ANCORA SUL “DOSSIER UCRAINA”

Guerra di aggressione e guerra di difesa

Nella società capitalistica del XXI secolo la guerra di aggressione non rappresenta una patologia, un’aberrazione, un’inaccettabile ingiustizia ma un fatto fisiologico, la normalità, una necessità. Gli ucraini sono vittime di un sistema sociale di cui fanno parte sia la Russia che l’Ucraina. Dal punto di vista anticapitalista le ragioni (gli interessi) della Russia imperialista e le ragioni (gli interessi) dell’Ucraina nazionalista si equivalgono nella loro comune sostanza ultrareazionaria – antiproletaria, antiumana.

Nella notte buia del capitalismo mondiale del XXI secolo, tutti i Paesi di questo capitalistico mondo appaiono dalla prospettiva anticapitalista neri come la pece. A mio giudizio quello che Marx e Lenin hanno scritto sulla guerra tra le nazioni deve essere considerato storicamente – e già il Marx del 1871 non scriveva le stesse cose del Marx del 1848, così come il Lenin del 1914 non scriveva sulla guerra imperialista le stesse cose che scriveva Marx a proposito della guerra nazionale dei Paesi occidentali contro la Russia zarista, bastione della reazione e della controrivoluzione europea. Il diritto dei popoli all’autodecisione era una menzogna già ai tempi di Lenin, figuriamoci oggi; allora lo si poteva “cavalcare”, da parte “marxista”, in chiave “tattica” perché rimanevano aperte diverse questioni nazionali (a cominciare da quelle che agitavano l’Impero russo), oggi quel “diritto” ha il significato della pura e semplice menzogna intesa a ingannare soprattutto le classi subalterne e a giustificare iniziative belliche di qualche tipo.

La guerra di resistenza nazionale di un Paese contro l’aggressione subita ad opera di un altro Paese oggi, non ai tempi di Marx o di Lenin, non merita più neanche le attenuanti generiche, per così dire, e dal punto di vista anticapitalista entrambi i Paesi vanno messi sullo stesso piano in quanto componenti di un sistema mondiale che genera sempre di nuovo, con assoluta necessità, conflitti di ogni tipo. Il fatto che il Paese aggredito sia di più piccole dimensioni e militarmente più debole rispetto al Paese che lo aggredisce non ha alcun significato per chi non ragiona in termini astrattamente geopolitici ma fonda il proprio giudizio su una peculiare concezione politica, la quale non ha a cuore la difesa della sovranità nazionale di un Paese, piccolo o grande che sia, democratico o totalitario che sia, ma piuttosto gli interessi delle classi subalterne di tutti i Paesi e la possibilità/necessità di farla finita con una società intrinsecamente mortifera che trasuda violenza da ogni suo poro.

Non è tanto e solo il sostegno che l’Ucraina sta ricevendo dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea che rende ultrareazionaria anche la guerra di difesa nazionale ucraina, ma questa stessa guerra di difesa, perché si colloca pienamente nella logica e nella prassi della dinamica imperialista, la quale va sempre colta nella sua dimensione mondiale. Alla guerra di difesa nazionale l’anticapitalista contrappone l’autorganizzazione delle classi subalterne contro il nemico interno ed esterno; una difesa – o resistenza – di classe che ovviamente non esclude per principio l’armamento dei lavoratori e di chiunque desideri battersi contro gli effetti e contro le cause della guerra. «Con ogni mezzo necessario», per dirla con Malcolm X, il quale una volta (1964) disse: «Mi unirò a chiunque, non mi interessa di quale colore sia, purché voglia cambiare la miserabile condizione di questa Terra». Il concetto di guerra difensiva (e di difesa della Patria) esprime bene «la miserabile condizione di questa Terra», la quale deve ancora subire le ingiurie della guerra sistemica (economica, militare, scientifica, tecnologica, ideologica) in un tempo in cui esistono tutte le condizioni oggettive per realizzare una comunità autenticamente umana.

Grida vendetta dinanzi alla splendida possibilità dell’emancipazione universale il fatto che ancora oggi ci dobbiamo confrontare con le guerre, con le carestie (vedi anche il blocco navale nel Mar Nero che non consente il commercio di granaglie e fertilizzanti), le epidemie, la distruzione ambientale, il razzismo e quant’altro. Ma non si tratta di un mero anacronismo: si tratta della persistenza dei rapporti sociali capitalistici. Mi cito e mi scuso: «Dice il Santissimo Padre: “Di fronte al pericolo di autodistruggersi, l’umanità comprenda che è giunto il momento di abolire la guerra, di cancellarla dalla storia dell’uomo prima che sia lei a cancellare l’uomo dalla storia”. Il tutto, ovviamente, senza abolire le cause sociali della guerra, cause compendiabili con i concetti di capitalismo e imperialismo. A occhio, mi sembra assai più realistica la mia utopia, la quale afferma la necessità – e la possibilità – di portare l’umanità fuori dalla storia delle società classiste – o “preistoria”, come la chiamava il comunista di Treviri».

L’Ucraina di Zelensky è ostile all’umanità (a ciò che è autenticamente umano) esattamente come lo sono la Russia di Putin, l’America di Biden, l’Italia di Draghi, la Cina di Xi Jinping e via di seguito, ed è esattamente questa realtà che elimina la distinzione tra la guerra difensiva dell’Ucraina e la guerra di aggressione della Russia. Si tratta di due facce della stessa medaglia. Personalmente concepisco una sola “guerra giusta” sul continente europeo: la guerra sociale rivoluzionaria, la quale peraltro ha come sua naturale incubatrice la guerra imperialista.

Chi difende (che è diverso dal comprendere senza giustificare un bel niente) l’aggressione militare russa tirando in ballo l’espansione della Nato verso Est, processo che ovviamente esiste, sebbene esso si configuri in forme e modalità molto diverse da come le rappresenta propagandisticamente il regime putiniano (e i suo lacchè occidentali), difende le ragioni (gli interessi) di un campo imperialista contro il campo imperialista concorrente. Facendo ciò, e come ho scritto altre volte, il filo-russo (che il più delle volte è anche filo-cinese) è (a sua insaputa) un sostenitore dell’imperialismo unitario, perché tutti i “campi” che si fronteggiano nel mondo sono parti di un tutto, cioè del campo imperialista mondiale.

Non è la Nato che produce la guerra, ma è questa società che produce la guerra e la Nato – e qualsiasi altra alleanza interimperialistica passata, presente e futura. Se non si comprende questo, la lotta contro la Nato si configura come un momento della guerra sistemica interimperialistica – la quale si dà nei singoli Paesi anche come scontro tra diverse fazioni capitalistiche interessate a una certa alleanza imperialista piuttosto che a un’altra.

Leggo da qualche parte: «La Russia sta conducendo una guerra imperialista aggressiva; l’Ucraina sta conducendo una guerra popolare di liberazione». Non sono d’accordo: che la Russia stia «conducendo una guerra imperialista aggressiva» non c’è il minimo dubbio (almeno per chi scrive); ma che l’Ucraina stia «conducendo una guerra popolare di liberazione» non è vero e non significa nulla se non si chiariscono i concetti di popolo e di liberazione. In Ucraina non esistono classi sociali? non esitono rapporti sociali di dominio e di sfruttamento? Il concetto di popolo aveva un significato storicamente progressivo ai tempi delle rivoluzioni borghesi, delle guerre rivoluzionarie condotte dalla borghesia contro le classi e i Paesi dell’antico regime, non certo oggi, nell’epoca del dominio mondiale dei rapporti sociali capitalistici. Parlare di popolo oggi significa nascondere la realtà della divisione sociale degli individui, la realtà del conflitto sociale. Se il proletariato di un Paese non ha la forza e la coscienza per opporsi alla guerra, “difensiva” o “aggressiva” che sia, ebbene questo tragico fatto non deve spingere gli anticapitalisti ad assecondarne le azioni e le idee; il proletariato, per mutuare indegnamente il solito Marx, o è rivoluzionario o è una mera espressione sociologica. L’anticapitalista deve piuttosto operare affinché il proletariato che oggi non è rivoluzionario possa diventarlo domani. Ovviamente non tocca a me dare suggerimenti pratici agli anticapitalisti ucraini o russi – o italiani.  Come diceva qualcuno, non c’è prassi rivoluzionaria senza teoria rivoluzionaria, e quindi chiarire i termini teorici, concettuali, della questione qui posta a oggetto, è di fondamentale importanza e ha un preciso significato politico, pratico. Tra teoria e prassi non solo non esiste una differenza sostanziale, ma l’una può essere pensata legittimamente come la forma trasformata dell’altra, come una sua continuazione.

La difesa della nazione (della Patria, del Popolo) è una parola d’ordine ultrareazionaria che postula la difesa da parte delle classi subalterne di quelle condizioni sociali che le rendono sottomesse alle classi dominanti e al loro Stato. Per questo porre una differenza “ontologica” tra aggressore e aggredito in questa epoca storica, significa non aver compresso la natura aggressiva, disumana e violenta della Società-Mondo che tutti ci ospita.

Scrive Taras Bilous: «In questi ultimi mesi, esponenti di sinistra hanno utilizzato la storia della prima guerra mondiale per sostenere che i socialisti non dovrebbero sostenere nessuna delle parti nei conflitti interimperialisti. Ma la seconda guerra mondiale fu anche un conflitto interimperialista. Questo significa che nessuna delle parti avrebbe dovuto essere sostenuta in quella guerra? No, perché il conflitto interimperialista era solo una dimensione di quella guerra». Io la penso diversamente, e ciò che la natura imperialista della Seconda carneficina mondiale coprisse per intero la «dimensione di quella guerra», come la Prima e anzi per molti aspetti ancor più della Prima – infatti nel frattempo il capitalismo si era fatto strada anche in Russia e nei Balcani. La differenza fondamentale, apprezzabile solo dalla prospettiva anticapitalista, tra la Prima e la Seconda guerra mondiale è che nel primo conflitto esisteva in Europa una forte e visibile socialdemocrazia rivoluzionaria (quella che formerà i Partiti Comunisti europei), la quale già prima del 1914 sostenne la necessità di trasformare la guerra imperialista in guerra di classe, mentre nel secondo di forte e di visibile vi era solo lo stalinismo russo e internazionale, ossia l’opposto del comunismo, dell’anticapitalismo, della rivoluzione sociale.

Scriveva Engels nel 1893 nella Prefazione all’edizione italiana del Manifesto: «In Italia, in Germania, in Austria gli operai non fecero, da principio, che portare al potere la borghesia. Ma in nessun paese il regno della borghesia è possibile senza l’indipendenza nazionale. La rivoluzione del 1848 doveva dunque trarsi dietro l’unità e l’autonomia delle nazioni che fino allora ne mancavano: l’Italia, la Germania, l’Ungheria. La Polonia seguirà alla sua volta. Se, dunque, la rivoluzione del 1848 non fu una rivoluzione socialista, essa spianò la via, preparò il terreno a quest’ultima. Collo slancio dato, in ogni paese, alla grande industria, il regime borghese degli ultimi quarantacinque anni ha creato dappertutto un proletariato numeroso, concentrato e forte; ha allevato dunque, per usare l’espressione del Manifesto, i suoi propri seppellitori». Marx ed Engels sostennero lo sforzo delle borghesie europee orientato alla creazione di un moderno Stato nazionale, e anzi ne criticarono la poca radicalità, che si spiega soprattutto con l’emergere della questione sociale e con lo spettro del comunismo che toglieva il sonno alle vecchie come alle nuove classi dominanti “ritardatarie”. Il sostegno accordato da Marx e da Engels alle guerre nazionali della borghesia rivoluzionaria ebbe sempre un carattere tutt’altro che incondizionato e anzi fu ampiamente subordinato agli interessi del proletariato, a cominciare dalla difesa della sua autonomia politica e organizzativa. Anche su questo punto si può registrare l’abissale distanza che passa tra comunismo e stalinismo – vedi, ad esempio, la linea politica antiproletaria che il regime “sovietico” praticò nella rivoluzione cinese.

In Europa la “sistemazione nazionale” avente un carattere storicamente rivoluzionario (in chiave antifeudale) si è chiusa già da molto tempo (in gran parte già ai tempi di Lenin) e ogni “sistemazione nazionale” non ha niente di storicamente progressivo da offrire alle classi subalterne e, in generale, all’umanità. Niente. Ad esempio, io sono contro il centralismo madrileno a proposito della questione catalana, ma non per questo sostengo l’indipendentismo e il nazionalismo di Barcellona: sostengo invece (per quel che vale, ovviamente) la necessità dell’unità di classe del proletariato spagnolo, contro ogni forma di nazionalismo, di patriottismo. Un altro esempio, di segno diverso anche dal punto di vista geopolitico: sono contrario al progetto di aggressione cinese a Taiwan, progetto dalla natura squisitamente imperialista (coperta dal Partito Capitalista Cinese sotto il pietosissimo velo dell’unificazione nazionale, del “Nuovo Risorgimento cinese”); ma allo stesso tempo ritengo altrettanto ostile alle classi subalterne la difesa dell’integrità nazionale di Taiwan. Non si tratta di “equidistanza” ma di “equicontrarietà”: contro l’imperialismo cinese e contro il nazionalismo taiwanese sostenuto dall’imperialismo statunitense.

Sul concetto di guerra per procura

La natura imperialista del conflitto in corso in Europa prescinde dalla sua immediata – e formale – caratterizzazione giuridica e politica, ma investe piuttosto la sua essenza storico-sociale. Scrive Mario Del Pero: «Guerra di aggressione; guerra di resistenza; guerra di attrito e di logoramento; guerra economica; guerra di propaganda; guerra cyber; guerra per procura. Come sempre, e come è inevitabile che sia, sono tante e plurime le guerre in corso in Ucraina. In questa essenziale tassonomia, convergono forme di conflitto antiche e moderne, perché la guerra – le sue forme, le sue pratiche, i suoi strumenti – muta inevitabilmente al mutare della tecnologia ad essa applicata così come all’evoluzione di un ordine internazionale dove vi ricorrono sempre più anche attori non statuali e transnazionali» (Treccani.it). In precedenti post dedicati alla guerra russo-ucraina (presto trasformatasi in guerra sistemica mondiale) ho sostenuto che a mio avviso definire questo conflitto nei termini di una guerra per procura sia quantomeno riduttivo e altrettanto foriero di strumentalizzazioni propagandistiche – questo vale soprattutto per i sostenitori della Russia, i quali giustificano l’intervento armato russo in Ucraina con l’azione sobillatrice degli Stati Uniti e della loro lunga mano politico-militare: la Nato.

Se definiamo «guerra per procura o guerra delegata un conflitto armato tra due Stati o attori non statali che agiscono su provocazione o per conto di altre fazioni che non sono direttamente coinvolte nelle ostilità» (Wikipedia), ebbene c’è da chiedersi quale guerra, negli ultimi cinquant’anni (per non andare molto indietro nel tempo: vedi, ad esempio, la lunga guerra di liberazione nazionale italiana o Risorgimento che dir si voglia), non abbia avuto anche i connotati di una guerra per procura. Se passiamo in rassegna i conflitti regionali dalla guerra di Corea in poi, non c’è conflitto (incluso quello vietnamita) che non possa venir rubricato, anche solo in parte, come una guerra per procura, e questo è vero soprattutto quando tra gli attori principali (diretti) del conflitto insiste una grande sproporzione di potenza militare ed economica, una grande asimmetria sistemica.

Il conflitto israelo-palestinese non ha forse avuto, fin dal suo inizio, anche un carattere di guerra per procura? Ma sarebbe oltremodo sbagliato etichettarlo senz’altro ed esclusivamente nei termini di una guerra per procura. A ben guardare, nessun conflitto armato aderisce completamente al concetto di proxy war, un concetto che piace molto a chi desidera rimanere alla superficie dei fenomeni sociali per paura di rimanere impigliato nella loro fitta e complessa trama.

Negli anni Ottanta del secolo scorso gli Stati Uniti hanno sostenuto militarmente e finanziariamente i Talebani in funzione antisovietica, ma si è visto come sono andate a finire le cose quando l’Armata Russa si è ritirata dall’Afghanistan e i talebani hanno preso il potere dopo aver sconfitto militarmente la fazione più “laica” della resistenza afghana. Diciamo pure che non tutti i giochi riescono perfettamente quando si passa dalla programmazione e dalle aspettative ai fatti reali, a ciò che accade sul terreno. Come ho scritto nell’ultimo post, non esistono “servi sciocchi” che si lasciano semplicemente usare dal più forte senza trarne un qualche beneficio immediato e senza operare in vista di futuri sviluppi nella loro relazione con il padrone. Sotto il confortevole ombrello americano Germania, Giappone e Italia, i tre Paesi usciti sconfitti e distrutti dall’ultima guerra mondiale, già nella seconda metà degli anni Sessanta hanno raggiunto i vertici del capitalismo mondiale.

Il conflitto vietnamita (e indocinese in generale) ebbe una natura imperialista sul versante delle Potenze che vi intervennero più o meno direttamente (prima la Francia e poi gli Stati Uniti, in primis, ma anche la Russia, che sostenne i vietnamiti), mentre sul versante vietnamita questo conflitto ebbe invece i caratteri di una rivoluzione borghese-nazionale. Il sostegno che i nord-vietnamiti ricevettero dall’imperialismo sovietico, impegnato a indebolire la concorrenza americana e a marcare da vicino la Cina, non inficiò la natura storico-sociale della rivoluzione vietnamita – “socialista” solo per gli stalinisti e per i maoisti.

Niente di tutto questo accade in Ucraina, la cui natura ultrareazionaria riguarda tanto il Paese aggressore (la Russia imperialista) quanto il Paese aggredito (l’Ucraina nazionalista). Questi due Paesi, infatti e come già detto, sono parti di un unico sistema storico-sociale: quello capitalistico, il quale ha oggi i confini del mondo intero. Il nazionalismo ucraino che si contrappone all’imperialismo russo ha la stessa natura ultrareazionaria di quest’ultimo perché mobilita le classi subalterne e, più in generale, la popolazione ucraina a difesa di rapporti sociali di dominio e di sfruttamento: sono questi rapporti sociali che i proletari difendono quando si battono per la sovranità nazionale, per la Patria, per la Nazione. È lo sviluppo ineguale, contraddittorio e antagonistico del capitalismo mondiale che mette i Paesi nelle condizioni di recitare il ruolo dell’aggressore o dell’aggredito: ma in entrambi i casi la sostanza della cosa (ossia la natura del conflitto) non cambia di un solo atomo. Dal punto di vista anticapitalista le vittime di questa condizione non sono i Paesi relativamente meno potenti alle prese con le ambizioni dei Paesi relativamente più forti, ma le classi subalterne di tutti i Paesi del mondo.

«Dal 1941 al 1945 gli USA fornirono armamenti ed equipaggiamenti per un valore superiore ai 50 miliardi di dollari dell’epoca (equivalenti grossomodo a 690 miliardi di dollari al cambio del 2020) a britannici, sovietici e altri alleati. Per l’esattezza, il contributo maggiore andò ovviamente alla Gran Bretagna, con 31,4 miliardi di dollari, seguita al secondo posto proprio dall’URSS di Stalin, con 11,3 miliardi, dalla Francia Libera di De Gaulle con 3,2 miliardi, dalla Cina di Chiang Kai Shek con 1,6 miliardi e da altri paesi per 2,6 miliardi» (Analisi Difesa). Ma possiamo considerare, solo per questo, la Seconda guerra mondiale, considerata nel suo contraddittorio sviluppo, una guerra per procura?

Scrive il già citato Mario Del Pero: «Se è corretto parlare di proxy war, lo si deve insomma fare ribaltando la causalità spesso utilizzata: non è il sostegno europeo e statunitense che ha determinato la procura, ma la resistenza ucraina che l’ha in ultimo permessa». Ma una volta invocato e quasi preteso il sostegno politico-militare degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, l’Ucraina ha di fatto posto la propria autonomia politica entro i limiti di un’azione bellica che non può non tener conto degli interessi immediati e strategici degli alleati. A un certo punto del conflitto i rapporti di forza tra le grandi Potenze prevarranno, e l’accordo che ne scaturirà non necessariamente entrerà in sintonia con gli interessi dell’Ucraina – o della Russia, nel caso in cui fossero gli Stati Uniti e la Cina a prendere in mano il “dossier” ucraino.

In ogni caso, credo che il concetto di guerra per procura vada sussunto sotto quello di guerra sistemica – che comprende anche il momento propriamente militare, bellico. Solo tirando quel filo concettuale è possibile a mio avviso comprendere la reale natura sociale dei conflitti di questa epoca storica, in modo che il pensiero critico non si lasci confondere dalla loro complessa fenomenologia geopolitica. Più in generale, io credo che nell’epoca del dominio totalitario del Capitale non sia più possibile isolare un singolo aspetto delle grandi questioni sociali dal contesto generale dominato dal conflitto degli interessi imperialistici.

PER FARE UN ESEMPIO

UNIRE I PUNTI DELLA CRISI SISTEMICA MONDIALE

La dimensione mondiale del conflitto Russo-Ucraino

2 pensieri su “ANCORA SUL “DOSSIER UCRAINA”

  1. L’Ucraina e la politica di potenza russa

    «Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero eurasiatico e diverrà un impero sostanzialmente asiatico. […] Ma se Mosca riconquista il controllo dell’Ucraina, coi suoi 52 milioni di abitanti e grandi risorse naturali, oltreché l’accesso al Mar Nero, la Russia automaticamente riconquisterà le condizioni che ne fanno un potente Stato imperiale esteso fra Asia ed Europa» (Z. Brzezinski, La grande scacchiera. Il mondo e la politica nell’èra della supremazia americana, 1997).

    «Al momento la Russia non minaccia la nostra sicurezza e ritengo quindi che ogni sforzo vada compiuto affinché essa sia integrata nella comunità internazionale e in particolare affinché rafforzi il legame con l’Europa. L’eventuale ricostruzione dell’impero russo potrebbe influire negativamente sugli interessi americani se ciò avvenisse per coercizione. L’uso della forza significherebbe che la Russia è diventata una dittatura di carattere nazional-sciovinista e come tale sarebbe una minaccia per i suoi vicini. Perciò, gli Stati Uniti dovrebbero sostenere il pluralismo geopolitico nello spazio ex sovietico e il modo migliore per favorirlo è sostenere i nuovi Stati indipendenti che intendono rimanere tali» (Z. Brzezinski, Limes, 1996).

    Zbigniew Brzezinski è stato un politico e politologo statunitense di origini polacche, consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza di Jimmy Carter, dal 1977 al 1981.

    Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, 16/4/2016:

    «Il conflitto in Ucraina ha messo in questione tutti gli sforzi diplomatici degli ultimi trent’anni per un avvicinamento tra la Russia e l’Occidente, da sempre uno dei punti focali nell’agenda della politica estera italiana. L’Ucraina, un nuovo e importante spazio sullo scacchiere eurasiatico, è un perno geopolitico perché la sua reale esistenza come paese indipendente contribuisce a trasformare la Russia. Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero eurasiatico. Ma se Mosca riottiene il controllo dell’Ucraina […] riconquisterà automaticamente i mezzi per diventare un potente Stato imperiale esteso tra Asia ed Europa». Secondo quest’immagine di Zbigniew Brzezinski dall’orientamento internazionale e dalle trasformazioni interne dell’Ucraina dipenderebbe la capacità della Federazione Russa d’influenzare le dinamiche politiche europee e riconquistare il suo rango di grande potenza che agisce anche al di fuori dei confini dello spazio post-sovietico. Ma quali sono gli elementi che rendono l’Ucraina così rilevante nei piani strategici russi?

    Quattro elementi, più degli altri, sembrano essere significativi. L’elemento simbolico, cui è legato il prestigio internazionale di Mosca. La storiografia russa ha tradizionalmente enfatizzato i legami storici che intercorrono tra i territori della Russia e dell’Ucraina. In particolare ha fatto risalire le origini del moderno stato russo all’esperienza della Rus’ di Kiev, il più antico regno slavo che dal IX al XIII secolo unificò gli attuali territori di Russia occidentale, Ucraina, Bielorussia, Polonia e Lituania. Ancor più importante in questo senso è la Crimea, che ha rappresentato uno spazio a lungo conteso con l’Impero ottomano e un teatro di scontro e d’incontro con gli stati dell’Europa occidentale (Guerra di Crimea, Conferenza di Jalta). L’elemento nazionale, derivato dalla consistente minoranza russa presente in Ucraina. Il 17,3 per cento della popolazione, infatti, è di etnia russa, mentre la quota della popolazione di lingua russa è del 24 per cento. Questa percentuale nel corso del XX secolo è progressivamente aumentata in favore della presenza russa soprattutto nelle regioni meridionali e orientali, che per questo vengono chiamate Novorossiya. Si tratta di un dato nevralgico per il nuovo soft power di Mosca, fondato sul suo ruolo di protettrice delle popolazioni russe, russofone e ortodosse (il cosiddetto Russkiy Mir). Il terzo elemento è quello geopolitico, connesso alla possibilità di proiezione geopolitica della Russia. La Crimea, in particolare, svolgeva una funzione decisiva in questo senso e, per tale ragione, è stata il teatro dell’unica vera espansione territoriale a partire dall’inizio della crisi. Anche dopo la dissoluzione dell’Urss una parte della flotta russa era rimasta ancorata nel porto di Sebastopoli, garantendo alla Russia una porta d’accesso al Mar Mediterraneo. Gli altri centri ucraini di particolare interesse strategico sono il porto commerciale di Odessa, il distretto scientifico e militare di Kharkiv e i bacini minerari di Donec’k e di Luhans’k. In particolare la prima avrebbe un valore strategico decisivo in caso di sollevazione contro le autorità di Kiev, costituendo l’anello di congiunzione con la repubblica separatista della Transnistria e un punto di contatto con l’Europa sul versante meridionale.

    L’ultimo elemento è di ordine geostrategico. La difesa dell’influenza sull’Ucraina serve a uno degli obiettivi principali della politica estera russa, quello di garantire la “profondità strategica” intorno alla capitale. In questa prospettiva l’integrazione di Kiev nell’Unione Europea appare pericolosa alla leadership russa perché costituirebbe un primo passo sulla strada dell’ingresso nella Nato. In futuro, quindi, i confini dell’Alleanza Atlantica giungerebbero a 650 km a sud di Mosca e, sommandosi alla presenza della Nato nei Paesi Baltici, costituirebbero una tenaglia intorno alla capitale russa.

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