Sebastopoli e della Crimea, le nuove regioni annesse alla Federazione russa. La manifestazione quest’anno assume quindi un significato prima di tutto politico, che si inserisce nel pieno della crisi ucraina. […] Nel discorso di apertura della parata Putin si è riferito al proprio Paese affermando che ‘ha sempre vinto contro i fascisti’, una terra di cui ‘noi proteggeremo la sua unità e la sua storia. Noi dobbiamo meritarci i nostri nonni e i nostri padri e chi ha combattuto’, ha detto Putin in riferimento a chi ha combattuto nella seconda guerra mondiale. Ha poi detto, riferendosi in particolare alla crisi ucraina, che ‘Il nazismo europeo torna a sollevare la testa’” (Notizie geopolitiche). Per fortuna c’è sempre l’Armata Russa pronta a salvarci dai cattivoni di turno! Viva la Patria del Socialismo! Pardon: del petrolio, del gas, del carbone, delle terre rare, ecc. Gli stalinisti di tutte le tendenze sono in pieno orgasmo patriottico e resistenziale per l’uomo forte di Mosca. “A morte i nazisti!” Anche perché un nuovo Patto Ribbentrop-Molotov non è alle viste…».

(2) «McDonald’s lascia la Russia con la vendita completa delle sue attività (850 ristoranti) a un acquirente locale, in seguito all’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca. McDonald’s ha sottolineato che la crisi umanitaria causata dalla guerra ha reso di fatto “insostenibile, né coerente con i nostri valori” mantenere le attività in Russia» (TgCom24). Ovviamente si tratta dei noti valori di scambio di cui parla l’economia politica. La notizia mi ha ricordato la «teoria McDonald’s sulla prevenzione dei conflitti» elaborata da Thomas L. Friedman nel 1999: «La globalizzazione non ha messo e non metterà fine alla geopolitica; vale la pena di ripeterlo una seconda volta: la globalizzazione non ha determinato la fine della geopolitica. Il semplice concetto che stavo cercando di illustrare con la “teoria McDonald’s” è che la versione contemporanea della globalizzazione applica un più elevato sovrapprezzo sulle guerre. La versione attuale della globalizzazione – in cui l’integrazione economica e digitale, la connessione di individui e nazioni, l’affermazione dei valori del capitalismo [riecco i famosi valori] e delle reti fino agli angoli più remoti del pianeta e la dipendenza della mandria elettronica e della camicia di forza dorata continuano a crescere – avvolge la politica estera dei paesi connessi al sistema in una ragnatela di vincoli, accrescendo gli incentivi a evitare i conflitti e dilatando i costi della guerra in un modo molto più dissuasivo che in qualsiasi altra epoca storica. Tutto ciò, comunque, non assicura che non ci saranno guerre: ci saranno sempre nazioni e capi che, per buone o cattive ragioni, decideranno per la guerra. In ogni caso, la conclusione è: se nella precedente epoca di globalizzazione, le nazioni ci pensavano due volte prima di ricorrere alla guerra come strumento per risolvere conflitti, in questa ci penseranno almeno tre volte» (T. L. Friedman, Le radici del futuro, p. 259, Mondadori, 1999). Nel caso del Celeste Imperialismo Cinese, oggi al cuore della globalizzazione capitalistica, anche quattro e più volte. Si tratta di vedere, parlando in generale, lo stato di salute dell’economia nei singoli Paesi (soprattutto in quelli dal notevole peso specifico geopolitico) e nel mondo: fino a che punto sono forti «gli incentivi a evitare i conflitti»?

L’ESCREMENTIZIA COERENZA DEL SINISTRISMO FILORUSSO

L’INSIDIA UCRAINA NELLA GRANDE GUERRA

DICHIARAZIONE DEL РЕВОЛЮЦИОННАЯ РАБОЧАЯ ПАРТИЯ SULLA GUERRA IN UCRAINA

LA COMPLESSA DINAMICA DELLA GUERRA

L’IMPERIALISMO RUSSO HA L’ECONOMIA DI ARGILLA

I VECCHI FANTASMI CHE RITORNANO

UN MONDO IN GUERRA

CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ

L’IMPERIALISMO ENERGETICO DELLA RUSSIA

GUERRA DI CIVILTÀ E LOGICA BINARIA

SUL “COMPLESSISMO”

APPUNTI SULLA NATURA DELLA “GUERRA CALDA”

CANI SCHIFOSI, SOGNI INFRANTI E REALTÀ DELL’IMPERIALISMO

La dimensione mondiale del conflitto Russo-Ucraino

6 pensieri su “UNIRE I PUNTI DELLA CRISI SISTEMICA MONDIALE

  1. LA NOSTALGIA CANAGLIA DEL FILOSOFO

    Massimo Cacciari (La Verità):
    «La sinistra poi è proprio meglio che la lasciamo perdere: la débâcle culturale procede inarrestabile da un trentennio. E ha anche perduto memoria storica. Non parlo di ex comunisti, che ormai sono quasi tutti morti, ma ex socialisti che dimenticano Craxi e Sigonella, ex Dc che dimenticano i rapporti dei Moro e anche degli Andreotti con i palestinesi».

  2. Pingback: PER FARE UN ESEMPIO | Sebastiano Isaia

  3. Pingback: ANCORA SUL “DOSSIER UCRAINA” | Sebastiano Isaia

  4. Pingback: PENSAVO FOSSE DOSTOEVSKIJ E INVECE ERA ORWELL! | Sebastiano Isaia

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