TRASMISSIONE ZOONOTICA E TRASMISSIONE SOCIALE

Sebbene l’Organizzazione Mondiale della Sanità stia ancora indagando sulle origini biologiche e geografiche del Covid, senza peraltro mancare di ripetere che «la prova più forte riguarda ancora la trasmissione zoonotica (cioè dagli animali all’uomo, per via diretta o indiretta)», il documento da essa diffuso il 9 maggio e altri recenti studi scientifici condotti per valutare il rischio pandemico su scala planetaria ci fanno capire molto bene le origini sociali della crisi pandemica iniziata alla fine del 2019 e che non sembra aver esaurito del tutto la sua “spinta propulsiva” – ad esempio, in Cina si sono registrati negli ultimi due mesi diversi episodi di ripresa della pandemia, anche a causa dell’orwelliana strategia Zero-Covid adottata dal regime cinese. I primi casi registrati del cosiddetto vaiolo delle scimmie non hanno avuto un effetto dirompente sull’opinione pubblica probabilmente anche a causa dell’attuale guerra in Ucraina, che ne ha assorbito quasi per intero l’interesse.

Il direttore delle emergenze dell’OMS Michael Ryan ha affermato la scorsa settimana, in modo che non abbassiamo troppo la guardia (la nostra resilienza è messa sempre alla prova!), che non dobbiamo preoccuparci solo del vaiolo delle scimmie: «Il modo in cui umani e animali interagiscono tra loro è diventato instabile. Il numero di volte in cui queste malattie si incrociano negli esseri umani è in aumento e quindi sta aumentando anche la nostra capacità di diffondere la malattia all’interno delle nostre comunità». A cosa è dovuta questa “instabilità”? Ecco cosa risponde Oliver Restif, epidemiologo dell’Università di Cambridge: «Nonostante il nome, l’ultima epidemia di vaiolo delle scimmie non ha nulla a che fare con le scimmie. Il vaiolo delle scimmie non è stato trasferito agli esseri umani di recente: il primo caso di uomo contagiato è stato individuato nella Repubblica Democratica del Congo nel 1970 e da allora è stato limitato alle aree dell’Africa centrale e occidentale. Sebbene sia stato scoperto per la prima volta nei macachi, la trasmissione zoonotica proviene più spesso da roditori e le epidemie si diffondono per contatto da persona a persona. Il numero di agenti patogeni zoonotici e di focolai è aumentato negli ultimi decenni a causa della crescita della popolazione, della crescita del bestiame e dell’invasione della fauna selvatica. Gli animali selvatici hanno cambiato drasticamente i loro comportamenti in risposta alle attività umane, migrando dai loro habitat impoveriti.  Gli animali con un sistema immunitario indebolito vicino a persone e animali domestici sono un modo sicuro per trasmettere agenti patogeni». Attività umane? Non potremmo essere un po’ più precisi, più specifici?

«Benjamin Roche, specialista in zoonosi presso l’Istituto francese di ricerca per lo sviluppo, ha affermato che la deforestazione ha avuto un effetto importante: “La deforestazione riduce la biodiversità: perdiamo animali che regolano naturalmente i virus, il che consente loro di diffondersi più facilmente”. E il peggio potrebbe ancora venire [di questo non avevo dubbi!]. Un importante studio pubblicato all’inizio di quest’anno avverte che il cambiamento climatico sta aumentando il rischio di un’altra pandemia. Secondo lo studio: “Quando gli animali fuggono dai loro habitat naturali in fase di riscaldamento, incontreranno per la prima volta altre specie, potenzialmente infettandole con alcuni dei 10.000 virus zoonotici che si ritiene stiano circolando silenziosamente tra i mammiferi selvatici, principalmente nelle foreste tropicali”. Greg Albery, un ecologista delle malattie della Georgetown University che è coautore dello studio, ha detto all’AFP che “la rete ospite-patogeno sta per cambiare sostanzialmente. Abbiamo bisogno di controllare di più sia gli animali urbani che selvatici in modo da poter identificare quando un agente patogeno è passato da una specie all’altra – e se l’ospite ricevente è urbano o nelle immediate vicinanze dell’uomo, dovremmo preoccuparci particolarmente”. Eric Fevre, specialista in malattie infettive presso l’Università britannica di Liverpool e l’International Livestock Research Institute in Kenya, ha affermato che “potrebbero emergere tutta una serie di nuove malattie potenzialmente pericolose: dobbiamo essere pronti”» (France24.Com). Della serie: siate ottimisti! Anche perché il sistema immunitario potrebbe deprimersi…

Insomma, nulla di nuovo, nulla che già non sapessimo intorno alla genesi delle pandemie passate, presenti e future; ma anche le conforme sono importanti. E anch’io, nel mio infinitamente piccolo, posso confermare che l’origine sociale delle malattie «potenzialmente pericolose» ha un nome: Capitalismo. Se l’umanità non si sbarazza di una società radicalmente disumana che per vivere deve saccheggiare risorse umane e naturali, ci aspetta un futuro di malattie, di crisi sociali, di angosce e di controlli sociali (a cominciare da quelli sanitari e della mobilità) sempre più stringenti chiamati a prevenire/combattere le epidemie – la società ti bastona e ti cura, secondo il ben noto circolo vizioso capitalistico che genera moltissimi profitti: vedi le multinazionali dei farmaci.  Ma di questo ho molto scritto nei miei post dedicati alla crisi sociale capitalistica chiamata Pandemia che ho raccolto in questo PDF: LA PANDEMIA COME CRISI SOCIALE CAPITALISTICA.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...