SRI LANKA

Sono stato a Colombo, per ragioni di lavoro, una ventina di anni fa. Due cose mi hanno soprattutto colpito: l’estrema povertà della popolazione singalese e la militarizzazione della capitale dello Sri Lanka – venni a sapere che da mesi era in atto in tutto il Paese una massiccia operazione militare contro la guerriglia tamil – dal 1983 al 2009 il Paese è stato attraversato da un conflitto etnico-politico devastante (1). Quel giorno mi recai nella sede della Evergreen, la compagnia armatrice proprietaria della gigantesca nave portacontainer sulla quale lavoravo, ed ebbi così modo di visitare il quartiere che ospitava i pochi grattacieli della capitale, i quali in larghissima parte erano dei luoghi di lavoro; call center e uffici di alcune multinazionali cinesi, americane e taiwanesi occupavano moltissime donne singalesi – tutte vestite con bellissimi e coloratissimi abiti tradizionali. A poca distanza da quel quartiere ve ne era un altro che ospitava alcuni negozi di abbigliamento e di bigiotteria di lusso le cui costosissime mercanzie erano riservate ai numerosi turisti in visita a Colombo. Quei luoghi di frenetica attività e di “benessere” mi apparvero come un’isola di capitalismo altamente sviluppato circondata da un oceano di sottosviluppo economico e di miseria sociale. Moltissime famiglie, tanto per fare un esempio, cucinavano bruciando legna dentro le modestissime case, con ciò che ne seguiva in termini di fumo – e di malattie polmonari! L’arretratezza sociale del Paese mi appariva tanto più marcata alla luce di quanto avevo visto qualche giorno prima a Singapore, prima tappa del mio viaggio che si sarebbe concluso a Trieste.

Il luogo di gran lunga più bello e suggestivo che ebbi modo di visitare a Colombo fu il tempio buddhista – dove incontrai molti americani ed europei che vivevano in quel posto come “buddhisti praticanti”, e un enorme elefante legato a un ceppo con una catena: che pena sentirlo lamentare e vederlo correre come una creatura impazzita intorno a quel ceppo!

A giudicare da quello che accade oggi in quel Paese, le sue condizioni economico-sociali non sono cambiate in meglio negli ultimi venti anni. «La nostra economia è totalmente collassata», dichiarò lo scorso 22 giugno il premier Wickremesinghe al Parlamento. Non esagerava. «Qui manca tutto, è una situazione apocalittica. Ci sono code infinite davanti ai benzinai ma senza sapere se potrai fare rifornimento,le ambulanze non funzionano più quindi se stai male non puoi essere soccorso, manca il gas, alcune persone sono tornate a cucinare con la legna, i ristoranti sono chiusi, sono finiti i medicinali. La corrente va e viene»: è quanto ha dichiarato al Corriere della Sera Suranga Deshapriya Katugampala, il regista italo-singalese arrivato in Italia quando aveva 11 anni e che si è trovato a Colombo proprio nei giorni della protesta contro il regime dell’ex Presidente Gotabaya Rajapaksa. «Dietro il presidente – spiega Katugampala – ci sono i soldi cinesi. La nuova via della seta, one belt one road, prevede una tappa fondamentale a Colombo. Per questo è stata creata una città sul mare davanti alla capitale, Port city.Si dice che Pechino sia riuscita a far chiudere la guerra trentennale che ha insanguinato il Paese per costruire questa città. Ormai lo Sri Lanka appartiene alla Cina più che a se stesso, le strade, i porti, li hanno fatti i cinesi» (2). Per adesso Pechino tace, ma di certo segue con molta attenzione l’evolversi della situazione.

L’isola (22 milioni di abitanti) importa tutto ciò di cui ha bisogno la popolazione (dal cibo alla benzina, dalle medicine al latte, dal gas per uso domestico alla carta igienica), e questi beni indispensabili sono improvvisamente mancati, aggravando una già difficilissima situazione. Il 31 marzo le autorità del Paese decidevano di spegnere anche i semafori stradali per risparmiare energia.

«Il governo dello Sri Lanka deve restituire 51 miliardi di dollari, 7 miliardi quest’anno e 25 miliardi entro il 2026, e non è in grado né di pagare gli interessi né il capitale preso a prestito. La principale fonte di reddito e di valuta estera dell’isola è il turismo, annientato da oltre due anni di pandemia e seriamente danneggiato dagli attentati terroristici di Pasqua del 2019, nei quali morirono oltre 260 persone. Secondo il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite nove famiglie su dieci saltano i pasti per la mancanza di cibo, il cui prezzo è schizzato verso l’alto a seguito di un rialzo dell’inflazione del 57%, e tre milioni su 22 ricevono già aiuti umanitari d’emergenza. Pechino è uno dei principali creditori di Colombo e detiene circa il 10% del suo debito, una quota non decisiva all’apparenza e uguale a quella del Giappone. La differenza è nella natura e nello scopo dei prestiti concessi dal Dragone. Il regime comunista, infatti, ha prestato allo Sri Lanka ingenti somme di denaro, senza fare troppe domande e a tassi vertiginosi, per progetti infrastrutturali privi di apparente utilità» (Tempi). Per come la vedo io, «il regime comunista» di cui si parla nell’articolo appena citato non è un regime comunista ma un regime capitalista/imperialista; e lo è tanto dal punto di vista economico quanto da quello politico.

«I manifestanti dello Sri Lanka, che hanno costretto il presidente Gotabaya Rajapaksa a fuggire dal Paese dopo che la sua residenza è stata presa d’assalto lo scorso fine settimana, hanno annunciato che lasceranno gli edifici governativi occupati da diversi giorni. “Ci ritiriamo pacificamente dal palazzo presidenziale, dalla segreteria presidenziale e dall’ufficio del primo ministro con effetto immediato, ma continueremo la nostra lotta”, ha dichiarato una portavoce. Il premier, che Rajapaksa ha nominato presidente ad interim in sua assenza, ha chiesto l’evacuazione degli edifici statali e ha dato istruzioni alle forze di sicurezza di fare “ciò che è necessario per ripristinare l’ordine”» (Ansa). È chiaro che la situazione rimane incandescente e che la possibilità di un bagno di sangue repressivo è tutt’altro che remota. Molto dipende anche dagli input che arriveranno nei prossimi giorni dall’esterno – dalla Cina, dall’India, dagli Stati Uniti, dalla Russia e dal Giappone.

Sul Foglio del 12 luglio Andrea Marcenaro si permetteva la spiritosaggine che segue: «I frutti immediati della rivoluzione in Sri Lanka: una folla oceanica assalta il palazzo del presidente in fuga e fa il bagno in massa nella sua piscina. Tuffi, giochi, risate, nuotatine e schizzi a strafottere. La racconteranno con gioia per secoli. Nasceranno ballate. È la prima volta in dieci milioni di anni che il popolo fa una rivoluzione e se la gode subito, quantomeno, per un pezzetto. E se non c’erano quei cornuti con la piscina, tié, manco quello». E difatti per le classi subalterne, nello Sri Lanka come in tutto il mondo, non si tratta di prendere la piscina dei “ricconi” ma di prendere il potere; per i senza riserve non si tratta di mettere in fuga un Presidente particolarmente avido e corrotto per sostituirlo con un altro, magari caritatevole e moralmente integerrimo: si tratta piuttosto di farla finita con il dominio di classe. Detto altrimenti, si tratta di farla davvero la rivoluzione sociale, e non una rivolta che lasci immutata la struttura classista della società: altro che approfittare per un giorno delle comodità che si concedono i «cornuti con la piscina»!

(1) «Dietro i cantieri della nuova città-satellite della capitale Colombo, affacciata su un porto e su infrastrutture “made in China”, tra foreste, piantagioni e campi ugualmente rigogliosi aperti su un mare di cobalto, in una realtà segnata da infrastrutture moderne frutto della ricostruzione post-tsunami e di quella post-bellica, le ferite del lungo conflitto civile nello Sri Lanka sono oggi perlopiù occultate. Tuttavia, in campi profughi sparsi nel Paese, 70-80mila rifugiati di etnia tamil testimoniano che a otto anni dalla fine della guerra civile molte ferite stentano a cicatrizzarsi. Dietro un’atmosfera più distesa sul piano dei diritti e della partecipazione, i traumi del conflitto etnico-politico scoppiato nel 1983, restano profondi e continuano a segnare l’esistenza di centinaia di migliaia di individui che si confrontano con il dolore per la scomparsa di propri cari o con la mancanza di prospettive frutto anche di disinteresse e discriminazione. […] Le azioni di repressione delle forze armate sono state indiscriminate, al limite della pulizia etnica, e accompagnate da una “guerra segreta” fatta di sparizioni, esecuzioni extragiudiziarie, aggressioni, stupri che hanno coinvolto non solo gli avversari armati nel conflitto ma anche la società civile, a partire da intellettuali, mass media, sindacati» (S. Vecchia, Avvenire, 18/7/2017).

(2) «Per la Cina, l’investimento singalese era di valore strategico. Pechino, impegnata nella progettazione della Belt and Road Initiative, aveva bisogno di uno scalo nell’Oceano Indiano. Il porto di Hambantota, nel sud dell’isola, è un tipico esempio di come la Cina si muove, attraverso il finanziamento di progetti infrastrutturali in cui nutre interessi diretti, sovvenzionati anche tramite quella che viene definita “trappola del debito”. Si tratta del sistema con cui il governo cinese, davanti ai clienti che non hanno possibilità di ripagare il prestito, chiede di avere in cambio il controllo per diversi anni di quelle infrastrutture (strategiche) che aveva finanziato. Nel 2017 il governo singalese (guidato anche ai tempi da Wickremesinghe) prima si dichiarò incapace di ripagare il pacchetto di prestiti cinesi da 1,4 miliardi di dollari con cui era stata finanziata la costruzione del porto di Hambantota, poi si trovò costretto a cedere azioni dello scalo e il contratto di gestione – per 99 anni – alla China Merchants Port Holding Company (CMPort) di proprietà statale. Chi manifesta accusa la politica singalese di essersi anche esposta eccessivamente alla Cina, di aver trasformato il Paese, che dopo la pacificazione poteva avere grosse potenzialità, in una colonia utile a uno dei progetti espansionistici, la Bri, con cui il Partito Comunista cinese intende modificare l’andamento della geopolitica globale» (Formiche.net).

Sulla «trappola del debito» Pechino ovviamente la pensa in modo diverso, e rigira la frittata per cuocere la concorrenza occidentale: «Il 14 luglio, il portavoce del ministero degli Esteri cinese Wang Wenbin ha tenuto una conferenza stampa ordinaria. Un giornalista ha posto una domanda sul rapporto recentemente pubblicato dall’organizzazione benefica britannica “Debt Justice” in cui sostiene che il debito che i Paesi africani contraggono prestiti da istituzioni finanziarie private occidentali tre volte superiori a quelli della Cina, con un tasso di interesse doppio rispetto a quello cinese. Secondo quanto risposto dal portavoce, i fatti hanno dimostrato che la cosiddetta “teoria della trappola del debito cinese” è solo una “trappola a parole” creata da forze contrarie alla crescita della cooperazione cinese con altri paesi in via di sviluppo come quelli africani. Come ha sottolineato il responsabile della “Giustizia del debito”, “l’Occidente cerca di deviare l’attenzione dalle sue responsabilità incolpando la Cina per la crisi del debito africano”. Wang Wenbin ha rivolto un appello ai paesi sviluppati, alle loro istituzioni finanziarie private e alle istituzioni finanziarie multilaterali internazionali affinché intraprendano azioni più decise nel fornire supporto finanziario ai paesi in via di sviluppo e alleggerire l’onere del debito» (Quotidiano del Popolo Online).

In ogni caso, sulle responsabilità cinesi circa la catastrofica situazione economica dello Sri Lanka concordano tutti gli analisti economici e geopolitici del mondo – salvo ovviamente quelli che sostengono l’imperialismo con caratteristiche cinesi, come lo stalinista di ferro Marco Rizzo, secondo il quale «L’aspetto che maggiormente ha segnato la storia cinese è la modalità di sviluppo del rapporto tra politica interna e estera. Per vivere e prosperare oggi, è necessario rispondere al mondo unipolare guidato dagli Stati Uniti, e la politica estera cinese, che persegue la pace e la crescita per la collettività, si è impegnata verso la cooperazione commerciale ed energetica, e in particolare nella difesa della pace nel mondo» (Quotidiano del Popolo Online).

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