QUANDO LA GUERRA SI FA MODA

«L’accusa principale è quella di aver reso “glamour”, “affascinante” la guerra. Sui social, frotte di indignati hanno commentato negativamente la cover di ottobre del giornale di moda più importante al mondo, Vogue America, dedicata alla first lady ucraina Olena Zelenska che, nel servizio dal titolo “Il ritratto del coraggio”, posa anche con il marito e presidente Zelensky. “La guerra non è Instagram”; “C’è gente che soffre”, si legge nei commenti. Tra i commenti, spunta anche quello del politologo americano Ian Bremmer, che su Twitter scrive: “Zelensky ha fatto un lavoro fantastico nel battere i russi nella guerra dell’informazione. Però, un servizio fotografico di moda in tempo di guerra: cattiva idea”» (Corriere della Sera).

A mio avviso il problema non sta in «un servizio fotografico di moda in tempo di guerra», ma piuttosto nella guerra che si fa moda, cifra dei nostri pessimi tempi. Leggo su Facebook: «Se Zelensky e consorte in posa vi sembrano indecenti, sarei curioso di sapere come definireste l’operazione del governo cinese in collaborazione col regime di Assad che sta realizzando un film con Jackie Chan usando come location una città distrutta dai bombardamenti russo-iraniani qualche anno fa e mai ricostruita». Questo sempre a proposito di “cattive” (ma quanto significative!) idee.

Si può forse parlare, a proposito del famigerato servizio fotografico pubblicato da Vogue, di una propaganda particolarmente cinica e indifferente all’altrui sofferenza, o di “pessimo gusto”; ma il nocciolo della questione sta altrove, e lo si capisce leggendo ciò che Zelensky ha detto ieri agli ucraini proprio mentre l’indignazione dei “social” si scaricava contro quel servizio: «Proteggere l’unità ora, lavorare insieme per la vittoria è il compito nazionale più importante che tutti dobbiamo assolvere». Si tratta dell’ennesima chiamata alle armi che promette agli ucraini altro sangue, altri sacrifici, altre sofferenze. Il problema sta nel veleno nazionalista offerto dal potere alla gente, non importa la confezione, più o meno sofisticata, che lo contiene – e ovviamente non mi sto riferendo solo al regime ucraino.

Leggo da qualche parte: «Non ci vuole molto per capire che per Zelensky è, semplicemente, tutta una serie-tv, sia che appaia in tuta mimetica, sia che compaia su “Vogue” [che, detto per pura curiosità, nel 2011 aveva ospitato il virile Putin, intervistato dalla “supermodel” Naomi Campbell: nientedimeno!]. Ma il problema riguarda, in generale, tutti i potenti della terra. Il dramma è nella linea di confine che demarca la percezione della realtà da parte del potente di turno, all’interno della propria torre d’avorio, sia esso Zelensky, Putin o Biden. Tanto a pagare questa discrasia, con la morte o con una vita invivibile è, sempre e soltanto, l’uomo della strada».

Per come la vedo io, il dramma sta invece tutto nella mancanza di consapevolezza politica delle classi subalterne, le quali accettano di vivere in una realtà sociale radicalmente ostile a un’esistenza autenticamente umana – cioè libera, felice, fraterna, orientata alla soddisfazione dei molteplici bisogni umani. Chi si preoccupa della «percezione della realtà da parte del potente di turno», e ne denuncia la «discrasia» con la realtà, confessa la propria adesione al pessimo status quo sociale e la propria impotenza dinanzi a fenomeni che non capisce. A mio avviso il cosiddetto «uomo della strada» dovrebbe impugnare l’arma della coscienza critica (rivoluzionaria), senza lasciarsi abbindolare dalla facile (“populista”?) quanto inutile indignazione nei confronti «del potente di turno che vive all’interno della propria torre d’avorio».

 

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