USA-CINA: SISTEMI CARCERARI A CONFRONTO

hastag_jail__normal_gergelySi tratta di offrire la stessa medicina
con un brodo diverso (Proverbio cinese).

Carcere con caratteristiche statunitensi          

Riporto un articolo pubblicato ieri dal Quotidiano del Popolo Online. Questo articolo ci dice, tra l’altro, quanto sia diventata globale (o totale) la guerra sistemica che si fanno Cina e Stati Uniti, impegnati anche in una competizione politico-ideologica intesa a dimostrare la superiore bontà dei loro rispettivi sistemi sociali – peraltro entrambi di natura rigorosamente capitalista/imperialista. Ultimamente è soprattutto la Cina a incalzare la potenza americana sul versante dei cosiddetti diritti umani e della democrazia, denunciando l’ipocrisia di Washington e rivendicando una più alta eticità per i diritti umani e per la democrazia «con caratteristiche cinesi nella nuova era». Particolare enfasi il regime cinese sta mettendo sulla violenza urbana che dilaga negli Stati Uniti: «Sky News ha riferito l’8 giugno che nelle ultime due settimane si sono verificate sparatorie in 43 dei 50 stati degli Stati Uniti. Le oltre 650 sparatorie denunciate in queste due settimane hanno provocato un totale di 730 morti, tra i quali 23 bambini e 66 adolescenti. Quest’anno ci sono state quasi 250 sparatorie di massa negli Stati Uniti e più di 18.000 persone sono morte a causa della violenza armata» (Quotidiano del Popolo Online). Ecco la realtà della tanto pubblicizzata civiltà americana, del mitico American Way of Life! A differenza degli Stati Uniti, la Cina conosce l’armonia sociale amorevolmente curata e difesa dal grande Partito Capitalista Cinese.

carcerStati Uniti, carceri private fanno affari con il pretesto della “giustizia”, diventando “macchine per stampare denaro”

Negli Stati Uniti, l’enorme sistema carcerario privato sta facendo della “giustizia” un “business”. Nel 2019, il sistema giudiziario statunitense ha detenuto circa 2,1 milioni di persone, di cui oltre 100.000 in carceri private. Le società che gestiscono le carceri hanno un contratto con il governo, che paga alle carceri private un importo minimo. Nella maggior parte dei casi, la quota di pagamento si basa sul numero di detenuti. Per ottenere i contratti, le carceri private fanno pressioni sui parlamentari con contributi politici ogni anno. Al fine di aumentare il “tasso di occupazione” delle carceri, queste società acquistano anche funzionari giudiziari. In Pennsylvania, due giudici sono stati corrotti per mandare più di 4.000 minori in prigioni private nel famoso scandalo dei “bambini in cambio di denaro”.

Per massimizzare i profitti, le carceri private fanno lavorare i detenuti come schiavi. In un’intervista a NPR, Dominique Morgan, che sta scontando una pena presso il centro correzionale di Omaha, in Nebraska, ha detto: “La mia giornata inizia alle 4 del mattino. Devo andare in cucina e preparare la colazione per 1.200 persone, poi il pranzo e la cena. Guadagno 2,25 dollari al giorno”. I proprietari di prigioni private guadagnano un sacco di soldi. Nel 2020, i due giganti delle carceri private negli Stati Uniti, Correctional Corporation e GEO Group, hanno registrato ricavi operativi rispettivamente di 1,9 e 2,3 miliardi di dollari. Se le carceri private americane sono macchine per stampare denaro, allora il sangue e le lacrime di chi sta scontando la pena sono il loro inchiostro.

Carcere con caratteristiche cinesi

Qui di seguito riporto invece un articolo di Eva Fu e Cathy He pubblicato da Ristretti Orizzonti sul sistema carcerario cinese, o, meglio, di quel che si riesce a sapere di esso. Una sola precisazione: il «regime comunista» di cui si parla nell’articolo non solo a mio avviso non ha niente a che fare con il comunismo, ma ne è piuttosto la più radicale negazione. Sul punto, rinvio chi legge ai miei diversi scritti sul Celeste Imperialismo Cinese.

Cina. Dentro il sistema dei lavori forzati: “Si lavora come animali”

“Le prigioni cinesi sono come l’inferno. Non c’è un briciolo di libertà personale”. Per tre anni consecutivi Li Dianqin ha lavorato per circa 17 ore al giorno alla produzione di indumenti di bassa qualità in una prigione cinese, dai reggiseni ai pantaloni. Lavorava senza una paga e rischiava di essere punita dalle guardie carcerarie se non riusciva a rispettare gli obiettivi di produzione stabiliti. Una volta, una squadra di circa 60 detenuti che non riusciva a raggiungere l’obiettivo è stata costretta a lavorare per tre giorni di fila, senza poter mangiare o andare in bagno – ricorda la donna – e le guardie percuotevano i prigionieri con manganelli elettrici ogni volta che si appisolavano per la stanchezza.

La signora Li ha descritto il carcere femminile di Liaoning, situato nella città di Shenyang nel Nord-est della Cina, come “un posto dove gli esseri umani non dovrebbero stare […] Ti arrestano e ti fanno lavorare. Si mangia cibo che non è migliore del mangime per maiali, e si lavora come animali”. Li, che ora ha 69 anni e vive a New York, è stata imprigionata nella struttura dal 2007 al 2010 per aver rifiutato di abbandonare la sua fede nella pratica spirituale del Falun Gong. Il regime cinese sta infatti conducendo una vasta campagna di persecuzione contro il Falun Gong dal 1999, quando il leader Jiang Zemin ha deciso che lo sradicamento di questa pratica di meditazione era da considerarsi una delle priorità del Partito Comunista Cinese.

Uno dei “motivi” della persecuzione è che secondo le stime ufficiali al tempo c’erano circa cento milioni di persone che praticavano il Falun Gong in Cina (più dei membri del Partito). Inoltre, il Falun Gong insegna a seguire dei valori (verità, compassione e tolleranza) propri della cultura tradizionale cinese, che il regime comunista ha cercato di sradicare con ogni mezzo da quando ha preso il controllo del Paese.

Oltre ai vestiti, la prigione produceva una serie di beni destinati all’esportazione: dai fiori artificiali, fino ai cosmetici e ai giocattoli di Halloween. Naturalmente la signora Li non è stata che un minuscolo ingranaggio nella grande macchina del lavoro forzato del regime cinese, che ormai da alcuni decenni sputa fuori prodotti a basso costo da inserire nelle catene di approvvigionamento globali.

Un sequestro particolarmente emblematico è avvenuto a giugno, quando la dogana degli Usa ha bloccato una partita di 13 tonnellate di prodotti a base di capelli umani proveniente dalla regione Nord-occidentale dello Xinjiang. Secondo diversi ricercatori indipendenti e attivisti per i diritti umani, i capelli proverrebbero dai molti campi di lavoro forzato sparsi nella regione dello Xinjiang, dove sono detenuti un grande numero di uiguri e altre minoranze musulmane.

Nel frattempo, nel mondo sono anche aumentate le pressioni sui marchi di abbigliamento internazionali, affinché tronchino i legami con le fabbriche dello Xinjiang, soprattutto dopo che a marzo i ricercatori hanno scoperto che decine di migliaia di uiguri sono stati trasferiti a lavorare nelle fabbriche di tutta la Cina in condizioni simili a quelle dei lavori forzati. Queste strutture hanno prodotto merci per 83 marchi internazionali.

Secondo l’avvocato Fred Rocafort, un ex diplomatico statunitense che attualmente lavora per lo studio legale internazionale Harris Bricken, “si tratta di un problema che esiste da molto prima dell’attuale crisi dei diritti umani nello Xinjiang”. E ha aggiunto che quando le aziende straniere esternalizzano la propria produzione verso fornitori cinesi, questi ultimi stipulano contratti con aziende che sfruttano il lavoro dei detenuti, o anche direttamente con le carceri. “Se sei il direttore di una prigione in Cina, hai accesso al lavoro, e potresti essere in grado di offrire prezzi molto competitivi […] al fornitore cinese”, sostiene Rocafort.

L’avvocato ha anche precisato che storicamente i marchi stranieri non hanno fatto molti sforzi per accertarsi che le proprie catene di fornitura in Cina fossero libere dal lavoro forzato, ma la crescente consapevolezza nel corso degli anni ha portato un certo progresso. Tuttavia, continua a non essere facile per le aziende internazionali ottenere informazioni accurate sulle pratiche di lavoro dei loro fornitori e sui fornitori dei loro fornitori. La “mancanza di trasparenza corre lungo tutta la catena di fornitura” cinese.

La signora Li ha raccontato che il carcere femminile di Liaoning era diviso in molte unità di lavoro, ognuna composta da centinaia di detenute. Li faceva parte dell’unità carceraria n. 10, dove le detenute erano costrette a produrre vestiti dalle 7 del mattino alle 21, ogni giorno. Dopo di che, ogni detenuto doveva produrre circa 10-15 steli di fiori artificiali. Lei di solito non riusciva a completare il lavoro prima di mezzanotte. I più lenti –  specialmente gli anziani – a volte restavano svegli tutta la notte per finire il lavoro, ha precisato Li.

La signora ricorda ancora l’odore acre che si propagava da un’unità carceraria che produceva cosmetici destinati alla Corea del Sud. L’odore di bruciato e la polvere che permeava il piano della produzione toglievano il respiro alle lavoratrici-detenute ed erano motivo di continue lamentele, che però non dovevano essere udite dalle guardie altrimenti sarebbero state picchiate, ha raccontato Li. Una volta le è capitato di sentire una conversazione tra le guardie carcerarie, durante la quale ha appreso che la prigione “affittava” i detenuti tramite l’ufficio provinciale della giustizia al prezzo di circa 10 mila yuan (1.240 euro) a testa all’anno. La donna ha anche ricordato che una volta il direttore del penitenziario ha convocato i detenuti per esortarli a “lavorare sodo” perché “la prigione crescerà e si espanderà”.

In effetti, nel corso degli anni, i consumatori occidentali hanno scoperto diversi messaggi nascosti all’interno di prodotti cinesi, che spesso denunciavano con poche parole la condizione del lavoro forzato in Cina. Questo fenomeno ha contribuito ad accrescere l’attenzione dell’opinione pubblica sulla realtà dei campi di lavoro in Cina. Nel 2019, il gigante britannico dei supermarket Tesco ha interrotto i suoi rapporti con un fornitore cinese di biglietti d’auguri natalizi dopo che un suo cliente ha rinvenuto un messaggio all’interno di uno di questi biglietti che indicava il prodotto come realizzato da prigionieri vittime dei lavori forzati.

… Ma anche la signora Li nel 2000 è stata detenuta nel campo di lavoro di Masanjia, dove ha lavorato dalla mattina alla sera per produrre fiori di plastica. I fiori finivano per sembrare “stupendi”, ha detto Li, ma farli era una tortura. Ai detenuti non venivano forniti guanti o maschere per proteggersi dai residui tossici che riempivano l’aria, mentre tutte le guardie indossavano le maschere. Come se non bastasse, non erano concesse pause, tranne che per andare in bagno, e anche questo richiedeva la firma di una guardia. Naturalmente le norme igieniche erano inesistenti, come ricorda la signora Li: “Lavarsi le mani non ha importanza. Lavorare di più è l’unica cosa che conta”. Lo scorso anno Yu Ming, un praticante del Falun Gong scappato negli Stati Uniti che è stato detenuto più volte nel campo di Masanjia, ha rilasciato un filmato che è riuscito a fare uscire di nascosto dal campo, un filmato registrato nel 2008 che mostra i detenuti del campo intenti a costruire diodi, dei piccoli componenti elettronici destinati ai mercati internazionali.

Wang Zhiyuan, direttore dell’Organizzazione mondiale non profit statunitense per indagare sulla persecuzione del Falun Gong, ha reso noto che ‘’industria del lavoro nelle prigioni cinesi è una macchina economica tentacolare che ricade sotto la supervisione del sistema giudiziario del regime. Ha descritto la capacità del regime di sfruttare questa fonte di lavoro occulta come una “potente arma strategica” per favorire le ambizioni economiche globali di Pechino: “Indipendentemente da quanti dazi gli Stati Uniti impongano alla Cina, l’industria del lavoro in schiavitù del Partito Comunista Cinese non verrà influenzata in modo significativo”.

L’organizzazione ha pubblicato nel 2019 un’inchiesta in cui ha segnalato 681 aziende che utilizzano il lavoro carcerario in 30 tra province e regioni, e che producevano un’ampia gamma di prodotti: dalle bambole ai maglioni in vendita all’estero. Molte delle aziende in questione sono risultate di proprietà dello Stato, mentre alcune erano controllate dall’esercito cinese. Inoltre, si è scoperto che i rappresentanti legali di 432 di queste imprese, ovvero circa due terzi del totale, sono anche i capi dell’amministrazione carceraria locale.

Anche se il regime ha formalmente abolito il sistema dei campi di lavoro nel 2013, i risultati dell’inchiesta indicano che l’industria del lavoro forzato è ancora viva e vegeta. I campi di lavoro hanno semplicemente cambiato nome e si sono fusi con il sistema carcerario, come ha riferito Wang citando un proverbio cinese: si tratta di “offrire la stessa medicina con un brodo diverso”.

XINJIANG. LA COLONIA PENALE HIGH-TECH CINESE

Accade nella Cina capitalista. IL LAVORO FORZATO NON MACCHIA, ARRICCHISCE

4 pensieri su “USA-CINA: SISTEMI CARCERARI A CONFRONTO

  1. Ben fatto l’articolo. Il sistema securitario poliziesco e carcerario moderno nasce da un rapporto preciso e determinato del processo storico della accumulaziome. Soprattutto negli Stati Uniti questo è rintracciabile per intero (sceriffi, guardie federali per acciuffare i delinquenti, sistema di carcerazione) nell’incontro necessario tra la difesa della proprietà dei beni mobili, la abolizione di una forma della schiavitù e la funzionalizzazione della stessa sostanza ma in altra forma alle accresciute necessità della accumulazione. Paradossalmente, mentre i neri fuggivano dalla piantagione e gli sceriffi vennero organizzati come forma di polizia territoriale ancora esistente, non era possibile controllare il lavoratore nero in fabbrica con le catene alle caviglie. Ecco allora il testo del XIII emendamento:

    «Sezione I La schiavitù o altra forma di costrizione personale non potranno essere ammesse negli Stati Uniti, o in luogo alcuno soggetto alla loro giurisdizione, se non come punizione di un reato per il quale l’imputato sia stato dichiarato colpevole con la dovuta procedura.
    Sezione II II Congresso ha facoltà di porre in essere la legislazione opportuna per dare esecuzione a questo Articolo.»
    Ossia l’applicazione del lavoro schiavile ed il suo uso estensivo è sottratto al capitalista privato ma gestito dallo Stato che rappresenta gli interessi generali.
    Ciao
    Alessio (Noi non abbiamo patria)

  2. Molti i suicidi in custodia cautelare in carcere in Europa. In Europa il tasso di suicidio dei detenuti in attesa di giudizio è il doppio di quello dei detenuti condannati, rivela un’inchesta collaborativa fra otto giornali europei.

    «Nel 2021, secondo i dati dello studio SPACE del Consiglio d’Europa, 480 persone si sono suicidate nelle prigioni dei paesi dell’Ue: di queste, 172 si trovavano in detenzione preventiva. Si tratta di persone in attesa di giudizio: questo significa che la loro presenza in carcere non era dovuta ad una condanna definitiva.
    La prigione, specialmente quando si tratta di custodia cautelare, aumenta il rischio di suicidio: nel 2021, ci sono stati 17,5 suicidi ogni 10.000 detenuti in custodia cautelare, il doppio del resto della popolazione carceraria (8,54).
    Per paese, i tassi più alti si sono registrati in Repubblica Ceca (51 suicidi per 10.000 detenuti in custodia cautelare), Lettonia (50,3), Austria (47,3) e Francia (43,1). In numeri assoluti, le cifre peggiori sono state registrate nel 2021 in Francia, dove 175 persone si sono tolte la vita (77 di loro erano ancora in attesa di giudizio). Queste cifre non sono un problema isolato: uno studio, condotto in 24 paesi e pubblicato nel 2017 sulla rivista The Lancet Psychiatry, aveva già messo in guardia rispetto all’alta prevalenza di suicidi nelle prigioni francesi.
    La probabilità di suicidio, avverte l’Organizzazione Mondiale della Sanità, aumenta durante le prime ore o giorni di detenzione. Si tratta di un periodo molto, molto fragile, molto critico. Quando fattori come l’isolamento improvviso, la mancanza di informazioni o un alto livello di stress si uniscono, è possibile entrare nel rischio di un comportamento suicida. Altre volte può entrare in gioco la sindrome di astinenza, nel caso di detenuti che fanno uso di droghe, o l’impatto dei media, che possono anche influenzare le persone.
    Per Laure Baudrihaye-Gérard, direttore legale in Europa di Fair Trials, “va detto che nelle prigioni europee (in Francia e Belgio, in particolare) vigono condizioni orribili, profondamente degradanti: il suicidio da’ un vero significato a ciò che questa condizione rappresenta, perdita di umanità”. Baudrihaye-Gérard continua, aggiungendo: “Non sai dove ti trovi e le pressioni sono enormi. E poi c’è la mancanza di accessibilità dei detenuti. Voglio dire, pensate che in giro ci siano degli psichiatri? O psicologi che ti sostengono?”
    Questa mancanza di risorse a cui fa riferimento Baudrihaye-Gérard riguarda anche le prigioni dove esistono protocolli contro il suicidio. “La percentuale, è enorme. Non si può lavorare così”, racconta María Yela, psicologa penitenziaria di detenuti che sono assegnati a uno psicologo, o a qualsiasi altro professionista.
    La prevenzione del suicidio, tuttavia, rimane una questione molto complessa. Gli esseri umani sono imprevedibili. Dobbiamo aiutare, cercare di fare prevenzione, ma è un comportamento che, se la persona vuole agire, non saremo in grado di impedire» (Voxeurop).

    Il problema, per quanto mi riguarda, non è l’imprevedibilità degli esseri umani, ma la radicale disumanità di questa società, ben rappresentata dal sistema carcerario in quanto tale, a prescindere cioè dal suo “tasso di umanità”.

  3. Negli Stati Uniti tra il 2013 e il 2017 trentamila bambini sotto i dieci anni sono stati arrestati. Ma sono stati 230 mila gli arresti di bambini tra i dieci e dodici anni.
    Le statistiche USA, onde evitare questioni di “discriminazione”, molto spesso non forniscono alcun dato sulla “etnicità”, è probabile che in proporzione siano in numero maggiore i bambini neri ed ispanici, del resto come per i detenuti maggiorenni.

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