ASTENSIONISMO E ANTIPARLAMENTARISMO

Il parlamento è uno strumento di inganno politico,
destinato ad addormentare le masse, a diffondere
le illusioni e i pregiudizi della democrazia politica.
Ecco una cosa indiscutibile (L. D. Trotsky, 1920).

L’agitazione elettorale si rivela uno strumento assai
dubbio. Infatti l’atto del voto non solo non è un’azione.
Ma ciò che è molto peggio, è un atto apparente, è la
parvenza illusoria di un’azione, onde esso opera nella
direzione non di promuovere, bensì di offuscare la
coscienza (G. Lukács, 1920).

Le masse sfruttate devono restare nella convinzione,
cioè nell’illusione, che sono esse a determinare il
loro destino, semplicemente utilizzando bene la loro
scheda elettorale; è insomma colpa loro, se in seguito
non sono contente del risultato (A. Pannekoek, 1947).

Scrive Riccardo Cesari: «Il disagio economico e sociale è alla radice dell’astensionismo nelle elezioni politiche. La sua crescita, soprattutto tra i giovani, indebolisce la partecipazione politica e corrode alla base i fondamenti democratici della società civile. Sembra che l’unica cosa certa dei risultati elettorali del prossimo 25 settembre sarà la vittoria del “partito del non-voto”» (lavoce.info). Per chi, come chi scrive, ritiene che 1. la democrazia (capitalistica) sia una delle forme politiche/ideologiche/istituzionali che può assumere la dittatura sempre più totalitaria dei rapporti sociali capitalistici; e che 2. la «società civile» sia il campo di battaglia tra le diverse classi sociali («la società civile come bellum omnium contra omnes» di cui parlavano Hobbes, Hegel e Marx); per chi pensa questo la corrosione dei «fondamenti democratici» non è una notizia che possa destare la benché minima preoccupazione, tutt’altro.  L’astensionismo nelle elezioni politiche è un sintomo che l’anticapitalista certamente non trascura di valutare, anche se non ne trae meccaniche – e ottimistiche – conseguenze sul piano politico: la crisi della democrazia non necessariamente, anzi piuttosto raramente, dà corpo a una crescita di coscienza politica nelle classi subalterne, e personalmente non considererò un mio successo  la pronosticata «vittoria del “partito del non-voto”».

La gran parte delle persone che non andranno a votare probabilmente è in attesa del prossimo leader “onesto e capace” oppure del demagogo-populista di turno: morto un Berlusconi o un Grillo può sempre arrivare sul mercato politico un nuovo “leader carismatico” in grado di intercettare le paure, le frustrazioni, la rabbia e l’invidia sociale della gente. L’astensionismo di massa di oggi potrebbe insomma trasformarsi già domani in una partecipazione di massa alle elezioni sotto il segno di idee e programmi ultrareazionari. Neanche la devastante crisi sociale capitalistica chiamata Pandemia si è trasformata in un’occasione di crescita politica per le classi subalterne, in particolare, e per “la gente” in generale. E vogliamo parlare della guerra in corso in Europa? Il proletariato? Non pervenuto! Ma c’è sempre tempo e del resto si annuncia una crisi economica mondiale potenzialmente devastante a causa dell’incrocio di diversi fenomeni – alcuni analisti parlano di una «tempesta perfetta» alle porte: sapranno reagire nel modo corretto le classi subalterne? Non è affatto scontato. Per farla breve, votare non serve, non votare non basta.

Detto questo, non mi metterò certo a piangere sulla crisi della democrazia (capitalistica), non m’incupirò riflettendo sulla «pericolosa deriva che sta progressivamente togliendo il demos alla democrazia» (1). Dal mio punto di vista non c’è niente di più reazionario dei discorsi centrati sulla necessità di rivitalizzare il “gioco democratico” e di infondere nuova linfa alla decrepita e avvizzita democrazia capitalistica, a partire dalla prassi elettorale/parlamentare. Conferire legittimazione e autorevolezza all’istituto parlamentare significa rafforzare politicamente e ideologicamente il Dominio.

A proposito di demos! Scriveva Lenin nel dicembre del 1918: «Se prendete la democrazia dei paesi europei occidentali, vedrete che queste illusioni in materia di parlamentarismo non sono svanite nemmeno dopo decenni. Prendete la storia dell’olanda, della Francia, dell’Inghilterra e di altri paesi. Abbiamo dovuto frantumare l’illusione piccolo-borghese secondo cui il popolo sarebbe un tutto unitario e la volontà del popolo potrebbe esprimersi in un modo che non sia quello della lotta di classe. Abbiamo avuto pienamente ragione di non accettare nessun compromesso su questo problema» (2). Il popolo, quantomeno quello evocato e rappresentato dal pensiero dominante, non esiste: esistono le classi sociali, le “mezze classi” e la complessa stratificazione sociale che si articola, in ultima analisi, intorno a questa tremenda realtà: c’è chi sfrutta lavoro altrui per trarne un profitto, e c’è chi per vivere è costretto a vendere la propria capacità lavorativa. Attorno a questo nucleo maligno si articola l’insieme delle relazioni e delle attività sociali. Il concetto di popolo cancella sul piano politico-ideologico questa disumana realtà, ed è per questo che gli anticapitalisti non perdono occasione per demistificarne l’ultrareazionario significato. Solo nella fase rivoluzionaria della borghesia il concetto di Popolo, associato a quello di Nazione, ebbe una reale consistenza storico-sociale e una sostanza progressiva. Certo, si può sempre parlare del popolo lavoratore, o del popolo dei senza riserve, ma qui siamo al centro della riflessione classista che rifiuta radicalmente il popolo interclassista cui fa riferimento la democrazia capitalistica – vedi la Costituzione Italiana.

Come trasformare il «partito del non-voto» in una soggettività politica significativa dal punto di vista anticapitalista? È possibile ed ha un senso oggi lavorare in vista di quella virtuosa (rivoluzionaria) trasformazione? Credo di sì, anche se l’operazione mi è sempre apparsa oltremodo complessa e difficile, al limite dell’impossibile. In ogni caso i miei modesti scritti non hanno altro significato che questo: contribuire alla crescita di una soggettività politica autenticamente rivoluzionaria (3). La forma che questa soggettività può assumere oggi mi appare tutt’altro che chiara, e quindi chi legge questo post non si aspetti indicazioni concrete in questo senso, e per chiarire meglio il concetto affronterò un argomento non legato alla stretta attualità politica – se non in termini “storici e dialettici”.

Il Presidente francese Macron ha dichiarato che «è finita l’epoca dell’abbondanza» e che «il nostro modo di vivere, il modo di vivere a cui siamo abituati, ha un costo e difenderlo significherà sacrifici». Posto che personalmente non ho mai conosciuto «l’epoca dell’abbondanza» ma piuttosto l’epoca della mercificazione totale della vita umana, credo che solo con la lotta le classi subalterne potranno rispondere efficacemente all’ennesima richiesta di maggiori sacrifici. Altro che “gioco democratico”! L’auspicata lotta di classe esclude, in linea di principio, l’utilizzo del Parlamento?

Scriveva Herman Gorter nel 1920: «È preferibile, in periodo rivoluzionario, l’abbandono del parlamentarismo» (4). E in un periodo controrivoluzionario, come quello che viviamo ormai da moltissimo tempo, per gli anticapitalisti quale tattica rivoluzionaria è preferibile praticare a proposito di elezioni e lavoro parlamentare?  Per adesso mi limito a dire che oggi il Parlamento come tribuna rivoluzionaria anticapitalista mi appare una grottesca caricatura dei tempi che furono – e che ovviamente non ritorneranno.

«Si dice che la lotta fra la democrazia e la dittatura domina il mondo attuale, ma questo vuol dire semplicemente che il mondo borghese non sa se sia meglio conservare il potere attraverso una democrazia tollerante ed ingannatrice o attraverso una violenza dura ed opprimente. Questo è del resto un vecchio problema: gli schiavi possono essere oppressi più facilmente con un trattamento tollerante o attraverso la paura? Gli schiavi preferiscono naturalmente un trattamento più tollerante; ma se essi non fossero capaci di distinguere fra la libertà ed una schiavitù tollerante, questa sarebbe per loro la cosa peggiore» (5). L’autentica libertà presuppone infatti il superamento della divisione classista degli individui fraternamente associati in una Comunità autenticamente umana. Quanto scriveva Pannekoek nel lontanissimo 1947 mi sembra che in qualche modo, e sempre mutatis mutandis, tocchi l’attuale “scontro di civiltà” tra le democrazie di stampo occidentale e i regimi autoritari e dittatoriali. C’è da dire che i regimi democratici hanno imparato bene a dosare, nelle diverse contingenze sociali, l’uso della carota e del bastone, delle lusinghe/illusioni e della violenza repressiva. Non bisogna d’altra parte dimenticare che all’inizio degli anni Venti il manganello fascista si abbatté su un proletariato sfiancato, disilluso e confuso dal rituale democratico – che fece registrare una netta avanzata elettorale del PSI: della serie, urne piene e coscienza di classe vuota! Giolitti (e i suoi amici “progressisti”) e Mussolini (e i suoi amici “conservatori”) non furono che le due facce della stessa medaglia chiamata Dominio capitalistico.

In generale, i movimenti sociali non hanno alcuna necessità di cercare in Parlamento un “partito amico” che faccia loro da sponda istituzionale. È infatti la forza antagonista di quei movimenti che può costringere questa o quella componente del sistema politico a darsi da fare per trovare una risposta alle loro rivendicazioni. In realtà, e come dimostra la storia lontana e recente delle lotte sociali, l’esistenza nelle istituzioni di un “partito amico”, specialmente se di “sinistra” o di “estrema sinistra”, rappresenta la migliore garanzia di stabilità per lo status quo sociale, perché a un tale partito è principalmente affidato il compito di condurre l’antagonismo sociale dentro le sabbie mobili del “gioco democratico”.

Anticipando la parte “storica” di questo scritto, mi sento di affermare con una certa sicurezza che il Parlamento è inservibile come strumento di propaganda rivoluzionaria – il solo uso adeguato alla tattica del parlamentarismo rivoluzionario; di più: esso è nocivo ai fini di tale propaganda, perché lo strumento non è mai politicamente neutro e lascia molti “residui” sui messaggi che veicola, finendo per renderli poco chiari, poco incisivi e potenzialmente contraddittori. Se l’obiettivo è la propaganda rivoluzionaria, non si vede cosa il parlamentarismo, ancorché “rivoluzionario”, possa aggiungere al lavoro di propaganda e di agitazione che gli anticapitalisti possono svolgere, con maggiore forza, trasparenza e coerenza, rimanendo fuori del Parlamento.

In questo senso è corretto parlare, con riferimento alla posizione antiparlamentare qui sostenuta, di astensionismo strategico. Ovviamente chi pensa che il Parlamento rimanga il cuore pulsante per ogni forma di azione politica in grado di cambiare il corso delle cose, non può certo condividere la posizione antiparlamentare qui sostenuta.

Scriveva la sinistra comunista olandese nel dicembre del ’19: «Il Parlamento è uno strumento nelle mani della borghesia, per mezzo del quale questa esercita il suo potere sullo Stato e controlla il potere esecutivo. Ma esso non può mai essere uno strumento per la liberazione delle masse dal dominio politico della classe capitalistica. al contrario: esso è per quest’ultima un mezzo per nascondere il suo dominio, soprattutto nei paesi dove lo Stato è fondato su basi cosiddette democratiche» (6). Da molto tempo ormai il Parlamento ha una funzione residuale nell’ambito dello Stato, una funzione più politico-ideologica che di indirizzo legislativo, e di certo esso non ha più un reale potere di controllo sullo Stato e sul Governo, ai quali il Parlamento è in larga misura subordinato. A loro volta lo Stato e il Governo rispondono a interessi economici e politici di natura interna e internazionale – si tratta dell’agenda del Capitale e dell’Imperialismo… Da decenni si parla giustamente del Parlamento come di un “votificio” chiamato a ratificare le scelte prese dall’esecutivo, secondo una «concezione ratificante della democrazia» (7) che irrita la suscettibilità democratica di politici e intellettuali; quando Mussolini nel famoso discordo del bivacco ne parlò nei termini di un’«aula sorda e grigia», egli si limitò a descrivere un dato di fatto ancora attuale.

Come si vede, l’antiparlamentarismo di cui stiamo parlando non ha nulla a che fare né con il qualunquismo né, tanto meno, con le «pulsioni antidemocratiche» di “destra” e di “sinistra”. Il Parlamento non va «aperto come una scatola di tonno», ma semplicemente non frequentato, boicottato e indicato alle classi subalterne per quel che esso è nei fatti: uno strumento di oppressione e di conservazione sociale. Questa posizione non è né di “destra” né di “sinistra”: è il minimo sindacale di una posizione autenticamente anticapitalista. Ma entriamo nel merito della riflessione “storica”.

I comunisti possono utilizzare il Parlamento borghese per farne uno strumento di lotta rivoluzionaria? Nel primo dopoguerra la risposta a questa scottante domanda creò un aspro confronto politico e teorico nel seno del movimento comunista dell’epoca fra chi sosteneva le ragioni del cosiddetto parlamentarismo rivoluzionario e chi, all’opposto, sosteneva le ragioni dell’astensionismo rivoluzionario. Partecipare o boicottare? Sulla natura di classe, ultrareazionaria e controrivoluzionaria, del Parlamento, soprattutto nella fase imperialista del capitalismo, nessuno aveva alcun dubbio nell’ambito della socialdemocrazia rivoluzionaria e internazionalista europea (che dopo la Rivoluzione d’Ottobre decise di abbandonare la vecchia etichetta a favore di quella originaria: comunista); e in quell’ambiente nessuno nutriva dubbi sulla stretta relazione che legava il parlamentarismo praticato per decenni dalla socialdemocrazia europea alla degenerazione politica di quest’ultima, culminata nell’agosto del 1914 con la votazione dei crediti di guerra da parte dei parlamentari socialisti in diversi Paesi europei – a cominciare dalla Germania e dalla Francia.

La sinistra socialista parlò allora di «tradimento» del socialismo da parte dei capi della “gloriosa” Seconda Internazionale; in realtà non si trattò di un tradimento, ossia di un improvviso cambiamento di fronte sul terreno della lotta di classe, quanto piuttosto di un frutto velenoso maturato nel corso di un lungo periodo contrassegnato da una politica solo formalmente rivoluzionaria ma nei fatti sempre più rispondente agli interessi del dominio sociale capitalistico, la cui potenza si esprimeva sul piano economico come prosperità e accesso al consumo di larghe masse di proletari, e su quello politico-ideologico come riformismo e democrazia di massa. Anche se i leader socialdemocratici sostenevano che la lotta per le riforme sociali continuavano a rappresentare per i “marxisti” solo un mezzo subordinato al fine, ossia alla trasformazione rivoluzionaria della società in vista del comunismo, in pratica essi avevano fatto della politica riformista, centrata sui gruppi parlamentari e sui vertici dei sindacati di massa, non un mezzo subordinato al fine ma lo scopo stesso della loro azione politica. Quando, nel 1897, il famigerato (o “revisionista” che dir si voglia) Eduard Bernstein cercò di dare un fondamento teorico alla prassi riformista dei socialisti, egli chiamò in causa le profonde trasformazioni che erano intervenute dopo il 1871 nella struttura del capitalismo e, più in generale, nella società borghese; trasformazioni che secondo lui avevano conferito al sistema capitalistico una capacità di adattamento alle congiunture negative che di fatto ne rendeva impossibile il crollo – e quindi la rivoluzione sociale come l’avevano immaginata e “profetizzata” Marx ed Engels sulla scorta della cosiddetta teoria del crollo (8). Teorizzando questo, Bernstein intendeva legittimare una politica socialdemocratica centrata su riforme economico-sociali che avrebbero realizzato, gradualmente ma inevitabilmente, il “socialismo” con mezzi democratici e pacifici. Su un punto Bernstein aveva ragione, ossia nella denunciata sottovalutazione della socialdemocrazia circa la magnitudo delle trasformazioni economiche e sociali della società capitalistica giunta nella sua fase imperialista. Per il resto le sue analisi e previsioni troveranno assai presto una secca smentita: il XX secolo seppellirà l’ottimismo riformista di Bernstein sotto un mare di sangue e di sofferenze.

Scriveva Rosa Luxemburg nel suo saggio del 1899 Riforma sociale o rivoluzione?: «La teoria bernsteiniana è stata il primo, ma insieme anche l’ultimo, tentativo di dare una base teorica all’opportunismo. Diciamo: l’ultimo, perché nel sistema bernsteiniano si è andati così lontani sia negativamente nel ripudio del socialismo scientifico, sia positivamente nel rimescolamento di tutta la confusione  teorica possibile, che non rimane più niente da fare. Col libro di Bernstein, l’opportunismo ha compiuto la sua evoluzione a teoria e ha tratto le sue ultime conseguenze» (9). Scrivendo questo, la stessa Luxemburg probabilmente non immaginava ancora fino a che punto l’opportunismo nella politica e il revisionismo nella teoria si fossero fatti strada all’interno del partito socialdemocratico tedesco, fino a intaccarne profondamente e irreversibilmente la stessa natura politico-sociale: da partito del proletariato rivoluzionario a partito riformista democratico-borghese. Peraltro c’è da dire che la rivoluzionaria polacca rimase all’interno della socialdemocrazia tedesca fino al 29/30 dicembre del 1918, quando il suo gruppo organizzato nella Lega di Spartaco fondò il Partito Comunista di Germania (KPD). In questo ritardo giocò probabilmente un ruolo non secondario anche il cosiddetto “marxismo ortodosso” (che ebbe in Karl Kautsky il suo maggiore esponente nella socialdemocrazia tedesca ed europea e in G. V. Plechanov il suo classico rappresentante nella socialdemocrazia russa), il quale seppe ben camuffare il riformismo praticato (ma non confessato e anzi formalmente condannato) servendosi di un apparato dottrinario che a una prima lettura appariva conforme al “canone marxista”.

La guerra imperialista e l’apertura di un’epoca rivoluzionaria si incaricarono di dimostrare la sostanza politica e sociale del “marxismo ortodosso” – come da metodo marxiano: la prassi rivela l’autentica teoria (la “concezione del mondo”) che informa un soggetto politico. Un conto è ciò che si crede e si afferma di essere, un conto ben diverso è ciò che realmente si è e si fa conformemente alla propria natura. Per dirla filosoficamente e con il “giovane Marx”, «La forma non ha alcun valore, se non è la forma del contenuto». Di qui, il concetto fondamentale di politica rivoluzionaria come unità dialettica di teoria e di prassi, essendo l’una la forma trasformata dell’altra. Scrivo questo per mettere in guardia chi legge dai molti “comunisti”, “antimperialisti” e “marxisti” che si aggirano sulla scena italiana ed europea.

Quando Rosa Luxemburg e i suoi compagni spartachisti capirono che la socialdemocrazia tedesca nella sua totalità era ormai, per la rivoluzione sociale, un cane morto da abbandonare e da bastonare, la marea rivoluzionaria era già entrata in una fase declinante mentre all’orizzonte appariva la mostruosa onda controrivoluzionaria, quella che avrebbe schiacciato nel sangue la fragile rivoluzione tedesca. Questo però, occorre dirlo con la massima onestà intellettuale, appare ben chiaro solo per chi guarda quei fatti dalla comoda prospettiva storica: allora ai protagonisti della tragedia le cose si presentavano in modo assai diverso. Ma riprendiamo il filo del discorso – posto che ce ne sia uno…

Abbiamo detto che sulla natura di classe del Parlamento, e sulla sua funzione reazionaria in epoca imperialista, nessun militante anticapitalista nutriva dubbi; ci si divideva piuttosto sull’opportunità e sulla stessa possibilità di un parlamentarismo rivoluzionario: è possibile dalla tribuna parlamentare sparare a palle incatenate contro la democrazia capitalistica, espressione della dittatura sociale delle classi dominanti e formidabile veicolo delle loro concezioni, del loro punto di vista, della loro psicologia? Per Lenin e per i sostenitori del parlamentarismo rivoluzionario la cosa appariva certamente difficile ma tutto sommato non impossibile, e soprattutto sembrava funzionale a una rapida diffusione delle idee rivoluzionarie in un’ampia fascia delle classi subalterne, soprattutto tra i proletari non ancora toccati dalla propaganda comunista. L’impresa andava tentata, tanto più che l’azione politica svolta dai comunisti dentro il Parlamento veniva subordinata, tatticamente e strategicamente, alla lotta di classe che si svolgeva fuori del Parlamento; la subordinazione del gruppo parlamentare comunista rispetto al Partito, che ribaltava sul piano politico-organizzativo la vecchia impostazione socialdemocratica, appariva agli occhi di Lenin, che guidava il “partito parlamentarista”, una buona garanzia di affidabilità rivoluzionaria, per così dire: il «cretinismo parlamentare» e l’opportunismo non avrebbero trovato alcun terreno sul quale attecchire. Il maggiore punto di debolezza nella posizione “parlamentarista” di Lenin (e di Trotsky) è rintracciabile, a mio avviso e all’avviso del “partito astensionista” di allora, nel fatto che i suoi argomenti si fondavano quasi esclusivamente sulla storia del bolscevismo, ossia sulla politica praticata dagli anticapitalisti in un Paese capitalisticamente arretrato ancora alle prese con la rivoluzione democratico-borghese (10). Naturalmente ai due capi della rivoluzione russa (Lenin e Trotsky, appunto) non sfuggiva la profonda differenza esistente tra la società russa e quella dei Paesi occidentali; ma essi mostravano di non saper trarre le corrette conclusioni tattiche per quanto riguardava l’Europa occidentale. Come spiegare questo fatto sconcertante? Ritornerò tra poco su questo punto.

I sostenitori dell’astensionismo parlamentare, che avevano come loro modello politico proprio il partito bolscevico dalla sua nascita (1903) fino al suo trionfo nel 1917 (11), non condividevano l’ottimismo degli “elezionisti” circa la tattica del parlamentarismo rivoluzionario, e a ragione per chi scrive. Essi non ne facevano affatto una questione di principio astrattamente considerato, ma un problema squisitamente politico da considerare alla luce non solo della situazione contingente, che essi consideravano (esattamente come Lenin e Trotsky) rivoluzionaria (12), ma sulla scorta del processo storico-sociale che aveva plasmato la società capitalisticamente sviluppata dell’Occidente, la quale mostrava di essere, appunto, molto diversa dalla società russa e da quella di altri Paesi dell’Est europeo.

La sinistra del Partito Socialista Italiano, che aveva impedito a quel Partito di scivolare su posizioni social patriottiche e che alla fine della Grande Guerra sosterrà l’astensionismo rivoluzionario, aveva sempre combattuto l’astensionismo di stampo anarcoide e sindacalista che di fatto invitava il proletariato a disinteressarsi della lotta di classe come questa si esprimeva sul terreno della “grande politica”, e a concentrare le sue forze unicamente nella lotta orientata a strappare ai padroni e allo Stato miglioramenti economici e sociali. Questo atteggiamento ovviamente non favoriva lo sviluppo nelle classi subalterne di una coscienza di classe aperta alle grandi responsabilità storiche che il processo sociale assegnava loro. Il 13 luglio 1913 l’Avanti pubblica un articolo che portava l’inequivoco titolo Contro l’astensionismo: «Nella prossima battaglia elettorale il nostro Partito, che la affronta solo contro tutti, non dovrà dimenticare di guardarsi e difendersi da un pericolo non meno serio di tutti glia altri, il pericolo astensionista. Per quanto il movimento anarchico e quello sindacalista non siano tra noi in condizioni molto floride, pur tuttavia i socialisti, e i socialisti rivoluzionari sopra tutto, non devono restare indifferenti al sabotaggio tentato dagli antielezionisti contro il Partito, e alla loro campagna denigratoria contro l’indirizzo sinceramente rivoluzionario assunto dal socialismo in Italia dopo gli ultimi avvenimenti. Tutta la campagna svolta dai rivoluzionari contro la degenerazione riformista del Partito e della sua azione parlamentare, doveva restare ed è rimasta perfettamente immune da tenerezze verso un riavvicinamento all’astensionismo anarchico o sindacalista. […] I rivoluzionari hanno riaffermato il valore politico della lotta di classe rivoluzionaria secondo le concezioni marxiste, di fronte a tutte le forme equivoche di apoliticismo e di neutralismo che avevano tolto al Partito la sua fisionomia sovvertitrice. […] Aspettiamo i rivoluzionari non da burla alla prova delle urne. Come li aspettiamo domani a quella delle barricate». Appena un anno dopo, l’apertura dell’epoca delle guerre e delle rivoluzioni cambierà radicalmente anche l’agenda politica dei socialisti rivoluzionari, rendendo la lotta al «pericolo astensionista» ormai superata dal processo sociale, il quale aveva messo all’ordine del giorno la necessità/possibilità «delle barricate». Questo solo per dire quanto Lenin e Trotsky si sbagliassero nell’accusare di “simpatie anarcoidi” il giovane ma combattivo comunismo occidentale.

Nel caso della sinistra comunista italiana guidata da Amadeo Bordiga, leader della sinistra socialista che fonderà il PC d’Italia nel gennaio del 1921, l’astensionismo aveva soprattutto l’obiettivo di cancellare definitivamente dal PSI l’influenza dell’ala riformista, la quale si appoggiava in primo luogo al gruppo parlamentare e alla dirigenza del sindacato. Tanto è vero che al Congresso socialista di Bologna del 1919 essa cercò un accordo con la maggioranza massimalista (solo nella fraseologia!) guidata da G. M. Serrati dichiarandosi disposta a rinunciare alla posizione astensionista se la frazione riformista fosse stata posta fuori da quel Partito. Tra l’altro, la partecipazione del PSI alle elezioni del 1919, che per quel Partito rappresentarono un notevole successo, è da annoverarsi tra le maggiori cause della sconfitta del proletariato italiano (alla vigilia della “rivoluzione fascista”), la cui radicalizzazione esigeva una ben diversa tattica da parte dei socialisti. O preparazione rivoluzionaria o preparazione elettorale: nel “biennio rosso” ‘19-20 anche in Italia quell’aut aut politico ebbe un significato preciso.

Che senso aveva partecipare alla “festa della democrazia”, cioè alle elezioni, e poi al lavoro politico parlamentare, sebbene in funzione antiparlamentare, in un momento nel quale la guerra e la crisi economico-sociale da essa generata avevano messo finalmente in crisi le illusioni democraticiste che erano attecchite nella testa e nella psicologia delle classi subalterne in decenni di “pacifico” sviluppo capitalistico? Il parlamentarismo rivoluzionario non avrebbe creato confusione fra i proletari proprio quando la situazione esigeva da parte della loro avanguardia rivoluzionaria il massimo di chiarezza possibile? Quella tattica non rappresentava un passo indietro rispetto allo stesso processo oggettivo della società borghese, che aveva finalmente messo in luce il suo violento e disumano contenuto di classe (ultima dimostrazione: la nascita del fascismo)? La crisi della democrazia capitalistica, che accompagnava la crisi economico-sociale, rendeva di più facile, almeno potenzialmente, assimilazione il messaggio di gran lunga più importante che i comunisti dovevano lanciare ai lavoratori, ai proletari in genere e a quella parte delle classi medie rovinata dalla guerra e in via di violenta proletarizzazione: rompere con la mortifera logica della delega (nei confronti dello Stato, dei capi di partito, dei capi del sindacato, dei parlamentari, ecc.) e organizzarsi in modo indipendente per rivendicare migliori condizioni di vita e di lavoro e un assetto sociale più compatibile con i bisogni di un’umanità che aveva conosciuto l’orrore della guerra imperialista dopo aver conosciuto la disumana realtà dello sfruttamento dell’uomo da parte del Capitale. Legare strettamente il pessimo presente, con ciò che ne seguiva in termini di rivendicazioni economico-sociali immediate, al possibile splendido futuro: che contributo poteva dare il parlamentarismo rivoluzionario a questa complessa ed eccezionale linea politica? Per i sostenitori dell’astensionismo rivoluzionario la risposta a questa domanda puntava decisamente a sfavore della tattica  parlamentare.

Nei paesi di antica democrazia la tattica del parlamentarismo rivoluzionario non era solo inefficace, problematica e, soprattutto, errata sotto ogni rispetto, ma si dimostrava nei fatti per il lavoro dei comunisti una tattica (13) controproducente e altamente pericolosa (14), nel breve come nel lungo periodo. Scriveva Rosa Luxemburg nel 1904: «L’attuale tattica della socialdemocrazia tedesca viene generalmente ammirata [anche da Lenin!] per la sua singolare multiformità, flessibilità e sicurezza. Ma ciò significa soltanto che nella sua lotta quotidiana il nostro partito si è meravigliosamente adattato fin nei minimi particolari all’attuale terreno parlamentare. […] Ma questa particolare conformazione della tattica copre in pari tempo gli orizzonti più ampi, a tal punto che si rileva in alto grado la tendenza ad eternare la tattica parlamentare e a considerarla come tattica della socialdemocrazia in assoluto» (15).

Il pesante e devastante retaggio sulla coscienza dei lavoratori della democrazia capitalistica è ben illustrato da Anton Pannekoek: «Nel 1918, dopo il crollo del potere militare tedesco, il potere politico cadde in mano agli operai tedeschi come un dono del cielo: essi avrebbero potuto cioè costruire la loro propria organizzazione senza che nessun potere statale lo ostacolasse col suo potere autoritario. Dappertutto si moltiplicarono i consigli, sia per volontà degli stessi operai e per la loro intuizione di ciò che era immediatamente necessario, sia per l’esempio di ciò che gli operai avevano fatto in Russia un anno prima. E non si formarono soltanto dei consigli operai, ma anche dei consigli militari per il rimpatrio e la smobilitazione dell’esercito. Eppure ciò che gli operai crearono spontaneamente, sulla base della consapevolezza di quelle che erano le necessità del momento, non corrispondeva alla teoria che essi avevano in mente, ma a quella dottrina che, durante anni e anni di propaganda socialdemocratica, era stata loro inculcata, alla dottrina cioè della democrazia borghese. […] Quei gruppi rivoluzionari che allora proclamavano “tutto il potere ai consigli” e “dittatura del proletariato”, si sentivano chiedere se il fatto che gli operai volessero prendere tutto il potere nelle proprie mani attraverso i loro consigli, non fosse una violazione di ogni democrazia» (16). Il concetto di «ogni democrazia» non ha alcun senso per un pensiero avvezzo alla considerazione critico-dialettica della storia: alla democrazia capitalistica (o dittatura controrivoluzionaria della borghesia) gli anticapitalisti oppongono la democrazia proletaria (o dittatura rivoluzionaria del proletariato). Per Marx ed Engels «la conquista della democrazia» significa «l’elevarsi del proletariato a classe dominante», «il proletariato stesso organizzato come classe dominante», il proletariato che conquista la «supremazia politica» sulla borghesia: di qui, il concetto di «dittatura rivoluzionaria del proletariato» (17).

Alla luce delle indiscutibili capacità politiche e analitiche di Lenin può sorprendere non poco la sua posizione riguardante la tattica dei comunisti da applicare in Occidente. Come spiegare la generalizzazione dell’esperienza russa da egli compiuta sul terreno della tattica rivoluzionaria? Se noi studiamo la storia del partito bolscevico leniniano ci rendiamo conto di quanto fosse “duttile” quel partito sul terreno della tattica, e poteva esserlo senza scivolare nella realpolitik e nell’opportunismo perché sul terreno dei princìpi e della strategia esso mostrava  invece una granitica coerenza. Né al gruppo dirigente bolscevico che polemizzava con gli astensionisti occidentali mancava una buona conoscenza della società occidentale, anche perché molti bolscevichi avevano vissuto per anni in esilio in Europa e negli Stati Uniti. E certamente a Lenin e a Trotsky non sfuggivano i fattori che marcavano nettamente la differenza tra la società capitalisticamente avanzata d’Occidente e quella capitalisticamente arretrata della Russia, a partire dalla questione contadina. I due capi della Rivoluzione d’Ottobre attribuirono il relativamente facile successo della rivoluzione alla debolezza della borghesia russa e alla massa dei contadini poveri che avevano appoggiato il proletariato russo per mettere fine alla guerra imperialista e per ottenere un pezzo di terra da coltivare, e comunque migliori condizioni di vita. «Da noi è stato facile prendere il potere, ma in Europa e in America non sarà affatto la stessa cosa; la transizione dal capitalismo al socialismo sarà molto più semplice in Occidente che da noi»: Lenin e Trotsky hanno ripetuto mille volte questa elementare verità. E dunque?

Scriveva Herman Gorter dopo aver spiegato il tipo di lavoro politico che dovevano condurre i comunisti in Occidente: «Senza dubbio un lavoro simile della sinistra durerà anni e le persone che, per qualsiasi ragione, desiderano successi immediati, cifre più alte di aderenti e di voti, grandi partiti e una Internazionale potente (in apparenza), dovrebbero aspettare ancora per molto tempo» (18). Ma era esattamente il tempo che mancava ai bolscevichi!

I tempi relativamente lunghi della preparazione rivoluzionaria in Occidente entrarono in conflitto con i tempi brevi – se non brevissimi – del potere sovietico in Russia. Lenin e i bolscevichi sentivano di non avere a disposizione molto tempo per salvare il carattere proletario della rivoluzione russa dal tragico isolamento che minacciava da tutte le parti il potere sovietico, e si illusero di poter affrettare i tempi della rivoluzione sociale almeno in uno dei maggiori Paesi capitalistici d’Europa attraverso espedienti tattici e manovre politiche di chiaro stampo volontarista (19) che rischiavano di precipitare i comunisti nel baratro della realpolitik se non del vero e proprio opportunismo. Questa linea politica “di massa” fallì miseramente non a causa dell’«estremismo infantile» della sinistra comunista europea, come allora denunciarono i leader bolscevichi e come ripeteranno pappagallescamente i “leninisti” (i futuri stalinisti) occidentali, ma a ragione dei fatti che si produssero sul terreno del conflitto di classe e che ne dimostrarono appunto il carattere largamente illusorio e volontarista.  Ad esempio, in Italia furono i socialisti a sabotare le iniziative intese a stabilire un’alleanza “tattica” con i comunisti, mentre i primi non esitarono a cercare momenti di tregua con i fascisti, proprio quando si trattava di organizzare l’autodifesa armata del proletariato industriale e dei salariati agricoli.

Dopo il 1920, quando apparve chiaro che il ciclo rivoluzionario stava per esaurirsi (anche in Russia!), il tatticismo volontarista proposto dai bolscevichi non ebbe più il significato di accelerare il ritmo della rivoluzione in Occidente ma quello di consolidare in qualche modo il potere sovietico in Russia. Voler conquistare le masse a ogni costo era non solo impossibile e velleitario, ma si dimostrò essere per il proletariato d’avanguardia d’Europa soprattutto estremamente deleterio. Si trattò, per dirla con il giovane Lukács, di un’«avventuristica politica delle illusioni». Il parlamentarismo rivoluzione dei primissimi anni Venti del secolo scorso va considerato alla luce di quelle illusioni.

(1) Su questi temi rimando ad alcuni miei scritti:  L’INGRANAGGIO DEL DOMINIO; DIALETTICA DELLA PAURA; STATO DI DIRITTO E DEMOCRAZIA TRA MITO E REALTÁ; SULLA CRISI DELLA DEMOCRAZIA; LA “BELLA POLITICA”, DA PERICLE A PIPERNO.

(2) Lenin, Assemblea dell’attivo di Mosca, Opere, XXVIII, p. 211, Editori Riuniti, 1967.

(3) E quindi non sto parlando, tanto per fare un esempio, dell’escrementizio ciarpame di stalinisti più o meno riciclati: vedi i sostenitori della Cina, del Venezuela, di Cuba, della Russia, ecc.

(4) H. Gorter, Risposta all’estremismo di Lenin, 1920, p. 104, Samonà e Savelli, 1970.

(5) A. Pannekoek, I consigli operai, 1947, in Organizzazione rivoluzionaria e consigli operai, p. 194, Feltrinelli, 1970.

(6) Tesi elaborate dal Bureau di Amsterdam, in Linkskommunismus e rivoluzione in Occidente, p. 70, Dedalo, 1974. Nell’ottobre del 1919 l’IC con sede a Mosca diede l’incarico alla direzione dei “tribunisti” olandesi di Gorter e Pannekoek di costituire un ufficio dell’Internazionale Comunista con sede ad Amsterdam. Questo ci dice in quale considerazione i bolscevichi tenessero i “bolscevichi olandesi”, come venivano chiamati i tribunisti dal 1909, fino alla drammatica rottura del 1920.

(7) Si rileva  «l’affermarsi di un progressivo dominio dell’esecutivo sulla legislazione sia attraverso un più ampio uso della delega legislativa, sia grazie all’abuso ordinario della decretazione d’urgenza, che ha fatto dei decreti legge non più una misura eccezionale da adottare in casi di necessità e urgenza, ma la principale fonte del nostro ordinamento, con la quale vengono approvate tutte le più importanti norme legislative attuative dell’indirizzo politico dell’esecutivo» (C. F. Ferrajoli, Come esautorare il parlamento. Un caso esemplare del declino di una democrazia rappresentativa, p. 175, Teoria Politica, n. 10/2022).

(8) «Nel dibattito revisionista non si potè arrivare ad un effettivo contrasto sulla teoria del crollo economico del capitalismo fra Bernstein e Kautsky, poiché entrambi su questi punti importanti – anzi decisivi – avevano abbandonato la teoria marxista del crollo e la lotta si limitava soltanto a punti di minore importanza, e in parte si riduceva a una contesa verbale. Dato però che Kautsky non aveva il coraggio di muovere apertamente contro Marx, e preferiva inserire la sua concezione come interpretazione del testo marxiano, presentandosi però nel ruolo della dottrina marxiana “autentica” contro gli attacchi da parte di Bernstein, la sua rinuncia alla teoria di marx non fu notata» (H. Grossmann, Il crollo del capitalismo, 1929, p. 36, Jaca Book, 1977). Kautsky concordava con Bernstein sul piano del contenuto, «pur rimanendo fedele esteriormente alla terminologia marxiana tradizionale»: si tratta del noto – e famigerato – “marxismo ortodosso”. Il capitalismo può tramontare per cause puramente economiche, senza cioè l’intervento nel processo sociale di una soggettività politico-sociale che orienti quel processo nella direzione della rivoluzione? Credo di no, e ritengo che su questo decisivo punto Marx non la pensasse molto diversamente da me. Ma è solo un’ipotesi soggettiva. Dalla lettura delle opere “economiche” marxiane si ricava che per il comunista di Treviri il crollo fosse sinonimo di crisi economica devastante, la quale rientra perfettamente nella fisiologia del processo capitalistico di produzione, che alterna fasi di espansione più o meno lunghe e fasi di crisi più o meno profonde. L’espansione economica crea con assoluta necessità la crisi, e quest’ultima realizza altrettanto necessariamente le condizioni per un nuovo ciclo espansivo, e così via. Non a caso Marx parla della crisi (o crollo) come di un violento «processo di risanamento». Solo l’intervento della soggettività rivoluzionaria (il marxiano proletariato che si costituisce in classe autonoma e quindi in Partito) può spezzare questo circolo vizioso trasformando la crisi economica (o crollo che dir si voglia) in crisi sociale rivoluzionaria. Se Marx ed Engels avessero atteso la fine del capitalismo dal puro determinismo economico, e non dall’intreccio “dialettico” di «fattori oggettivi» e «fattori soggettivi», non avrebbero certo esortato la parte più avanzata del proletariato a costituirsi in classe indipendente e quindi in Partito. «Questa organizzazione dei proletari in classe, e quindi in partito politico, viene ad ogni istante nuovamente spezzata dalla concorrenza che gli operai si fanno fra loro stessi» (K. Marx, F. Engels, Manifesto del Partito comunista, 1848, Opere, VI, p. 495, Editori Riuniti, 1973.

(9) R. Luxemburg, Riforma sociale o rivoluzione?, p.  205, Editori Riuniti, 1967.

(10) «L’estremismo, malattia infantile del comunismo fu scritto in un momento di legittimo compiacimento per il fatto che la severa prova della guerra civile era terminata con una vittoria superiore ad ogni aspettativa; questa trionfante rivendicazione della teoria e della pratica del bolscevismo  dava forza all’argomento, che pervade l’opuscolo dalla prima frase all’ultima, secondi cui l’esperienza russa sarebbe servita come faro ed esempio per i movimenti rivoluzionari degli altri paesi. […] Lenin aveva allora poche fonti di informazione e ancor meno contatti diretti da ricondurlo alle realtà della situazione politica, specialmente dei movimenti di sinistra in Occidente; gli avvenimenti europei erano visti da lui nello specchio deformante di tutto ciò che accadde in Russia dopo il suo drammatico ritorno a Pietrogrado nell’aprile 1917. Infine, esso fu scritto nella fiduciosa convinzione che la rivoluzione proletaria, avendo trionfato in Russia, stava per estendersi nell’Europa occidentale. gli argomenti e le raccomandazioni dell’opuscolo erano destinati al breve intervallo necessario per giungere a questo esito. Soltanto più tardi quelli che erano stati concepiti da Lenin come espedienti tattici a breve scadenza furono invocati ed applicati per un periodo molto più lungo di quanto Lenin avesse mai pensato» (E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica, 1917-1923, p. 964, Einaudi, 1964).

(11) «Sono sempre stato con voi, fin dal 1903. Anche quando non conoscevo i vostri obiettivi precisi – le comunicazioni erano impedite – come al tempo della pace di Brest-Litovsk, vi ho difeso con i vostri argomenti. La vostra tattica fu certamente notevole per quanto riguarda la Russia ed è grazie ad essa che i russi hanno vinto. Compagno, il vostro movimento bolscevico è stato, un tempo, una cosetta da niente. E proprio perché era piccolo, perché era ristretto e voleva esserlo, si è conservato puro durante un periodo di tempo abbastanza lungo. A questa condizione, a questa sola condizione, è diventato potente. È quello che anche noi vogliamo fare» (H. Gorter, Risposta all’estremismo di Lenin, pp.  88-98). «Il Partito socialdemocratico di Herman Gorter e Anton Pannekoek fu fondato nel 1909 dal collettivo redazionale di Die Tribune dopo la sua espulsione dal Partito operaio socialdemocratico ad opera della direzione revisionista. […] soltanto il partito bolscevico aveva rotto, sia pure in modo non definitivo e completo, con i revisionisti prima degli olandesi. […] È interessante rileggere le brevi note di Lenin del 1910 [in difesa di Gorter e Pannekoek] per rendersi conto dell’atteggiamento politico e psicologico di simpatia con il quale egli guardò alla “scuola olandese” fino all’improvvisa rottura avvenuta nella prima metà del 1920. Le simpatie di Lenin per gli “olandesi” aumentarono durante i primi anni della guerra mondiale. È in particolare l’opuscolo di Gorter L’imperialismo, la guerra mondiale e la socialdemocrazia a impressionare favorevolmente il dirigente bolscevico, perché in esso si prende nettamente posizione contro la linea centrista di Kautsky» (S. Corvisieri, Introduzione alla Risposta all’estremismo di Gorter, pp. 11-12). Gorter e Pannekoek compresero la reale natura politica del “centrismo” kautskiano ben prima di Lenin. Su questo punto anche Rosa Luxemburg non difettò di consapevolezza critica

(12) In un Memorandum confidenziale scritto da Lloyd George nel marzo 1919 si legge: «Tutta L’Europa è pervasa da uno spirito rivoluzionario. Tra i lavoratori c’è un profondo senso non solo di malcontento ma di collera e di rivolta contro le condizioni prebelliche [presupposto delle disastrose condizioni postbelliche]. Tutto l’ordine esistente nei suoi aspetti politici, sociali ed economici viene messo in causa dalle masse della popolazione da un capo all’altro d’Europa». Il carattere oggettivamente rivoluzionario della situazione era soprattutto chiaro alla coscienza della classe dominante, che difatti approntò tutti i mezzi necessari per fronteggiare la drammatica crisi sociale.

(13) «Oggigiorno si afferma comunemente che la questione del parlamentarismo non è una questione di principio, ma semplicemente una questione tattica. Nella sua indubbia esattezza quest’affermazione presenta però delle oscurità. […] Pur non potendo approfondire in questa sede tale problema, dobbiamo però sottolineare quanto segue: tattica significa applicazione pratica di princìpi stabiliti teoricamente. Tattica, cioè, è la congiunzione tra l’obiettivo finale e la realtà immediatamente data la questione del parlamento, 1920, in scritti politici giovanili. […] Per meglio definire il parlamentarismo come problema tattico del comunismo, bisogna sempre prendere le mosse tanto dal principio della lotta di classe, quanto dall’analisi concreta dell’attuale situazione oggettiva dei rapporti di forza, materiali e ideologici, tra le classi antagoniste» (G. Lukács, La questione del parlamentarismo, 1920, in Scritti politici giovanili,  1919-1928, p.73-75, Laterza, 1972).

(14) Persino un rivoluzionario della statura di Karl Liebknecht rimase vittima dell’infernale, pardon: democratica macchina parlamentare che lo costrinse a votare i primi crediti di guerra nell’agosto del ’14, per poi abbandonare il Partito Socialdemocratico Tedesco e battersi anche contro di esso. Scriveva Gorter nella sua Risposta a Lenin: «Voi dite che il compagno Liebknecht potrebbe, se fosse vivo, fare un lavoro meraviglioso nel Reichstag. Noi lo neghiamo. Non potrebbe manovrare politicamente laddove i partiti della grande e della piccola borghesia formano un blocco contro di noi. E neanche conquisterebbe, per questa via, le masse meglio di quanto potrebbe fare stando fuori del parlamento. Al contrario, una grandissima parte della massa sarebbe soddisfatta dei suoi discorsi e la sua presenza in parlamento sarebbe nociva. Prima della rivoluzione, quando l’imperialismo era all’apogeo della sua potenza e le leggi eccezionali del periodo di guerra soffocavano qualsiasi movimento, Liebknecht con le sue proteste in parlamento, potè esercitare una grande influenza, ma durante la rivoluzione non avrebbe potuto fare altrettanto» (H. Gorter, Risposta…, p.71).

(15) Cit. tratta da Nota storica, appendice a Marxismo e filosofia di Karl Korsch, p. 162, Sugar, 1966.

(16) A. Pannekoek,  I consigli operai, pp. 189-190. «La rivoluzione russa ha convalidato in modo meraviglioso la teoria marxista, dimostrando la necessità di una lotta violenta e della instaurazione della dittatura del proletariato. Ma le condizioni storiche nelle quali si è svolta la rivoluzione russa sono diverse dalle condizioni della rivoluzione proletaria nei paesi dell’Europa occidentale e dell’America. la situazione in Russia potrebbe forse paragonarsi a quella della Germania del 1848, dove si accavallavano due rivoluzioni, una democratico-borghese ed una proletaria. Le esperienze tattiche della rivoluzione russa non possono essere trasportate ad altri paesi in cui la democrazia borghese funziona ormai da lungo tempo e la crisi rivoluzionaria si risolverà in un passaggio diretto da questo regime alla dittatura del proletariato. […] Per l’Europa occidentale il problema rivoluzionario esige in primo luogo di abbandonare il terreno della democrazia borghese, di dimostrare che la pretesa della borghesia secondo cui ogni lotta politica dovrebbe svolgersi unicamente attraverso il meccanismo parlamentare è menzognero, e che la lotta deve essere condotta in modo diverso, cioè mediante l’azione rivoluzionaria diretta per la conquista del potere» (Discorso del delegato della Frazione comunista astensionista sulla questione del parlamentarismo, in Storia della sinistra comunista, II, p.703, Ed. Programma Comunista, 1972).

(17) K. Marx, F. Engels, Manifesto del Partito comunista, p. 505.

(18) H. Gorter, Risposta…,  p. 71. «Ma quelli che comprendono che la vittoria della rivoluzione in Germania e nell’Europa occidentale sarà una realtà soltanto se la massa degli operai comincerà a riporre la sua fiducia in se stessa, saranno soddisfatti di questa tattica» (Ivi, p. 72).

(19) Governo di coalizione «operai e contadini», «fronte unico» di comunisti e socialisti, governi operai non meglio specificati sul piano politico-sociale, e altre «tappe intermedie» di dubbio retroterra politico-ideologico.

Pubblicità

Un pensiero su “ASTENSIONISMO E ANTIPARLAMENTARISMO

  1. Pingback: UNO SPETTRO SI AGGIRA PER L’ITALIA: L’ASTENSIONISMO! | Sebastiano Isaia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...