IL “REVISIONISMO STORICO” DI PUTIN       

Il “revisionismo storico” di Vladimir Putin. Ovvero, come il macellaio del Cremlino riscrive la storia della Russia a sua immagine e somiglianza. È quanto è successo ieri, ai festeggiamenti per i 350 anni del fondatore dell’Impero russo, quel Pietro il Grande tenuto in altissima considerazione anche da Stalin, «che ne apprezzava la politica di modernizzazione accelerata, assimilandola a quella da lui praticata con i piani quinquennali da cui nacque la potenza industriale sovietica» (A. Carioti, Il Corriere della Sera). Una potenza fondata sullo sfruttamento, sull’oppressione e sul sangue dei proletari e dei contadini sovietici, gettati come vile carbone nella fornace dell’accumulazione/modernizzazione capitalistica e delle aspirazioni imperialiste di Mosca. Come si evince dal suo discorso tenuto ieri ai giovani industriali russi, questa volta il Presidente della Federazione Russa non ha solo espresso la sua fervente ammirazione per Pietro il Grande, cosa peraltro comprensibile per un russo in generale e per un pietroburghese in particolare, ma si è spinto oltre, fino ad azzardare un paragone storico tra lui e lo Zar Pietro: “A noi è toccato in sorte fare quello che faceva Pietro», cioè «riportare indietro le terre russe e consolidarle». Riportare indietro?

Scrive Anna Zafesova (La Stampa): «Una interpretazione molto innovativa della storia russa, visto che finora il terzo sovrano della dinastia dei Romanov veniva immortalato in libri e monumenti proprio per aver ampliato i confini russi in guerre di conquista che hanno permesso alla Russia di aprirsi l’accesso al mare e costruire la sua prima flotta, strappando territori nel Baltico. Ma per il presidente russo, “Pietro non ha tolto nulla” agli Stati limitrofi, ma anzi ha “riportato indietro territori storici”, dove accanto ai finlandesi “abitavano da sempre tribù slave”». Più che di “revisionismo storico”, dovremmo piuttosto parlare di una volgare falsificazione storica messa al servizio della propaganda bellica. Scriveva Aleksandr Herzen nella sua Breve storia dei russi (1853): «I possedimenti del litorale del Baltico, conquistati dai cavalieri dell’ordine teutonico, erano abitati da popolazioni finniche e non russe». Com’è noto, Karl Marx giudicò assai negativamente l’espansionismo della Russia zarista verso Ovest, ritenendolo una minaccia per le conquiste storicamente progressive ottenute dalla civiltà borghese – la quale, osservava il comunista di Treviri, aveva creato anche il suo becchino: il proletariato rivoluzionario (1).

Intanto la Finlandia ha fatto sapere di avere in programma, oltre l’ingresso il più rapido possibile nella Nato, anche la costruzione di recinzioni per rafforzare la difesa del proprio confine con la Russia, ossia lungo i 1.300 chilometri sul confine orientale. Pare che Helsinki teme attacchi “ibridi” da parte della Russia, ad esempio quelli basati sui migranti usati per destabilizzare il Paese – come ha fatto la Bielorussia ai danni della Polonia. Come si dice, le precauzioni non sono mai troppe… Ma si dice anche: gli esseri umani usati come carne da macello – e non alludo solo alla Russia, ovviamente.

«Il “riportare indietro le terre russe” – continua la Zafesova – che era già stato formulato come obiettivo nella teoria putiniana del “mondo russo”, in base al quale Mosca rivendicava diritto a intervenire ovunque si parlasse russo. Una equazione lingua-popolo-ideologia che in buona parte ha giustificato anche l’invasione dell’Ucraina, che Putin nel suo saggio “storico” pubblicato un anno fa dichiarava abitata dallo “stesso popolo dei russi”. Non sono mancati altri paralleli con l’attualità: la regione dove è stata fondata Pietroburgo “non veniva riconosciuta dall’Europa che la considerava territorio svedese”, e Pietro “era pronto a guerre lunghe, incredibile come non sia cambiato niente!” Gli Stati che erano stati in diverse epoche sotto l’impero russo sono avvertiti: diversi politici e propagandisti russi avevano già promesso la riconquista della Polonia e della Finlandia, per non parlare delle ex repubbliche sovietiche, e Putin ora fa capire che la Crimea e il Donbass sono soltanto l’inizio». Naturalmente Putin ha taciuto sull’orientamento “occidentalista” (in realtà filoprussiano) che Pietro I cercò di imprimere quantomeno alla classe dirigente russa e alla struttura burocratica del Paese; sappiamo come di questi tempi l’Occidente «bastardo e degenerato» non sia più di moda in Russia, soprattutto tra gli “oligarchi” caduti nella rete delle sanzioni occidentali e che fino a ieri sguazzavano nel «bastardo e degenerato» lusso occidentale. Ma i tempi possono sempre cambiare!

Per Putin «le nazioni possono essere o potenze, o colonie»: l’Ucraina è dunque chiamata a “scegliere” di quale potenza essa intendere essere colonia – a dimostrazione, peraltro, di quanto sia menzognera la parola d’ordine della sovranità nazionale nella Società-Mondo del XXI secolo, nell’epoca dell’Imperialismo Unitario – che ha come suoi nemici “strategici”, ancorché sonnecchianti in questa triste contingenza storica, le classi subalterne di tutto il pianeta.

«Non faremo di nuovo lo stesso errore [dell’Unione Sovietica], la nostra economia sarà aperta. Non abbiamo un’economia chiusa. O meglio, l’avevamo nell’epoca sovietica quando ci siamo tagliati fuori creando la cosiddetta Cortina di Ferro. L’abbiamo creata con le nostre mani. Un Paese come la Russia non può stare in un recinto». Qui il virile Vladimir tocca il cuore del problema che da moltissimo tempo affligge la Russia, un colosso militare e geopolitico dai piedi economici d’argilla (2). Probabilmente è al modello capitalistico cinese che Putin guarda con invidiosa ammirazione: una fortissima centralizzazione del potere politico associata a un elevatissimo grado di dinamismo economico di respiro mondiale. Auguri!

Osserva Albero Negri: «Quando i dittatori evocano esempi storici, c’è sempre d’avere paura. Guardate a Hitler che si rifaceva ai nibelunghi. Guardate a Mussolini che voleva rifare l’Impero romano. Guardate che fine hanno fatto» (TV 2000). Di certo non si tratta di un buon augurio. E non solo per il “nuovo Zar”.

(1) «Resta assodato che il governo inglese, non pago di aver fatto della Russia una Potenza baltica, si adoperò perché diventasse anche una Potenza mediterranea. […] I pamphlet che abbiamo riportato, benché scritti da inglesi contemporanei di Pietro il Grande, non sono certamente tali da giustificare le illusioni degli storici attuali. Essi denunciano in modo esplicito l’Inghilterra come il più potente strumento al servizio della Russia» (K. Marx, Rivelazioni sulla storia diplomatica segreta del XVIII secolo, L’erba voglio, 1978).

(2) Ecco come la pensa a questo proposito Giulio Sapelli: «La Russia è un Paese sottosviluppato in grave crisi demografica. Dopo le rapine susseguite al crollo dell’Urss, la Russia è un Paese del Terzo mondo che può solo esportare materie prime alimentari ed energetiche; è uno Stato del Terzo mondo e lo si vede anche dalle condizioni del suo esercito che non è più quello dell’Afghanistan. Le sanzioni potranno certamente sprofondare in una crisi economica la Russia, e il governo russo sottoporrà il suo popolo a inenarrabili sofferenze. Ma ci rimetteremo anche noi» (Il Dubbio).

Questo post è stato scritto ieri.

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